Femminicidio, escalation di violenza

Quante volte, negli ultimi tempi, abbiamo sentito utilizzare la parola femminicidio, rimanendo colpiti dalle tristi vicende di cronaca. Questo termine esiste nella lingua italiana solo dal 2001. In precedenza si usava uxoricidio, ossia uccisione della moglie. Le statistiche sul femminicidio non vedono il nostro Paese ai primi posti. E’ la Finlandia la nazione europea in cui si registra il più alto tasso di criminalità verso le donne, sino a quattro o cinque volte superiore a quello italiano. In Italia la maggior parte di questi omicidi avviene tra le mura domestiche ad opera di partner violenti o di ex partner che rifiutano la fine della relazione.

Sono evidenti le responsabilità della legislazione da una parte e delle forme di educazione dall’altra – scolastiche e familiari – che dovrebbero essere maggiormente dirette al rispetto delle differenze tra generi, alla parità della relazione e al concetto che nel rapporto di coppia uno dei partner non è proprietà privata dell’altro, bensì una persona con diritto di vita e di scelta.

Le ricerche criminologiche dimostrano che su dieci femminicidi sette sono preceduti da altre forme di violenza nelle relazioni di intimità. L’uccisione della donna non è che l’ultimo atto di un continuum di violenza di carattere economico, psicologico o fisico. E’ certo che se un uomo è fisicamente violento una volta, lo sarà ancora. E’ importante che la violenza fisica di un marito o di un compagno o di chiunque altro non sia mai sottovalutata perché è sicuro che lo stesso tornerà presto a essere manesco, probabilmente con un’escalation di aggressività. Quando nel rapporto di coppia le discussioni assumono toni violenti, quando il partner distrugge oggetti, urla o manifesta eccessiva gelosia siamo di fronte ad una dinamica relazionale malata e molto pericolosa.

La più ovvia forma di prevenzione è la denuncia e/o la chiusura del rapporto. Se la donna non è dotata di una solida autostima tenderà ad attribuire a sé la responsabilità del comportamento violento interpretandolo erroneamente come un raptus momentaneo o, addirittura, un indice di interesse, di attaccamento e di amore.

Cosa spinge un uomo ad esercitare violenza su una donna? A volte l’aggressione si manifesta a causa di una rabbia più o meno intensa legata ad uno specifico evento, altre senza alcun motivo apparente. L’aggressione è tipica di chi ha difficoltà a controllare gli impulsi e spesso appartiene a soggetti ossessivi, il più delle volte psicopatici con tendenze al sadismo, che cercano di tenere tutto sotto controllo.

Ricordiamo cosa s’intende per psicopatia: questa è un disturbo deviante dello sviluppo, un processo verso la perdita del sentimento umano. Le persone che commettono atti antisociali non sono necessariamente psicopatiche, così come non è corretto pensare che tutti gli psicopatici siano dei folli assassini. Certamente gli psicopatici hanno gravi impulsi antisociali ai quali danno corso non curandosi delle conseguenze delle proprie azioni. L’esempio più evidente è quello dei serial killer. La maggior parte degli psicopatici, tuttavia, appare al mondo come un modello di normalità: sono molto abili a mascherare la loro realtà interiore e a costruirsi una vita all’apparenza felice e ben adattata. Non è detto che commettano delitti. La maggior parte conduce un’esistenza estranea ai circuiti penali ma totalmente priva di principi morali e affetto autentico per gli altri, egocentrica e incentrata su rapporti di manipolazione e sfruttamento.

E’ importante che le donne imparino a riconoscere sin da subito i segnali che nascondono una personalità violenta. La difficoltà a gestire la rabbia e a trattenere gli impulsi sono un campanello di allarme che non va sottovalutato. Al tempo stesso è fondamentale non illudersi di poter cambiare un partner violento. La violenza, unita ad aspetti affettivi degradati e all’assenza di principi morali, è qualcosa di talmente profondo e radicato nella personalità dell’individuo che solo un professionista del settore, attraverso un’adeguata psicoterapia, sarà in grado di contrastare e trasformare.

Dott. Viviana Conti psicologa/psicoterapeuta vivianacontic@gmail.com

Matone, “C’è un solo modo di cambiare: lasciarlo”

 

Simonetta Matone, sostituto procuratore generale presso la corte d’Appello di Roma, a lungo pubblico ministero presso il Tribunale dei Minori, in passato capo gabinetto del Ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna, opinionista nei salotti televisivi italiani, ha dedicato una vita intera al contrasto della violenza e degli abusi nei confronti delle donne e dei minori.

Relazioni Pericolose abbandona per una volta le argomentazioni psicologiche e si rivolge a un magistrato per abbracciare quelle istituzionali. In particolare, chiediamo alla dottoressa Matone di quali strumenti, soprattutto legislativi, necessiterebbe la magistratura per combattere la violenza contro le donne in modo più efficace e risolutivo.

Gli strumenti legislativi ci sono e non intravedo la necessità di ritocchi. Il problema è semmai quello della prescrizione, che matura inesorabilmente e garantisce l’impunità ad autentici farabutti. La soluzione sarebbe celebrare questo tipo di processi celermente, con una corsia preferenziale, ma non è quasi mai possibile.

Per 17 anni, dal 1991 al 2008, è stata sostituto procuratore presso il Tribunale dei Minori di Roma. Le relazioni patologiche assumono un significato ancora più inquietante quando coinvolgono minori costretti ad assistere a fenomeni di violenza e a subire un clima familiare irrespirabile. Le donne non si separano per il bene dei figli o, nel caso si arrivi alla separazione, spesso i bambini sono utilizzati come strumento di manipolazione. Come si dovrebbe comportare una donna per proteggerli al meglio?

Le donne non si separano per problemi psicologici (legami malati che non si è in grado di spezzare) e per problemi economici (assenza di lavoro,crisi generale,disoccupazione ecc.).Uno Stato degno di questo nome dovrebbe avere strutture sociali in grado di accogliere e sostenere. Cosa che non accade. E i centri di aiuto alle vittime della violenza combattono da anni contro l’indifferenza delle istituzioni, in primis economica.

L’affidamento esclusivo viene concesso solo qualora sia riscontrabile un serio pregiudizio per il minore e la legge addirittura punisce il genitore che chiede questa misura al giudice senza fornire adeguate motivazioni. Infatti, se il giudice riterrà la richiesta manifestamente infondata, potrà valutare se estromettere quel genitore dall’affidamento e se condannarlo al risarcimento del danno. Non sarebbe il caso di allargare le maglie delle disposizioni sull’affidamento esclusivo e rendere più facile la concessione di questa misura, per lo meno per incutere nel padre manipolatore e violento il timore di perdere i figli?

La soluzione sarebbe istruire con estrema accuratezza i procedimenti sulla ‘scelta’ del genitore affidatario, che non potrà mai essere quello violento, persecutore, manipolatore e incombente, anche se solo nei confronti dell’altro.

Per la violenza psicologica è difficile configurare una fattispecie di reato anche se essa, qualora inflitta a lungo, può provocare nella vittima serie conseguenze psicosomatiche e gravi patologie – prima tra tutte il cancro-, insomma può dar vita lo stesso a un femminicidio, seppur indiretto e non imputabile. Cosa si può fare per contrastare un fenomeno così mascherato, difficilmente dimostrabile ma pur sempre pericoloso e pregiudizievole?

E’ inesatto affermare che la violenza psicologica non sia sanzionata nel nostro paese. Nella fattispecie dei maltrattamenti vi rientra pienamente, se dimostrata, così come vi rientra l’annientamento anche solo psicologico dell’altro.

Usciamo per un momento dal campo delle relazioni interpersonali. In un libro pubblicato qualche settimana fa da Franco Angeli Isabella Merzagora, Guido Travaini e Ambrogio Pennati si chiedono se la colpa della grave crisi economica che sta interessando il mondo intero non sia riconducibile al fatto che ai vertici di molte grandi aziende, soprattutto finanziarie, vi siano persone egocentriche, prive di capacità empatiche e di identificazione negli altri, spregiudicate, manipolatorie, machiavelliche, incapaci di rimorso, narcisiste, disoneste, menzognere, che gli autori definiscono “psicopatici”. Cosa ne pensa?

Non concordo con la conclusione che questi soggetti siano degli psicopatici, che sono un’altra cosa. Le caratteristiche elencate sono indubbiamente negative, ma sono purtroppo la chiave del successo,in un mondo di squali.

Da ricerche effettuate sulle immagini neurologiche degli psicopatici è emerso che il cervello di questi soggetti ha livelli metabolici inferiori rispetto al normale, soprattutto nelle zone deputate al controllo degli impulsi e all’aggressività. Le cause di questa patologia sarebbero pertanto riscontrabili in fattori genetici e biologici, oltre che culturali e ambientali. E’ dimostrato che se cresciuto in un ambiente violento e abusante il soggetto nato con un “difetto cerebrale” come quello descritto può dar vita a sua volta a episodi di violenza ed aggressività incontrollata. In sede processuale, negli Stati Uniti, le difese dei killer puntano su queste “attenuanti” per ammorbidire le posizioni dei propri assistiti. Non teme che prima o poi succederà anche da noi?

Temo di sì, anche se da sempre sono un’accanita sostenitrice del libero arbitrio, quindi della possibilità di scegliere tra il bene e il male,anche per chi vanta presunti,molto presunti difetti cerebrali. Affrontiamo il tema della cattiveria umana,grande tabù della nostra epoca.

Provi a togliersi per un momento la toga di magistrato: in veste di moglie e madre attenta a difendere il proprio nucleo familiare quali consigli si sentirebbe di dare alle donne che vivono relazioni pericolose caratterizzate da abusi e violenze prima che sia troppo tardi?

Di scappare da situazioni ingombranti, opprimenti, ossessive, violente, prima possibile. E che c’è un solo modo per cambiare: lasciarlo.

Intervista a cura di  Astra

5. Sabbia tra le dita

 

Quinta e ultima parte

Ana si guardò la mano e fece il gesto di trattenere la sabbia che scivola tra le dita. “Non mi è rimasto niente. Perché ciò che pensavo mi desse –amore vero e amicizia-è stato un’illusione, almeno da parte sua. Che ha reso inevitabilmente tutto finto anche da parte mia. Non ho mai amato il vero Michael. Mi sono innamorata solo dell’immagine che ha proiettato”.

Emmert inclinò testa, scettico. “Per un certo verso è sicuramente così. Ma è sicura che non le sia rimasto in tasca niente da questa esperienza?”

Ana ci pensò per un momento prima di rispondere. “Mi sono scottata, se è quello che vuole sapere. Ora so che non devo più mettere la mano sul fuoco”.

“Probabilmente ha anche imparato qualcosa di se stessa dalla vicenda,” disse lo psichiatra cercando di portarla verso una conclusione più positiva.

“Del tipo?”

“Me lo dica lei”.

Dopo qualche secondo, il viso le si illuminò. “Penso di aver imparato che, in realtà, non ho bisogno di lui. Non ho bisogno di Michael e di nessuno che mi dica che sono sexy per sentirmi attraente. Non ho bisogno di sentirmi dire che sono una buona artista per dipingere. Soprattutto, non ho bisogno di lui per sapere chi sono e per dare un significato alla mia vita”, ripeté quello che aveva detto a Michael il giorno che litigarono per Karen, convinta che ora queste cose fossero più vere che mai.

Emmert sorrise. “Si tratta di lezioni importanti, non crede? Mi spiego meglio. Come avrà avuto modo di capire, questo episodio avrebbe potuto rovinare la sua vita. Avrebbe potuto far finire la relazione con Rob e anche con i con i suoi figli. Avrebbe potuto renderla più debole e insicura. Ma non l’ha fatto. Può ancora provare una sofferenza enorme ma nel complesso questa sventura l’ha resa più forte. Quindi Michael non è riuscito a fare che voleva. Perché, tutto sommato, voleva distruggerla”.

Ana continuava a sistemarsi sulla sedia in cerca di una posizione più comoda. Tutto ciò che aveva detto lo psichiatra era vero. Michael voleva distruggerla. Era un predatore sociale. Una persona che punta e divora quelli che si fidano di lui. E per un uomo del genere lei aveva rischiato di perdere tutto quello che contava nella sua vita. “Ce l’ho soprattutto con me stessa”,ammise. “Ho una famiglia meravigliosa. Un marito che tiene a me. Anche se non sempre riesce a dimostrarlo, Rob è una persona splendida. E mi ama. Ho due bambini che hanno bisogno di me e mi adorano. Ho una così forte passione artistica. E ho quasi rovinato le nostre vite per un predatore. Non ci posso credere…”. Si coprì il viso con entrambe le mani e si lasciò andare, dando sfogo alle frustrazioni represse.

Lo psichiatra lasciò che si liberasse dal flusso di emozioni prima di provare a confortarla. “Ha fatto un errore enorme. Indubbiamente ha fatto soffrire la sua famiglia. Ma provi a guardare anche al lato positivo. Perché, fortunatamente, c’è anche un lato positivo in tutto questo. Il fatto che abbia lasciato Michael e abbia deciso di rimanere con la famiglia non è stato per puro caso. E’ stato il riflesso del profondo amore per i suoi cari. E se Michael ha tirato fuori i suoi veri colori prima che andasse a vivere con lui, è stato anche grazie ai suoi scrupoli. Che hanno smontato la fantasia che si era fatto di lei. Quindi, in un certo senso, la sua coscienza l’ha aiutata a salvarsi”, concluse.

Ana avrebbe voluto credere a questa più nobile interpretazione delle sue azioni. Ma, in realtà, il comportamento del suo amante aveva avuto molto a che fare con la decisione di lasciarlo. “L’improvvisa trasformazione di Michael mi ha aperto gli occhi,” spiegò. “Da una parte avevo una famiglia che mi amava e dall’altra uno psicopatico senza cuore”. Rise in modo acuto ma senza leggerezza. “Caspita, vediamo…cosa si dovrebbe scegliere?”

Emmert la guardò incredulo. Rimaneva sempre stupito da quanto velocemente i suoi pazienti scoprissero la via della guarigione. Il processo di emersione dalla negazione era come una cartina tornasole che cambia colore gradualmente, con il tempo, per identificare la presenza di una data sostanza: in questo caso, la verità su una relazione pericolosa. Sembrava che Ana avesse già dimenticato tutte le sfumature dell’ambivalenza, del dubbio e dell’ambiguità attraverso le quali era passata prima di arrivare a destinazione. “Davvero, Ana?” le chiese. “E’ stato veramente così facile per lei vedere Michael per quello che era?”

“No, non lo è stato affatto”.

“Tutto ciò che ora le sembra chiaro non lo era quando doveva prendere quella decisione. Perché allora era ancora sotto l’incantesimo di Michael”.

“Bé, è riuscito a romperlo”, disse con veemenza. “Il suo comportamento di ieri non avrebbe potuto aprirmi gli occhi di più!”.

“Capisco,” disse Emmert agganciandosi all’episodio di Michael per tornare ai fatti. “Quindi, in quale momento la conversazione con lui ha cambiato tenore?”

“Quando gli ho detto la verità”.

“Vale a dire?”

“Che ho visto attraverso le sue bugie e che non lo amo più”.

“Lo ha fatto entrare?” chiese lo psichiatra, con una nota di allarme.

Ana scosse la testa. “Ha dato un calcio al vetro a fianco alla porta”, rispose meccanicamente, come qualcuno che sta ricordando gli eventi da uno stato di ipnosi. “Ha infilato la mano e ha aperto la porta da solo. In pochi secondi era dentro e…”, Ana si toccò il braccio sinistro con la mano destra, “…poi mi ha afferrato il braccio e me l’ha piegato dietro la schiena facendomi male. Con una mano teneva insieme le mie e con l’altra mi stringeva il collo così”, imitando il gesto di Michael. “In quel momento sono arrivate loro e mi hanno salvato”. E’ stato tremendo!”

“Chi è arrivato?”

“Quelle di Dolly Maid Service. Sono state le donne delle pulizie a salvarmi la vita. Quando hanno raggiunto la porta Michael si è comportato come se nulla fosse. Le ha salutate, si è scusato per il vetro rotto, ha salutato anche me e se ne è andato”.

Emmert la guardò preoccupato. “Si rende conto che quest’uomo è pericoloso, vero?”

Ana assunse lo stesso atteggiamento di sfida di quando era entrata nella stanza. “Non ho paura di lui”, disse.

“E invece dovrebbe”, replicò lo psichiatra. “Lo sta provocando e sa bene che questi uomini non conoscono limiti. Se me ne avesse parlato, le avrei consigliato di non parlare con lui. Secondo me ha fatto un errore ad avviare la conversazione”.

Ana scosse la testa. “Se solo sapesse come lo odio…”

“E quindi? Come può proteggerla l’odio?”, domandò Emmert.

Come in precedenza, un barlume di cattiveria emanò dagli occhi scuri di Ana. “L’odio mi dà forza”, rispose. “L’altra notte ho sognato che mi era stato dato un foglietto con una domanda e due risposte. Mi si chiedeva se Michael avrebbe dovuto morire o restare in vita. C’erano due piccoli riquadri. Ho messo la croce su quello dove era scritta la parola morte”.

“Allora, visto che ha quasi gettato via la sua vita per uno psicopatico è normale che provi molta rabbia”, ammise lo psichiatra, non volendo minimizzare i sentimenti di Ana. “Ma non si confonda.  La rabbia non può proteggerla da nessuno. Nemmeno da se stessa”.

“Da me stessa?” ribatté Ana.

“Certo. Perché l’odio che sente adesso è il rovescio della passione. Ciò cui si dovrebbe invece mirare, nel processo di guarigione, è la totale indifferenza. Michael dovrebbe smettere di esistere per lei”. Il dottor Emmert serrò le mani e le mise in grembo, per indicare che erano giunti al punto cruciale.

“Ma è esattamente il messaggio del sogno!”, Ana dichiarò con trasporto, smaniosa di far notare che il suo inconscio si stava finalmente allineando ai consigli dello psichiatra. “Scegliere di farlo morire è come farlo cessare di esistere”.

“No, si sbaglia”, controbatté Emmert. “Il sogno è la prova di una rabbia profonda e radicata. Verso di lui e anche nei confronti di se stessa per aver avuto così poco giudizio. Indica che sta investendo ancora una quantità enorme di energia emotiva in Michael e nella relazione con lui”. Si fermò per un momento e poi proseguì, con tono preoccupato. “Ana, ha quasi eliminato quest’uomo dal suo cuore. E’ il momento di eliminarlo dalla sua vita”.

“Come posso farcela?”, domandò Ana.

Questa volta Emmert abbandonò il tono serafico e parlò con pathos. “Credo che il no contact sia l’unico modo di procedere. Qualsiasi contatto con uno psicopatico la terrà emotivamente legata, incatenata a una fantasia, a un’illusione. Non incoraggi o provochi Michael ulteriormente. Se si presenta un’altra volta a casa sua, chiami la polizia o Rob. Se telefona, riattacchi. Se scrive, lo ignori. Gli offra l’occasione di dimenticarla, di distrarsi con altre donne. Perché tanto lo farà. Le dia questa possibilità”, ripeté lo psichiatra, con un’intonazione di urgenza che Ana non aveva avvertito in precedenza.

“E’ difficile ignorarlo completamente”.

“Perché?”

“Perché a volte, anche se ora di meno, mi sento combattuta. Non perché sono innamorata del nuovo Michael che ho scoperto. Perché ancora mi manca il vecchio Michel che ho conosciuto e amato. Mi manca come mi ha trattato all’inizio. Mi mancano l’entusiasmo e la gioia. Mi mancano i suoi consigli, il suo affetto e l’attenzione costante. Mi mancano le sue battute e i suoi scherzi. Mi manca il suono della sua voce”, confessò.

“Le manca la maschera, non l’uomo,” commentò  sardonico Emmert, dispiaciuto di sentire che Ana stava di nuovo indietreggiando. Il suo stato mentale era variabile come il clima di montagna, passava continuamente dalle nuvole al sole, dalla lucidità alla negazione. C’è una sola spiegazione logica per questo, pensò. “Sta elaborando il lutto”, disse. “In realtà, lo sta elaborando da quando abbiamo iniziato la terapia”.

Ana lo guardò con tristezza. “Quale lutto? Michael è ancora vivo. Anche nella mia testa”.

“Il lutto della fantasia della storia perfetta. L’uomo che amava non è mai esistito. Sta piangendo la perdita dell’uomo che avrebbe voluto fosse stato”.

Ana annuì, era d’accordo con Emmert. “Sento che innamorandomi di Michael e accettando di diventare la sua compagna, ho fatto un patto con il diavolo. Avrei  avuto tutto quello che sognavo per qualche mese, ma al prezzo della sofferenza che sarebbe seguita, perpetua”, e dopo qualche istante aggiunse “ e vorrei che lui sentisse almeno la metà del dolore che ha provocato a me e alla mia famiglia”.

“Andiamo! Ormai sa benissimo che respingendolo non lo farà soffrire. Michael non può sentire nessuna perdita dal momento che prima di tutto non prova amore”.

Ana notò un’espressione dello psichiatra che rivelava biasimo nei suoi confronti. Mi capisce di testa, pensò, ma non di pancia. Non sa quanto può essere devastante venir travolta da un seduttore di tal portata e scoprire i trucchi quando il sipario si alza. Ti viene voglia di chiudere gli occhi e continuare ad illuderti.

“Capisco che un incontro con uno psicopatico è destinato a trasformarsi in un’esperienza tremenda e devastante,” Emmert disse in modo più morbido e scorse un’aria di risentimento nello sguardo di Ana. “Non può controllare i suoi comportamenti, né pensare di cambiarlo. Però può decidere quali debbano essere le sue, di azioni. La smetta di stare al suo gioco. Si sleghi completamente e per sempre”.

“Devo”, rispose Ana prima di proseguire con gli occhi fissi sullo psichiatra, “spero solo che mi lasci perdere”.

“Penso che lo farà”, disse Emmert. “Gli psicopatici vedono qualsiasi cosa come un gioco ma non sono seriamente competitivi. Preferiscono prendere la strada della minor resistenza. Se in modo convinto e persistente non si accetta di impelagarsi con loro, cancellano il ricordo dalla memoria e passano a una nuova ossessione”.

“Immagino che non perdano il loro tempo in una partita che sono consapevoli di non poter vincere,” disse Ana.

“A loro non interessa,”commentò Emmert. “Non hanno niente da perdere, visto che per loro le persone sono intercambiabili. Lei, invece, ha molto da perdere. Michael è pericoloso”.

Posso difendermi, Ana avrebbe voluto rispondere, con un profondo senso di invulnerabilità montato dal risentimento crescente.

Era come se lo psichiatra leggesse nella sua mente. “Ha già lasciato andare via l’amore, signora. Perché vuole tenere la rabbia?”

Ana si sentì in qualche modo presa alla sprovvista dalla formulazione della domanda. Non si era resa conto che aveva avuto voce in capitolo nella razionalizzazione della sofferenza, che la rinuncia alla fantasia era stata prima di tutto una sua scelta. “Non lo so”.

“Lei pensa che i sentimenti di rabbia la proteggano da lui. Ma non agirà sotto la loro influenza. Come la maggior parte degli esseri umani, lei sa controllarsi. Michael no. Lo ha dimostrato chiaramente quando si è presentato a casa sua l’altro giorno. Anche se non è capace di provare odio né amore, è in grado di fare qualsiasi cosa qualora si senta frustrato o anche solo infastidito. Basta giocare con il fuoco, Ana. Stia lontana da lui”,Emmert la mise nuovamente in guardia. FINE

Tratto da The Seducer di Claudia Moscovici

Non racconto come va a finire il romanzo perché spero di avere l’occasione, un giorno, di tradurlo e farlo pubblicare in italiano. Al pari dei manuali di psicologia e dei testi che descrivono i tratti comportamentali dei soggetti disturbati, la storia di Ana e Michael, basata sulla devastante esperienza che Claudia Moscovici ha vissuto in prima persona, presenta tutte le dinamiche che contraddistinguono le relazioni tossiche e malate. Violenze che si possono fermare all’inganno, al tradimento, all’insulto e alla nostra devastazione emotiva o che possono andare oltre, mettendo in pericolo la nostra vita o ponendovi addirittura fine.

Astra

 

 

 

4. La preda perfetta

 

Dopo la prima seduta di analisi con il dottor Emmert, Ana iniziò a ragionare e ad unire gli infiniti pezzi del puzzle che era la relazione con Michael. Purtroppo, come sanno ormai alla perfezione tutti coloro che frequentano questo blog, non è facile liberarsi di un predatore sociale. Poco dopo l’inizio della terapia individuale, Michael si ripresentò a casa di Ana per riaggiustare le cose e risalire sulla giostra. Ma si trovò di fronte una persona che stava lentamente acquisendo consapevolezza, non più manipolabile e controllabile, una donna diversa. Questo lo mandò su tutte le furie e alle violenze verbali, tipiche di questi personaggi, seguì un attacco fisico vero e proprio. Riprendiamo la lettura di The Seducer:

Segue dalla terza parte

“Si è presentato a casa mia e ha bussato alla porta due giorni fa, nel primo pomeriggio. Non  ho aperto, ovviamente. Non sono stupida. Ho solo comunicato con lui attraverso il vetro accanto all’ingresso”, disse disegnando un rettangolo nell’aria. “All’inizio era carino, il Michael che conoscevo. Piccola qui, piccola là, piccola giù e piccola su... Ma io non sono più la sua piccola quindi mi sono rifiutata di aprirgli”.

“Brava”, convenne Emmert.

“Ma non è stato tanto questo a dargli fastidio. Cosa lo ha fatto uscire di testa è stato che non gli credessi più. Che non fossi più manipolabile e abbindolabile”.

“Cosa le ha detto?” chiese lo psichiatra.

“Le solite bugie. Che mi ama. Che sono la donna della sua vita. E la cosa mi ha fatto veramente infuriare”.

“Cosa l’ha mandata su tutte le furie, in particolare?”

“Il fatto che ha continuato a provare ad ingannarmi anche una volta essere stato completamente smascherato”,disse Ana.

“Forse non ha pensato di essere stato smascherato”, rispose Emmert. “Perché, tanto per cominciare, nella sua testa non ha mai indossato una maschera. Probabilmente si sente tradito”.

“Lui si sente tradito? E cosa dovremmo dire io, Rob e Karen?”, controbatté Ana.

Emmert si strinse nelle spalle. “Fondamentalmente a Michael non importa di nessuno di voi. Lui vede le cose solo dal suo punto di vista. Dalla sua prospettiva, lo ha offeso. Dopotutto, era pronto a lasciare la fidanzata per lei”.

“Come può sentirsi tradito se a lui non importa di nessuno se non di se stesso?”, chiese Ana, perplessa.

“Bè, non è il tipo di tradimento che intende lei o che intendono Rob o Karen”, spiegò Emmert. “Per la maggior parte delle persone, il tradimento è la violazione della fiducia nell’ambito di una relazione intima. Per gli psicopatici, invece, significa qualcosa di completamente diverso. Dal momento che non sono capaci di formare legami emotivi autentici con gli altri, non sanno nemmeno cos’è la violazione della fiducia. Per fidarsi di una persona, bisogna sentirsi intimo, vicino a lei. Gli psicopatici, tanto per cominciare, non si sentono vicini a nessuno, intimamente parlando. Per loro il tradimento è piuttosto una violazione del loro controllo su certi individui, specialmente quelli su cui avevano ascendente. Dal momento che lei è scappata al suo controllo, dalla sua prospettiva distorta, Michael non pensa di averla trattata male. E’ più probabile che creda che sia stata lei a trattare male lui”.

Ana ricordò con quale disprezzo Michael parlava dei suoi genitori quando si permettevano di muovergli qualche critica. Sembrava particolarmente colpito dalla disapprovazione da parte della madre. Dopo tutto, era quella che lo gloriava di più. “Ma è proprio questo il punto. Ha trattato male me e tutti quelli vicini a lui”, replicò Ana, argomentando contro Michael nella sua testa. “Tutto di lui è stata una finzione. Tutto”. E contò sulle dita. “Il fatto che potesse amare. Il fatto che potesse avere a cuore un altro essere umano. Il fatto che potesse essere fedele e onesto. Il fatto che sarebbe stato buono con me e i miei figli. E’ incapace di essere buono con chiunque. E’ uno psicopatico”.

“Sì, ma lui non lo sa”, specificò Emmert. “Proprio come incontra serie difficoltà a legarsi agli altri, allo stesso modo Michael ha un legame superficiale con il proprio sé. E’ troppo carente di autoconsapevolezza per accorgersi delle dinamiche del suo disturbo”.

Ad Ana tremava la mano, che teneva appoggiata sull’addome. “Non mi ha mai amata”, disse.

“No, non la amava,” concordò lo psichiatra. “Per un periodo ha visto in lei il soddisfacimento delle sue fantasie sessuali. Quella che gli psicologi chiamano la fantasia della donna onnidisponibile. Una donna che si fa fare tutto, sempre eccitata, sempre disponibile a soddisfare i desideri di un uomo, sempre arrendevole alle sue volontà”.

“Io sono stata solamente me stessa”, rispose Ana, sentendosi lontana da una donna del genere. “Sono sempre stata vera con lui”.

“Sicuramente”,commentò Emmert. “Ma una volta che avete messo al corrente i rispettivi partner della vostra storia, gli ha fatto mostrato un’altra parte di lei.  Una che sì, era reale, ma che a lui non piaceva così tanto. Lei ha reagito normalmente al trauma che stava creando a se stessa e alla sua famiglia. E’ diventata difficile e depressa. E una volta che è fuoriuscita la vera Ana, l’interesse di Michael nei suoi confronti è scemato. Perché una donna nervosa e triste è molto meno divertente. E se diventa meno divertente è facile che lui decida di andarsi a prendere altrove quello che gli serve”.

“Durante le ultime settimane insieme”, raccontò Ana, “Michael iniziò ad essere molto prepotente. Quando mi corteggiava, mi lusingava e mi riempiva di regali, non realizzavo quanto potesse essere dispotico”.

Emmert sorrise. “E’ strano che non lo vedeva prepotente nel corso del nostra prima seduta. Quando suo marito lo descriveva in questo modo, lei si metteva sulla difensiva e prendeva le sue parti. Cosa è cambiato nella sua testa?”

Anna si rivolse a lui con franchezza. “Ho smesso di difenderlo con gli altri solo una volta che ho smesso di difenderlo con me stessa. Ho iniziato a vedere Michael per quello che è. Un prepotente, un maniaco del controllo e un perverso”, aggiunse. “Una volta che la nostra relazione ha iniziato a sfilacciarsi mi ha sorpreso quanto parlasse di sesso. Qualsiasi cosa girava intorno al sesso per lui. E lo considerai un brutto segno”.

“Giusto. In effetti, lo era”, confermò lo psichiatra. “Significava che lui era noncurante degli altri aspetti della vita. Non sarebbe stata certo una base solida per un matrimonio o per qualsiasi legame serio. E soprattutto voleva dire che la persona”, spiegò, “era meno importante dell’atto. Perché l’atto si può fare con chiunque”.

Sopra pensiero giocò con la fede, che si era rimessa al dito pochi giorni prima. “Vede”, disse in modo molto misurato, come se stesse parlando a se stessa, “il fatto di stare insieme con passione ha mascherato un pò la dipendenza sessuale di Michael”. Perché è normale che gli amanti siano presi dal sesso e dal piacere, è la norma. Ma una volta che abbiamo iniziato a pianificare il nostro futuro insieme, mi aspettavo di che uscissero fuori altri lati di lui”.

“Tipo?”

“Bè l’interesse per i miei figli, per esempio. E anche verso di me, sia dal punto di vista delle questioni pratiche della vita che di quelle affettive. Ma non ho visto niente di tutto questo. In circostanze differenti e sicuramente più complesse, ho visto il solito Michael fissato con il sesso ma privo dei tratti migliori, come il magnetismo, il senso dell’humor, la generosità e la pazienza, che andarono a farsi fottere”.

“E’ perfettamente normale”, sottolineò Emmert, “per una persona così anormale, intendo. Michael vive esclusivamente per la propria gratificazione. Nient’altro conta per lui”.

“Sì, ma all’inizio non me ne ero accorta”.

“Non ha voluto accorgersene”, la corresse lo psichiatra. “La miopia, infatti, fu una delle cose che lo attrasse a lei”.

“Cosa vuol dire?”

“Allora, all’inizio della relazione, lei fece credere a Michael che fosse vulnerabile e che non c’erano paletti ben delineati. Si confidò subito con lui dei suoi problemi matrimoniali. Acconsentì a divorziare da Rob nonostante perplessità consistenti. Questo comportamento, insieme al suo concedersi poco per volta, pezzetto per pezzetto, hanno dato a Michael l’impressione che sarebbe stata una preda perfetta”.

Anna non potè fare a meno di sorridere al pensiero della sua immagine con la parola “preda” stampata sulla fronte.

“Era sufficientemente misteriosa per costituire una sfida per lui, che poi si è rivelato quello che nella relazione ha preso il comando”, proseguì Emmert. “Con il minimo sforzo e un po’ di astuzia ha potuto fare con lei quello che ha voluto. Ecco perché fino a quando ha posto sufficiente resistenza per stimolarlo, ma non abbastanza per deludere i suoi desideri, l’ha vista come l’appagamento delle sue fantasie”, Emmert sintetizzò a perfezione la dinamica della storia.

C’era qualcosa nel comportamento di Michael che, col senno di poi, per Ana era ancora più fastidioso del fatto che lui preferisse la fantasia alla realtà. “Sa dottore, credo che se anche non fossi stata sposata con figli, anche se fossi stata la donna onnicomprensiva di cui ha parlato, Michael mi avrebbe ugualmente tradito e alla fine lasciato, come ha fatto con Karen. Onestamente”, disse Ana sbattendo le palpebre, come se volesse convincere lo psichiatra della sua sincerità, “credo che anche se potessi magicamente impersonificare una Miss Universo diversa ogni giorno, si stancherebbe di me uguale. Perché, come sono arrivata a realizzare, Michael ha bisogno di tradire, di mentire, della varietà e del rischio per sentirsi vivo. E così preferisce il tabù del sesso fuori della stanza d’albergo piuttosto che dentro, anche se ha già pagato la stanza. Prospera nella trasgressione”.

“Non è mai un buon segno quando l’entusiasmo in una relazione è provocato più dalle situazioni che dalle persone”, commentò Emmert.

“Ma non l’ho vista in questo modo fino che lui non si è raffreddato nei miei confronti, dopo aver detto a Karen di noi. Tutto sommato, è stato sempre abbastanza tollerante durante le discussioni sul divorzio quando era ancora in piena fase di seduzione. Ma una volta che abbiamo detto ai nostri partner della storia, lo stimolo a restare paziente con me tutt’un tratto si è spento. E’ stato allora che ho iniziato a vedere il vero Michael, un uomo egoista, calcolatore, disonesto, manipolatore e gelido”.

“Non si esprimeva in questo modo negli ultimi incontri. Sembra che più pensa al passato con Michael, più severo diventa il giudizio nei suoi confronti”.

“E’ perché ora ho il beneficio, se così si può chiamare, del senno del poi”.

“E prima non lo aveva, quando è venuta qui con suo marito qualche settimana fa?”

Anna si sentì obbligata a rivedere la sua posizione. “Mi ci è voluto un po’ di tempo per accettare cosa era successo. Perché per la maggior parte della storia, fino alle ultime settimane passate insieme, mi aveva convinta che mi amava”, disse di nuovo con amarezza nella voce. “Parte di me ancora non può credere che Michael è quello che si è dimostrato. Voglio dire, ha finto tutto? La sensualità, la passione, l’interesse per l’arte e la letteratura?”

Emmert si strinse nelle spalle. “Non lo so, ho dubbi in proposito. Non ho mai incontrato uno psicopatico che non ha fatto esattamente quello che ha voluto. Sospetto che abbia voluto essere d’ispirazione alla sua arte e qualsiasi altra cosa abbia fatto con lei. Ma che l’interesse di Michael fosse autentico al tempo non è rilevante. L’unica cosa che conta è che lui era nella relazione esclusivamente per il proprio vantaggio”.

Ana ci riflesse su un momento. “Ma cosa poteva volere da me? Non sono ricca né famosa, come Rob ha avuto gentilmente modo di sottolineare”.

“E’ uno dei motivi che lo hanno spinto a prenderla di mira. Lei è un’aspirante artista. Gli psicopatici generalmente cercano persone con vulnerabilità delle quali potersi approfittare”.

Questa spiegazione ad Ana non tornava del tutto. “Ma non ho bassa autostima, almeno non come Karen. Se non altro, Rob dice che sono troppo presa dalle mie ambizioni artistiche”.

“Sicuro”, confermò Emmert. “Ma essere presa dalla sua arte non esclude il fatto che abbia bisogno di validazione esterna. Infatti, è proprio ciò che stava cercando, giusto? Qualcuno che la incoraggiasse a dipingere come voleva e che le dicesse che stava andando bene”.

Ana annuì con la testa, riconoscendo il richiamo di Michael. “Soprattutto”, proseguì sulla linea di pensiero dello psichiatra, “volevo qualcuno che mi dicesse che non era proprio fondamentale che lo facessi. Almeno non nel significato convenzionale del guadagno di fama e celebrità, che invece sembra così importante a Rob e praticamente a tutti gli altri. Volevo un uomo che mi amasse per quello che ero”.

“Non era proprio quello che disse a Michael che suo marito non faceva?”, chiese Emmert. “Gli ha mostrato il suo punto debole sin dall’inizio. Lui sapeva perfettamente che fino a quando l’avesse supportata come gli altri non facevano, avrebbe potuto chiederle qualsiasi cosa in cambio”.

“Ma cosa voleva esattamente da me”, chiese Ana?

“Voleva potere. Lo ha detto lei stessa. Voleva decidere come si dovesse vestire, quando lo dovesse vedere, come dovesse fare l’amore e persino cosa dovesse dipingere. Gli psicopatici non fanno mai niente per nessuno gratis. Fanno affari, non vivono relazioni”, chiarì lo psichiatra.

“Ed io cosa avrei guadagnato da questa transazione?”, chiese Ana.

“Questo lo può dire soltanto lei”, concluse Emmert. SEGUE

Tratto da The Seducer di Claudia Moscovici

Traduzione Astra

3. L’ombra della negazione

 

Continua dalla seconda parte.

“Se fosse diventata la compagna di Michael” disse Emmert dopo la metafora del serpente, “si sarebbe presto accorta della differenza tra il legame di dominio che le aveva imposto e l’amore vero”.

“La sua fidanzata non se ne è accorta. Lo ama ancora”, fu l’unica difesa che Ana si sentì di formulare.

Emmert alzò le spalle. “Le donne che rimangono con uomini del genere di solito soffrono di bassa autostima o hanno una specie di complesso del martire”.

“E’ Karen!” Ana annuì con entusiasmo. “Fa tutto il possibile per fargli piacere, tutto”,enfatizzò”.

“E guarda com’è stata ricompensata amorevolmente per i suoi sforzi”, intervenne Rob.

“Ma Rob, nemmeno Karen è giusta per lui”, obiettò Ana. Ricordò ciò che le disse Michael durante uno dei loro primi incontri, quando si confidavano come amici di vecchia data. Le raccontò che indipendentemente da quanto impegno lui mettesse nella relazione, Karen rimaneva poco espansiva. “E’ fredda e distante”.

“Questo lo dice lui…”, commentò Emmert. “Lei ha appena detto che Karen fa tutto il possibile per accontentare Michael”, e sottolineò la contraddizione.

“E’ vero”, rispose Ana stringendosi nelle spalle, consapevole che non c’era nulla da dire in grado di giustificare l’incoerenza. “Fa tutto il possibile. Ma è un dato di fatto, non è una donna coinvolgente. Come ha detto Michael, non possiede le qualità in grado di renderlo felice”, disse con convinzione. “Può anche metterci tutto l’impegno del mondo, rimane non abbastanza intrigante e sexy”.

Rob scosse la testa. “Quando dici queste cose, Ana, non riconosco la donna intelligente di cui mi sono innamorato. Tutti gli uomini che tradiscono dicono le stesse cose delle mogli. Sono solo parole. Frasi precotte e scuse banali”. Emmert sorrise, tra l’ironico e il cinico. “Cercherò di andare nella direzione di Rob ma passerò da un’altra strada.” Lo psichiatra provò a farla ragionare. “Non crede che se fosse diventata la compagna di Michael sarebbe andata a sbattere contro lo stesso muro?”, domandò.

“Forse…”,mormorò Ana, appoggiandosi le dita sulla fronte come per riordinare i pensieri. “La nostra relazione alla fine è diventata così caotica e tormentata che non sono più in grado di dire chi era colpevole e di che cosa”, disse cercando di alleggerire il quadro della situazione.

Vedendo riaffiorare in Ana le tipiche ombre della negazione, Emmert giunse le mani e cercò di riportarla con i piedi per terra. “Mi tolga una curiosità. Perché credeva a tutto ciò che le diceva quell’uomo? Perché ha accettato la sua versione della storia su Karen? Michael le ha mai dato una ragione valida per fidarsi di lui?”, e tornò all’approccio socratico che sembrava produrre maggiori frutti.

Ana si appoggiò leggermente sulla sedia. “Non era solo quello che diceva”, spiegò, “ma come lo diceva. Parlava con questa voce calma, suadente, e mi guardava dritta negli occhi. Era davvero ipnotico. Ad ogni modo, sembrava molto sincero. Non dimostrava alcuna agitazione, non distoglieva mai lo sguardo, nessun nervosismo, insomma non succedeva nulla di quello che generalmente accade quando le persone mentono”.

“E’ proprio questo il punto! Il fatto che quest’uomo riuscisse a mentire con la stessa facilità con cui normalmente si respira ti avrebbe dovuto far scappare da lui più velocemente possibile”, intervenne Rob.

“E’ come se le furbizie di Michael le oscurassero la ragione”, disse lo psichiatra. “Era così distratta dalla sua naturalezza nel dire le cose che non prestava abbastanza attenzione al loro contenuto. Se aveva capito che Karen era incompatibile con lui e non sarebbe riuscito ad amarla, allora, perché non la lasciava”?

“Gli ho fatto questa domanda un sacco di volte”.

“E..?”

“Non mi ha mai dato una risposta convincente”.

“Perché non poteva ammettere che voleva prendere per i fondelli entrambe e chissà quante altre”, disse Rob, vicino a perdere la pazienza per l’ingenuità della moglie che sconfinava quasi nella stupidità. Non è l’Ana che conosco, pensò, provando ancora una volta la sensazione che questa esperienza l’avesse completamente cambiata, facendola quasi tornare un’estranea.

“E cioè, come le rispondeva?”, domandò Emmert.

“Mi diceva che non voleva restare da solo”, Ana rispose meccanicamente, come se stesse pronunciando una frase in un’altra lingua e stesse esprimendo un concetto che non comprendeva alla perfezione.

Lo psichiatra sorrise con l’aria di chi la sa lunga. “Mi rendo conto. E, visto che Michael già aveva lei e non era per niente da solo, quella spiegazione non le sembrò un po’ strana?”

“Certo”, ammise Ana, “ non capivo proprio perché restasse con una donna che non amava più”.

“Forse perché ha sempre bisogno di avere qualcuno da controllare e manipolare”, Emmert diede la sua interpretazione della cosa. “Le conquiste sessuali potrebbero non essere sufficienti”.

Per Ana bisognava dare al discorso una direzione positiva, le spiegazioni fornite da Emmert smontavano sistematicamente il suo ex amante. “All’inizio Michael mi diede una risposta che, al tempo, poteva avere un senso. Mi disse che era un inguaribile romantico, proprio come me, e che era quello il motivo per cui non aveva mai perso le speranze di recuperare la relazione con Karen. Immagino che stesse ancora provando a farla funzionare”, suggerì con ironia, visto che questa risposta non la convinceva più.

“Tradendola e mentendole?” chiese il dottore Emmert, inarcando le sopracciglia. “Le sembra questa una risposta minimamente plausibile?”

“Sicuramente sì, visto che è esattamente come Ana si è comportata nei confronti della nostra, di relazione!”, si inserì Rob.

Ana non sapeva come rispondere. Non poteva difendere il comportamento di Michael. Non poteva difendere nemmeno il proprio, a dire la verità.

Emmert realizzò che erano giunti a un punto morto. “Mi sembra che si trovi imprigionata nelle classiche maglie della negazione”, osservò lo psichiatra dando una rapida occhiata all’orologio. Doveva chiudere la seduta nei pochi minuti che rimanevano a disposizione. “Purtroppo, per ragioni che solo lei può sapere, si sta aggrappando a un’immagine idealizzata di Michael e della relazione. La cosa rende praticamente impossibile, per lei e suo marito, lavorare con efficacia sul vostro matrimonio”.

“E’ quello che le vado dicendo e che mi ha spinto a portarla qui”, commentò Rob. La seduta con lo psichiatra però non era stata così di aiuto come aveva sperato. Si era sentito ignorato e quell’incontro si era incentrato su Ana e sul suo ex amante, più che sul loro matrimonio.

“Fino a quando sarà convinta che è Michael il metro di giudizio, il modello a cui riferirsi per ammirare o disprezzare tutti gli altri uomini, compreso suo marito”, disse Emmert, “non può pensare di migliorare la relazione con Rob”. Lo sguardo dello psichiatra si spostava da Ana al marito e viceversa. “Quindi, se siete interessati a proseguire gli incontri con me, vi consiglio questo esercizio: pensate a ciò che manca nel vostro matrimonio che vi piacerebbe raggiungere insieme. Inoltre”, questa volta si rivolse esclusivamente ad Ana, “chieda a se stessa cosa manca a Michael per essere il compagno ideale. In altre parole, continui a lavorare sulla fantasia della storia d’amore perfetta. Perché, come ha iniziato a capire, la relazione con lui non era proprio perfetta come aveva inizialmente creduto. In realtà, per certi aspetti, era l’opposto di ciò che credeva”.

Ancora una volta Ana sentì che lo psichiatra, suo marito e probabilmente chiunque altro non fosse passato attraverso un’esperienza del genere non avrebbe potuto capire le cose.

“Dottore, lei intende dire che sono stata cieca, che non ho voluto leggere attraverso la personalità di Michael, e per un certo verso è vero, lo sono stata. Ma le cose non sono così semplici quando ci si trova dentro. Mi spiego, quando un uomo ti riempie di affetto e attenzioni per mesi, è difficile vederlo come egoista e cattivo”.

“Non sto dicendo che è stata cieca”, ribatté Emmert, serafico. “Ma chiaramente ha ignorato i segnali di allarme che avevano rivelato sin da subito il profondo egocentrismo e l’insensibilità di Michael”. Lo psichiatra sembrò perdersi nei suoi pensieri per qualche istante. “Se devo dirla tutta”, concluse, “più sento parlare di Michael, più mi convinco che è un esempio da manuale“.

Ana avrebbe voluto chiedergli di quale manuale pensava fosse un esempio, ma Emmert continuò, sembrando di voler chiudere in fretta. “Sentite, il tempo che abbiamo a disposizione è quasi finito”, informò la coppia, facendo capire che l’incontro stava per concludersi. “Ma da quello che mi ha raccontato di lui”, disse dando uno sguardo agli appunti, “Michael sembra essere seriamente carente delle due qualità fondamentali per amare: la capacità di formare legami emotivi con gli altri e l’empatia. Senza formare legami emotivi autentici, le persone non hanno forti motivazioni per restare insieme nel tempo. Non sentono il bisogno l’uno dell’altro quando sono vicini, né la mancanza quando sono distanti. Inoltre, senza empatia, senza cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altro e averne a cuore i sentimenti, queste persone mentono, tradiscono, imbrogliano e manipolano il prossimo con facilità, per profitto o per puro divertimento”, osservò lo psichiatra, curioso di vedere le reazioni di Ana a queste osservazioni. “Le suggerisco di leggere qualche libro di psicologia”, annotando tre titoli su un biglietto che le porse. “Non deve leggerli dall’inizio alla fine. Dia una letta alle parti che le sembrano più interessanti. Questi testi la aiuteranno a riconoscere alcuni tratti della personalità di Michael. Dopo aver letto questa roba, sarà ancora più difficile per lei vederlo come compagno ideale”.

“Grazie”, Ana prese il biglietto e se lo infilò in tasca, proprio dove aveva messo il numero di telefono di Michael il giorno in cui si erano conosciuti.

“Volete fissare un altro incontro con me?”, chiese Emmert alla coppia.

Rob sembrò a disagio. Non credeva di poter sostenere un’altra dettagliata analisi delle romanticherie di sua moglie con un altro uomo.

“Forse sarebbe più utile prevedere alcuni incontri individuali”, rispose Ana, dopo essersi scambiata una veloce occhiata con suo marito, che sembrava esitante. “Prima che Rob e io possiamo lavorare sul nostro matrimonio, ho bisogno di risolvere il problema Michael”.

“E io preferirei non partecipare a questa fase” si affrettò ad aggiungere Rob. “Ho ascoltato più di quanto mi interessasse sapere di quest’uomo”.

“Allora pensate a come organizzare la cosa e ci risentiamo per fissare un appuntamento, d’accordo?”, propose Emmert.

“Va bene”, convenne Ana.

Quando si trovarono soli nell’ascensore, lei disse: “E’ lineare e ricco di buon senso!”. Era piacevolmente sorpresa dalla scoperta che a volte anche i pregiudizi, e non solo le idealizzazioni, potevano dimostrarsi sbagliati.

“Sì, è bravo. Ma pensavo ci aiutasse a lavorare sul nostro matrimonio, non a ridiscutere la tua storia sordida”, rispose Rob meno entusiasticamente.

“Come ha detto il dottor Emmert, non possiamo fare una cosa senza l’altra”, rispose sua moglie. SEGUE.

Tratto da The Seducer di Claudia Moscovici

Traduzione Astra

2. La metafora del serpente

 

Segue dalla prima parte

Emmert sorrise e tentò di portare Ana a questa antipatica conclusione in modo più morbido, ripercorrendo le sue esperienze. “Ha detto fino agli ultimi giorni oppure fino alla fine” osservò. “Michael cambiò comportamento con lei”?

“Sì. Nelle ultime settimane, proprio dopo aver messo al corrente della storia i rispettivi partner, “con me divenne molto più freddo e prepotente. Ma sicuramente perché anche io divenni lunatica, dal momento che far male alla mia famiglia mi provocava sofferenza. Tutti abbiamo attraversato un momento difficile durante quelle ultime settimane, per ovvie ragioni”, disse Ana senza voler colpevolizzare il suo amante.

“Le ragioni sono ovvie!”,intervenne Rob. “Quando si è trattato di affrontare un problema reale, il tuo fidanzato ha mostrato i veri colori”.

“Sono sicuro che le difficoltà che ha dovuto affrontare con la sua famiglia hanno contribuito al cambiamento del comportamento di Michael nei suoi confronti”, commentò Emmert, cercando di prendere una posizione intermedia nonostante la simpatia nutrita per Rob. “Ma sospetto che abbia solo accelerato le cose”. Ana lo fissò con perplessità. “Vale a dire che il bastone sarebbe probabilmente arrivato a tempo debito, una volta finita sotto il suo totale controllo. Perché il comportamento manipolativo e controllante, che è quello che ha descritto finora, tende ad aumentare di grado con il tempo”.

“E’ quello che ho provato a spiegarle”, intervenne Rob. “Quell’uomo è un bullo”.

Ana aveva voglia di contraddirlo ma, questa volta, soppresse l’istinto. “Possibile”, rispose ed espirò lentamente. Era più una doglianza che un’affermazione. “So solo che temevo che se avessi continuato a rifiutare di sposarlo, Michael mi avrebbe lasciato. Spesso mi diceva che ero insostituibile e che il nostro amore era speciale. Invece mi sentivo che se avessi fatto qualcosa che non incontrava il suo gradimento, la punizione sarebbe stata sproporzionata all’offesa, come si suol dire”.

“Questo senso del diritto costituisce la base della violenza psicologica”, disse Emmert, buttando giù qualche appunto. “Le persone che controllano vogliono sempre comandare. Le loro pretese prendono la forma di richieste gentili. Ma, alla fine, non si tratta di richieste, perché quando non fai quello che chiedono, si vendicano”, si fermò per un momento e poi aggiunse, risvegliando i ricordi di Ana, “con menzogne, tradimenti o facendo qualsiasi cosa in grado di provocare sofferenza”.

“Non che tu non sia capace di comportarti in quel modo da sola”, Rob rivoltò la situazione su sua moglie.

“Capisco che non sono proprio un angelo”, ammise Ana prontamente, “ma quello che sto cercando di descrivere è qualcosa di diverso e…” guardò smarrita intorno a sé alla ricerca della parola giusta, “…più generale”. La spiegazione dello psichiatra era per lei ricca di significato. “Come ha detto il dottor Emmert, Michael aveva uno spiccato senso di diritto verso chiunque e qualunque cosa. Viveva secondo le proprie regole, che stabiliva volta per volta”, e cambiò leggermente posizione sulla sedia. Smise di parlare e guardò fuori, dove la luce era grigia per l’insolita foschia di quel giorno di primavera che sembrava andare d’accordo con le sue apprensioni e il suo umore malinconico e poi si rivolse di nuovo allo psichiatra. “Anche all’inizio, quando Michael era molto carino con me, qualcosa nel suo comportamento mi portava a credere che il suo affetto fosse totalmente soggetto a condizioni”.

“…per farti fare tutto quello che voleva”, suo marito terminò la frase.

“O quasi”, Ana convenne con prudenza. “ Voleva certamente che le cose andassero come diceva lui, quasi in tutto. Provò addirittura a dirmi come dovessi vestirmi quando ero con lui. E cioè con gonne corte o miniabiti. Mai pantaloni o jeans, nemmeno quando fuori faceva freddo”. Ana provò vergogna ad ammettere che una donna adulta prendesse istruzioni da un uomo su come dovesse vestirsi. Ma durante i mesi in cui Michael la corteggiava, ricordò, era difficile che si sentisse spinta a fare qualcosa contro la sua volontà. Più che altro, si sentiva come una fidanzata viziata che accontentava il suo uomo con piccoli favori che, in realtà, divertivano ed eccitavano entrambi.

“Vede Ana”, affondò Emmert, “Questa forma di condizionamento può essere ancora più potente del predominio diretto”.

“E’ che quando il suo controllo si esprimeva nella forma di amorevolezza o di affetto, per me era difficile riconoscerlo come una manifestazione di abuso”, rispose Ana.

“Sicuro. Ma quando lei faceva tutto ciò che Michael voleva, lui si comportava bene con lei”, spiegò lo psichiatra. “E’ stato quando ha smesso di farlo che, presumo, ha visto i suoi veri colori. L’uomo dietro la maschera, in altre parole”.

“Non c’era nessuna maschera!” protestò Ana. “Michael era innamorato di me davvero”.

“Non lo metto in dubbio”, commentò Emmert. “A modo suo…”

Ana lo guardò, incuriosita da questo modo di dire che anche lei aveva usato tante volte. “Cosa intende dire”?

Lo psichiatra si sporse in avanti sulla sedia e la scrutò negli occhi. “Ha mai desiderato follemente un gioiello?”, le chiese. Quando Ana entrò nella stanza, Emmert aveva notato che indossava un anello con un diamante, un paio di orecchini di acquamarina e un ciondolo con la stessa pietra.

“Vuole sempre gioielli”, commentò suo marito. “Per ogni occasione, a Natale, per il suo compleanno, a San Valentino, per il nostro anniversario e via dicendo. Chiede sempre gioielli”, osservò Rob, con la mano al portafoglio.

“Lo ammetto”, disse Ana sorridendo. “Che dire? So cosa mi piace, ecco”.

“Ma se ogni gioiello le piace così tanto, allora, perché continua a volerne altri?”, la incalzò Emmert.

“Perché ogni pezzo mi piace più dell’altro”.

“Bene, è esattamente questo il modo in cui Michael desidera le donne. Come possessioni. Il desiderio di possedere lei, Ana, era abbastanza autentico ma superficiale, senza badare tanto alla sua serenità e alla sua felicità. Nel giro di qualche giorno, settimana o mese dopo essere andata a vivere con lui, si sarebbe fissato su qualche altra novità. Ovviamente, dal momento che non conosco di persona quest’uomo, non posso fare una diagnosi certa. Ma da quello che mi ha raccontato di lui, mi sembra che Michael abbia intensità emotiva priva di profondità”, osservò lo psichiatra.

E’ una spiegazione riduttiva, pensò Ana cercando di proteggere l’integrità dei suoi piacevoli ricordi. “Non sono sicura di approvare completamente l’analogia con i gioielli”, disse. “Quando stavamo insieme, Michael aveva occhi solo per me. Tutta la sua attenzione era concentrata sulla nostra relazione”.

Emmert sorrise con l’aria di chi la sa lunga. “Certo. Questo si addice al quadro psicologico che sto dipingendo. O almeno, non lo contraddice. Le persone come Michael hanno fame predatoria di quello che vogliono. Ultimamente, era lei che voleva. Hanno la sconcertante abilità di concentrarsi su quella persona o su quell’obiettivo escludendo qualsiasi altra cosa o chiunque altro. E questa potente ossessione generalmente dura fino a che non riescono ad agguantare l’oggetto del loro desiderio. Ma una volta che la preda è tra i loro artigli, si stufano. Quando l’interesse sfuma, passano a qualcuno-o qualcosa-di diverso”.

Queste considerazioni fecero riflettere Ana. Si ricordò che Michael si era comportato come se la amasse per tutto l’anno che trascorsero insieme. Cambiò solo quando lei diventò troppo difficile. “A volte mi dico che se non fossi diventata così lunatica e impaziente verso la fine, anche Michael si sarebbe comportato in modo diverso con me”, disse, pensando a voce alta.

“Intendi dire che ti penti di essere rimasta con me?” le chiese Rob, seccato.

“Per niente”, rispose Ana, di nuovo sulla difensiva. Le fu chiaro a quel punto che era difficile trovare il giusto equilibrio in questa seduta di analisi. Non poteva essere completamente onesta con lo psichiatra e, al tempo stesso, avere tatto con suo marito. Optò per l’onestà senza la quale, si rese conto, la terapia sarebbe stata inutile. Ma anche provocare Rob non avrebbe aiutato. Al contrario, sarebbe stato distruttivo per la funzione stessa della terapia di coppia. “E’ solo che il cambiamento di Michael verso la fine davvero mi ha disorientata. E a volte mi do la colpa”, commentò.

“Perché?”, chiese Emmert.

Ana scosse la testa, come se volesse dissipare la foschia. “Mi sento in colpa verso chiunque. Rob, i bambini e anche nei confronti di Michael”, disse.

Rob non poteva credere alle sue orecchie. “Verso Michael? E’ l’unico che ha manipolato e ferito chiunque, te compresa!”.

“Non mi piace dirlo così spesso, ma in questo caso penso che Rob abbia ragione. Posso capire che si senta colpevole verso la sua famiglia”, Emmert disse in modo molto pacato, per addolcire la tensione, “ma mi sembra che provare senso di colpa verso Michael sia una distorsione della coscienza”.

“Lui mi accusò di volermi tirare indietro”.

Il terapista annuì. “E perché lo fece?”

“Perché amo la mia famiglia. E perché temevo le reazioni di Michael”, ammise francamente. “Fondamentalmente, non mi fidavo di lui”.

“Cosa temeva?”

Ana gesticolò in modo contorto. “Verso la fine, divenni timorosa di tutto”. Pensando a come descrivere quella sensazione di insicurezza in modo più preciso si ricordò qualcosa che Michael le aveva detto all’inizio della loro relazione. “La sua prima fidanzata lo definiva un serpente”, disse a voce alta, come se quell’epiteto fosse particolarmente pertinente.

“Era abbastanza realistica” commentò Rob.

“Michael mi ha detto che è stata lei l’unica donna a lasciarlo. Mi sono domandata allora perché lo definiva serpente…”

“Secondo lei, perché?”, Emmert gettò lì la domanda.

Ana guardò fuori dalla finestra cercando un modo che esprimesse efficacemente la sua sensazione. “Perché ho imparato che con Michael non sai mai quando si rivolterà per attaccarti”.

“E allora perché si dà la colpa di averlo lasciato?”, le chiese lo psichiatra.

“Non lo so”, rispose Ana, ancora annegata nella confusione.

“La ragione è semplice”, disse Rob. “Lei era completamente manipolata da quell’uomo”.

“Non sono il cagnolino di nessuno”, protestò Ana.

“Crede che se si fosse comportata diversamente verso la fine, lui si sarebbe comportato bene con lei?”, domandò Emmert, cercando di sgombrare il campo da insulti reciproci.

“E’ quello che speravo. Pensavo che se avessi trattato bene Michael, se lo avessi amato con tutto il mio cuore e avessi fatto del mio meglio per renderlo felice, lui non mi avrebbe mai fatto del male”.

“L’amore non può risolvere sempre tutto, soprattutto se non esiste”, commentò lo psichiatra. “Ma la metafora che lei ha usato è abbastanza valida e può essere di aiuto. Consideri Michael un serpente domestico. Indipendentemente da quanto carina e amorevole possa essere con lui, certamente non gli crescerà il pelo e non diventerà un cucciolo. Prima o poi l’attaccherà”. E lanciò un’occhiata a Rob, che sin dall’inizio gli era sembrata una persona per bene. SEGUE.

Tratto da The Seducer di Claudia Moscovici

Traduzione Astra

1. Bastone e carota

 

Uno dei libri più belli sulla seduzione psicopatica che ho avuto modo di leggere è The Seducer di Claudia Moscovici. E’ un romanzo, in parte autobiografico, sulla tormentata passione che vede protagonisti la pittrice Ana, nome preso a prestito dalla famosa opera di Tolstoj Ana Karenina, e Michael, seducente e pericoloso psicopatico. La travolgente vicenda sentimentale, in cui trovano spazio tutte le dinamiche e le problematiche che affrontiamo ogni giorno in questo blog, mette in serio pericolo, oltre all’incolumità di Ana, anche il matrimonio con Rob e la serenità dei loro figli.

Credo con convinzione che la conoscenza e l’approfondimento dei tratti caratteriali dei soggetti disturbati, come lo studio della dinamica delle manipolazioni, siano ancora più efficaci se acquisiti attraverso la lettura di testi pratici, che richiamano situazioni ed eventi concreti della vita di tutti i giorni.  Anche un semplice romanzo può costituire una fonte straordinaria per lo sviluppo della conoscenza e della consapevolezza del fenomeno delle relazioni pericolose. Ripropongo la traduzione dei colloqui di Ana e Rob con lo psichiatra Emmert, che sono in grado di offrire importanti spunti di riflessione. Il lavoro sarà diviso in più puntate e si partirà con la prima seduta di terapia, quando Ana era ancora nella fase della negazione e della cecità.

Tratto da The Seducer di Claudia Moscovici

“Speravo che Michael ed io non ci stancassimo l’uno dell’altra”, sostenne Ana, pacifica. “Perché la nostra relazione non era fatta solo di piacere reciproco. Era una compatibilità a tutto tondo. Intellettuale, emotiva e psicologica, non solo sessuale.”

“Forse per te, sicuramente non per lui”, fece notare Rob.

“Crede che piacere reciproco e compatibilità siano sufficienti a formare legami stabili e durevoli tra due persone?”, chiese il Dottor Emmert, con fare socratico.

“No, c’è anche bisogno di principi”, rispose Ana.

“E da dove crede che provengano questi principi?” proseguì lo psichiatra sulla stessa linea di ragionamento.

“Dall’etica”, rispose lei.

“Temo che anche l’empatia abbia voce in capitolo”, suggerì Emmert. “Gli scrupoli sono molto legati al sentimento. Bisogna tenere a un’altra persona per potersi mettere nei suoi panni. Visto il comportamento e il modo di essere di Michael, crede che sarebbe stato capace di empatia? Nel tempo, intendo?”

“Impossibile”, Rob rispose al posto della moglie.

“Fino alle ultime settimane insieme Michael è stato molto premuroso”, Ana tentò di ammorbidire la severità di quell’impossibile. “All’inizio mi riempiva di amore e attenzioni. Quando mi sentii scoraggiata per l’estromissione dalla galleria, a differenza di Rob,” e volse al marito uno sguardo di rimprovero, “mi sostenne e mi aiutò a trovare nuove opportunità”.

Rob si girò verso la moglie. “Sei completamente cieca? Non viveva con te, Ana. Non sosteneva te e i bambini. A lui non costava molta energia esserti di aiuto. Ero io a supportarti sul serio! E’ stato grazie a me che hai potuto permetterti di fare l’artista a tempo pieno e tutto quello che hai sempre voluto”.

“Questo è vero”, ammise Anna. Avrebbe voluto aggiungere che anche Michael le aveva promesso di aiutarla, senza farle pesare di voler fare l’artista, anche qualora il mercato dell’arte fosse scemato. Ma le sembrò che, in quel contesto, qualsiasi difesa di Michael fosse fuori luogo. Avrebbe solamente fatto innervosire Rob e indotto lo psichiatra a porre domande ancor più controcorrente.

A conferma della sua sensazione, Emmert domandò: “Michael quando dimostrò di voler fare sul serio”?

Ana fece una breve pausa e avvertì che si trattava di una domanda scivolosa. “Quasi subito” disse. “Ci innamorammo abbastanza velocemente. Non si è trattato semplicemente di una passione istantanea, ma di una cosa ben più profonda. Una compatibilità totale. Pacchetto completo, come diceva Michael”.

A Rob venne voglia di andarsene. “L’unico pacco che importava a quell’uomo era quello che aveva nei pantaloni”, commentò.

“Quanto impiegò a reclamare la consegna a domicilio del pacco in questione con un bel fiocco sopra, e cioè il divorzio da suo marito?” chiese Emmert concedendosi un po’ di umorismo.

“Nel giro di qualche settimana, un mese al massimo,” calcolò Ana, pensando che lo psichiatra stesse dalla parte di Rob. Ma, nonostante questo, a lei piaceva. Almeno non aveva detto a Rob che sarebbe stata una causa persa, anche se lo avrebbe potuto pensare. “Michael provò a convincermi che il nostro amore era speciale e che appartenessimo l’una all’altro. Diceva che la nostra passione non poteva essere divisa. Voleva che diventassimo una coppia normale, che andassimo a vivere insieme senza nascondersi come fanno i prigionieri.”

“E lei, era d’accordo?”

“Al principio, sì. Se non fossi stata già sposata con figli. Ma le nostre circostanze, le mie in particolare,hanno cambiato tutto”.

“Non hanno cambiato proprio niente!” escamò Rob. “Sei andata comunque a letto con lui  e hai distrutto il nostro matrimonio”.

“Non le suonava strano che Michael spingesse per una storia seria in così breve tempo? In fin dei conti, vi conoscevate appena” domandò Emmert, usando un tono più diplomatico.

Ana esitò. “Sì e no. Perché, come ho detto, ci siamo innamorati intensamente sin dall’inizio. Ho trovato un po’ strano che lui non volesse attendere che la nostra compatibilità fosse confermata con il tempo. Ma ho interpretato la cosa come un segno di amore, che era poi come lui mi presentava il tutto”.

“Come hai potuto minimamente immaginare che un tipo che ti metteva pressione per distruggere la tua famiglia volesse il tuo bene, Ana?”, le chiese il marito. “E non ti è venuto il sospetto che un uomo che vuole fare sesso subito si comporti nello stesso modo anche con le altre?” continuò.

“Credo che in questo Rob abbia ragione. La fretta di Michael avrebbe dovuto costituire un segnale di allarme” aggiunse lo psichiatra. “Perché le relazioni sane, quelle normali, hanno bisogno di tempo per svilupparsi”, spiegò. “La maggior parte delle persone non si impegna seriamente da subito, quando in gioco c’è così tanto. Specialmente visto che, come Michael sapeva, era una donna sposata con figli. Una decisione del genere avrebbe avuto conseguenze importanti sulla vita di tutti i componenti della sua famiglia”.

“Ma perché innamorarsi follemente avrebbe dovuto essere un segnale di allarme”?, obiettò Ana. “A volte può essere un segno positivo. Vuol dire che si è fatti apposta l’uno per l’altro”.

“Mi viene la nausea a sentirti dire innamorarsi follemente con riferimento a quello stronzo”, disse Rob.

“A volte le relazioni che sembrano amore a prima vista, come si suol dire, si sviluppano in attaccamenti profondi”, Emmert cercava di restare obiettivo. “Ma, in base alla mia esperienza clinica, un coinvolgimento rapido, magari correlato a un’immediata richiesta di impegno, è davvero un cattivo segno. Di solito, significa che si hanno  emozioni superficiali e che ci si stacca con la stessa velocità con cui ci si lega”.

Ana non era preparata ad accettare una conclusione così negativa. Tra sé e sé pensò che lo psichiatra, come suo marito del resto, non capivano molto delle macchinazioni misteriose che si nascondono dietro alla passione. Ma preferì cercare punti in comune piuttosto che intrappolarsi in un futile dibattito sulla natura dell’amore. “Non ho voluto impegnarmi come mi aveva chiesto Michael perché mi sentivo legata alla mia famiglia. Lui ed io abbiamo avuto frequenti discussioni su questo argomento”.

Rob scosse la testa. “Ci hai dimostrato che l’attaccamento alla tua famiglia non era così profondo, se hai pensato di lasciarci per lui”.

“Non avrei abbandonato i miei figli”, obiettò Ana.

“Ma avresti abbandonato me”.

Ana non seppe come rispondere. Rob aveva ragione. Lei stava pianificando di lasciarlo, nonostante le perplessità.

“E perché ha ceduto alla pressione di Michael?” chiese Emmert.

Ana non rispose immediatamente. Era questa una domanda che si era fatta spesso nel corso della relazione. Ancora non si era data una risposta precisa. “Michael non mi ha mai forzato a fare cose che non volevo. Non mi ha mai ordinato nulla, né mi ha dato mai ultimatum” disse gesticolando con le mani, battendosi contro la vaghezza di ciò che stava provando ad esprimere. “Avrebbe potuto facilmente minacciarmi di trasferirsi a Phoenix con la fidanzata. Ma non lo ha mai fatto, almeno non esplicitamente. Ma avevo il sentore, una sorta di minaccia implicita, che se non fossi andata incontro ai suoi desideri si sarebbe allontanato. Avevo la sensazione che l’affetto reciproco e tutti i momenti trascorsi insieme sarebbero stati cancellati istantaneamente dalla sua memoria, come se non fossero mai esistiti,”rispose Ana ricordando la sensazione di paura che sentiva nel corso della relazione quando pensava all’eventualità di un disaccordo”.

“ E questo come la faceva sentire”?

“Malissimo”, Ana provò un senso di sollievo, di liberazione dalle sensazioni negative del passato. “Mi spiego meglio. Nella maggior parte delle relazioni la differenza tra intimità e distacco non è così grande, si va dal tiepido al freddo”, e indicò una minuscola distanza tra pollice e indice. “Ma con Michael, la differenza era enorme”, disse allargando le braccia. “Quando entravamo in polemica passavamo dal caldo bollente al gelo più totale nel giro di pochi secondi. E a me questo faceva paura.  Così, alla fine, finivo sempre con il cedere alle sue volontà. Perché non lo volevo perdere”.

“Tutto questo è fantastico per il nostro matrimonio!” esclamò Rob, risentito dal fatto che sua moglie avesse utilizzato il termine tiepido riferendosi al loro rapporto.

“Credo di capire cosa volesse dire sua moglie,” Emmert intervenne a favore di Ana per attenuare, ancora una volta, la tensione tra marito e moglie. “Michael non si comportava come un uomo normale. L’ha riempita di attenzione e complimenti, giusto?” Ana annuì con la testa. “Ma solo se faceva quello che voleva”, continuò lo psichiatra. “Che, presumo, avveniva quasi sempre dal momento che ha detto che la trattava bene”.

“E’ così” disse Ana.

Fingeva di trattarla bene”, enfatizzò Rob . “Sono io a trattarla bene, con amore autentico e rispetto. L’ho dimostrato con i fatti, non con parole vuote”, disse rivolgendosi a Emmert.

“Mi sembra che Rob stia facendo emergere un altro punto interessante. Michael la trattava bene a parole”, spiegò lo psichiatra. “Perché le persone come lui si spingono sempre oltre i limiti. Più si cede e più credono che quello che vogliono sia loro dovuto. Apparentemente, quando lei si metteva di traverso, Michael ritirava la sua approvazione. Era una forma di condizionamento pavloviano. Il bastone e la carota”.

“Tranne per il fatto che, per la maggior parte, il bastone era semplicemente la sparizione della carota e la carota era sempre molto dolce”, Ana rigirò l’analogia per darle un significato positivo. “Rob dice che Michael è un despota. Ma a dirla tutta, fino ai nostri ultimi giorni insieme, lui non si è mai comportato in quel modo con me”.

“La carota di Michael era ricoperta di merda”, Rob sintentizzò così la sua personale opinione del rivale. “Ma tu eri talmente innamorata di quell’uomo e lui ti ha riempito la testa di così tante bugie e promesse vuote che, quando ti ha detto che era una caramella, gli hai creduto e ti sembrava anche dolce”. CONTINUA

Traduzione Astra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Violenza sulle donne, Secci: contare fino a 1

 

Nel nostro Paese il femminicidio ha da tempo raggiunto le proporzioni di una strage. Non passa giorno senza la notizia del brutale assassinio di una donna e non c’è mai fine allo stupore e all’angoscia di apprendere che l’uccisore è il partner della vittima. La brutalità di questi crimini stordisce e indigna ogni volta come se si trattasse di omicidi improvvisi, di storie sempre nuove e inedite. Eppure, ogni femminicidio contiene, in filigrana uno schema sottostante, un comune denominatore psicologico di dipendenza affettiva e di sottomissione che riconduce a un canovaccio comune.

Sono almeno quattro i passaggi che, all’interno di una relazione di coppia, preludono al tentato omicidio della partner o al femminicidio vero e proprio:

  • il controllo;
  • l’offesa verbale e fisica;
  • la sottomissione della vittima;
  • il tentato distacco.

Il controllo. Ogni storia di violenza sulle donne é attraversata dal crescente bisogno di controllo del partner. Vuole sapere cosa faccia e con chi stia la “sua” donna in ogni momento della giornata, a chi telefoni, chi siano i suoi amici, anche quelli su Facebook, pretende il controllo del cellulare, a volte anche dell’email. A volte, il partner impone le sue pretese in modo diretto ma più spesso ottiene l’obiettivo generando nella vittima il terrore di attuare comportamenti sbagliati e una conseguente sottomissione tacita. Accade cioè che per non urtare la suscettibilità del partner, la ragazza finisca per auto-limitare la propria libertà: rinuncia alle amicizie maschili, evita ogni frequentazione giudicata negativamente dal carnefice e impara a mentire alle persone più care per nascondere la natura vessatoria del la relazione.

La conseguenza più diretta della sottomissione al controllo è l’isolamento sociale della donna, costretta a legarsi sempre più strettamente al partner come unico riferimento affettivo.

Perciò è fondamentale riconoscere le richieste e i tentativi di controllo come seri indicatori di pericolo, farlo il prima possibile e, soprattutto, opporvisi con fermezza rigettando ogni ricatto e ogni giustificazione con cui il partner cercherà di imporre le proprie regole. Occorre riflettere sul fatto che nessuna relazione è sana quando si basa sul sospetto, sulla sfiducia e sul sacrificio, interiorizzare questo principio e affermarlo all’interno della coppia.

L’offesa verbale, l’abuso psicologico e la sopraffazione fisica. Una relazione letale si sviluppa attraverso episodi di offesa accompagnati da atteggiamenti gravemente svalutanti verso la vittima. Ciò avviene inizialmente con gradualità: il partner cerca di capire sin dove può spingersi nella prevaricazione e, quindi, somministra dosi crescenti di insulti e di vessazioni per ottenere l’assuefazione della partner a condotte violente e inaccettabili.

I primi bersagli sono la fisicità e la sessualità della vittima. Commenti sulla forma fisica e sul modo di vestire e attacchi sulla sua disponibilità sessuale costituiscono il prologo di una storia che continua nel l’abuso psicologico e che vede la donna soccombere a offese sempre più pesanti e insistenti sulla sua intelligenza e personalità.

L’esito frequente di questo sistema è che la vittima finisce per convalidare l’immagine negativa di sé fornita dal partner: si convince che, in fondo, lui ha ragione a considerarla una nullità e a comportarsi di conseguenza. Il momento in cui la relazione lambisce pericolosamente il confine dell’aggressione fisica e dell’omicidio, arriva quando la donna é esausta e cerca tardivamente di sottrarsi alla dipendenza dal suo aguzzino, ormai instaurata come un dato di fatto.

Per questo, bisogna bloccare sin dall’inizio ogni forma di insulto verbale e di svalutazione ricevuti dal partner. Imparare a dirsi che nessuno, e meno che mai la persona con cui si intrattiene un rapporto sentimentale, può arrogarsi il diritto di aggredire, di insultare e di colpire. Occorre fermare immediatamente e senza attenuanti il partner e respingerlo senza appello. Invece, l’errore ricorrente negli amori criminali è il tentativo della vittima di “entrare nella mente del compagno”, di cercare a tutti i costi spiegazioni e chiarimenti e di illudersi di poter ricomporre la relazione diventando più comprensiva.

Contare sino a 1. Uno è il numero della salvezza. Contare sino a uno vuol dire che alla prima offesa grave, al primo spintone, schiaffo, pugno o calcio la relazione deve concludersi e la donna deve sottrarsi al ruolo di vittima in modo fermo e inappellabile. Vale lo stesso per condotte di controllo e violente scenate di gelosia: conta sino a 1 e scappa, interrompi ogni contatto, cancella per sempre quella specie di amore. Non ci saranno ‘metà culpa’, lettere, sms, mazzi di rose, regali o promesse, pianti, implorazioni che tengano. Qui il vero nemico della donna è la tendenza a offrire nuove possibilità continuando a dialogare col suo potenziale assassino mentre si auto-illude di un cambiamento possibile.

Cercare aiuto. Contare sino a 1 vuol dire anche cercare aiuto al primo episodio di violenza, parlarne, dichiararlo, raccogliere opinioni e consigli di parenti e amici. Ovvero, evitare di proteggere il partner e cercare di ‘coprirlo’, come invece succede sistematicamente nelle storie di abuso relazionale. Purtroppo, la vittima patisce un’alterazione del senso di realtà, è essa stessa prigioniera di un sistema affettivo distorto che la avviluppa e che la spinge, impulsivamente, a cercare soluzioni diverse dalla totale astinenza dal rapporto. Inoltre, in alcuni casi, la dipendenza psicologica è sostenuta da condizioni di dipendenza economica e, quando la coppia a figli, dal desiderio di proteggere la prole dal trauma della separazione.

Impara a dirti che non sei sola, a ripeterti che non sei tu a sbagliare ma che ci sono uomini che come il tuo ‘tuo’ attivano dinamiche patologiche e ti ammalano, ti infettano. Non é un amore ma una malattia potenzialmente mortale che si può e si deve curare.

Una strage silenziosa. C’è poi una strage silenziosa, certamente più ampia di quanto testimoniato dalle statistiche: per ogni donna assassinata sono centinaia e, forse, migliaia, quelle che sopravvivono alla dipendenza affettiva e si condannano alla morte vivente dell’abuso e del sopruso, del ricatto affettivo e della sottomissione sentimentale.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy

http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2015/11/25/violenza-sulle-donne-e-femminicidio-come-sottrarsi-a-una-relazione-mortale/?doing_wp_cron

 

Intervista a un narcisista perverso

Un bastardo, un predatore, uno sciacallo senza scrupoli che ha bisogno di usare e spremere fino al midollo le proprie prede. Un animale da letto, un trasformista, un vampiro assetato di sangue che ha bisogno di vedere gli altri soffrire per stare bene” così si definisce Paolo G., il protagonista del nuovo libro della criminologa Cinzia Mammoliti, Intervista a un narcisista perverso, Runa Editrice, pag.131, Euro 14,00. Dopo I serial killer dell’anima e Il manipolatore affettivo e le sue maschere, la Mammoliti, una delle maggiori esperte italiane in materia di manipolazione relazionale e violenza psicologica, torna ad affrontare l’argomento della pericolosità dei rapporti con narcisisti e psicopatici. Lo fa con un’intervista a un soggetto sadico e seriale, non solo consapevole ma anche orgoglioso della propria crudeltà.

E’ un dialogo profondo, puntuale, coinvolgente quello che ripercorre le tappe della relazione tra Paolo e Arianna, dall’amore immacolato della giovinezza alle prime violenze, alle rotture seguite da puntuali riconciliazioni, alla svalutazione, ai tradimenti, alle bugie, alle manipolazioni, fino allo sconcertante epilogo che terrà i lettori con il fiato sospeso.

Le vicende narrate toccano tutti i tratti del disturbo di personalità dei soggetti in questione: la misoginia, la mancanza di stima e rispetto per le donne considerate ostacoli nell’imposizione della propria grandiosità, la loro oggettivazione (“…oggetti e basta, corpi su cui sfogare la mia rabbia e frustrazione per poi gettarli via”), la distinzione tra sante e puttane (“Il sesso migliore riesco a farlo con donne di cui non mi importa nulla perché con loro mi posso sfogare liberamente e far fare cose che non farei mai fare alla donna che amo”); il richiamo a un’infanzia tormentata e a una madre assente e l’intenso coinvolgimento con le due donne più importanti della sua vita, definite “…il preciso contrario di mia madre…come la madre che avrei sempre voluto avere”.

Come per tutti i narcisisti la colpa è sempre dell’altro quando le cose iniziano a non funzionare: Arianna “ormai non c’era più- dice il protagonista-. Era completamente assorbita dalle sue cose, dai suoi studi, dalle sue amiche. Non mi vedeva più…non cucinava più…e fu esattamente allora che iniziai a innervosirmi”.

La consapevolezza e la lucidità delle tecniche di manipolazione che questi soggetti utilizzano per uscire dall’angolo emergono con assoluta insolenza. Confessa Paolo: “Quando una donna ti mette con le spalle al muro e inizia a chiedere risposte che tu ovviamente non le puoi dare, nega e gettale addosso il dubbio che non sia sana di mente per i sospetti che nutre…devi iniziare a mettere in discussione ogni cosa che dice e che fa, farle credere il contrario di quella che è la realtà, farla dubitare in continuazione delle sue percezioni e della sua memoria, mandarle messaggi contraddittori per disorientarla”.

Con questo avvincente libro la Mammoliti ci illumina ancora una volta sulla pericolosità delle relazioni tossiche e si addentra nei meandri della mente di narcisisti patologici e psicopatici mettendo a nudo debolezze e perversioni di tali soggetti. Va ricordato però che “la corsa all’uomo”, fenomeno diffuso nella società odierna, non fa che aumentare il narcisismo di individui disturbati ponendo spesso le donne in posizioni di corresponsabilità. “Ho visto fare alle donne le cose più folli per tenersi accanto un uomo- dichiara Paolo-. La maggior parte di loro non guarda in faccia niente, accetta umiliazioni, tradimenti, botte, anche l’abuso dei propri figli pur di non farsi mollare da chi hanno accanto… Chiamano mostri quelli come me ma non si rendono conto che il più delle volte sono loro a trasformarci in peggio, a farci venire fuori lo schifo che abbiamo dentro, a farci perdere ogni tipo di considerazione nei loro confronti”.

Con tutta la disistima e la repulsione verso individui così sadici e crudeli, in assoluta solidarietà con le vittime di violenza fisica e psicologica da parte di soggetti così riprovevoli e nel rispetto di tutte le sofferenze provocate da condotte abusive, credo comunque che l’ultimo virgolettato del Signor Paolo G. imponga una riflessione profonda da parte di tutti noi.

Astra

2. Uomini che odiano le donne

 

 

Parte seconda

Secondo Vaknin il narcisista è convinto che le donne siano cacciatrici per predisposizione genetica e si sente minacciato. Crede cioè che l’unico obiettivo femminile sia quello di “sistemarsi” e spremere le risorse del proprio compagno affinché provveda alle persone che ha a carico. In altre parole, per lui le donne sono sanguisughe pronte a sfruttarlo fino a che non sia più utile. Si tratta ovviamente di una proiezione dal momento che è il preciso comportamento del narcisista nei confronti del sesso femminile. L’odio verso le donne è virulento, passionale e incondizionato. Si tratta di un rancore rozzo,primitivo e irrazionale, conseguenza di un abuso subito e della paura di tornare a subirlo.  Seppur mascherato e fintamente represso, può esplodere da un momento all’altro in tutta la sua autenticità e irrefrenabilità. Coinvolgere la donna in atti di sesso sadomaso, trattarla come oggetto di masturbazione, usarla come fosse una bambola gonfiabile sono modi di punire la madre, fonte originaria della sua frustrazione.

Vivere con un narcisista è difficile e massacrante. E’ un pessimista scontroso, un paranoico, un sadico. La routine giornaliera è fatta di minacce, lamentele, umiliazioni, tristezza e tanta rabbia. Lancia contro gli altri offese vere ed immaginarie. Aliena le persone umiliandole con il risultato che il  suo circolo sociale si assottiglierà  gradualmente fino a scomparire.  Il bisogno di estrarre energia narcisistica dagli altri si scontra con il desiderio di essere lasciato solo. E’ una delle sue tante contraddizioni come quella tra disprezzo, dipendenza e contro dipendenza; tra bisogno e sminuimento, tra cercare ed evitare. Sono conflitti che spiegano i repentini passaggi dalla socievolezza alla reclusione ascetica e viceversa. Un’atmosfera così imprevedibile, tipica delle sue relazioni sentimentali, non è certo un toccasana per amore, sesso e romanticismo. Piano piano finirà tutto e in caso di convivenza si passerà presto a un’arida e asessuata coabitazione.

Molti si chiedono se i narcisisti soffrano a causa della propria incapacità di amare e se reputino i genitori responsabili di questa “disabilità affettiva”. Secondo Vaknin sono quesiti incomprensibili a cui questi soggetti non sarebbero mai in grado di rispondere:  non avendo mai amato  non conoscono  l’oggetto della  sofferenza in questione. Per loro l’amore non è altro che una bizzarra patologia e una deplorevole fragilità. Odiano essere deboli e detestano le persone deboli come gli anziani e i malati. Non tollerano la stupidità, l’impotenza e la dipendenza e l’amore sembra consistere di tutte e tre.

Sono uomini rabbiosi ma non perché non hanno mai provato l’amore. Piuttosto, perché non sono così potenti, maestosi e di successo come vorrebbero –e, secondo la loro testa malata- meriterebbero di essere. Sono rabbiosi perché i loro sogni si rifiutano con ostinazione di trasformarsi in realtà. Perché sono i peggiori nemici di se stessi. E perché, in totale paranoia, si sentono ignorati, discriminati e vedono avversari e nemici che complottano ovunque. Molti di essi, soprattutto quelli borderline, non concepiscono una vita nello stesso posto, con la stesse persone e a fare le stesse cose. La monotonia è il peggior veleno in circolazione e per loro equivarrebbe a morire. E’ proprio per combatterla e sentirsi di nuovo vivi che fanno entrare drammi e pericoli nella propria esistenza. Peccato che quel veleno che tanto temevano passa a inquinare  e distruggere la vita di chi ha scelto di stare con loro. FINE

Astra

1. Uomini che odiano le donne

 

Prima parte

Una delle contraddizioni tipiche di esseri così diabolicamente complessi come gli psicopatici è il profondo disprezzo per quello che è il carburante più sofisticato che permette al loro motore di funzionare: le donne. Pur ricollegandosi a tutto ciò da cui rifuggono e che reputano mediocrità, come impegno, intimità e legame, il sesso femminile costituisce per loro un indispensabile erogatore di conferme della propria unicità e grandiosità. Si tratta anche qui di una forma di dipendenza, con aspetti simili a quella affettiva di cui soffrono le vittime di relazioni patologiche ma, a differenza di questa, non è necessariamente legata a un soggetto in particolare ed è soprattutto priva del coinvolgimento emotivo e sentimentale che caratterizza l’assuefazione della vittima al proprio carnefice. La dipendenza dalla conquista, dalla conferma, dalla riprova di essere unici e speciali è una forma di assuefazione all’altro sesso verso il quale l’odio e la crudeltà trovano giustificazione solo se inquadrati nell’ottica di una seria patologia psicologica.

La modalità più semplice per non rimanere a secco di carburante è assicurarsi costantemente la presenza di una,due,dieci donne nella propria vita a seconda della promiscuità dei soggetti. Donne che i narcisisti non amano, perché non sono capaci di amare e che non desiderano più di tanto ma che sono in grado comunque di soddisfare i loro bisogni primari, primo tra tutti quello di validazione e conferma. Se, da una parte, questi soggetti sono così dipendenti e bisognosi delle donne allo stesso tempo sono intimoriti dall’intimità la cui manifestazione principale è il sesso. Ecco perché tentano in tutti i modi di spersonalizzarlo e oggettualizzare la partner. Una mentalità che richiama quella del maschio europeo del 18mo secolo che considerava donne e bambini mere proprietà. Allo stesso modo i narcisisti attribuiscono alle donne il compito principale di soddisfare i loro desideri e bisogni.

Si tratta di individui misogini che temono e detestano le donne. Nel migliore dei casi, come osserva Sam Vaknin in Malignant Self Love, le ignorano. Sono misogini in quanto riversano su chi li ha fatti nascere la responsabilità delle proprie disfunzioni, il disadattamento sociale e la superficialità delle emozioni. Non perdonano alla propria madre di non averli fatti sentire speciali e trascorreranno tutta la loro vita a cercare di dimostrare il contrario. Proprio qui risiede la ragione del costante bisogno di conferma della propria superiorità e unicità. E sempre qui risiedono le ragioni del disprezzo delle donne. E’ la costante ricerca di intimità, di emozioni, di profondità da parte del genere femminile che il narcisista sente come minacciosa. Ha paura di non riuscire ad emergere. Non sono sesso ed intimità a farlo sentire superiore agli altri. Ecco perché crede che tutte le donne siano la continuazione della madre e nutre risentimento per il genere femminile.

Secondo l’analisi di Vaknin il narcisista divide le donne in sante e puttane. Considera il sesso degradante, proibito, punibile e sporco. In poche parole, roba adatta alle puttane. Al contrario, ha difficoltà a viverlo in modo libero con la persona per lui significativa. Questa visione ben si adatta ai cicli di idealizzazione/svalutazione: le donne idealizzate sono asessuate, quelle svalutate si meritano la degradazione e quindi il sesso e l’inevitabile disprezzo che segue. Nel 1912 Sigmund Freud scriveva del narcisista: “Quando ama non desidera e quando desidera non può amare…Come la degradazione è messa in atto, la sessualità può essere espressa liberamente e può svilupparsi un intenso piacere” (On the Universal Tendency to Debasement in the Sphere of Love). SEGUE.

Astra

Vittima di professione

 

Finora ho provato a spiegare come pressoché chiunque possa essere inizialmente ingannato dalla maschera dello psicopatico e lasciarsi coinvolgere da questo individuo così disturbato. Tuttavia, mentre tutte possono cadere nella trappola nella fase della seduzione, quando lui dà il meglio di sé per sembrare persino più virtuoso delle persone normali, sono meno coloro che continuano a stargli a fianco quando cala la maschera e si riesce a scorgere il suo lato vero, quello maligno, disturbato e abusivo.

Riporto un contributo di Sam Vaknin, esperto di narcisismo e psicopatia, tratto dal suo libro “Malignant Self-Love”. Questo articolo delinea il profilo psicologico della persona che resta con uno psicopatico o narcisista molto dopo che le fasi dell’adescamento e della luna di miele sono finite e il dott. Jeckyll si trasforma nel vero Mr Hyde. Se ti riconosci nel profilo della vittima dovresti porti, tra i propositi dell’anno che sta per venire, quello di cercare – oltre che supporto esterno- anche la forza interiore di mollare lo psicopatico. Non permettere a una persona cattiva di maltrattarti e controllarti per il resto della tua vita. Meriti di meglio. A ogni modo, spero che questa lettura ti possa aiutare.

All’apparenza, non esiste una compagna “ideale” di un sociopatico narcisista. Può essere di tutte le forme e tutte le taglie. Le fasi iniziali dell’attrazione, dell’infatuazione e dell’innamoramento sono abbastanza normali. Il soggetto espone il lato migliore, l’altro è annebbiato dall’euforia. Un processo di selezione naturale si verifica solo molto dopo, quando la relazione si sviluppa, i veri colori vengono fuori e il rapporto è messo alla prova.

Vivere con un sociopatico narcisista può essere esilarante; spesso è straziante ma è gravoso sempre e comunque. Sopravvivere a una relazione con lui, quindi, è indice dei parametri della personalità di chi si salva. Lei (o più raramente lui) è plasmata dalla relazione nel modello stereotipato di fidanzata/compagna/moglie del personaggio disturbato.

Per prima cosa, la vittima deve avere una scarsa padronanza di sé e della realtà. Altrimenti abbandona la nave quando finisce la fase della luna di miele. La distorsione cognitiva presumibilmente comporta lo sminuimento e l’umiliazione si sé e, allo stesso tempo , l’esaltazione e l’adorazione della figura del narcisista. La posizione assunta è quella dell’eterna vittima: biasimevole, meritevole di punizione, un capro espiatorio. Alcune volte è importante per lei sembrare onesta, disposta al sacrificio e sottomessa. Altre, non è neanche consapevole della situazione. Il sociopatico narcisista è visto nella posizione di poter pretendere questi sacrifici, essendo superiore alla propria compagna da tutti i punti di vista (intellettuale, emotivo, morale ed economico).

Lo status di vittima “professionista” ben si accoppia con la tendenza all’autopunizione, ossia a una certa vena masochista. La vita tormentata con lui è, fino a prova contraria, solo una misura punitiva.

In questo senso, la vittima è l’immagine riflessa del sociopatico narcisista. Mantenendo un rapporto simbioticoo ed essendo completamente dipendente dalla fonte di energia masochista (che lui è così bravo a fornire), sarà lei a incoraggiare e rinforzare tratti e comportamenti che sono la vera essenza del narcisismo.

Il narcisista non si sente mai completo senza una compagna sottomessa, che lo veneri, che sia disponibile e che si mortifichi da sola. Il suo forte senso di superiorità, cioè il suo Falso Sé, dipende in gran parte da questo. Il superego sadico sposta le attenzioni da sé alla compagna, ottenendo una fonte alternativa di gratificazione perversa.

E’ attraverso la propria abnegazione che la vittima sopravvive : annullando i propri desideri, le proprie speranze, i sogni, le aspirazioni, i bisogni sessuali, psicologici e materiali e molto altro. Percepisce le proprie necessità come pericolose in quanto suscettibili di generare collera nella figura suprema e divina del narcisista che, ai suoi occhi, sembrerà ancora più grande. L’abnegazione intrapresa per agevolare e alleggerire la vita di un “grand’uomo” è più accettabile. Più lui è visto come perfetto, più facile sarà per lei ignorare il proprio sé, perdere importanza, decadere, trasformarsi in un’appendice del narcisista e, alla fine, diventare niente più che una sua estensione, fondersi con lui fino al punto di oblio e di offuscamento dei ricordi della propria, autonoma esistenza.

I due collaborano in questa macabra danza. Il sociopatico narcisista prende forma dalla sua compagna nella misura in cui lei prende forma da lui. La sottomissione alimenta la superiorità come il masochismo stimola il sadismo. Le relazioni sono contraddistinte da un emergentismo dilagante: i ruoli sono assegnati quasi dalla partenza e qualsiasi deviazione provoca una reazione aggressiva, se non violenta.

Lo stato mentale predominante nella vittima è la più totale confusione. Anche la relazione più basica – con marito, figli o genitori- è oscurata in modo inquietante dal gigantesco cono d’ombra generato dal rapporto con il narcisista. La sospensione di giudizio è parte integrante della sospensione dell’individualità, che è contemporaneamente prerequisito e conseguenza della relazione con lui. La vittima non sa più è cosa vero e giusto e cosa, invece, sbagliato e non permesso.

Il narcisista riproduce con la compagna l’ambiente emotivo della propria crescita: capricciosità, instabilità, arbitrarietà, abbandono emotivo, fisico e sessuale fanno da padroni. Il mondo diventa incerto e spaventoso e lei ha solo lui a cui aggrapparsi.

E si aggrappa. Se c’è una cosa che può essere detta con certezza di coloro che fanno squadra con i narcisisti è che sono apertamente dipendenti.

La vittima non sa cosa fare – sin troppo naturale nel caos di una relazione del genere – ma non sa nemmeno cosa vuole e, in larga misura, chi è e chi vorrebbe diventare.

Queste domande senza risposta rendono ancora più difficile, per lei, riuscire a valutare la realtà, considerarla e apprezzarla per quello che è. Il peccato originale è essersi innamorata di un’immagine e non di una persona reale. E’ per lo svuotamento di questa immagine che, quando la relazione finisce, si addolora.

La rottura della relazione è, quindi, molto pesante dal punto di vista emotivo. E’ il culmine di una lunga catena di umiliazioni e assoggettamenti. E’ la ribellione della parte sana e funzionante della personalità lesa contro la tirannia del narcisista.

La vittima è responsabile di aver erroneamente interpretato tutta l’interazione (esito, infatti, a chiamarla relazione). La mancanza di connessione con la realtà potrebbe essere etichettata “patologica”.

Perché la vittima cerca di allungare la sofferenza? Quali sono motivi e propositi di questa vena masochista? Sotto rottura, narcisista e compagna innestano un lungo e tortuoso post mortem. Tuttavia la questione di chi ha fatto che cosa (e anche perché) è irrilevante. Quello che conta è smettere di affliggersi, ricominciare a sorridere e amare in modo meno sottomesso, disperato e masochista.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2010/12/17/what-kind-of-person-stays-with-a-psychopath-or-narcissist/

Il fascino del male

Gli psicopatici spesso imbrogliano gli altri grazie alla propria maschera di integrità. Come sappiamo, sembrano spavaldi e fascinosi di primo acchito, nascondono le malefatte agli altri e mentono spudoratamente e senza scrupoli. Di solito, si dimostrano più bravi a ingannare gli amici e i conoscenti di lavoro – quelli cioè con cui hanno solo contatti superficiali- di quanto non lo siano con le persone a loro più vicine. Per tante ragioni già viste- paura, dipendenza,debolezza, stress post traumatico, onestà e attaccamento emotivo profondo-le donne, a volte, rimangono con loro anche dopo che hanno capito con chi hanno a che fare. Forse una ragione un po’ meno scontata è la fascinazione autodistruttiva del male. Molti di noi sono incuriositi da ciò che è malvagio, in parte perché provocato da esseri umani che sono, nella sostanza, diversi. Proprio come è impossibile per gli psicopatici comprendere cosa c’è di buono nella natura umana- infatti considerano debolezze la coscienza, l’empatia e l’amore- allo stesso modo è difficile per le persone normali capire cosa spinge gli psicopatici a far del male al prossimo.

Il film The Dark Knight (Il Cavaliere Oscuro, 2008) si è rivelato campione di incassi soprattutto per la popolarità del personaggio diabolico: Jocker non uccide per denaro, come fanno gli altri banditi del film, ma solo per il gusto di farlo. La sua rappresentazione come uno psicopatico è plausibile se non fosse che la maggioranza di questi individui è molto più difficile da identificare. Non sembrano, infatti, così ripugnanti e non si comportano in modo folle come Joker. Sono comunque personalità diaboliche. Il concetto di divertimento, e pertanto di una vita ben spesa, si traduce nell’inganno e nella devastazione degli altri.

Le storie di Dracula continuano a essere best seller internazionali per una ragione simile. Nostro malgrado, siamo incuriositi dal fenomeno dei vampiri umani che si nutrono delle nostre esistenze, con il fine di indebolirci e distruggerci. Anche le fiction sul crimine che vedono protagonisti gli psicopatici sono molto popolari. Inoltre, le storie di criminalità tendono a catturare l’interesse dei media.

Siccome la maggioranza di noi è in grado di provare empatia e amore e non può identificarsi con chi è carente di queste qualità, crediamo che le persone malefiche siano molto più complesse e intriganti di quello che sono in realtà. Possiamo inizialmente essere annebbiati dalla contraddizione, propria dello psicopatico, tra il fascino apparente e la sottostante crudeltà. Ma una volta appurato che il suo fascino è puramente strumentale, diretto a ottenere ciò che si prefigge, la contraddizione è risolta e cessa di intrigarci. In realtà, la gente normale è molto più interessante e meno prevedibile degli psicopatici. La profondità e la varietà delle nostre emozioni frenano, sfumano e smussano i nostri impulsi egoistici. Per gli sociopatici,invece, niente è in grado di ostacolare il loro egoismo assoluto. Ciascuna delle loro azioni, compresi i comportamenti che sembrano altruistici, rispondono a mere pretese di predominio.

Gli uomini diabolici possono apparire maschili, sicuri di sé e al comando. Sembrano sapere cosa vogliono dalla vita e come ottenerlo. Ricorda, comunque, che è molto più facile sapere cosa vuoi quando consideri solo i tuoi desideri e sei disposto a sacrificare chiunque e qualunque cosa per soddisfarli. Anche gli animali manifestano emozioni profonde; si prendono cura dei piccoli e si legano agli altri. Gli psicopatici non lo fanno. Se le persone per bene qualche volta esitano, è perché sono più riflessive e altruiste; prima di prendere una decisione tengono conto dei bisogni degli altri. Paradossalmente, è proprio per la semplicità degli individui normali che siamo intrigati da quelli diabolici.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2011/06/23/evil-jokers-with-the-dark-knight-and-other-psychopaths/

Tornare a vivere

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Hai imparato a identificare i tratti psicopatici e i modelli di comportamento , nonché a individuare cosa sia stato ad attrarre lo psicopatico a te – e viceversa-. Abbiamo affrontato anche la questione dell’importanza del no contact di qualsiasi tipo, passivo o attivo, per essere in grado di guarire dalla relazione tossica. Diciamo che ora puoi riconoscere le caratteristiche della psicopatia e del narcisismo; stai mantenendo il no contact ma rimugini in modo ossessivo sulla relazione e in qualche modo ti senti ancora intrappolata. E, allora, cosa fare?

La mia risposta potrebbe sembrare circolare: devi fare tutto il possibile per andare avanti e voltare pagina. Più che pensare all’ex psicopatico, rendi la tua vita traboccante di interessi e attività; concentrati sulle relazioni con le persone che davvero tengono a te e ti sostengono; cerca di fare nuove, autentiche amicizie; ritrova l’energia di una volta e riversala nel lavoro o negli obiettivi di vita, anche quelli che puoi aver abbandonato durante la relazione tossica. Prendere atto della verità sullo psicopatico e sulla storia con lui è essenziale per poter lasciare alle spalle quella persona e i momenti trascorsi insieme. Tuttavia, rimanere ancorata al  passato e continuare a ruminare– alle spese di altre relazioni o altri obiettivi di vita- diventa un’altra prigione.

Anzi, potrebbe favorire lo sviluppo di tratti della personalità non desiderati , come la paranoia e la sfiducia estrema nei riguardi degli altri esseri umani. Vorrei citare, come esempio, il clima di sfiducia reciproca che si respirava sotto la dittatura di Stalin, in cui la gente accusava i componenti della propria famiglia e gli amici di dissidenza- o di tradimento verso la società comunista e i suoi  principi-mettendo l’uno contro l’altro. Questo fenomeno può verificarsi sempre e ovunque, anche se è più accentuato nelle dittature guidate da tiranni psicopatici.

Sì, è importante essere prudenti; prestare attenzione ai campanelli di allarme nelle nuove relazioni, o anche nelle vecchie;essere a conoscenza dei sintomi dei disturbi della personalità; allontanare tutti gli individui disturbati dalla nostra vita. Ma, quello che si deve evitare, è diventare patologici e vivere in un’atmosfera di paranoia puntando il dito versi gli altri a destra e sinistra e consumarsi nel sottostante disprezzo e nella sfiducia che caratterizzavano la relazione con lo psicopatico.

Voltare pagina vuol dire, come esortavano a fare Aristotele e gli altri filosofi greci, condurre una vita a tutto tondo; significa trovare supporto e documentazione su quello che ti ha riguardato, su questo blog o anche altrove, senza trascurare gli altri aspetti della tua vita- famiglia, amici, lavoro, obiettivi, sport, divertimento. Sono anche questi a liberarti dal passato doloroso e aiutarti a fuggire dalla prigione mentale. Perché tu possa tornare finalmente a vivere.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2011/07/07/moving-on-life-after-the-psychopath/