Saccà: “La vita scorre. Vai oltre”

 

Il numero di persone intrappolate in relazioni tossiche e pericolose si fa sempre più alto. Ogni giorno le pagine di questo blog sono visitate da centinaia e centinaia di vittime in cerca di una risposta al proprio dramma, di un balsamo da massaggiare sulle ferite e, soprattutto, di un sollievo contro i sensi di colpa e i loro devastanti effetti sull’equilibrio psicofisico dell’essere umano. Molti di voi saranno arrivati a leggere queste righe grazie a una frenetica digitazione di parole chiave sui motori di ricerca. Aggettivi, sostantivi e verbi battuti alla cieca sulla stringa di Google in frasi che riassumono l’incubo che si sta vivendo. Si aprono pagine di blog e forum di recupero con testimonianze, descrizioni, pareri di psicologi, articoli di giornali. E, come un puzzle che riesce miracolosamente a ricomporsi, finalmente l’illuminazione. Ciò che viene fuori è una fotografia, nitidissima, del proprio carnefice. E’ proprio luiE’ tale e quale a lei.

La ripresa e la guarigione partono da qui. Ecco perché sono una convinta sostenitrice della potenza dell’informazione. Knowledge is power sostengono gli americani, che tanto hanno da insegnare sulle strategie di uscita dal labirinto di una relazione pericolosa. Anche in Italia ci sono psicologi che trattano l’argomento con preziose pubblicazioni. A volte si tratta di ex vittime di rapporti tossici, come Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta romana, autrice del libro La vita scorre. Vai oltre. Come uscire da una relazione tossica e rinascere emotivamente, 2016, Youcanprint. Lo presenta a Relazioni Pericolose.

Questo testo nasce dal desiderio di aiutare le persone a comprendere se si trovano in un legame malato e a capire come anche loro contribuiscono a mantenerlo in piedi. Il libro offre inoltre utili suggerimenti per mettere il punto a una relazione distruttiva al fine di riprendere in mano la propria vita e rinascere emotivamente. Troppo spesso, quando si parla di dinamiche di dipendenza e manipolazione relazionale, ci si focalizza unicamente sulle caratteristiche del cosiddetto ‘predatore affettivo’. Per quanto sia fondamentale riconoscere i tratti distintivi di un/a personalità disturbata e manipolatrice (ci sono in commercio numerosi e utili libri in merito) è altrettanto prezioso far luce sui processi mentali ed emotivi tipici di chi rimane invischiato dentro dinamiche manipolative, rendendosi corresponsabile di una relazione patologica. Ecco dunque che la finalità primaria di questo testo è di fornire al lettore un’idea dei meccanismi mentali ed emotivi che lo tengono imprigionato in una relazione tossica al fine di riconoscerli, correggerli e imparare a interrompere il legame quando è inevitabile.

Ricordiamoci che cercare unicamente fuori le cause della propria sofferenza distrae la persona da ciò che può fare per gestire quel dolore.

Limitarsi unicamente ad individuare “un” o “il” colpevole non ripara i danni emotivi e affettivi, anzi, può indurre l’individuo in uno stato di lamentazione cronica e di vittimizzazione che prolunga il malessere.

Il titolo del libro contiene un messaggio che invita alla rinascita.

Il titolo del testo nasce da una mia esperienza personale. In un momento di sofferenza dovuta proprio a una relazione tossica mi arrivò un giorno un messaggio che conteneva queste parole ‘La vita scorre. Vai oltre’. In quel momento, pur apprezzando la suggestione di questa frase, non riuscivo a sentirla nel profondo. A livello emotivo non ero ancora pronta. Poi la mia rinascita ha fatto sì che comprendessi a livello più profondo il significato ‘potente’ di quelle parole. Per questo ho deciso di intitolare così il mio libro, per far arrivare alle persone un messaggio forte, quello che la vita scorre e noi dobbiamo utilizzare al meglio il nostro tempo imparando a darci la possibilità di andare oltre e di rinascere ogni volta che è necessario. Per toglierci gli abiti sporchi di cose e persone che non ci appartengono più. Per fluire con la vita che ci può premiare solo quando ci trova puliti dentro.

Dobbiamo imparare a reagire, a rendere la nostra mente flessibile e a lasciare andare. Il libro offre preziosi suggerimenti al riguardo.

Si tratta di una lettura utile a tutte le persone ‘intrappolate’ in una relazione tossica -sia essa sentimentale, familiare o amicale- e che non riescono più ad uscirne. Possiamo considerarlo come una ‘guida’ che permette di riconoscere le principali trappole in cui cade la persona che si annulla nella relazione tossica e non riesce a distaccarsi. In altre parole, di approfondire i vissuti emotivi tipici che si attivano nelle dinamiche di dipendenza e manipolazione affettiva e che possono interferire, se non adeguatamente elaborati, con il processo di chiusura di una relazione malata.

Ampio spazio viene dato anche all’aspetto della ricostruzione personale e vengono evidenziate le tappe fondamentali necessarie per riprendere in mano la propria vita e rinascere emotivamente dopo un distacco. Vengono inoltre fornite linee guida per riconoscere i segnali d’allarme tipici di una relazione malata al fine di tutelarsi ed acquisire nuovi e più funzionali codici ‘affettivi’ che permettano di strutturare relazioni sane.

In cosa consistono i “Pensieri Guida” che accompagnano ciascun capitolo?

Ho selezionato alcuni contributi tra quelli che da circa un anno pubblico quotidianamente sulla mia pagina Facebook ‘Le più belle frasi della Dott.ssa Francesca Saccà ’ con l’obiettivo di valorizzare questo scritto con ‘Pensieri- Guida’ che siano per il lettore come un navigatore utile al fine di promuovere maggiore consapevolezza circa i suoi disagi, far luce sugli errori che non gli permettono di uscire da una relaziona malata e iniziare a orientarsi. I miei pensieri-guida hanno lo scopo di spronare a gettare le basi per una rinascita emotiva, riprendere il cammino e andare oltre il dolore del distacco.

Dentro i miei pensieri c’è sicuramente ‘Francesca’ con il suo viaggio di scoperta, i suoi dolori, le sue gioie ma c’è anche la ‘Dottoressa’, con le storie che ogni giorno bussano alla porta del mio studio, lasciano il segno e offrono ispirazione.

Quotidianamente ricevo messaggi da parte di persone che mi ringraziano perché si identificano con ciò che scrivo e utilizzano i miei contributi per migliorarsi e crescere. Ed è proprio questo il senso della mia attività su Facebook, fornire spunti quotidiani di riflessione che aiutino ad acquisire maggiore consapevolezza circa i propri disagi relazionali ed attivarsi al fine di migliorare la propria condizione.

Ho deciso di inserire i miei Pensieri-Guida nel libro poiché ritengo che comprendere il potere che i nostri pensieri hanno sulle nostre scelte di vita è di estrema importanza. Pensieri sbagliati comportano percorsi sbagliati. Pensieri sani rendono la mente più aperta al cambiamento, alla crescita, al miglioramento.

Quale messaggio vuole far arrivare ai lettori?

Che la vita che abbiamo è una e la dobbiamo vivere a pieno. Purtroppo il male esiste ed esistono persone dannose al nostro benessere. Possiamo innamorarci di loro perché sanno abilmente mascherarci e manipolarci. Ma possiamo riconoscerli e salvaguardarci lavorando su noi stessi riparando la nostra autostima danneggiata e riscoprendo i nostri valori e bisogni più profondi. Se da soli non ce la facciamo possiamo chiedere un aiuto specializzato che di certo permetterà di velocizzare i tempi di ‘rinascita’. Ma il messaggio sostanziale è che dobbiamo imparare a lasciare andare tutto ciò che ci inquina, avere il coraggio di attraversare il dolore e la forza di ricostruire. Si può fare.

Intervista  e commento di Astra

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/la-vita-scorre-vai-oltre.html.

francesca.sacca@gmail.com

Secci e la doppia sfiducia

 

 

Di Enrico Maria Secci

La chiusura del rapporto con un narcisista perverso non è risolutiva della condizione di dipendenza relazionale della vittima, ma certo rappresenta un passo decisivo verso la guarigione. L’elaborazione del lutto è più accidentata per chi subisce la decisione del partner dominante ed è segnata in molto casi da un lungo iter di “ricadute” complicate dalla tendenza del narcisista a ritornare con ostinazione aracnidea, quella del predatore che si assicura che la farfalla non sia volata via dalla ragnatela.

Anche chi trova il coraggio di mettersi in salvo dal manipolatore deve prepararsi a un percorso comunque articolato, caratterizzato da acute crisi di astinenza, mancanza di senso, pensieri di annullamento, fantasie di vendetta, sentimenti di vergogna e di alienazione. Vissuti che spesso necessitano di un supporto psicoterapeutico specifico, mirato e non necessariamente a lungo termine.

Nella gran parte dei casi, la fine del rapporto patologico prelude a un periodo di riabilitazione emotiva della vittima preceduta da una fase di congelamento emotivo che, al di là della sua consapevolezza, è mantenuto dall’impressione pervasiva di non potersi più fidare degli altri e di se stessa.

Ho affrontato il tema della sfiducia post-traumatica da narcisismo nel post https://relazionipericoloseblog.com/2016/03/06/secci-e-la-paura-di-tornare-a-fidarsi/ dove accenno che nel labirinto di specchi del narcisismo maligno e della dipendenza affettiva ogni emozione è polarizzata, amplificata e riflessa invariabilmente nel suo opposto. Così la vittima deve sopportare il duplice peso della sfiducia negli altri e di stessa.

Non fidarsi più di se stessa vuol dire mettere in dubbio le proprie capacità di valutazione in future relazioni sentimentali col risultato di evitarle o di sabotarle sin dal principio, con vissuti di abbandono o condotte iper-controllanti che scoraggerebbero persino  il corteggiatore più appassionato.

La sfiducia per il proprio metro di giudizio rende la persona confusa e insicura nelle relazioni, a volte aggressiva ed incostante perché proietta sul nuovo potenziale partner le sequenze traumatiche della precedente relazione. Questo accade perché sintomi distintivi della dipendenza affettiva sono l’alterazione della funzione empatica e dell’intuizione dovuti all’esposizione prolungata alla comunicazione ambivalente e paradossale col narcisista patologico.

Non è casuale che queste relazioni inizino, con poche eccezioni, con un sottofondo di disagio da parte della futura vittima nei confronti del narciso, con sensazioni e presentimenti negativi silenziati o deliberatamente ignorati, che poi si riveleranno autentiche premonizioni.

Proprio il progressivo blocco dell’empatia e dell’intuizione spinge a lungo la vittima in un modello d’interazione manipolatorio, illusionistico ed artefatto dove il tradimento sistematico, la menzogna e la mancanza di rispetto sono assurte a “verità”, rivendicate come “diritti” e codificate nelle “regole” del rapporto.

Le ferite inferte all’autostima, alla sensibilità e all’istintualità della vittima perdurano oltre la rescissione del legame disfunzionale perché interiorizzate nel corso dell’esperienza traumatica. Così si spiegano le difficoltà di adattamento nel breve e nel medio termine di donne e di uomini che, dopo la storia di dipendenza affettiva, finiscono per non fidarsi più delle proprie sensazioni e rifuggono sistematicamente dal contatto empatico.

Nel libro I Narcisisti Perversi e le unioni impossibili (http://www.amazon.it/I-Narcisisti-Perversi-unioni-impossibili-ebook/dp/B00QBBQO98) racconto le fasi della psicoterapia e descrivo alcuni esercizi terapeutici finalizzati a sostenere la persona nel percorso di riattivazione di quello stato di risorsa inibito dalla passata relazione. Per esempio, uno dei più divertenti ed efficaci è “Le pagelle degli uomini”: il terapeuta invita la persona a compilare una pagella sugli uomini che la circondano e a valutarli in base a diverse caratteristiche. Per molte persone questo “gioco” ha un effetto dirompente, perché in modo indiretto restituisce loro la sensazione di poter scegliere e, in ogni caso, permette di superare attraverso il dialogo terapeutico molti timori e molte inibizioni collegate alla dominanza perversa del partner precedente.

 

Enrico Maria Secci per Relazioni Pericolose

http://enricomariasecci.blog.tiscali.it

 

Secci e la paura di tornare a fidarsi

 

La fine di una relazione patologica provoca nella parte ferita profonda sofferenza e devastazione psicologica. Ansia, depressione, attacchi di panico, disturbi del sonno e dell’alimentazione sono solo alcuni tra gli infiniti sintomi del disturbo post traumatico da stress associato alla chiusura di un rapporto con un narcisista, quello che da più parti viene definito trauma da narcisismo.

Nella sofferenza vanno distinte due fasi, cui corrispondono due differenti sintomatologie. La prima, quella contemporanea o immediatamente successiva alla relazione, è ancora legata a quella fascinazione perversa che, come sostiene lo psicoterapeuta Enrico Maria Secci in Blogtherapy,essendo composta di contraddizioni terribili e di istrioniche dimostrazioni amorose, ha il potere di attrarre e di sfidare allo stesso tempo e funziona come una caleidoscopica slot-machine sentimentale che premia e punisce a casaccio continuando a promettere un premio impossibile. Nel caso la relazione sia ancora in corso e non si riesca a staccare la spina e mantenere il no contact, la sofferenza deriva principalmente dall’intermittenza tra comportamenti marcatamente seduttivi, manipolazione, espulsione e successiva ricattura e dal gioco infinito di soggiogazione cui la vittima sembra essere condannata.

Esiste, tuttavia, un altro tipo di danno, molto più serio a carico delle vittime: quello di sentirsi profondamente “cambiate”, non più in grado di dar vita a felici relazioni di coppia e, soprattutto, insicure delle proprie capacità di giudizio e valutazione.

Come faccio a fidarmi nuovamente di qualcuno?” è un interrogativo ricorrente negli scambi di vedute tra le vittime: in questo blog, nei siti di recupero e negli studi professionali di psicoterapeuti e specialisti del settore che hanno il delicato compito di rimarginare le ferite e far sì che il trauma da narcisismo non comprometta irrimediabilmente stile di vita e salute di chi ha subito gli abusi. Le testimonianze riportate in Women who Love Psychopath di Sandra Brown sono eloquenti:

Non voglio più storie. Non mi fido di nessuno, nemmeno della mia capacità di accorgermi di essere usata o strumentalizzata”.

“Sono passati più di quattro anni dalla fine della relazione e ho ancora attacchi di ansia al pensiero di frequentare qualcuno. Sono ancora single e vivo praticamente da eremita per essere sicura di non incorrere più in pericoli di questo genere”.

“Non riesco più a fidarmi e mi aspetto sempre il peggio dalla gente. Parto con la convinzione che prima o poi mi feriranno e che evidentemente è ciò che mi merito. La cosa più importante è che questa vicenda ha compromesso la fiducia nella mia capacità di scegliere un compagno”.

“Sto subendo un lungo disturbo post traumatico da stress e sono sotto terapia da una vita. Il mio analista mi dice che non ne sono ancora fuori. Quanto durerà ancora?”.

Questi stati mentali sono sicuramente più complessi e difficili da sbrogliare. Letture e conoscenza dei disturbi della personalità sono utilissime per uscire dalla prima fase della sofferenza quando, una volta inquadrato il problema e scrollati di dosso i sensi di colpa per il fallimento di quella che pensavamo fosse la storia della vita, ci si allontana pur a fatica dal soggetto in questione. La seconda tipologia di danno non è così facile da riparare. Servono quantità non indifferenti di energia, lavoro su se stessi e aiuto esterno da parte di un buon professionista del settore. Quanto alla sfiducia nelle proprie capacità di valutazione e di scelta di un buon compagno consiglio sempre di dar retta al proprio intuito, a quelle sensazioni che spesso vengono dalla “pancia” anche se non riusciamo a dar loro una spiegazione razionale. In altre parole, a quella vocina che spesso ci parla all’orecchio avvertendoci di stare alla larga, anche senza evidenti ragioni.

Interpellato da Relazioni Pericolose riguardo al timore delle relazioni future, Secci  ha confidato che in terapia, la paura di intraprendere altri rapporti è tipica nelle ex-vittime e incontra molte resistenze: alcuni pazienti si impegnano, al di là della propria consapevolezza, in una fase di celebrazione del lutto, una sorta di “vedovanza bianca” e per un certo periodo rifiutano le attenzioni di altre persone; a volte sabotano sul nascere l’interesse sincero di uomini o donne sani e la proposta più inoffensiva di una conoscenza sentimentale. Nei casi più difficili, le “vittime” giocano per un po’ a fare i “carnefici” perché hanno interiorizzato uno schema rigido e asimmetrico di relazione e lo ripropongono, anche se a proprio svantaggio, per rinnovare il dolore della dipendenza, che ancora scambiano per amore. E’ doloroso, ma è molto frequente.

Circa la  natura della sospettosità nei confronti di chiunque Secci sostiene che “il timore di non potersi più fidare di nessuno, elemento costante nella fase post-traumatica di una dipendenza affettiva, segna lo svincolo cosciente dal partner perché implica un ampliamento della sensibilità affettiva verso l’esterno ed il futuro, una speranza d’amore dopo il trauma. Ma lo svincolo più profondo necessita di altri passi. I sentimenti ambivalenti di sospettosità e di sfiducia verso nuovi partner delimitano un ultimo confine da superare nell’elaborazione del traumatismo affettivo in quanto, nella forma e nella sostanza, mantengono la vittima in una situazione di stallo troppo simile al limbo in cui tesseva la tela di Penelope per il proprio eroe nel pieno della relazione patogena.

E’ molto interessante un ulteriore significato che Secci dà a questo timore: “Interpreto la paura delle ex-vittime di un narcisista patologico di intessere nuovi rapporti come il tentativo inconscio di non “tradire” il loro persecutore e, quindi, di tenersi sempre libere nel caso l’altro ritorni, che poi è un’ipotesi terribilmente probabile. Lo spiego nel mio libro  I narcisisti perversi e le unioni impossibili (http://www.amazon.it/I-Narcisisti-Perversi-unioni-impossibili-ebook/dp/B00QBBQO98).

La seconda fase dell’uscita dal tunnel, anche se caratterizzata da una sofferenza inferiore a quella della presa di coscienza e dell’acquisizione della consapevolezza, non deve essere comunque sottovalutata. Avverte Secci: “In definitiva, la paura di non riuscire a fidarsi più di nessuno può essere paragonata una sorta di convalescenza post-traumatica, che merita attenzione e cure, tante quante richieste dalle fasi di consapevolezza e di distacco dal narcisista. Ho scritto di recente del trauma da narcisismo su Blog Therapy nel post  Narcisismo e Trauma (http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2016/02/18/narcisismo-e-trauma-il-trauma-da-narcisismo-e-la-dipendenza-affettiva/). Purtroppo, a volte, le vittime credono troppo presto di essersi svincolate. Potrebbero allentare l’attenzione o abbandonare la psicoterapia, perché non riconoscono negli schemi di sfiducia e di inibizione emotiva che le accompagnano  elementi ancora patologici: non vedono con chiarezza l’eredità del trauma lasciato dal partner come “segnaposto”. Così alcune persone reduci da una dipendenza affettiva sospendono praticamente “in quota” il loro cambiamento e rischiano la ricaduta. Avviene perché la sfiducia e la sospettosità verso gli altri sono dimensioni a-sintomatiche, che sono già tantissimo rispetto alla disperazione, alla depressione e all’ossessione della dipendenza affettiva. Ma non bisogna fermarsi alla separazione dal soggetto/oggetto narcisistico. Occorre superare le proprie paura ed andare oltre. Serve sperimentare nuove relazioni, ma con uno sguardo aperto al futuro”.

Anche se accade che“chi viene da un forte trauma emotivo si senta a disagio con chi dimostri interesse autentico, empatia ed amore nei suoi confronti”in quanto “senza un’adeguata consapevolezza le vittime rischiano di diventare carnefici di se stesse di altri” Secci comunque sostiene che la paura di fidarsi degli altri dopo il narcisista può“funzionare come “sentinella”, come un protettore buono, se accostata alla curiosità autentica di cambiare. Mette al riparo da altri brutti incontri e può indirizzare verso esperienze positive. Quindi la paura non è univocamente negativa, purché integrata in un percorso di apertura e di ricerca emozionale, fuori dagli schemi della dipendenza affettiva”.

In conclusione, prestare più attenzione è consigliabile ma chiudersi a riccio “per paura” può essere controproducente. Dedicatevi alle cose che vi riescono meglio, circondatevi di persone genuine, autentiche e di cuore. Cercate di ristabilire un rapporto di fiducia con voi stesse e, soprattutto, siate più indulgenti e perdonatevi. Uno scivolone deve restare uno scivolone e non mettervi ko. Anzi, il recupero e la guarigione possono rendervi più forti e selettive. In altre parole, persone migliori.

Astra

5. Sabbia tra le dita

 

Quinta e ultima parte

Ana si guardò la mano e fece il gesto di trattenere la sabbia che scivola tra le dita. “Non mi è rimasto niente. Perché ciò che pensavo mi desse –amore vero e amicizia-è stato un’illusione, almeno da parte sua. Che ha reso inevitabilmente tutto finto anche da parte mia. Non ho mai amato il vero Michael. Mi sono innamorata solo dell’immagine che ha proiettato”.

Emmert inclinò testa, scettico. “Per un certo verso è sicuramente così. Ma è sicura che non le sia rimasto in tasca niente da questa esperienza?”

Ana ci pensò per un momento prima di rispondere. “Mi sono scottata, se è quello che vuole sapere. Ora so che non devo più mettere la mano sul fuoco”.

“Probabilmente ha anche imparato qualcosa di se stessa dalla vicenda,” disse lo psichiatra cercando di portarla verso una conclusione più positiva.

“Del tipo?”

“Me lo dica lei”.

Dopo qualche secondo, il viso le si illuminò. “Penso di aver imparato che, in realtà, non ho bisogno di lui. Non ho bisogno di Michael e di nessuno che mi dica che sono sexy per sentirmi attraente. Non ho bisogno di sentirmi dire che sono una buona artista per dipingere. Soprattutto, non ho bisogno di lui per sapere chi sono e per dare un significato alla mia vita”, ripeté quello che aveva detto a Michael il giorno che litigarono per Karen, convinta che ora queste cose fossero più vere che mai.

Emmert sorrise. “Si tratta di lezioni importanti, non crede? Mi spiego meglio. Come avrà avuto modo di capire, questo episodio avrebbe potuto rovinare la sua vita. Avrebbe potuto far finire la relazione con Rob e anche con i con i suoi figli. Avrebbe potuto renderla più debole e insicura. Ma non l’ha fatto. Può ancora provare una sofferenza enorme ma nel complesso questa sventura l’ha resa più forte. Quindi Michael non è riuscito a fare che voleva. Perché, tutto sommato, voleva distruggerla”.

Ana continuava a sistemarsi sulla sedia in cerca di una posizione più comoda. Tutto ciò che aveva detto lo psichiatra era vero. Michael voleva distruggerla. Era un predatore sociale. Una persona che punta e divora quelli che si fidano di lui. E per un uomo del genere lei aveva rischiato di perdere tutto quello che contava nella sua vita. “Ce l’ho soprattutto con me stessa”,ammise. “Ho una famiglia meravigliosa. Un marito che tiene a me. Anche se non sempre riesce a dimostrarlo, Rob è una persona splendida. E mi ama. Ho due bambini che hanno bisogno di me e mi adorano. Ho una così forte passione artistica. E ho quasi rovinato le nostre vite per un predatore. Non ci posso credere…”. Si coprì il viso con entrambe le mani e si lasciò andare, dando sfogo alle frustrazioni represse.

Lo psichiatra lasciò che si liberasse dal flusso di emozioni prima di provare a confortarla. “Ha fatto un errore enorme. Indubbiamente ha fatto soffrire la sua famiglia. Ma provi a guardare anche al lato positivo. Perché, fortunatamente, c’è anche un lato positivo in tutto questo. Il fatto che abbia lasciato Michael e abbia deciso di rimanere con la famiglia non è stato per puro caso. E’ stato il riflesso del profondo amore per i suoi cari. E se Michael ha tirato fuori i suoi veri colori prima che andasse a vivere con lui, è stato anche grazie ai suoi scrupoli. Che hanno smontato la fantasia che si era fatto di lei. Quindi, in un certo senso, la sua coscienza l’ha aiutata a salvarsi”, concluse.

Ana avrebbe voluto credere a questa più nobile interpretazione delle sue azioni. Ma, in realtà, il comportamento del suo amante aveva avuto molto a che fare con la decisione di lasciarlo. “L’improvvisa trasformazione di Michael mi ha aperto gli occhi,” spiegò. “Da una parte avevo una famiglia che mi amava e dall’altra uno psicopatico senza cuore”. Rise in modo acuto ma senza leggerezza. “Caspita, vediamo…cosa si dovrebbe scegliere?”

Emmert la guardò incredulo. Rimaneva sempre stupito da quanto velocemente i suoi pazienti scoprissero la via della guarigione. Il processo di emersione dalla negazione era come una cartina tornasole che cambia colore gradualmente, con il tempo, per identificare la presenza di una data sostanza: in questo caso, la verità su una relazione pericolosa. Sembrava che Ana avesse già dimenticato tutte le sfumature dell’ambivalenza, del dubbio e dell’ambiguità attraverso le quali era passata prima di arrivare a destinazione. “Davvero, Ana?” le chiese. “E’ stato veramente così facile per lei vedere Michael per quello che era?”

“No, non lo è stato affatto”.

“Tutto ciò che ora le sembra chiaro non lo era quando doveva prendere quella decisione. Perché allora era ancora sotto l’incantesimo di Michael”.

“Bé, è riuscito a romperlo”, disse con veemenza. “Il suo comportamento di ieri non avrebbe potuto aprirmi gli occhi di più!”.

“Capisco,” disse Emmert agganciandosi all’episodio di Michael per tornare ai fatti. “Quindi, in quale momento la conversazione con lui ha cambiato tenore?”

“Quando gli ho detto la verità”.

“Vale a dire?”

“Che ho visto attraverso le sue bugie e che non lo amo più”.

“Lo ha fatto entrare?” chiese lo psichiatra, con una nota di allarme.

Ana scosse la testa. “Ha dato un calcio al vetro a fianco alla porta”, rispose meccanicamente, come qualcuno che sta ricordando gli eventi da uno stato di ipnosi. “Ha infilato la mano e ha aperto la porta da solo. In pochi secondi era dentro e…”, Ana si toccò il braccio sinistro con la mano destra, “…poi mi ha afferrato il braccio e me l’ha piegato dietro la schiena facendomi male. Con una mano teneva insieme le mie e con l’altra mi stringeva il collo così”, imitando il gesto di Michael. “In quel momento sono arrivate loro e mi hanno salvato”. E’ stato tremendo!”

“Chi è arrivato?”

“Quelle di Dolly Maid Service. Sono state le donne delle pulizie a salvarmi la vita. Quando hanno raggiunto la porta Michael si è comportato come se nulla fosse. Le ha salutate, si è scusato per il vetro rotto, ha salutato anche me e se ne è andato”.

Emmert la guardò preoccupato. “Si rende conto che quest’uomo è pericoloso, vero?”

Ana assunse lo stesso atteggiamento di sfida di quando era entrata nella stanza. “Non ho paura di lui”, disse.

“E invece dovrebbe”, replicò lo psichiatra. “Lo sta provocando e sa bene che questi uomini non conoscono limiti. Se me ne avesse parlato, le avrei consigliato di non parlare con lui. Secondo me ha fatto un errore ad avviare la conversazione”.

Ana scosse la testa. “Se solo sapesse come lo odio…”

“E quindi? Come può proteggerla l’odio?”, domandò Emmert.

Come in precedenza, un barlume di cattiveria emanò dagli occhi scuri di Ana. “L’odio mi dà forza”, rispose. “L’altra notte ho sognato che mi era stato dato un foglietto con una domanda e due risposte. Mi si chiedeva se Michael avrebbe dovuto morire o restare in vita. C’erano due piccoli riquadri. Ho messo la croce su quello dove era scritta la parola morte”.

“Allora, visto che ha quasi gettato via la sua vita per uno psicopatico è normale che provi molta rabbia”, ammise lo psichiatra, non volendo minimizzare i sentimenti di Ana. “Ma non si confonda.  La rabbia non può proteggerla da nessuno. Nemmeno da se stessa”.

“Da me stessa?” ribatté Ana.

“Certo. Perché l’odio che sente adesso è il rovescio della passione. Ciò cui si dovrebbe invece mirare, nel processo di guarigione, è la totale indifferenza. Michael dovrebbe smettere di esistere per lei”. Il dottor Emmert serrò le mani e le mise in grembo, per indicare che erano giunti al punto cruciale.

“Ma è esattamente il messaggio del sogno!”, Ana dichiarò con trasporto, smaniosa di far notare che il suo inconscio si stava finalmente allineando ai consigli dello psichiatra. “Scegliere di farlo morire è come farlo cessare di esistere”.

“No, si sbaglia”, controbatté Emmert. “Il sogno è la prova di una rabbia profonda e radicata. Verso di lui e anche nei confronti di se stessa per aver avuto così poco giudizio. Indica che sta investendo ancora una quantità enorme di energia emotiva in Michael e nella relazione con lui”. Si fermò per un momento e poi proseguì, con tono preoccupato. “Ana, ha quasi eliminato quest’uomo dal suo cuore. E’ il momento di eliminarlo dalla sua vita”.

“Come posso farcela?”, domandò Ana.

Questa volta Emmert abbandonò il tono serafico e parlò con pathos. “Credo che il no contact sia l’unico modo di procedere. Qualsiasi contatto con uno psicopatico la terrà emotivamente legata, incatenata a una fantasia, a un’illusione. Non incoraggi o provochi Michael ulteriormente. Se si presenta un’altra volta a casa sua, chiami la polizia o Rob. Se telefona, riattacchi. Se scrive, lo ignori. Gli offra l’occasione di dimenticarla, di distrarsi con altre donne. Perché tanto lo farà. Le dia questa possibilità”, ripeté lo psichiatra, con un’intonazione di urgenza che Ana non aveva avvertito in precedenza.

“E’ difficile ignorarlo completamente”.

“Perché?”

“Perché a volte, anche se ora di meno, mi sento combattuta. Non perché sono innamorata del nuovo Michael che ho scoperto. Perché ancora mi manca il vecchio Michel che ho conosciuto e amato. Mi manca come mi ha trattato all’inizio. Mi mancano l’entusiasmo e la gioia. Mi mancano i suoi consigli, il suo affetto e l’attenzione costante. Mi mancano le sue battute e i suoi scherzi. Mi manca il suono della sua voce”, confessò.

“Le manca la maschera, non l’uomo,” commentò  sardonico Emmert, dispiaciuto di sentire che Ana stava di nuovo indietreggiando. Il suo stato mentale era variabile come il clima di montagna, passava continuamente dalle nuvole al sole, dalla lucidità alla negazione. C’è una sola spiegazione logica per questo, pensò. “Sta elaborando il lutto”, disse. “In realtà, lo sta elaborando da quando abbiamo iniziato la terapia”.

Ana lo guardò con tristezza. “Quale lutto? Michael è ancora vivo. Anche nella mia testa”.

“Il lutto della fantasia della storia perfetta. L’uomo che amava non è mai esistito. Sta piangendo la perdita dell’uomo che avrebbe voluto fosse stato”.

Ana annuì, era d’accordo con Emmert. “Sento che innamorandomi di Michael e accettando di diventare la sua compagna, ho fatto un patto con il diavolo. Avrei  avuto tutto quello che sognavo per qualche mese, ma al prezzo della sofferenza che sarebbe seguita, perpetua”, e dopo qualche istante aggiunse “ e vorrei che lui sentisse almeno la metà del dolore che ha provocato a me e alla mia famiglia”.

“Andiamo! Ormai sa benissimo che respingendolo non lo farà soffrire. Michael non può sentire nessuna perdita dal momento che prima di tutto non prova amore”.

Ana notò un’espressione dello psichiatra che rivelava biasimo nei suoi confronti. Mi capisce di testa, pensò, ma non di pancia. Non sa quanto può essere devastante venir travolta da un seduttore di tal portata e scoprire i trucchi quando il sipario si alza. Ti viene voglia di chiudere gli occhi e continuare ad illuderti.

“Capisco che un incontro con uno psicopatico è destinato a trasformarsi in un’esperienza tremenda e devastante,” Emmert disse in modo più morbido e scorse un’aria di risentimento nello sguardo di Ana. “Non può controllare i suoi comportamenti, né pensare di cambiarlo. Però può decidere quali debbano essere le sue, di azioni. La smetta di stare al suo gioco. Si sleghi completamente e per sempre”.

“Devo”, rispose Ana prima di proseguire con gli occhi fissi sullo psichiatra, “spero solo che mi lasci perdere”.

“Penso che lo farà”, disse Emmert. “Gli psicopatici vedono qualsiasi cosa come un gioco ma non sono seriamente competitivi. Preferiscono prendere la strada della minor resistenza. Se in modo convinto e persistente non si accetta di impelagarsi con loro, cancellano il ricordo dalla memoria e passano a una nuova ossessione”.

“Immagino che non perdano il loro tempo in una partita che sono consapevoli di non poter vincere,” disse Ana.

“A loro non interessa,”commentò Emmert. “Non hanno niente da perdere, visto che per loro le persone sono intercambiabili. Lei, invece, ha molto da perdere. Michael è pericoloso”.

Posso difendermi, Ana avrebbe voluto rispondere, con un profondo senso di invulnerabilità montato dal risentimento crescente.

Era come se lo psichiatra leggesse nella sua mente. “Ha già lasciato andare via l’amore, signora. Perché vuole tenere la rabbia?”

Ana si sentì in qualche modo presa alla sprovvista dalla formulazione della domanda. Non si era resa conto che aveva avuto voce in capitolo nella razionalizzazione della sofferenza, che la rinuncia alla fantasia era stata prima di tutto una sua scelta. “Non lo so”.

“Lei pensa che i sentimenti di rabbia la proteggano da lui. Ma non agirà sotto la loro influenza. Come la maggior parte degli esseri umani, lei sa controllarsi. Michael no. Lo ha dimostrato chiaramente quando si è presentato a casa sua l’altro giorno. Anche se non è capace di provare odio né amore, è in grado di fare qualsiasi cosa qualora si senta frustrato o anche solo infastidito. Basta giocare con il fuoco, Ana. Stia lontana da lui”,Emmert la mise nuovamente in guardia. FINE

Tratto da The Seducer di Claudia Moscovici

Non racconto come va a finire il romanzo perché spero di avere l’occasione, un giorno, di tradurlo e farlo pubblicare in italiano. Al pari dei manuali di psicologia e dei testi che descrivono i tratti comportamentali dei soggetti disturbati, la storia di Ana e Michael, basata sulla devastante esperienza che Claudia Moscovici ha vissuto in prima persona, presenta tutte le dinamiche che contraddistinguono le relazioni tossiche e malate. Violenze che si possono fermare all’inganno, al tradimento, all’insulto e alla nostra devastazione emotiva o che possono andare oltre, mettendo in pericolo la nostra vita o ponendovi addirittura fine.

Astra

 

 

 

4. La preda perfetta

 

Dopo la prima seduta di analisi con il dottor Emmert, Ana iniziò a ragionare e ad unire gli infiniti pezzi del puzzle che era la relazione con Michael. Purtroppo, come sanno ormai alla perfezione tutti coloro che frequentano questo blog, non è facile liberarsi di un predatore sociale. Poco dopo l’inizio della terapia individuale, Michael si ripresentò a casa di Ana per riaggiustare le cose e risalire sulla giostra. Ma si trovò di fronte una persona che stava lentamente acquisendo consapevolezza, non più manipolabile e controllabile, una donna diversa. Questo lo mandò su tutte le furie e alle violenze verbali, tipiche di questi personaggi, seguì un attacco fisico vero e proprio. Riprendiamo la lettura di The Seducer:

Segue dalla terza parte

“Si è presentato a casa mia e ha bussato alla porta due giorni fa, nel primo pomeriggio. Non  ho aperto, ovviamente. Non sono stupida. Ho solo comunicato con lui attraverso il vetro accanto all’ingresso”, disse disegnando un rettangolo nell’aria. “All’inizio era carino, il Michael che conoscevo. Piccola qui, piccola là, piccola giù e piccola su... Ma io non sono più la sua piccola quindi mi sono rifiutata di aprirgli”.

“Brava”, convenne Emmert.

“Ma non è stato tanto questo a dargli fastidio. Cosa lo ha fatto uscire di testa è stato che non gli credessi più. Che non fossi più manipolabile e abbindolabile”.

“Cosa le ha detto?” chiese lo psichiatra.

“Le solite bugie. Che mi ama. Che sono la donna della sua vita. E la cosa mi ha fatto veramente infuriare”.

“Cosa l’ha mandata su tutte le furie, in particolare?”

“Il fatto che ha continuato a provare ad ingannarmi anche una volta essere stato completamente smascherato”,disse Ana.

“Forse non ha pensato di essere stato smascherato”, rispose Emmert. “Perché, tanto per cominciare, nella sua testa non ha mai indossato una maschera. Probabilmente si sente tradito”.

“Lui si sente tradito? E cosa dovremmo dire io, Rob e Karen?”, controbatté Ana.

Emmert si strinse nelle spalle. “Fondamentalmente a Michael non importa di nessuno di voi. Lui vede le cose solo dal suo punto di vista. Dalla sua prospettiva, lo ha offeso. Dopotutto, era pronto a lasciare la fidanzata per lei”.

“Come può sentirsi tradito se a lui non importa di nessuno se non di se stesso?”, chiese Ana, perplessa.

“Bè, non è il tipo di tradimento che intende lei o che intendono Rob o Karen”, spiegò Emmert. “Per la maggior parte delle persone, il tradimento è la violazione della fiducia nell’ambito di una relazione intima. Per gli psicopatici, invece, significa qualcosa di completamente diverso. Dal momento che non sono capaci di formare legami emotivi autentici con gli altri, non sanno nemmeno cos’è la violazione della fiducia. Per fidarsi di una persona, bisogna sentirsi intimo, vicino a lei. Gli psicopatici, tanto per cominciare, non si sentono vicini a nessuno, intimamente parlando. Per loro il tradimento è piuttosto una violazione del loro controllo su certi individui, specialmente quelli su cui avevano ascendente. Dal momento che lei è scappata al suo controllo, dalla sua prospettiva distorta, Michael non pensa di averla trattata male. E’ più probabile che creda che sia stata lei a trattare male lui”.

Ana ricordò con quale disprezzo Michael parlava dei suoi genitori quando si permettevano di muovergli qualche critica. Sembrava particolarmente colpito dalla disapprovazione da parte della madre. Dopo tutto, era quella che lo gloriava di più. “Ma è proprio questo il punto. Ha trattato male me e tutti quelli vicini a lui”, replicò Ana, argomentando contro Michael nella sua testa. “Tutto di lui è stata una finzione. Tutto”. E contò sulle dita. “Il fatto che potesse amare. Il fatto che potesse avere a cuore un altro essere umano. Il fatto che potesse essere fedele e onesto. Il fatto che sarebbe stato buono con me e i miei figli. E’ incapace di essere buono con chiunque. E’ uno psicopatico”.

“Sì, ma lui non lo sa”, specificò Emmert. “Proprio come incontra serie difficoltà a legarsi agli altri, allo stesso modo Michael ha un legame superficiale con il proprio sé. E’ troppo carente di autoconsapevolezza per accorgersi delle dinamiche del suo disturbo”.

Ad Ana tremava la mano, che teneva appoggiata sull’addome. “Non mi ha mai amata”, disse.

“No, non la amava,” concordò lo psichiatra. “Per un periodo ha visto in lei il soddisfacimento delle sue fantasie sessuali. Quella che gli psicologi chiamano la fantasia della donna onnidisponibile. Una donna che si fa fare tutto, sempre eccitata, sempre disponibile a soddisfare i desideri di un uomo, sempre arrendevole alle sue volontà”.

“Io sono stata solamente me stessa”, rispose Ana, sentendosi lontana da una donna del genere. “Sono sempre stata vera con lui”.

“Sicuramente”,commentò Emmert. “Ma una volta che avete messo al corrente i rispettivi partner della vostra storia, gli ha fatto mostrato un’altra parte di lei.  Una che sì, era reale, ma che a lui non piaceva così tanto. Lei ha reagito normalmente al trauma che stava creando a se stessa e alla sua famiglia. E’ diventata difficile e depressa. E una volta che è fuoriuscita la vera Ana, l’interesse di Michael nei suoi confronti è scemato. Perché una donna nervosa e triste è molto meno divertente. E se diventa meno divertente è facile che lui decida di andarsi a prendere altrove quello che gli serve”.

“Durante le ultime settimane insieme”, raccontò Ana, “Michael iniziò ad essere molto prepotente. Quando mi corteggiava, mi lusingava e mi riempiva di regali, non realizzavo quanto potesse essere dispotico”.

Emmert sorrise. “E’ strano che non lo vedeva prepotente nel corso del nostra prima seduta. Quando suo marito lo descriveva in questo modo, lei si metteva sulla difensiva e prendeva le sue parti. Cosa è cambiato nella sua testa?”

Anna si rivolse a lui con franchezza. “Ho smesso di difenderlo con gli altri solo una volta che ho smesso di difenderlo con me stessa. Ho iniziato a vedere Michael per quello che è. Un prepotente, un maniaco del controllo e un perverso”, aggiunse. “Una volta che la nostra relazione ha iniziato a sfilacciarsi mi ha sorpreso quanto parlasse di sesso. Qualsiasi cosa girava intorno al sesso per lui. E lo considerai un brutto segno”.

“Giusto. In effetti, lo era”, confermò lo psichiatra. “Significava che lui era noncurante degli altri aspetti della vita. Non sarebbe stata certo una base solida per un matrimonio o per qualsiasi legame serio. E soprattutto voleva dire che la persona”, spiegò, “era meno importante dell’atto. Perché l’atto si può fare con chiunque”.

Sopra pensiero giocò con la fede, che si era rimessa al dito pochi giorni prima. “Vede”, disse in modo molto misurato, come se stesse parlando a se stessa, “il fatto di stare insieme con passione ha mascherato un pò la dipendenza sessuale di Michael”. Perché è normale che gli amanti siano presi dal sesso e dal piacere, è la norma. Ma una volta che abbiamo iniziato a pianificare il nostro futuro insieme, mi aspettavo di che uscissero fuori altri lati di lui”.

“Tipo?”

“Bè l’interesse per i miei figli, per esempio. E anche verso di me, sia dal punto di vista delle questioni pratiche della vita che di quelle affettive. Ma non ho visto niente di tutto questo. In circostanze differenti e sicuramente più complesse, ho visto il solito Michael fissato con il sesso ma privo dei tratti migliori, come il magnetismo, il senso dell’humor, la generosità e la pazienza, che andarono a farsi fottere”.

“E’ perfettamente normale”, sottolineò Emmert, “per una persona così anormale, intendo. Michael vive esclusivamente per la propria gratificazione. Nient’altro conta per lui”.

“Sì, ma all’inizio non me ne ero accorta”.

“Non ha voluto accorgersene”, la corresse lo psichiatra. “La miopia, infatti, fu una delle cose che lo attrasse a lei”.

“Cosa vuol dire?”

“Allora, all’inizio della relazione, lei fece credere a Michael che fosse vulnerabile e che non c’erano paletti ben delineati. Si confidò subito con lui dei suoi problemi matrimoniali. Acconsentì a divorziare da Rob nonostante perplessità consistenti. Questo comportamento, insieme al suo concedersi poco per volta, pezzetto per pezzetto, hanno dato a Michael l’impressione che sarebbe stata una preda perfetta”.

Anna non potè fare a meno di sorridere al pensiero della sua immagine con la parola “preda” stampata sulla fronte.

“Era sufficientemente misteriosa per costituire una sfida per lui, che poi si è rivelato quello che nella relazione ha preso il comando”, proseguì Emmert. “Con il minimo sforzo e un po’ di astuzia ha potuto fare con lei quello che ha voluto. Ecco perché fino a quando ha posto sufficiente resistenza per stimolarlo, ma non abbastanza per deludere i suoi desideri, l’ha vista come l’appagamento delle sue fantasie”, Emmert sintetizzò a perfezione la dinamica della storia.

C’era qualcosa nel comportamento di Michael che, col senno di poi, per Ana era ancora più fastidioso del fatto che lui preferisse la fantasia alla realtà. “Sa dottore, credo che se anche non fossi stata sposata con figli, anche se fossi stata la donna onnicomprensiva di cui ha parlato, Michael mi avrebbe ugualmente tradito e alla fine lasciato, come ha fatto con Karen. Onestamente”, disse Ana sbattendo le palpebre, come se volesse convincere lo psichiatra della sua sincerità, “credo che anche se potessi magicamente impersonificare una Miss Universo diversa ogni giorno, si stancherebbe di me uguale. Perché, come sono arrivata a realizzare, Michael ha bisogno di tradire, di mentire, della varietà e del rischio per sentirsi vivo. E così preferisce il tabù del sesso fuori della stanza d’albergo piuttosto che dentro, anche se ha già pagato la stanza. Prospera nella trasgressione”.

“Non è mai un buon segno quando l’entusiasmo in una relazione è provocato più dalle situazioni che dalle persone”, commentò Emmert.

“Ma non l’ho vista in questo modo fino che lui non si è raffreddato nei miei confronti, dopo aver detto a Karen di noi. Tutto sommato, è stato sempre abbastanza tollerante durante le discussioni sul divorzio quando era ancora in piena fase di seduzione. Ma una volta che abbiamo detto ai nostri partner della storia, lo stimolo a restare paziente con me tutt’un tratto si è spento. E’ stato allora che ho iniziato a vedere il vero Michael, un uomo egoista, calcolatore, disonesto, manipolatore e gelido”.

“Non si esprimeva in questo modo negli ultimi incontri. Sembra che più pensa al passato con Michael, più severo diventa il giudizio nei suoi confronti”.

“E’ perché ora ho il beneficio, se così si può chiamare, del senno del poi”.

“E prima non lo aveva, quando è venuta qui con suo marito qualche settimana fa?”

Anna si sentì obbligata a rivedere la sua posizione. “Mi ci è voluto un po’ di tempo per accettare cosa era successo. Perché per la maggior parte della storia, fino alle ultime settimane passate insieme, mi aveva convinta che mi amava”, disse di nuovo con amarezza nella voce. “Parte di me ancora non può credere che Michael è quello che si è dimostrato. Voglio dire, ha finto tutto? La sensualità, la passione, l’interesse per l’arte e la letteratura?”

Emmert si strinse nelle spalle. “Non lo so, ho dubbi in proposito. Non ho mai incontrato uno psicopatico che non ha fatto esattamente quello che ha voluto. Sospetto che abbia voluto essere d’ispirazione alla sua arte e qualsiasi altra cosa abbia fatto con lei. Ma che l’interesse di Michael fosse autentico al tempo non è rilevante. L’unica cosa che conta è che lui era nella relazione esclusivamente per il proprio vantaggio”.

Ana ci riflesse su un momento. “Ma cosa poteva volere da me? Non sono ricca né famosa, come Rob ha avuto gentilmente modo di sottolineare”.

“E’ uno dei motivi che lo hanno spinto a prenderla di mira. Lei è un’aspirante artista. Gli psicopatici generalmente cercano persone con vulnerabilità delle quali potersi approfittare”.

Questa spiegazione ad Ana non tornava del tutto. “Ma non ho bassa autostima, almeno non come Karen. Se non altro, Rob dice che sono troppo presa dalle mie ambizioni artistiche”.

“Sicuro”, confermò Emmert. “Ma essere presa dalla sua arte non esclude il fatto che abbia bisogno di validazione esterna. Infatti, è proprio ciò che stava cercando, giusto? Qualcuno che la incoraggiasse a dipingere come voleva e che le dicesse che stava andando bene”.

Ana annuì con la testa, riconoscendo il richiamo di Michael. “Soprattutto”, proseguì sulla linea di pensiero dello psichiatra, “volevo qualcuno che mi dicesse che non era proprio fondamentale che lo facessi. Almeno non nel significato convenzionale del guadagno di fama e celebrità, che invece sembra così importante a Rob e praticamente a tutti gli altri. Volevo un uomo che mi amasse per quello che ero”.

“Non era proprio quello che disse a Michael che suo marito non faceva?”, chiese Emmert. “Gli ha mostrato il suo punto debole sin dall’inizio. Lui sapeva perfettamente che fino a quando l’avesse supportata come gli altri non facevano, avrebbe potuto chiederle qualsiasi cosa in cambio”.

“Ma cosa voleva esattamente da me”, chiese Ana?

“Voleva potere. Lo ha detto lei stessa. Voleva decidere come si dovesse vestire, quando lo dovesse vedere, come dovesse fare l’amore e persino cosa dovesse dipingere. Gli psicopatici non fanno mai niente per nessuno gratis. Fanno affari, non vivono relazioni”, chiarì lo psichiatra.

“Ed io cosa avrei guadagnato da questa transazione?”, chiese Ana.

“Questo lo può dire soltanto lei”, concluse Emmert. SEGUE

Tratto da The Seducer di Claudia Moscovici

Traduzione Astra

3. L’ombra della negazione

 

Continua dalla seconda parte.

“Se fosse diventata la compagna di Michael” disse Emmert dopo la metafora del serpente, “si sarebbe presto accorta della differenza tra il legame di dominio che le aveva imposto e l’amore vero”.

“La sua fidanzata non se ne è accorta. Lo ama ancora”, fu l’unica difesa che Ana si sentì di formulare.

Emmert alzò le spalle. “Le donne che rimangono con uomini del genere di solito soffrono di bassa autostima o hanno una specie di complesso del martire”.

“E’ Karen!” Ana annuì con entusiasmo. “Fa tutto il possibile per fargli piacere, tutto”,enfatizzò”.

“E guarda com’è stata ricompensata amorevolmente per i suoi sforzi”, intervenne Rob.

“Ma Rob, nemmeno Karen è giusta per lui”, obiettò Ana. Ricordò ciò che le disse Michael durante uno dei loro primi incontri, quando si confidavano come amici di vecchia data. Le raccontò che indipendentemente da quanto impegno lui mettesse nella relazione, Karen rimaneva poco espansiva. “E’ fredda e distante”.

“Questo lo dice lui…”, commentò Emmert. “Lei ha appena detto che Karen fa tutto il possibile per accontentare Michael”, e sottolineò la contraddizione.

“E’ vero”, rispose Ana stringendosi nelle spalle, consapevole che non c’era nulla da dire in grado di giustificare l’incoerenza. “Fa tutto il possibile. Ma è un dato di fatto, non è una donna coinvolgente. Come ha detto Michael, non possiede le qualità in grado di renderlo felice”, disse con convinzione. “Può anche metterci tutto l’impegno del mondo, rimane non abbastanza intrigante e sexy”.

Rob scosse la testa. “Quando dici queste cose, Ana, non riconosco la donna intelligente di cui mi sono innamorato. Tutti gli uomini che tradiscono dicono le stesse cose delle mogli. Sono solo parole. Frasi precotte e scuse banali”. Emmert sorrise, tra l’ironico e il cinico. “Cercherò di andare nella direzione di Rob ma passerò da un’altra strada.” Lo psichiatra provò a farla ragionare. “Non crede che se fosse diventata la compagna di Michael sarebbe andata a sbattere contro lo stesso muro?”, domandò.

“Forse…”,mormorò Ana, appoggiandosi le dita sulla fronte come per riordinare i pensieri. “La nostra relazione alla fine è diventata così caotica e tormentata che non sono più in grado di dire chi era colpevole e di che cosa”, disse cercando di alleggerire il quadro della situazione.

Vedendo riaffiorare in Ana le tipiche ombre della negazione, Emmert giunse le mani e cercò di riportarla con i piedi per terra. “Mi tolga una curiosità. Perché credeva a tutto ciò che le diceva quell’uomo? Perché ha accettato la sua versione della storia su Karen? Michael le ha mai dato una ragione valida per fidarsi di lui?”, e tornò all’approccio socratico che sembrava produrre maggiori frutti.

Ana si appoggiò leggermente sulla sedia. “Non era solo quello che diceva”, spiegò, “ma come lo diceva. Parlava con questa voce calma, suadente, e mi guardava dritta negli occhi. Era davvero ipnotico. Ad ogni modo, sembrava molto sincero. Non dimostrava alcuna agitazione, non distoglieva mai lo sguardo, nessun nervosismo, insomma non succedeva nulla di quello che generalmente accade quando le persone mentono”.

“E’ proprio questo il punto! Il fatto che quest’uomo riuscisse a mentire con la stessa facilità con cui normalmente si respira ti avrebbe dovuto far scappare da lui più velocemente possibile”, intervenne Rob.

“E’ come se le furbizie di Michael le oscurassero la ragione”, disse lo psichiatra. “Era così distratta dalla sua naturalezza nel dire le cose che non prestava abbastanza attenzione al loro contenuto. Se aveva capito che Karen era incompatibile con lui e non sarebbe riuscito ad amarla, allora, perché non la lasciava”?

“Gli ho fatto questa domanda un sacco di volte”.

“E..?”

“Non mi ha mai dato una risposta convincente”.

“Perché non poteva ammettere che voleva prendere per i fondelli entrambe e chissà quante altre”, disse Rob, vicino a perdere la pazienza per l’ingenuità della moglie che sconfinava quasi nella stupidità. Non è l’Ana che conosco, pensò, provando ancora una volta la sensazione che questa esperienza l’avesse completamente cambiata, facendola quasi tornare un’estranea.

“E cioè, come le rispondeva?”, domandò Emmert.

“Mi diceva che non voleva restare da solo”, Ana rispose meccanicamente, come se stesse pronunciando una frase in un’altra lingua e stesse esprimendo un concetto che non comprendeva alla perfezione.

Lo psichiatra sorrise con l’aria di chi la sa lunga. “Mi rendo conto. E, visto che Michael già aveva lei e non era per niente da solo, quella spiegazione non le sembrò un po’ strana?”

“Certo”, ammise Ana, “ non capivo proprio perché restasse con una donna che non amava più”.

“Forse perché ha sempre bisogno di avere qualcuno da controllare e manipolare”, Emmert diede la sua interpretazione della cosa. “Le conquiste sessuali potrebbero non essere sufficienti”.

Per Ana bisognava dare al discorso una direzione positiva, le spiegazioni fornite da Emmert smontavano sistematicamente il suo ex amante. “All’inizio Michael mi diede una risposta che, al tempo, poteva avere un senso. Mi disse che era un inguaribile romantico, proprio come me, e che era quello il motivo per cui non aveva mai perso le speranze di recuperare la relazione con Karen. Immagino che stesse ancora provando a farla funzionare”, suggerì con ironia, visto che questa risposta non la convinceva più.

“Tradendola e mentendole?” chiese il dottore Emmert, inarcando le sopracciglia. “Le sembra questa una risposta minimamente plausibile?”

“Sicuramente sì, visto che è esattamente come Ana si è comportata nei confronti della nostra, di relazione!”, si inserì Rob.

Ana non sapeva come rispondere. Non poteva difendere il comportamento di Michael. Non poteva difendere nemmeno il proprio, a dire la verità.

Emmert realizzò che erano giunti a un punto morto. “Mi sembra che si trovi imprigionata nelle classiche maglie della negazione”, osservò lo psichiatra dando una rapida occhiata all’orologio. Doveva chiudere la seduta nei pochi minuti che rimanevano a disposizione. “Purtroppo, per ragioni che solo lei può sapere, si sta aggrappando a un’immagine idealizzata di Michael e della relazione. La cosa rende praticamente impossibile, per lei e suo marito, lavorare con efficacia sul vostro matrimonio”.

“E’ quello che le vado dicendo e che mi ha spinto a portarla qui”, commentò Rob. La seduta con lo psichiatra però non era stata così di aiuto come aveva sperato. Si era sentito ignorato e quell’incontro si era incentrato su Ana e sul suo ex amante, più che sul loro matrimonio.

“Fino a quando sarà convinta che è Michael il metro di giudizio, il modello a cui riferirsi per ammirare o disprezzare tutti gli altri uomini, compreso suo marito”, disse Emmert, “non può pensare di migliorare la relazione con Rob”. Lo sguardo dello psichiatra si spostava da Ana al marito e viceversa. “Quindi, se siete interessati a proseguire gli incontri con me, vi consiglio questo esercizio: pensate a ciò che manca nel vostro matrimonio che vi piacerebbe raggiungere insieme. Inoltre”, questa volta si rivolse esclusivamente ad Ana, “chieda a se stessa cosa manca a Michael per essere il compagno ideale. In altre parole, continui a lavorare sulla fantasia della storia d’amore perfetta. Perché, come ha iniziato a capire, la relazione con lui non era proprio perfetta come aveva inizialmente creduto. In realtà, per certi aspetti, era l’opposto di ciò che credeva”.

Ancora una volta Ana sentì che lo psichiatra, suo marito e probabilmente chiunque altro non fosse passato attraverso un’esperienza del genere non avrebbe potuto capire le cose.

“Dottore, lei intende dire che sono stata cieca, che non ho voluto leggere attraverso la personalità di Michael, e per un certo verso è vero, lo sono stata. Ma le cose non sono così semplici quando ci si trova dentro. Mi spiego, quando un uomo ti riempie di affetto e attenzioni per mesi, è difficile vederlo come egoista e cattivo”.

“Non sto dicendo che è stata cieca”, ribatté Emmert, serafico. “Ma chiaramente ha ignorato i segnali di allarme che avevano rivelato sin da subito il profondo egocentrismo e l’insensibilità di Michael”. Lo psichiatra sembrò perdersi nei suoi pensieri per qualche istante. “Se devo dirla tutta”, concluse, “più sento parlare di Michael, più mi convinco che è un esempio da manuale“.

Ana avrebbe voluto chiedergli di quale manuale pensava fosse un esempio, ma Emmert continuò, sembrando di voler chiudere in fretta. “Sentite, il tempo che abbiamo a disposizione è quasi finito”, informò la coppia, facendo capire che l’incontro stava per concludersi. “Ma da quello che mi ha raccontato di lui”, disse dando uno sguardo agli appunti, “Michael sembra essere seriamente carente delle due qualità fondamentali per amare: la capacità di formare legami emotivi con gli altri e l’empatia. Senza formare legami emotivi autentici, le persone non hanno forti motivazioni per restare insieme nel tempo. Non sentono il bisogno l’uno dell’altro quando sono vicini, né la mancanza quando sono distanti. Inoltre, senza empatia, senza cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altro e averne a cuore i sentimenti, queste persone mentono, tradiscono, imbrogliano e manipolano il prossimo con facilità, per profitto o per puro divertimento”, osservò lo psichiatra, curioso di vedere le reazioni di Ana a queste osservazioni. “Le suggerisco di leggere qualche libro di psicologia”, annotando tre titoli su un biglietto che le porse. “Non deve leggerli dall’inizio alla fine. Dia una letta alle parti che le sembrano più interessanti. Questi testi la aiuteranno a riconoscere alcuni tratti della personalità di Michael. Dopo aver letto questa roba, sarà ancora più difficile per lei vederlo come compagno ideale”.

“Grazie”, Ana prese il biglietto e se lo infilò in tasca, proprio dove aveva messo il numero di telefono di Michael il giorno in cui si erano conosciuti.

“Volete fissare un altro incontro con me?”, chiese Emmert alla coppia.

Rob sembrò a disagio. Non credeva di poter sostenere un’altra dettagliata analisi delle romanticherie di sua moglie con un altro uomo.

“Forse sarebbe più utile prevedere alcuni incontri individuali”, rispose Ana, dopo essersi scambiata una veloce occhiata con suo marito, che sembrava esitante. “Prima che Rob e io possiamo lavorare sul nostro matrimonio, ho bisogno di risolvere il problema Michael”.

“E io preferirei non partecipare a questa fase” si affrettò ad aggiungere Rob. “Ho ascoltato più di quanto mi interessasse sapere di quest’uomo”.

“Allora pensate a come organizzare la cosa e ci risentiamo per fissare un appuntamento, d’accordo?”, propose Emmert.

“Va bene”, convenne Ana.

Quando si trovarono soli nell’ascensore, lei disse: “E’ lineare e ricco di buon senso!”. Era piacevolmente sorpresa dalla scoperta che a volte anche i pregiudizi, e non solo le idealizzazioni, potevano dimostrarsi sbagliati.

“Sì, è bravo. Ma pensavo ci aiutasse a lavorare sul nostro matrimonio, non a ridiscutere la tua storia sordida”, rispose Rob meno entusiasticamente.

“Come ha detto il dottor Emmert, non possiamo fare una cosa senza l’altra”, rispose sua moglie. SEGUE.

Tratto da The Seducer di Claudia Moscovici

Traduzione Astra

2. La metafora del serpente

 

Segue dalla prima parte

Emmert sorrise e tentò di portare Ana a questa antipatica conclusione in modo più morbido, ripercorrendo le sue esperienze. “Ha detto fino agli ultimi giorni oppure fino alla fine” osservò. “Michael cambiò comportamento con lei”?

“Sì. Nelle ultime settimane, proprio dopo aver messo al corrente della storia i rispettivi partner, “con me divenne molto più freddo e prepotente. Ma sicuramente perché anche io divenni lunatica, dal momento che far male alla mia famiglia mi provocava sofferenza. Tutti abbiamo attraversato un momento difficile durante quelle ultime settimane, per ovvie ragioni”, disse Ana senza voler colpevolizzare il suo amante.

“Le ragioni sono ovvie!”,intervenne Rob. “Quando si è trattato di affrontare un problema reale, il tuo fidanzato ha mostrato i veri colori”.

“Sono sicuro che le difficoltà che ha dovuto affrontare con la sua famiglia hanno contribuito al cambiamento del comportamento di Michael nei suoi confronti”, commentò Emmert, cercando di prendere una posizione intermedia nonostante la simpatia nutrita per Rob. “Ma sospetto che abbia solo accelerato le cose”. Ana lo fissò con perplessità. “Vale a dire che il bastone sarebbe probabilmente arrivato a tempo debito, una volta finita sotto il suo totale controllo. Perché il comportamento manipolativo e controllante, che è quello che ha descritto finora, tende ad aumentare di grado con il tempo”.

“E’ quello che ho provato a spiegarle”, intervenne Rob. “Quell’uomo è un bullo”.

Ana aveva voglia di contraddirlo ma, questa volta, soppresse l’istinto. “Possibile”, rispose ed espirò lentamente. Era più una doglianza che un’affermazione. “So solo che temevo che se avessi continuato a rifiutare di sposarlo, Michael mi avrebbe lasciato. Spesso mi diceva che ero insostituibile e che il nostro amore era speciale. Invece mi sentivo che se avessi fatto qualcosa che non incontrava il suo gradimento, la punizione sarebbe stata sproporzionata all’offesa, come si suol dire”.

“Questo senso del diritto costituisce la base della violenza psicologica”, disse Emmert, buttando giù qualche appunto. “Le persone che controllano vogliono sempre comandare. Le loro pretese prendono la forma di richieste gentili. Ma, alla fine, non si tratta di richieste, perché quando non fai quello che chiedono, si vendicano”, si fermò per un momento e poi aggiunse, risvegliando i ricordi di Ana, “con menzogne, tradimenti o facendo qualsiasi cosa in grado di provocare sofferenza”.

“Non che tu non sia capace di comportarti in quel modo da sola”, Rob rivoltò la situazione su sua moglie.

“Capisco che non sono proprio un angelo”, ammise Ana prontamente, “ma quello che sto cercando di descrivere è qualcosa di diverso e…” guardò smarrita intorno a sé alla ricerca della parola giusta, “…più generale”. La spiegazione dello psichiatra era per lei ricca di significato. “Come ha detto il dottor Emmert, Michael aveva uno spiccato senso di diritto verso chiunque e qualunque cosa. Viveva secondo le proprie regole, che stabiliva volta per volta”, e cambiò leggermente posizione sulla sedia. Smise di parlare e guardò fuori, dove la luce era grigia per l’insolita foschia di quel giorno di primavera che sembrava andare d’accordo con le sue apprensioni e il suo umore malinconico e poi si rivolse di nuovo allo psichiatra. “Anche all’inizio, quando Michael era molto carino con me, qualcosa nel suo comportamento mi portava a credere che il suo affetto fosse totalmente soggetto a condizioni”.

“…per farti fare tutto quello che voleva”, suo marito terminò la frase.

“O quasi”, Ana convenne con prudenza. “ Voleva certamente che le cose andassero come diceva lui, quasi in tutto. Provò addirittura a dirmi come dovessi vestirmi quando ero con lui. E cioè con gonne corte o miniabiti. Mai pantaloni o jeans, nemmeno quando fuori faceva freddo”. Ana provò vergogna ad ammettere che una donna adulta prendesse istruzioni da un uomo su come dovesse vestirsi. Ma durante i mesi in cui Michael la corteggiava, ricordò, era difficile che si sentisse spinta a fare qualcosa contro la sua volontà. Più che altro, si sentiva come una fidanzata viziata che accontentava il suo uomo con piccoli favori che, in realtà, divertivano ed eccitavano entrambi.

“Vede Ana”, affondò Emmert, “Questa forma di condizionamento può essere ancora più potente del predominio diretto”.

“E’ che quando il suo controllo si esprimeva nella forma di amorevolezza o di affetto, per me era difficile riconoscerlo come una manifestazione di abuso”, rispose Ana.

“Sicuro. Ma quando lei faceva tutto ciò che Michael voleva, lui si comportava bene con lei”, spiegò lo psichiatra. “E’ stato quando ha smesso di farlo che, presumo, ha visto i suoi veri colori. L’uomo dietro la maschera, in altre parole”.

“Non c’era nessuna maschera!” protestò Ana. “Michael era innamorato di me davvero”.

“Non lo metto in dubbio”, commentò Emmert. “A modo suo…”

Ana lo guardò, incuriosita da questo modo di dire che anche lei aveva usato tante volte. “Cosa intende dire”?

Lo psichiatra si sporse in avanti sulla sedia e la scrutò negli occhi. “Ha mai desiderato follemente un gioiello?”, le chiese. Quando Ana entrò nella stanza, Emmert aveva notato che indossava un anello con un diamante, un paio di orecchini di acquamarina e un ciondolo con la stessa pietra.

“Vuole sempre gioielli”, commentò suo marito. “Per ogni occasione, a Natale, per il suo compleanno, a San Valentino, per il nostro anniversario e via dicendo. Chiede sempre gioielli”, osservò Rob, con la mano al portafoglio.

“Lo ammetto”, disse Ana sorridendo. “Che dire? So cosa mi piace, ecco”.

“Ma se ogni gioiello le piace così tanto, allora, perché continua a volerne altri?”, la incalzò Emmert.

“Perché ogni pezzo mi piace più dell’altro”.

“Bene, è esattamente questo il modo in cui Michael desidera le donne. Come possessioni. Il desiderio di possedere lei, Ana, era abbastanza autentico ma superficiale, senza badare tanto alla sua serenità e alla sua felicità. Nel giro di qualche giorno, settimana o mese dopo essere andata a vivere con lui, si sarebbe fissato su qualche altra novità. Ovviamente, dal momento che non conosco di persona quest’uomo, non posso fare una diagnosi certa. Ma da quello che mi ha raccontato di lui, mi sembra che Michael abbia intensità emotiva priva di profondità”, osservò lo psichiatra.

E’ una spiegazione riduttiva, pensò Ana cercando di proteggere l’integrità dei suoi piacevoli ricordi. “Non sono sicura di approvare completamente l’analogia con i gioielli”, disse. “Quando stavamo insieme, Michael aveva occhi solo per me. Tutta la sua attenzione era concentrata sulla nostra relazione”.

Emmert sorrise con l’aria di chi la sa lunga. “Certo. Questo si addice al quadro psicologico che sto dipingendo. O almeno, non lo contraddice. Le persone come Michael hanno fame predatoria di quello che vogliono. Ultimamente, era lei che voleva. Hanno la sconcertante abilità di concentrarsi su quella persona o su quell’obiettivo escludendo qualsiasi altra cosa o chiunque altro. E questa potente ossessione generalmente dura fino a che non riescono ad agguantare l’oggetto del loro desiderio. Ma una volta che la preda è tra i loro artigli, si stufano. Quando l’interesse sfuma, passano a qualcuno-o qualcosa-di diverso”.

Queste considerazioni fecero riflettere Ana. Si ricordò che Michael si era comportato come se la amasse per tutto l’anno che trascorsero insieme. Cambiò solo quando lei diventò troppo difficile. “A volte mi dico che se non fossi diventata così lunatica e impaziente verso la fine, anche Michael si sarebbe comportato in modo diverso con me”, disse, pensando a voce alta.

“Intendi dire che ti penti di essere rimasta con me?” le chiese Rob, seccato.

“Per niente”, rispose Ana, di nuovo sulla difensiva. Le fu chiaro a quel punto che era difficile trovare il giusto equilibrio in questa seduta di analisi. Non poteva essere completamente onesta con lo psichiatra e, al tempo stesso, avere tatto con suo marito. Optò per l’onestà senza la quale, si rese conto, la terapia sarebbe stata inutile. Ma anche provocare Rob non avrebbe aiutato. Al contrario, sarebbe stato distruttivo per la funzione stessa della terapia di coppia. “E’ solo che il cambiamento di Michael verso la fine davvero mi ha disorientata. E a volte mi do la colpa”, commentò.

“Perché?”, chiese Emmert.

Ana scosse la testa, come se volesse dissipare la foschia. “Mi sento in colpa verso chiunque. Rob, i bambini e anche nei confronti di Michael”, disse.

Rob non poteva credere alle sue orecchie. “Verso Michael? E’ l’unico che ha manipolato e ferito chiunque, te compresa!”.

“Non mi piace dirlo così spesso, ma in questo caso penso che Rob abbia ragione. Posso capire che si senta colpevole verso la sua famiglia”, Emmert disse in modo molto pacato, per addolcire la tensione, “ma mi sembra che provare senso di colpa verso Michael sia una distorsione della coscienza”.

“Lui mi accusò di volermi tirare indietro”.

Il terapista annuì. “E perché lo fece?”

“Perché amo la mia famiglia. E perché temevo le reazioni di Michael”, ammise francamente. “Fondamentalmente, non mi fidavo di lui”.

“Cosa temeva?”

Ana gesticolò in modo contorto. “Verso la fine, divenni timorosa di tutto”. Pensando a come descrivere quella sensazione di insicurezza in modo più preciso si ricordò qualcosa che Michael le aveva detto all’inizio della loro relazione. “La sua prima fidanzata lo definiva un serpente”, disse a voce alta, come se quell’epiteto fosse particolarmente pertinente.

“Era abbastanza realistica” commentò Rob.

“Michael mi ha detto che è stata lei l’unica donna a lasciarlo. Mi sono domandata allora perché lo definiva serpente…”

“Secondo lei, perché?”, Emmert gettò lì la domanda.

Ana guardò fuori dalla finestra cercando un modo che esprimesse efficacemente la sua sensazione. “Perché ho imparato che con Michael non sai mai quando si rivolterà per attaccarti”.

“E allora perché si dà la colpa di averlo lasciato?”, le chiese lo psichiatra.

“Non lo so”, rispose Ana, ancora annegata nella confusione.

“La ragione è semplice”, disse Rob. “Lei era completamente manipolata da quell’uomo”.

“Non sono il cagnolino di nessuno”, protestò Ana.

“Crede che se si fosse comportata diversamente verso la fine, lui si sarebbe comportato bene con lei?”, domandò Emmert, cercando di sgombrare il campo da insulti reciproci.

“E’ quello che speravo. Pensavo che se avessi trattato bene Michael, se lo avessi amato con tutto il mio cuore e avessi fatto del mio meglio per renderlo felice, lui non mi avrebbe mai fatto del male”.

“L’amore non può risolvere sempre tutto, soprattutto se non esiste”, commentò lo psichiatra. “Ma la metafora che lei ha usato è abbastanza valida e può essere di aiuto. Consideri Michael un serpente domestico. Indipendentemente da quanto carina e amorevole possa essere con lui, certamente non gli crescerà il pelo e non diventerà un cucciolo. Prima o poi l’attaccherà”. E lanciò un’occhiata a Rob, che sin dall’inizio gli era sembrata una persona per bene. SEGUE.

Tratto da The Seducer di Claudia Moscovici

Traduzione Astra

1. Bastone e carota

 

Uno dei libri più belli sulla seduzione psicopatica che ho avuto modo di leggere è The Seducer di Claudia Moscovici. E’ un romanzo, in parte autobiografico, sulla tormentata passione che vede protagonisti la pittrice Ana, nome preso a prestito dalla famosa opera di Tolstoj Ana Karenina, e Michael, seducente e pericoloso psicopatico. La travolgente vicenda sentimentale, in cui trovano spazio tutte le dinamiche e le problematiche che affrontiamo ogni giorno in questo blog, mette in serio pericolo, oltre all’incolumità di Ana, anche il matrimonio con Rob e la serenità dei loro figli.

Credo con convinzione che la conoscenza e l’approfondimento dei tratti caratteriali dei soggetti disturbati, come lo studio della dinamica delle manipolazioni, siano ancora più efficaci se acquisiti attraverso la lettura di testi pratici, che richiamano situazioni ed eventi concreti della vita di tutti i giorni.  Anche un semplice romanzo può costituire una fonte straordinaria per lo sviluppo della conoscenza e della consapevolezza del fenomeno delle relazioni pericolose. Ripropongo la traduzione dei colloqui di Ana e Rob con lo psichiatra Emmert, che sono in grado di offrire importanti spunti di riflessione. Il lavoro sarà diviso in più puntate e si partirà con la prima seduta di terapia, quando Ana era ancora nella fase della negazione e della cecità.

Tratto da The Seducer di Claudia Moscovici

“Speravo che Michael ed io non ci stancassimo l’uno dell’altra”, sostenne Ana, pacifica. “Perché la nostra relazione non era fatta solo di piacere reciproco. Era una compatibilità a tutto tondo. Intellettuale, emotiva e psicologica, non solo sessuale.”

“Forse per te, sicuramente non per lui”, fece notare Rob.

“Crede che piacere reciproco e compatibilità siano sufficienti a formare legami stabili e durevoli tra due persone?”, chiese il Dottor Emmert, con fare socratico.

“No, c’è anche bisogno di principi”, rispose Ana.

“E da dove crede che provengano questi principi?” proseguì lo psichiatra sulla stessa linea di ragionamento.

“Dall’etica”, rispose lei.

“Temo che anche l’empatia abbia voce in capitolo”, suggerì Emmert. “Gli scrupoli sono molto legati al sentimento. Bisogna tenere a un’altra persona per potersi mettere nei suoi panni. Visto il comportamento e il modo di essere di Michael, crede che sarebbe stato capace di empatia? Nel tempo, intendo?”

“Impossibile”, Rob rispose al posto della moglie.

“Fino alle ultime settimane insieme Michael è stato molto premuroso”, Ana tentò di ammorbidire la severità di quell’impossibile. “All’inizio mi riempiva di amore e attenzioni. Quando mi sentii scoraggiata per l’estromissione dalla galleria, a differenza di Rob,” e volse al marito uno sguardo di rimprovero, “mi sostenne e mi aiutò a trovare nuove opportunità”.

Rob si girò verso la moglie. “Sei completamente cieca? Non viveva con te, Ana. Non sosteneva te e i bambini. A lui non costava molta energia esserti di aiuto. Ero io a supportarti sul serio! E’ stato grazie a me che hai potuto permetterti di fare l’artista a tempo pieno e tutto quello che hai sempre voluto”.

“Questo è vero”, ammise Anna. Avrebbe voluto aggiungere che anche Michael le aveva promesso di aiutarla, senza farle pesare di voler fare l’artista, anche qualora il mercato dell’arte fosse scemato. Ma le sembrò che, in quel contesto, qualsiasi difesa di Michael fosse fuori luogo. Avrebbe solamente fatto innervosire Rob e indotto lo psichiatra a porre domande ancor più controcorrente.

A conferma della sua sensazione, Emmert domandò: “Michael quando dimostrò di voler fare sul serio”?

Ana fece una breve pausa e avvertì che si trattava di una domanda scivolosa. “Quasi subito” disse. “Ci innamorammo abbastanza velocemente. Non si è trattato semplicemente di una passione istantanea, ma di una cosa ben più profonda. Una compatibilità totale. Pacchetto completo, come diceva Michael”.

A Rob venne voglia di andarsene. “L’unico pacco che importava a quell’uomo era quello che aveva nei pantaloni”, commentò.

“Quanto impiegò a reclamare la consegna a domicilio del pacco in questione con un bel fiocco sopra, e cioè il divorzio da suo marito?” chiese Emmert concedendosi un po’ di umorismo.

“Nel giro di qualche settimana, un mese al massimo,” calcolò Ana, pensando che lo psichiatra stesse dalla parte di Rob. Ma, nonostante questo, a lei piaceva. Almeno non aveva detto a Rob che sarebbe stata una causa persa, anche se lo avrebbe potuto pensare. “Michael provò a convincermi che il nostro amore era speciale e che appartenessimo l’una all’altro. Diceva che la nostra passione non poteva essere divisa. Voleva che diventassimo una coppia normale, che andassimo a vivere insieme senza nascondersi come fanno i prigionieri.”

“E lei, era d’accordo?”

“Al principio, sì. Se non fossi stata già sposata con figli. Ma le nostre circostanze, le mie in particolare,hanno cambiato tutto”.

“Non hanno cambiato proprio niente!” escamò Rob. “Sei andata comunque a letto con lui  e hai distrutto il nostro matrimonio”.

“Non le suonava strano che Michael spingesse per una storia seria in così breve tempo? In fin dei conti, vi conoscevate appena” domandò Emmert, usando un tono più diplomatico.

Ana esitò. “Sì e no. Perché, come ho detto, ci siamo innamorati intensamente sin dall’inizio. Ho trovato un po’ strano che lui non volesse attendere che la nostra compatibilità fosse confermata con il tempo. Ma ho interpretato la cosa come un segno di amore, che era poi come lui mi presentava il tutto”.

“Come hai potuto minimamente immaginare che un tipo che ti metteva pressione per distruggere la tua famiglia volesse il tuo bene, Ana?”, le chiese il marito. “E non ti è venuto il sospetto che un uomo che vuole fare sesso subito si comporti nello stesso modo anche con le altre?” continuò.

“Credo che in questo Rob abbia ragione. La fretta di Michael avrebbe dovuto costituire un segnale di allarme” aggiunse lo psichiatra. “Perché le relazioni sane, quelle normali, hanno bisogno di tempo per svilupparsi”, spiegò. “La maggior parte delle persone non si impegna seriamente da subito, quando in gioco c’è così tanto. Specialmente visto che, come Michael sapeva, era una donna sposata con figli. Una decisione del genere avrebbe avuto conseguenze importanti sulla vita di tutti i componenti della sua famiglia”.

“Ma perché innamorarsi follemente avrebbe dovuto essere un segnale di allarme”?, obiettò Ana. “A volte può essere un segno positivo. Vuol dire che si è fatti apposta l’uno per l’altro”.

“Mi viene la nausea a sentirti dire innamorarsi follemente con riferimento a quello stronzo”, disse Rob.

“A volte le relazioni che sembrano amore a prima vista, come si suol dire, si sviluppano in attaccamenti profondi”, Emmert cercava di restare obiettivo. “Ma, in base alla mia esperienza clinica, un coinvolgimento rapido, magari correlato a un’immediata richiesta di impegno, è davvero un cattivo segno. Di solito, significa che si hanno  emozioni superficiali e che ci si stacca con la stessa velocità con cui ci si lega”.

Ana non era preparata ad accettare una conclusione così negativa. Tra sé e sé pensò che lo psichiatra, come suo marito del resto, non capivano molto delle macchinazioni misteriose che si nascondono dietro alla passione. Ma preferì cercare punti in comune piuttosto che intrappolarsi in un futile dibattito sulla natura dell’amore. “Non ho voluto impegnarmi come mi aveva chiesto Michael perché mi sentivo legata alla mia famiglia. Lui ed io abbiamo avuto frequenti discussioni su questo argomento”.

Rob scosse la testa. “Ci hai dimostrato che l’attaccamento alla tua famiglia non era così profondo, se hai pensato di lasciarci per lui”.

“Non avrei abbandonato i miei figli”, obiettò Ana.

“Ma avresti abbandonato me”.

Ana non seppe come rispondere. Rob aveva ragione. Lei stava pianificando di lasciarlo, nonostante le perplessità.

“E perché ha ceduto alla pressione di Michael?” chiese Emmert.

Ana non rispose immediatamente. Era questa una domanda che si era fatta spesso nel corso della relazione. Ancora non si era data una risposta precisa. “Michael non mi ha mai forzato a fare cose che non volevo. Non mi ha mai ordinato nulla, né mi ha dato mai ultimatum” disse gesticolando con le mani, battendosi contro la vaghezza di ciò che stava provando ad esprimere. “Avrebbe potuto facilmente minacciarmi di trasferirsi a Phoenix con la fidanzata. Ma non lo ha mai fatto, almeno non esplicitamente. Ma avevo il sentore, una sorta di minaccia implicita, che se non fossi andata incontro ai suoi desideri si sarebbe allontanato. Avevo la sensazione che l’affetto reciproco e tutti i momenti trascorsi insieme sarebbero stati cancellati istantaneamente dalla sua memoria, come se non fossero mai esistiti,”rispose Ana ricordando la sensazione di paura che sentiva nel corso della relazione quando pensava all’eventualità di un disaccordo”.

“ E questo come la faceva sentire”?

“Malissimo”, Ana provò un senso di sollievo, di liberazione dalle sensazioni negative del passato. “Mi spiego meglio. Nella maggior parte delle relazioni la differenza tra intimità e distacco non è così grande, si va dal tiepido al freddo”, e indicò una minuscola distanza tra pollice e indice. “Ma con Michael, la differenza era enorme”, disse allargando le braccia. “Quando entravamo in polemica passavamo dal caldo bollente al gelo più totale nel giro di pochi secondi. E a me questo faceva paura.  Così, alla fine, finivo sempre con il cedere alle sue volontà. Perché non lo volevo perdere”.

“Tutto questo è fantastico per il nostro matrimonio!” esclamò Rob, risentito dal fatto che sua moglie avesse utilizzato il termine tiepido riferendosi al loro rapporto.

“Credo di capire cosa volesse dire sua moglie,” Emmert intervenne a favore di Ana per attenuare, ancora una volta, la tensione tra marito e moglie. “Michael non si comportava come un uomo normale. L’ha riempita di attenzione e complimenti, giusto?” Ana annuì con la testa. “Ma solo se faceva quello che voleva”, continuò lo psichiatra. “Che, presumo, avveniva quasi sempre dal momento che ha detto che la trattava bene”.

“E’ così” disse Ana.

Fingeva di trattarla bene”, enfatizzò Rob . “Sono io a trattarla bene, con amore autentico e rispetto. L’ho dimostrato con i fatti, non con parole vuote”, disse rivolgendosi a Emmert.

“Mi sembra che Rob stia facendo emergere un altro punto interessante. Michael la trattava bene a parole”, spiegò lo psichiatra. “Perché le persone come lui si spingono sempre oltre i limiti. Più si cede e più credono che quello che vogliono sia loro dovuto. Apparentemente, quando lei si metteva di traverso, Michael ritirava la sua approvazione. Era una forma di condizionamento pavloviano. Il bastone e la carota”.

“Tranne per il fatto che, per la maggior parte, il bastone era semplicemente la sparizione della carota e la carota era sempre molto dolce”, Ana rigirò l’analogia per darle un significato positivo. “Rob dice che Michael è un despota. Ma a dirla tutta, fino ai nostri ultimi giorni insieme, lui non si è mai comportato in quel modo con me”.

“La carota di Michael era ricoperta di merda”, Rob sintentizzò così la sua personale opinione del rivale. “Ma tu eri talmente innamorata di quell’uomo e lui ti ha riempito la testa di così tante bugie e promesse vuote che, quando ti ha detto che era una caramella, gli hai creduto e ti sembrava anche dolce”. CONTINUA

Traduzione Astra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paure infondate

 

Uno dei postumi più dolorosi della relazione con un soggetto disturbato è immaginarlo felice lontano da noi e soprattutto temere che un’altra persona riesca miracolosamente a cambiarlo e ad ottenere ciò che a noi non è riuscito in settimane, mesi o anche anni di rapporto tormentato. L’interrogativo  più ricorrente tra le testimonianze che compaiono sui siti di recupero da relazioni patologiche è: in cosa ho sbagliato per farlo/a allontanare e innamorare di un’altra/o?

Una prima risposta la può fornire la modalità attraverso la quale la maggior parte di voi ha appreso dell’esistenza di problematiche relazionali di origine patologica. Quanti, grazie a Google, hanno scoperto  il narcisismo, la psicopatia e i disturbi della personalità? Ammetto di essere una dei tanti: in preda allo smarrimento, al non riuscire a darmi risposte, alla confusione tra sospetti, certezze e paranoie, sensi di colpa e di responsabilità, la digitazione di parole chiave come “manipolatore”, “bugiardo”, “violenza verbale” mi ha permesso di realizzare cosa stava accadendo nella mia vita da mesi. Il primo passo per scrollarsi di dosso colpe e responsabilità è pertanto non dimenticare di avere a che fare con una persona disturbata – narcisista, psicopatica o sociopatica che sia-. Se così non fosse, non sareste mai arrivati a questo blog. Non avreste avuto motivo di digitare sui motori di ricerca combinazioni di parole tra cui “sindrome di chi giustifica un colpevole”, “egocentrici snob”, “bugie patologiche e truffe”, “ricatti emotivi” e “subire manipolazioni, vendette e tradimenti” come invece è successo a più di 2.500 persone che Google & Company hanno indirizzato a Relazioni Pericolose.

Appurato che la storia non ha funzionato non per vostre mancanze ma per una sua disfunzione relazionale, elemento di una ben più seria e complessa patologia psicologica, bisogna prendere atto che da questi mali dell’anima, purtroppo, non si guarisce né si migliora. La coscienza non si acquisisce in età adulta. E’ una parte di noi che si forma lentamente, giorno dopo giorno sin dai primi anni di vita, insegnamento su insegnamento, premio su premio, castigo su castigo. E’ determinata da educazione, ambiente, istruzione, famiglia, esempi di vita e mille altre cose. Non sarà certo l’arrivo di una preda più sexy,benestante, intelligente,alta o minuta, magra o formosa, brillante e di successo a risvegliare la coscienza in chi non l’ha mai avuta. Uno psicopatico narcisista non cambia, indipendentemente da chi sia la sua vittima. E’ un impostore in grado di ripetere all’infinito la stessa identica farsa con finali di relazione molto simili tra loro, se non analoghi. E’ solo una  questione di tempo: quanto credete resisterà senza dire bugie? Quanto senza dar vita a una manche del gioco del gatto e del topo? Quanto senza sparire per giorni, settimane e anche mesi?

Asciugatevi gli occhi, amici miei, e ringraziate il Signore che il problema è passato nelle mani di qualcun altro. Se sentite una fitta nel cuore al vostro risveglio, fatevi forza e continuate la giornata. Tenetevi alla larga da Facebook, Twitter, Whatsapp e altri social- lontano dagli occhi,lontano dal cuore-e imponetevi di rimandare il problema al giorno successivo. Le prime settimane che seguono la rottura sono le peggiori. Questi soggetti lo sanno perfettamente, è per questo che abbandonano la scena del crimine senza una chiusura netta, senza dare spiegazioni. Sono ben consapevoli che il silenzio può essere massacrante e lo utilizzano, oltre che per trastullarsi in libertà, anche per accrescere in noi lo stato di ansia e di dipendenza al punto di farci trepidare per il loro ritorno quando dovremmo fare il contrario: e cioè utilizzare il silenzio per razionalizzare il problema, leggere tra le pieghe della relazione, fortificarci, documentarci sui disturbi di personalità, mettere un punto e finirla una volta per tutte.  Se si riuscisse a mantenere i nervi saldi durante quei delicatissimi giorni, elaborare simili percorsi mentali e prepararsi al calcio di rigore che questi signori ci metteranno sicuramente nelle condizioni di battere, ci si metterebbe al riparo da ulteriori settimane, mesi e anni di dolore. Piangendoci addosso in attesa di un loro segno di ripensamento diventiamo inavvertitamente complici di un pesante gioco al massacro invece di prendere le dovute distanze da una relazione altamente tossica, pericolosamente velenosa e, cosa ancor più importante, di valore vicino allo zero.

Astra

Insidiosa ricattura

 

La rottura della relazione con un soggetto disturbato non è mai immediata e, soprattutto, definitiva. La caratteristica principale dei rapporti con narcisisti, psicopatici e sociopatici è lo straziante tira e molla cui le vittime sono sottoposte e che può durare, se non si è abbastanza forti da mettere un punto, tutta la vita. Vista con lucidità e distanza, la ricaduta può essere evitata approfittando della sua temporanea uscita di scena e del suo allontanamento per fortificarsi, acquisire consapevolezza e mettersi al riparo da eventuali scivoloni. Purtroppo le sue sparizioni hanno l’effetto opposto di aumentare l’ossessione e l’attaccamento da parte della vittima che attende con trepidazione il tentativo di ricattura per dar vita a nulla di più che ad un altro, inutile e dannoso giro di giostra. Una ricaduta che indebolirà ulteriormente le proprie difese psicologiche e la propria autostima.

Le vecchie fonti di energia, una volta svalutate e abbandonate, non sono cancellate dalla memoria del soggetto disturbato. Piuttosto, entrano a far parte di un “magazzino virtuale” al quale poter attingere nel caso in cui resti sprovvisto momentaneamente di sorgenti narcisistiche in grado di appagare i propri bisogni. La sua vita è caratterizzata dal costante riciclo di fonti vecchie, nuove e potenziali per assicurarsi che non si verifichi mai la tragica eventualità di restare a secco di linfa vitale. E’ proprio in vista di questo riciclo, leitmotiv della propria esistenza, che il narcisista non chiude mai una storia in modo definitivo lasciando sempre la porta socchiusa.

La riabilitazione di una preda svalutata e abbandonata necessita una sua re-idealizzazione. Nella fase di svalutazione e abbandono era convinto che di avere a che fare con una persona inferiore, di bassa qualità, carente di qualcosa, piena di difetti e comunque non una grande perdita. Ora, sarà costretto a ridealizzarla senza però ammettere di essersi sbagliato. Per non intaccare il proprio senso di grandiosità costruirà argomentazioni che possano adattarsi alla precedente svalutazione e alla nuova re-idealizzazione.

Spesso il tentativo di ricattura non ha alcun seguito ed è solamente finalizzato a controllare lo stato di dipendenza della propria preda. A un messaggio o telefonata cui si risponde in modo gentile o anche rabbioso (perché anche una risposta negativa è comunque una risposta e quindi una forma di energia) può seguire un’altra sparizione.

Pertanto, le uniche risposte a un tentativo di ricattura devono essere il no contact e l’indifferenza. Sono queste le reazioni che il narcisista teme maggiormente. Non ci sono possibilità di recupero di una relazione tossica. Credere alle fandonie che racconta e allungare i tempi del gioco del gatto e del topo non avrà altra conseguenza che scendere ancora più in basso ai suoi e ai vostri occhi e rallentare l’uscita dal terribile incubo che è la vita con lui.

Astra

Rapida guarigione

 

Nel dare a tutti voi il bentrovato e nel farvi i nostri migliori auguri per un 2016 pieno di serenità, apriamo il nuovo anno inaugurando la rubrica della nostra psicoterapeuta di fiducia, dott.ssa Viviana Conti, che il primo giovedì di ciascun mese risponderà alle domande pervenute al blog Relazioni Pericolose. I primi quesiti che le abbiamo rivolto riguardano le perplessità più rilevanti manifestate dalla generalità  delle vittime delle relazioni patologiche. Qualora abbiate domande da formulare alla dott.ssa Conti potete farlo inviando una mail a relazionipericoloseblog@gmail.com entro il 20 di ciascun mese.

Dottoressa Conti, si fa spesso confusione tra i vari disturbi di personalità: si tende cioè a parlare di narcisisti patologici, sociopatici e psicopatici senza operare profonde distinzioni dal momento che le caratteristiche di queste patologie sono molto simili.

E’ vero, a volte si fa confusione tra questi tre tipi di personalità, che hanno alcune caratteristiche simili. Secondo il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il c.d. DSM, il narcisista presenta un senso grandioso di importanza o di unicità, ha fantasie di successo illimitato, di potere, prestigio, bellezza ed amore ideale. E’ esibizionista e freddo dal punto di vista emotivo ma capace di covare rabbia, di provare inferiorità, vergogna, umiliazione o vuoto in risposta alla critica, all’indifferenza degli altri o alla sconfitta. La mentalità tipica di questi individui è quella del “tutto é dovuto”. Sono spesso frequenti lo sfruttamento del prossimo e la mancanza di empatia e le relazioni interpersonali sono marchiate da esagerata idealizzazione e svalutazione. Lo psicopatico, che è assimilabile a quello che il DSM  definisce  “antisociale”, prima dei 15 anni di età manifesta comportamenti particolari: problemi scolastici, fughe da casa, menzogne frequenti, furti e vandalismi e violazioni croniche. In età adulta dimostra difficoltà a mantenere un lavoro costante, a funzionare come genitore responsabile, a mantenere un attaccamento duraturo ad un partner, ad onorare gli impegni finanziari ed a pianificare il futuro.

Anche se in Italia si parla di psicopatia quasi esclusivamente con riferimento ai serial killer, lo “psicopatico della porta accanto”, quello che sembra essere il compagno e il marito ideale, esiste realmente?

Purtroppo sì, gli psicopatici possono vivere una vita apparentemente normale, che maschera la loro vera identità.

Perché lo psicopatico cerca la terapia?

Lo psicopatico raramente cerca la psicoterapia e lo fa quando prova un disagio spesso dovuto ad un fallimento nei suoi progetti di manipolazione e/o ad un abbandono affettivo da parte di chi l’ha scoperto ed ha chiuso la relazione.

Si dice che la terapia non è facile in quanto questi soggetti tentano di manipolare anche il proprio analista. Si ripetono in pratica le stesse dinamiche relazionali anche nel rapporto psicoterapeuta/paziente?

Assolutamente sì, questi personaggi tentano sempre di manipolare il terapeuta con forme seduttive e bugie. Inoltre é tipico che interrompano spesso gli incontri per poi ripresentarsi dopo un po’ di tempo, in quanto hanno paura dell’attaccamento che desiderano ma, al tempo stesso, vivono come pericoloso.

La persona a cui viene diagnosticato un disturbo della personalità si rende conto che il fallimento delle sue relazioni dipende in primo luogo da una propria disfunzione?

Non c’é consapevolezza delle proprie responsabilità, le colpe sono sempre degli altri. In questi tipi di personalità, inoltre, é tipico ritrovare il vanto e la soddisfazione di essere riusciti a “fregare” l’altro. Purtroppo è assente il senso di vergogna. Esiste invece la rabbia se si viene scoperti.

Esiste una tipologia ricorrente di vittima?

La vittima ha di solito una personalità fragile, dipendente, bisognosa di simbiosi. Si annulla e si sottomette in tutto e per tutto al proprio partner che percepisce come essere perfetto. Vive una confusione totale. Ricordo, comunque, che gli individui psicopatici amano le sfide e prediligono piegare le resistenze: non di rado le vittime sono personalità  forti, autonome e indipendenti che, indebolite dalla manipolazione, si ritrovano ad accettare situazioni e compromessi estranei alla propria natura.

Quali sono i tempi di guarigione dal trauma da narcisismo?

I tempi di guarigione dipendono dalla capacità di razionalizzazione  e dal tipo di danno subito (fisico e/o mentale). Una volta aiutata a vedere il meccanismo diabolico nel quale era incappata, la vittima trova la forza di liberarsi in tempi relativamente rapidi.

vivianacontic@gmail.com

Moscovici: “La miglior vendetta è vivere bene”

 

Siamo giunti alla fine del nostro primo anno insieme. In realtà, si tratta solo di poco più di due mesi visto che il blog Relazioni Pericolose è online da 75 giorni. In così poco tempo abbiamo superato 100.000 visualizzazioni; centomila piccoli passi verso la presa di coscienza di un fenomeno sempre più dilagante, pericoloso e dannoso per il benessere di tantissime donne e tanti uomini che, nei momenti di smarrimento, possono sempre contare su di noi per una parola di conforto, un consiglio, un confronto; per una semplice lettura in grado di restituire loro il sorriso e la forza della speranza. Il messaggio che vogliamo dare è che da questo incubo, prima o poi, si esce.

Cinque anni fa Claudia Moscovici ha iniziato a divulgare questo messaggio negli Stati Uniti d’America. Il suo blog, con più di 4 milioni di visite, ha contribuito a fare uscire dal tunnel della sofferenza centinaia di migliaia di zombie che barcollavano nel buio, pieni di sensi di colpa, convinti/e di aver sbagliato tutto o quasi nella relazione ma finalmente illuminati sui ragionamenti da seguire per dare una spiegazione a ciò che, purtroppo, era molto difficile razionalizzare. Proprio in occasione del Natale e dell’avvicinamento del nuovo anno abbiamo contattato la scrittrice americana, dal cui blog sono tratti molti dei nostri articoli, affinché rispondesse alle domande dei followers della nostra pagina Facebook.

L’alto numero di visite raggiunto da Relazioni Pericolose in un così breve periodo di tempo, la diffusione e la vendita di tanti libri su narcisismo e psicopatia non solo in Italia ma anche all’estero e il sempre maggiore ricorso al supporto terapeutico per problemi relazionali farebbero pensare a una percentuale di soggetti disturbati superiore rispetto a quella indicata (tra l’1 e il 4%). Forse commettiamo l’errore di qualificare come psicopatici semplici fedifraghi e bugiardi?

A volte può capitare. Tuttavia, dobbiamo tenere sempre presente che gli psicopatici  sono molto socievoli e sessualmente promiscui. Un solo psicopatico può avere tante partner sessuali e fingere serio coinvolgimento e amore con molte di esse. Un solo soggetto disturbato pertanto può toccare moltissime esistenze. Quando raggiungono il potere nella vita pubblica, come nei casi di Hitler, Stalin e Mao e altri dittatori, la loro politica può influenzare il comportamento di popolazioni intere, degradando e distruggendo un intero sistema di valori. Così, a volte, bastano pochi psicopatici per colpire negativamente decine di milioni di vite.

Uscire dalla trappola della relazione psicopatica può essere difficile quando ci sono figli di mezzo. Come si può proteggerli dalla manipolazione e dall’abuso da parte dell’altro e cosa si deve fare per evitare che crescano come il genitore psicopatico?

La psicopatia può essere genetica, nel qual caso non c’è molto che si possa fare. Bambini che crescono nell’amore possono diventare psicopatici più avanti anche se è più frequente che lo diventino a seguito di traumi, abusi e cattivo esempio. Se un genitore riconosce un disturbo di personalità nell’altro, la miglior soluzione per il bene dei bambini è divorziare, cercare di ottenere il pieno affidamento e fare in modo che il contatto tra i bambini e la persona disturbata sia ridotto al minimo. La vicinanza di un genitore patologico non può creare nulla di buono. Il rischio di abuso è alto e anche qualora il soggetto disturbato non operasse alcuna violenza sessuale o fisica, i figli sarebbero comunque soggetti alla manipolazione e al lavaggio del cervello che sono dannosi nella stessa misura.

In relazione alle misure da adottare per contrastare il fenomeno, non sarebbe il caso di coinvolgere scuole e altre istituzioni oltre che puntare sui mass media, sui blog e sui libri? Negli Stati Uniti cosa si sta facendo?

Sicuramente aumentare la conoscenza di questo fenomeno contando sulle scuole e approntando una valida disciplina legislativa sarebbe auspicabile. Negli Stati Uniti abbiamo fatto qualcosa di simile: mi riferisco alle campagne antibullismo organizzate dalle scuole pubbliche. Bisognerebbe mettere in evidenza le azioni nocive degli psicopatici proprio come è stato fatto per le azioni dei bulli alcuni dei quali, nei fatti, sono psicopatici. E’ più facile identificare un comportamento sbagliato che fare una diagnosi di psicopatia. Più che etichettare le persone dovremmo essere consapevoli dei sintomi ma soprattutto concentrarci sulle azioni nocive.

Uno dei problemi più importanti è l’atteggiamento delle vittime: molte restano aggrappate alla relazione anche dopo aver scoperto la patologia e aver capito qual è la causa di tutti i mali. Sono perfettamente consapevoli che lo psicopatico non cambierà ma non riescono a lasciarlo. Se vengono lasciate sentono la sua mancanza. Sembra quasi che la dipendenza affettiva sia più grave della psicopatia. Quali sono le debolezze su cui la vittima deve lavorare per non incorrere più in un predatore sociale?

Bella domanda. Non abbiamo alcun controllo sullo psicopatico ma possiamo controllare le nostre scelte e i nostri comportamenti. Gli psicopatici creano dipendenza affettiva e sessuale. Hanno un approccio aggressivo, ci riempiono di lusinghe e ci promettono quello che vorremmo ci fosse promesso. All’inizio tendono a essere molto più romantici, seducenti e dolci degli uomini normali. Ma è tutta una tattica per guadagnare potere su di noi, prendere il comando della nostra vita e disporre delle nostre cose. Una volta che capiamo questa dinamica dobbiamo imparare a lasciar andare il passato e riflettere su quali possano essere le nostre lacune interiori che lo psicopatico sembrava perfetto a riempire. Perché abbiamo bisogno di romanticherie esagerate, o sesso iperintenso, o regali e complimenti? Perché ci innamoriamo delle persone che offrono queste cose? Liberarsi da questo genere di legame comporta sì una riflessione sui tratti patologici dello psicopatico ma anche sulla nostra inclinazione a sentirci attratti da alcuni di essi.

E’ possibile che uno psicopatico sia freddo, spietato, falso e distante nei confronti delle storie extraconiugali e invece premuroso con la moglie e i figli?

Uno psicopatico lascia trasparire la propria parte vera, quella gelida, manipolatoria e ingannevole a quelli di cui ha meno bisogno. Se moglie e figli sono utili a proteggere la propria immagine, si sforzerà di indossare la maschera del buon padre e del buon marito. Quando avrà intenzione di divorziare, dimostrerà la propria parte orribile, quella vera. Sia in un caso che nell’altro uno psicopatico finge di essere buono solo con quelli che servono in quel momento. Nessuna qualità positiva, compresa quella di fare l’altruista, è reale.

Quando è smascherato prova vergogna, nostalgia della vittima o desiderio di vendicarsi?

Di solito prova rabbia e cerca di ridicolizzare la vittima. Uno psicopatico non conosce la vergogna. Può fingere di provarla in alcune circostanze, quando fa comodo, ma non la sente. Quanto alla nostalgia, a volte può sentire bisogno dello sfruttamento di quella determinata persona ma non si tratta della mancanza dell’essere umano, che per lui è solo una figura.

Come dovrebbe comportarsi la vittima in caso incontri lo psicopatico per caso?

Se la vittima è stata brava a rispettare il no contact, le suggerirei di continuare su questa linea e di comportarsi come se non lo avesse mai conosciuto e non avesse mai fatto parte della sua vita.

E’ molto comune che la vittima senta una gran sete di vendetta. Qual è la miglior vendetta e come si fa a superare questo desiderio?

Il desiderio di giustizia è naturale e ragionevole. Quello di vendetta, invece, è autodistruttivo. E’ in grado di divorare le vittime, le tiene ancorate al passato doloroso e paradossalmente allo psicopatico. Si deve fare tutto il possibile per ottenere giustizia nelle sedi più opportune senza alimentare sentimenti di vendetta. La miglior rivincita è tornare a vivere bene.

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2015/11/05/my-answers-to-common-questions-about-psychopathy/

L’obiettivo da raggiungere nell’anno che sta per arrivare potrebbe essere proprio quello di vivere bene e liberi dal legame malato. E’ ciò che Relazioni Pericolose augura a tutti coloro che ci seguono. Ci sono ancora tante cose da scrivere e torneremo a farlo, più carichi di sempre, dopo la pausa natalizia.

Arrivederci al 2016 e tanti auguri di Buone Feste!

Astra & Claudia Moscovici

 

Alla ricerca del tempo perduto

 

Leggendo il libro di Donna Andersen Love Fraud sono rimasta colpita dal tempo e dall’energia investiti dall’ex marito sociopatico per inventarsi progetti professionali destinati a fallire. Data l’intelligenza, il carisma e il potere della persuasione che lo contraddistinguevano avrebbe potuto realizzare business di successo in grado di mantenerlo per un numero imprecisato di vite. Ma truffe predatorie a parte, non riuscì ad aver successo in nulla. La domanda sorge spontanea: Perché? Perché i sociopatici perdono (il nostro) tempo?

La risposta che ho sempre dato in precedenza è che i sociopatici non hanno obiettivi costruttivi nella vita. Al contrario, essi cercano di devastare l’esistenza degli altri in ogni modo possibile: emotivamente, fisicamente e a volte anche economicamente. Il loro comportamento segue uno schema distruttivo dell’esistenza altrui facendo perdere alla vittima un sacco di tempo. Quasi chiunque con cui abbia parlato, e mi riferisco alle persone che sono state con sociopatici, ha espresso un solo  grande rimpianto: quello di aver sprecato mesi o anni interi della propria vita in un gioco di fantasia, una frode bella e buona.

I sentimenti di amore espressi da un sociopatico non sono mai reali. Nella migliore delle ipotesi, hanno bisogno di  voi, o meglio di usarvi per i propri propositi, e vi desiderano sessualmente. Le cosiddette “verità” sono nella gran parte dei casi bugie o brandelli di verità tesi a manipolarvi e a influenzarvi per i loro fini. Spesso investirà un enorme quantità di tempo ed energia per costruire la sua rete di menzogne. Vi ripeterà sempre le stesse fandonie per rendersi affidabile: che condivide i vostri obiettivi e che vi ama; farà finta di essere interessato alle vostre passioni. Non solo: si rispecchierà in voi in continuazione, fino a quando si sarà assicurato la vostra fiducia. Per nascondere il suo cattivo comportamento, inclusi i tradimenti, la montagna di bugie, i crimini e le truffe finanziarie, arriverà a rendersi gradevole anche alla vostra famiglia ed amici. Sarete sottoposti a continui lavaggi del cervello finalizzati a convincervi della sua versione della realtà. Persino l’energia che i sociopatici investono ingannando le proprie prede è enorme, dato che la fregatura è costruita piano piano, insulto dopo insulto, pretesa dopo pretesa. Se il comportamento abusante si manifestasse tutto insieme, da subito, le vittime non si farebbero certo distruggere e respingerebbero questi signori.

Siccome non trovano nella vita alcun significato supremo, non avendo valori né sentimenti di onestà ed amore, i sociopatici considerano l’esistenza  come un tratto di tempo da riempire con diversivi e giochetti a spese altrui.  Anche quelli più  acculturati e intelligenti sprecheranno le proprie capacità dedicandosi a diavolerie psicologiche e rincorrendo una sequenza di vacue e tutto sommato insoddisfacenti relazioni sessuali, manipolazioni e frequenti inganni che non porteranno a nulla. I sociopatici mentono sicuramente per raggiungere i loro futili obiettivi a breve termine ma lo fanno anche quando non devono raggiungere alcunché,  giusto per il piacere della menzogna. L’inganno riempie le loro squallide vite di sadico divertimento ed effimero piacere.

La gente normale ha tutto da perdere a legarsi con i sociopatici. Per noi, il tempo è prezioso e la vita non va sprecata. E’ piena di desideri costruttivi e obiettivi reali tra cui l’appagamento emotivo di quelli a cui vogliamo bene. Avendo un concetto del tempo diverso dal nostro, un sociopatico non avrà nulla da perdere ad impelagarsi in stupidi diversivi. Per noi non è la stessa cosa: ecco perché le vittime di questi predatori descrivono come sprecato il tempo trascorso insieme a loro.  Mesi o anche anni che non potranno essere mai recuperati e sono stati letteralmente gettati via. Farci perdere tempo prezioso con le loro menzogne, tattiche intimidatorie, manipolazioni e giochetti mentali è il modo tipico con cui un sociopatico spreca le nostre esistenze.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2011/06/15/why-do-sociopaths-waste-our-time/

Mammoliti: “La corsa all’uomo aumenta il narcisismo maschile”

Una lettrice del blog e della pagina Facebook ci ha suggerito di trattare in questa sede, oltre al ritratto dello psicopatico, anche i comportamenti e gli atteggiamenti negativi che possono assumere alcune donne, rendendosi talvolta corresponsabili e complici di una relazione patologica. “Il rischio di un approccio unidirezionale – si legge nel messaggio– è quello che le persone non cerchino le cause delle proprie sofferenze in se stesse ma continuino ad attribuirle all’esterno. Il vittimismo non ha mai aiutato nessuno. Se vogliamo cambiare la nostra vita e le nostre relazioni, dobbiamo partire da noi”.

Ne parliamo con Cinzia Mammoliti, criminologa, esperta di manipolazione relazionale e violenza psicologica, autrice de “I serial killer dell’anima” e “Il manipolatore affettivo e le sue maschere”, due saggi illuminanti ai fini dello smascheramento della relazione patologica e della guarigione della vittima.

Dottoressa Mammoliti, non crede che l’opera di contrasto alla violenza sulle donne debba accompagnarsi a un generale rafforzamento della coscienza femminile, nel senso che la donna dovrebbe prima di tutto imparare a sentirsi realizzata anche senza la presenza di una figura maschile accanto?

Assolutamente sì. Uno dei problemi strettamente correlati alla dipendenza affettiva, che la stragrande maggioranza delle volte sta alla base dei fenomeni di violenza psicologica, riguarda proprio l’incapacità di molte donne di realizzarsi e vivere autonomamente prescindendo dalla presenza di un uomo. E’ tale il bisogno fusionale e di appartenenza di molte che piuttosto che rimanere da sole preferiscono avere accanto soggetti maltrattanti o comunque negativi.

Ci sta dicendo che la dipendenza affettiva è legata alla sensazione di inadeguatezza conseguente alla mancanza di un “ruolo”, che sia quello di madre, di moglie o di compagna. Smontare questa costruzione è molto complesso: è una mentalità formatasi attraverso secoli e secoli di storia. 

Credo che, per quanto riguarda principalmente il mondo femminile, si tratti del male dei nostri giorni che affonda le proprie radici sicuramente nel passato e, soprattutto, nel ruolo svolto dall’educazione. Nasciamo programmate per accoppiarci, procreare e realizzarci nella coppia e nella famiglia, anche laddove vi siano famiglie emancipate ed evolute questa sorta di atavico programma viene trasmesso di generazione in generazione e si installa fin dentro le nostre cellule. Ecco perché é così difficile smontarlo. Dovremmo tutte quante deprogrammarci. Io l’ho fatto.

La “corsa all’uomo” e il corteggiamento insistente da parte delle donna, che non sono più rari come una volta, possono determinare una corresponsabilità nello sbilanciamento delle relazioni sentimentali, prima ancora di arrivare alla violenza fisica e psicologica?

Io credo che in questi anni la donna abbia perso molto sotto il profilo dell’orgoglio e della dignità. La “corsa all’uomo” cui si riferisce si è trasformata in vera e propria caccia senza più etica né regole. Le donne si pestano i piedi tra di loro, si fanno la guerra, si soffiano il potenziale compagno che spesso, scava scava, è un uomo che non vale nemmeno un’unghia del loro piede. E tutto questo non fa, ovviamente, che contribuire ad aumentare il narcisismo maschile.

Le vittime delle relazioni patologiche, una volta che capiscono che il problema del rapporto è un disturbo della personalità del proprio compagno, invece di mollare il colpo sperano di guarirlo. Perchè?

Perchè la “sindrome della crocerossina” colpisce molte di noi e, piuttosto che mollare la presa entriamo nel vaneggiamento di poter in qualche modo salvare chi é affetto da un disturbo della personalità. Io vedo dietro a questo tipo di sindrome una sorta di delirio di onnipotenza, una forma altra di narcisismo camuffata da altruismo.

Dopo uno,dieci, venti tradimenti e dopo una, dieci, venti bugie sono più innamorate di prima invece che di meno.C’è una spiegazione?

Piuttosto che mettere in discussione l’oggetto della loro idealizzazione preferiscono di gran lunga crearsi un mondo illusorio, fittizio, raccontarsi favole, giustificare. Il prezzo da pagare rimettendo in discussione tutto sarebbe per loro troppo alto: la solitudine.

E’ molto difficile, in base alla sua esperienza con le vittime di narcisismo, far capire a una donna che il senso di colpa che l’individuo disturbato le procura per il malfunzionamento della relazione va trasformato in “senso di responsabilità” per aver scelto un compagno sbagliato?

E’ una delle parti più difficili del mio lavoro. Ma a quel punto il mio mestiere termina e rimando le vittime a psicoterapeuti che possano adeguatamente supportarle nel percorso di autoconsapevolezza.

Non crede che tolleranza e malleabilità, se portate all’estremo, possano “rovinare” il mercato portando l’uomo alla logica “qualcuna che non rompe la trovo perchè è pieno di donne che non aspettano altro“?

Assolutamente sì.

Il movimento femminista, l’emancipazione e l’indipendenza economica raggiunte ormai da molte donne avrebbero dovuto costituire validi strumenti di contrasto alla sopraffazione e al predominio da parte dell’uomo che una volta era l’unico a mandare avanti la famiglia. Così non è stato. Perchè sono sempre più frequenti i casi di donne forti e autonome che, pur contribuendo al mantenimento familiare, sono vittime di abusi, violenze e angherie?

Credo si tratti di un altro retaggio ancestrale più o meno collegato a quello di cui parlavamo prima: il senso di colpa. Il senso di colpa per non essere riuscite a sottostare alla programmazione predefinita, per esserci affrancate e rese indipendenti, per non aver accettato condizionamenti e stereotipi, per aver deciso di dedicare il tempo alla carriera e agli interessi personali piuttosto che alla famiglia e ai figli ed ecco allora scattare forse un inconscio bisogno di punizione o redenzione.  

www.cinziamammoliti.it

Secci: “Abbandonate la rabbia, è il guinzaglio psicologico del narcisista”

 

Abbiamo rivolto alcune domande al dottor Enrico Maria Secci, uno degli psicoterapeuti più esperti in tema di narcisismo e relazioni patologiche, nonché autore di volumi importanti in grado di illuminare le vittime e indicare loro metodologie di pensiero e strade da percorrere nel caso si fossero smarrite a causa di rapporti tossici con soggetti disturbati.

Dottor Secci, in Italia si parla soprattutto di narcisismo patologico. Il termine “psicopatia” è solo sfiorato dalle discussioni che ruotano intorno alle relazioni patologiche. Eppure, negli Stati Uniti, sin dal lontano 1940, sono stati scritti fior di libri che descrivono lo psicopatico proprio come il narcisista perverso. Ci aiuta a fare un po’ di chiarezza?

In Italia lo studio sul narcisismo patologico e sulle dipendenze affettive è senza dubbio più recente rispetto agli Stati Uniti innanzitutto, credo, per ragioni culturali. Mi sembra che la società americana sia storicamente propensa ai valori della competizione, della popolarità, del denaro, dell’estetica, dell’auto-realizzazione e dell’aggressività relazionale che, in un certo senso, ricalcano modalità narcisistiche e sono accettate e considerate socialmente desiderabili. Autentiche chiavi del successo. Basti pensare al mito americano del “self-made man“, che è un modello iper-competitivo improntato all’esaltazione di sé. Possiamo sovrapporlo al concetto di “narcisismo sano” e capire così come, a livello culturale, uno standard simile abbia favorito distorsioni affettive e relazioni molto marcate, sconfinanti nella psicopatologia. Quelle che hanno suscitato negli intellettuali americani, sociologi e psicologici soprattutto, l’esigenza di esplicitare gli aspetti problematici del narcisismo e le sue conseguenze affettive e relazionali. Ho parlato di questo sul mio blog, nell’articolo “La Sindrome di Dorian Gray e la cultura del narcisismo” (http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2015/11/05/la-sindrome-di-dorian-gray-e-la-cultura-del-narcisismo/).

In Italia questa urgenza è arrivata molto più tardi e credo non sia un caso, ma sia correlata all’emancipazione delle donne e al cambiamento culturale che lo ha accompagnato. Infatti, a differenza degli Usa, le donne in Italia sono state a lungo educate alla subordinazione e alla dipendenza, cosa che ha reso quasi invisibili le dinamiche di sopraffazione legate al narcisismo perverso. Questo fattore, unito alla diffusione in ambito psicologico e psichiatrico degli approcci sistemi e relazionali, che considera le psicopatologie all’interno delle relazioni e non si limita alla definizione individuale di un disturbo, ha favorito anche nel nostro Paese lo studio del narcisismo perverso e delle dipendenze affettive.

Parliamo di prevenzione: la violenza fisica e quella psicologica, per non parlare dei femminicidi di cui sono piene le cronache, sono espressione di un preciso disturbo della personalità da parte dell’abusante che, se si presta attenzione, può essere identificabile, ravvisabile e smascherabile. Non crede che lavorare sulla diffusione della conoscenza e della consapevolezza del fenomeno possa ridurre il numero delle violenze e quali sarebbero, secondo lei gli strumenti più idonei a fare una buona prevenzione?

La responsabilità sociale di psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, medici e, in generale, dei professionisti della salute è cruciale. Riconoscere sin dai primi segnali una relazione patologica, in particolare quando è coinvolto un narcisista manipolatore, può aiutare le vittime a mettersi in salvo prima che la loro salute mentale e, talvolta, la loro stessa sopravvivenza siano compromesse. Eppure, troppo spesso, ci si ferma alla diagnosi: depressione, attacchi di panico, disturbo di personalità (della vittima!), col rischio di scambiare le conseguenze per le cause ed etichettare sbrigativamente come psicopatologico qualcuno che, invece, è invischiato nel “mal d’amore” e subisce quotidiani abusi emotivi. Una corretta e capillare informazione può prevenire efficacemente lo sviluppo di certe patologie ed evitare le tragedie di cui, purtroppo, ogni giorno abbiamo notizia. Se i media e i social, la stampa e il giornalismo online dedicassero lo stesso spazio che destinano abitualmente a speculare su i delitti a sfondo affettivo a divulgare consapevolezza e nozioni di base sull’affettività sana, saremmo già a un punto di svolta nella prevenzione psico-sociale.

C’è ancora molto da fare a livello istituzionale e nell’ambito dell’istruzione, dove i programmi di “alfabetizzazione emotiva” incontrano ancora molte resistenze e i progetti sul tema sono sporadici. Pare per mancanza di fondi, io credo per mancanza di sensibilità e di coscienza. L’impatto sulla società della diseducazione sentimentale è ancora sottovalutato, a dispetto dei reali bisogni dei cittadini. Mi basta pensare ai milioni di visitatori sul mio blog, Blog Therapy (http://www.enricomariasecci.blog.tiscali.it) e al riscontro della pagina Facebook Blog Therapy, arrivati senza indicizzazioni e pubblicità, o al riscontro del libro “I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi”, best-seller da oltre 11 mesi nel settore psicologia di Amazon, Internet Book Shop e Kobobooks, per capire quanto sia forte in Italia il bisogno di riferimenti e di informazioni sulle dipendenze affettive e sulle forme di narcisismo patologico.

Ricerche e studi clinici ravvisano ragioni genetiche e fisiologiche oltre che di crescita nei disturbi della personalità. Entriamo nel vecchio dibattito “natura contro cultura”: narcisismo, psicopatia e sociopatia quanto sono riconducibili a cause genetiche e quanto, invece, a traumi infantili e condizioni ambientali?

Neuroscienze e neurobiologia, grazie all’integrazione di medicina, fisica, biologia, antropologia, matematica, psichiatria, psicologia e psicoterapia stanno indagando con crescente efficienza sulle modificazioni anatomiche e funzionali del cervello causate da esperienze traumatiche di trascuratezza e/o di abuso psicologico, in età infantile e non solo.  Quello che vediamo ormai con chiarezza è che la comunicazione e la relazione influenzano significativamente lo sviluppo psicologico, incidono fisicamente sull’architettura e sull’organizzazione dinamica del sistema nervoso. Le variabili ambientali rivestono un ruolo decisivo sulla salute mentale. L’ambiente, il “curriculum emotivo”, lo stile di attaccamento marcano nella maggior parte dei casi  la differenza tra il narcisismo sano e quello perverso. Spesso questi pazienti sono stati a propria volta manipolati, utilizzati o abusati in famiglia e hanno trovato nelle modalità narcisistiche un modo per reagire al dolore in contesti di abbandono o di superficialità relazionale successive ai traumi primari nella scuola, tra i pari, sul lavoro.

Se non si può affermare con certezza che la società li crei, penso di possa dire che la società non li aiuti a correggere la gravità del trauma iniziale, che li lasci a se stessi. Per questo, anche in età adulta, rimangono pressoché pazienti invisibili. E gran parte delle osservazioni cliniche sul narcisismo perverso avviene quando le vittime chiedono aiuto o denunciano, o, peggio ancora, quando rimangono violentate e uccise.

Ha fatto riferimento allo stile di attaccamento, a eventuali traumi infantili e al curriculum emotivo: in poche parole, a tutto ciò che è pregresso a livello emozionale. Vorrei soffermarmi sul ruolo della famiglia di origine e in particolare su quello dei genitori. Persone che hanno rapporti distorti con i propri genitori finiscono inevitabilmente con il far pagare le conseguenze alle proprie compagne/i. Quanto conta nel narcisismo e negli altri disturbi della personalità il rapporto madre-figlio?

Di frequente chi sviluppa tratti disfunzionali di narcisismo ha vissuto nell’infanzia la fragilità di una madre che non è riuscita a compensare le mancanze dell’altro genitore, spesso distante e rigido. Non ha saputo difendere se stessa, né il bambino dalla freddezza e dagli atteggiamenti rigidamente normativi e soverchianti del proprio partner. Ne “I narcisisti perversi” indago sulle analogie del mito di Narciso con la storia reale dei narcisisti e ho trovato somiglianze illuminanti tra la famiglia raccontata nel mito e le configurazioni familiari correlate, nella realtà, al disturbo narcisistico. Nella formazione dei disturbi di personalità in genere, il fallimento della relazione genitore-figlio è un fattore patogeno molto forte su cui autori di impostazioni anche molto diverse sono unanimi. Anch’io sono convinto che il passato del narcisista perverso sia certamente esplicativo, ma, come terapeuta, credo fortemente che “spiegazione” non significhi automaticamente “soluzione”. E lo stesso vale per le vittime. Soffermarsi lungamente in terapia sulle distorsioni dei legami pregressi con le figure genitoriali a scapito delle difficoltà e degli schemi attivi nel presente, sino ad intessere intricate trame di memorie traumatiche infantili, rischia di convalidare il vittimismo grandioso tipico in questo disturbo, anziché focalizzare il trattamento sulle dinamiche perverse con i/le partner dell’età adulta.

Nella mia impostazione, il “qui ed ora” è la sola e reale possibilità di cambiamento. Nessuno può cambiare il passato, ma tutti possiamo cambiare il presente. Vale per ognuno di noi, tanto per le vittime, quanto per i carnefici. Perché se c’è una possibilità di cambiamento, questa si coniuga nel tempo presente e, soprattutto in terapia, è importantissimo accompagnare i/le narcisisti/e disfunzionali nell’acquisizione di un’identità adulta salda, maggiormente empatica e consapevolmente responsabile.  Al di là della scoperta e della narrazione delle mancanze subite da bambini, penso sia cruciale sollecitare il tema della responsabilità con cui, come uomini o donne fatti e finiti, i narcisisti (e, talvolta,  le loro vittime) continuano a ripetere nel loro presente, al di là della propria consapevolezza e illudendosi di sentirsi nel “giusto”, schemi mentali di sfiducia e di abuso, di abbandono e di impulsività estrema.

Il trauma da narcisismo è una delle più grandi sofferenze relazionali in cui si possa incorrere. Quali sono i comportamenti da evitare e quelli invece da mettere in atto per uscire dal dolore nel minor tempo possibile e far sì che i danni non siano permanenti?

La sofferenza inferta dalle relazioni patologiche in età adulta anche su persone che, prima del narcisista perverso, non sapevano cosa fossero la depressione, l’ansia, l’angoscia o l’ossessione, deve far riflettere sul fatto che il traumatismo psichico non è necessariamente un’eredità infantile, ma può colpire anche soggetti complessivamente sani e ben adattati. C’è molto lavoro da fare sul trauma affettivo in età adulta. La prima cosa che le vittime fanno è colpevolizzarsi, chiedere chiarimenti, accettare compromessi sconvenienti, umiliarsi, cercare di cambiare se stesse, distruggere la propria autostima. Cercano di “adattarsi” al mondo del narcisista, sino a interiorizzarlo insieme ai suoi disvalori. A volte, diventano a propria volta machiavelliche, manipolatrici e perdono così il contatto con le proprie emozioni. Perdono dignità, si isolano, si annullano. E il manipolatore le aiuta, demolendo le loro famiglie, il loro passato e il loro presente, gli amici, il loro senso morale. Tutto.  Così, si convincono di essere perdute e si consegnano all’amante perverso, come fosse un “salvatore”, quel principe azzurro che le solleverà dalla loro pochezza ed inutilità, che lui stesso ha determinato.

Per quanto riguarda i comportamenti da attuare quando si ha il dubbio di essersi “ammalati d’amore”, la cosa più facile è certamente documentarsi, leggere. Può servire a ridefinire il dolore in una cornice relazionale, cosa che le vittime di solito non fanno, o che fanno molto tardi. Ma la cosa più importante è chiedere una consulenza psicologica, specie quando in corrispondenza all’inizio e all’evoluzione della relazione emergono sintomi significativi: insonnia, irritabilità, tristezza, impulsività, aggressività, pianti improvvisi, esplosioni di rabbia e così via.

Una volta scoperta la causa del problema, se si decide di rimanere con il narcisista/psicopatico/sociopatico vuol dire che anche nella vittima c’è una patologia da curare. Di che patologia si tratta e come si può curare per non ricadere nello stesso errore?

In generale, nei casi in cui la vittima non trova il modo di sottrarsi a una relazione trascurante e/o abusante, il quadro diagnostico di riferimento è la dipendenza affettiva, che non è codificato dai manuali diagnostici, pur essendo molto reale e frequente nella pratica clinica. A questo proposito, è importante fare una diagnosi differenziale, che serve a comprendere se e in che misura la “vittima” possa soffrire di disturbi sottostanti dell’umore o della personalità. In questo caso, la dipendenza affettiva si configura come un disturbo secondario e “reattivo” a nodi, lutti e traumi pregressi che, comunque, a mio avviso devono essere affrontati in terapia parallelamente alla “dipendenza affettiva”. Sarebbe un grave errore aiutare una persona depressa a superare la depressione, senza aiutarla allo stesso tempo a comprendere quanto la relazione con un narcisista patologico amplifichi, alimenti e mantenga il suo problema. Sarebbe come prendersi cura di un bosco infragilito dal terreno arido senza, da prima, metterlo al riparo da un piromane seriale. Per questo ne “I narcisisti perversi” dedico interi capitoli alla spiegazione degli “schemi” dei narcisisti patologici e alle strategie per neutralizzarli. Come dire, mi soffermo sul piromane, più che sulla (eventuale) malattia dell’albero. E credo che questo faccia la differenza rispetto alla gran parte della letteratura sul tema e sia alla base del successo del mio libro.

Rabbia e desiderio di vendetta sono due tra i sentimenti più intensi da parte  della vittima. Si tratta però di forze distruttive che non fanno altro che rallentare il processo di recupero e di guarigione. Come combatterle?

Una tipica reazione della vittima è quella di interiorizzare l’aggressore e diventare a propria volta persecutoria, indaginosa, violenta. Questi sono sintomi di una dipendenza, sono il corrispettivo relazionale dell’astinenza dalla droga dell’affezione perversa. La rimuginazione e la rivalsa vanno intesi come parte stessa della patologia, e trattati delicatamente in terapia.  Può servire comprendere che la rabbia, da sempre, è il guinzaglio psicologico del narcisista, uno dei meccanismi elettivi della dipendenza. Tanto più che quando la vittima si svincola dalla rabbia, il narcisista perverso soffre (a proprio modo) enormemente, avverte una perdita e si equipaggia per sferrare un nuovo attacco. Spesso, paradossalmente, ricorre alla seduzione e al vittimismo e riesce quasi sempre a riconquistare la vittima (a volte dopo mesi o anni), soprattutto quella che non ha maturato strumenti attraverso una psicoterapia mirata e letture specifiche.

Parliamo della terapia: da psicoterapeuta, è più facile trattare un paziente-vittima o un paziente-carnefice?

I pazienti-carnefici non vengono in terapia, meno che mai se sono narcisisti. È una conseguenza della grandiosità implicata dal disturbo: dato che si sentono perfetti, non ammettono che uno “strizzacervelli” possa aiutarli, anzi. Una frase tipica del narcisista è “Io analizzo il mio psicoterapeuta!”.  Quindi se richiedono un aiuto, lo fanno per altri sintomi e solo se molto gravi,per esempio insonnia cronica, abuso di sostanze, dipendenza sessuale, o per stress lavorativo.Ho parlato di recente della terapia con i narcisisti in un post intitolato “Narciso in terapia. Lo specchio spezzato (http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2015/10/07/narciso-in-psicoterapia-lo-specchio-spezzato/), sul mio Blog Therapy.

Lavorare sulle “vittime” è comunque molto più complesso di quanto si creda. Prima di tutto perché, un po’ come i loro partner, chiedono un aiuto per sintomi secondari ormai molto marcati, depressione e attacchi di panico, disturbi alimentari o altro, e di rado sono consapevoli della correlazione tra questi disturbi e la situazione relazione in cui sono invischiate.Rispetto ai narcisisti, però, con le vittime è più agevole creare un ambiente terapeutico autentico e collaborativo. Al di là delle resistenze alla terapia, i/le dipendenti affettivi/e sembrano nutrire nel/la psicoterapia un’aspettativa inconscia di salvezza, quale poi realmente si rivela essere nella maggior parte dei casi.

Non bisogna immaginare necessariamente lunghi anni di sedute, a volte lo svincolo è molto rapido e può richiedere pochi incontri. Ricevo quasi ogni giorno ormai commenti sul blog e email di persone che raccontano di aver mosso passi decisivi solo dopo la lettura del libro, e questo mi convince che siano tantissime le situazioni che grazie a un’informazione incisiva e chiara possano evolvere positivamente, prima che si renda necessaria la psicoterapia.

Provvidenziale no contact

 

Per riacquisire padronanza della propria vita si deve tagliare in via definitiva qualsiasi contatto con lo psicopatico. E’ un passo cruciale e molto difficile da compiere indipendentemente dalla sofferenza che ci è stata inflitta: un dolore sconosciuto e completamente diverso da quello della chiusura delle relazioni sentimentali normali. I ricordi dei momenti più idilliaci della storia e dei tempi d’oro non sono reali ma privi di sostanza e significato. Sentiamo la mancanza di un’immagine, di un fantasma e non di una persona reale, dotata di sentimenti e, soprattutto, che abbia tenuto a noi.

Si deve mantenere il no contact nonostante il desiderio di comunicare. Se si pensa di essere innamorati ci si deve rassegnare al fatto che si sta provando amore per un personaggio costruito ad arte con il fine di manipolarci, per una persona inventata con il fine di manovrarci, per un individuo nato per rispondere alle nostre necessità psicologiche. Non era amore, ma pura illusione. Non era una storia, bensì una fantasia. E’ l’assuefazione agli effetti devastanti del testosterone, la più potente droga sessuale che ci sia in circolazione. La sofferenza è semplicemente un’acutissima e spietata crisi di astinenza.

Gli psicopatici sono individui molto pericolosi in grado di causare danni sociali e personali colossali. I postumi dell’intrappolamento nei loro meccanismi di controllo e nei giochi di manipolazione e inganno sono davvero traumatici ma dal tunnel si può uscire migliori, evoluti e vincenti. Lascia pure che si godano l’ennesima, futile scarica di energia nella prosecuzione di quella triste parabola discendente che è la loro vita. Dalla strettoia si esce vincitori ma solo a patto di disconnettersi dalle loro velenose frequenze. E’ proprio qui che entra in gioco la nostra corresponsabilità. Anche se ciò di cui sentiamo più il bisogno è un chiarimento o una spiegazione, dobbiamo convincerci che l’unica chiusura che conta è quella che noi stabiliremo. Al tentativo di lasciare uno spiraglio aperto, banale strategia di convenienza e di opportunità, si deve rispondere con un serrato e assoluto no contact. Come sottolinea cinicamente Thomas Sheridan in Puzzling People, “Rimaniamo amici” per uno psicopatico equivale a “Ora mi serve un cacciavite ma tu sei il miglior martello che abbia mai avuto, quindi resta sullo scaffale e ti riutilizzerò quando avrò bisogno di qualcosa che il cacciavite non riesce a fare”. Restare amici é una soluzione perfetta per poterci riagguantare in caso di bisogno, per tornare a manipolarci in futuro o può essere un semplice rimedio antinoia. Ricorda, abbiamo a che fare con un individuo perverso per il quale assistere all’altrui sofferenza è estremamente gratificante. Non negoziare.

Con uno psicopatico non ci sarà mai chiusura completa a meno che non siamo noi a volerlo. Nella sua testa malata esisterà sempre una lista di vittime passate, presenti e potenziali con una precisa graduatoria stabilita in base alla loro utilità. Non si verifica mai uno scarto definitivo, semmai si tratta di una retrocessione nelle parti basse della classifica a favore di qualcuno che risale o si introduce da outsider. Se ti trovi in fondo al ranking (insieme ad altri) il tuo momento d’oro potrebbe tornare. Aspettati, un giorno, di ritrovare Psyco davanti alla tua porta che professa amore e devozione, ammette di aver fatto un imperdonabile errore e implora il tuo perdono. Traduzione: “Ok, ti ho rovinato la vita, ho distrutto la persona che eri, ti ho decimato il conto in banca e ho devastato la tua fiducia nella razza umana. Ma  in fondo è stata colpa tua e tra i due sono io la vittima. Comunque, ti perdono”. Non negoziare, difendi la tua dignità. Anche se ti senti devastata, insicura e svuotata considera questo passaggio come il travaglio necessario per una rinascita. Quello che ti aspetta è più appagante e gratificante di ciò che ti sei lasciata alle spalle. Se torni sotto il controllo dello psicopatico non fai altro che dare una bastonata alla tua dignità, alla tua psiche, alla tua personalità e alla tua autostima. In breve, condanni a morte la tua anima e sprechi il tuo enorme potenziale umano. Non sei venuta al mondo per essere manovrata e trattata come un oggetto, uno strumento o un mezzo per soddisfare le ambizioni di altri.

Ricorda le parole di Patrick McGoohan nel film Il Prigioniero:Non scendo a patti. Non riuscirai a mettermi nell’angolo, a catalogarmi, a stereotiparmi, a banalizzarmi, liquidarmi, tormentarmi o a rendermi uno dei tanti. La vita è la mia”. Lascia che questo diventi il tuo mantra.

Astra

L’articolo contiene parti tradotte e rielaborate di Puzzling People di Thomas Sheridan.

 

Uscire dal tunnel

 

Con lo psicopatico arriva sempre un momento in cui l’unica possibile opzione diventa la fuga. Anche se hai tutte le ragioni di sentirti sdegnata ed emotivamente devastata- a differenza di lui hai tratti umani- devi andare avanti e voltare pagina. Ti trovi nel bel mezzo di un oceano di rabbia, risentimento e umiliazione. Come puoi aver amato quella persona in modo così profondo con l’illusione di essere ricambiata solo per scoprire, all’improvviso, che per lui eri solo un diversivo in attesa della prossima tonta di turno?

Alla domanda come se la starà spassando nel suo gelo interiore mentre sei ancora nel pieno della tempesta emotiva, la risposta sarà: sta benone. E’ difficile da accettare ma devi fare i conti con il fatto che non riuscirai mai a rendergli pan per focaccia. Rischi solo di addentrarti ulteriormente nei profondi meandri della frustrazione e dello smarrimento. Devi trovare la strada e uscire dal labirinto. Può sembrare impossibile ma, alla fine, sofferenza e introspezione ti ricompenseranno più di qualsiasi esperienza che la vita possa offrire.

Anche se fa male sentirsi rimpiazzate con la stessa facilità del cambio-batteria di un telecomando, bisogna farsene una ragione. Altrimenti, si continuerà a costituire la fonte di energia che lo mantiene vivo, vegeto e drammaticamente nocivo. Lo psicopatico vive delle attenzioni che la vittima gli riserva, se ne alimenta, le considera validazioni del proprio potere e conferme della propria, presunta grandiosità. Che consistano di manifestazioni di amore incondizionato o di sofferenza, rabbia e vendetta, la sostanza non cambia. Se cerca di mantenere spiragli aperti con la scusa dell’amicizia non è una questione si sentimento. Al contrario, è perché potresti tornare utile qualora i “nuovi progetti” non andassero in porto. Tenerti in caldo è un buon piano di ripiego, parcheggiarti nel garage delle riserve fa parte della strategia diretta a non restare mai a corto di prede.

La guarigione necessiterà di tempo ma uscirai dal tunnel più saggia, forte e migliore. Tieni sempre a mente che questi individui costituiscono solo il 4% della popolazione. Quando si passa attraverso la strettoia psicopatica e si elabora davvero quello che è capitato, è difficile che si verifichi di nuovo. E’ come se si emettesse un bip particolare in grado di tenere questi soggetti alla larga. Eppure succede che, guarite lentamente le ferite e tornate finalmente in possesso della propria vita, lui cerchi nuovamente un contatto professando amore, amicizia o complicità. Sembra che abbia un’abilità psichica, che qualificherei “aliena”, di avvertire il momento in cui la vittima sta felicemente ricomponendo quei pezzi della propria esistenza che lui era stato così bravo a disseminare.

Immagina di avere due buchi al posto di cuore e anima; di vivere in una dimensione dove dare significato a compassione ed empatia equivale a decodificare un linguaggio criptato; di trascorrere la vita al riparo da qualsiasi emozione che si prova quando si legge una poesia, si contempla un’opera d’arte, si ascolta una canzone o si scorge un arcobaleno. In uno scenario del genere il solo modo di avere la prova della propria esistenza è riuscire a provocare reazioni nel prossimo. Qualsiasi risposta, sia di amore che di odio, è in grado di far sentire uno psicopatico vivo e dare senso alla sua sostanza. Non rivelare il tuo dolore in nessun modo, fa sì che lui non sappia che parli di lui; tieni riservati i percorsi di guarigione con conseguente creazione di musica, arte e letteratura volte a esprimere la tua sofferenza. La conoscenza della devastazione che ha provocato in te contribuirebbe soltanto a gonfiare il suo ego e non certo a fargli sentire rimorso. Evita di cadere nella trappola dell’odio, forma di energia ugualmente appagante. Mentre gli altri sanno cos’è l’amore, la gioia, la tristezza, la compassione e la creatività, la sola cosa che lo psicopatico riesce a fare è manipolare le emozioni del soggetto di turno, succhiarne la linfa vitale, scartarlo come un guscio vuoto e passare al prossimo. L’unico sentimento che prova è molto vicino alla rabbia. Una rabbia pungente e infinita per qualcosa che non è nemmeno in grado di qualificare.

Tieni sempre a mente che sei tutto ciò che lui non potrà mai essere e che hai la fortuna di disporre di intelligenza emotiva, che lui non avrà mai. Perdonati. Non avercela con te per aver abboccato all’amo. Se sei stata presa di mira è proprio perché sei tutto quello che lui non può essere. Contribuisci a diffondere informazioni su questa peste e aiuta gli altri a venirne fuori: l’unica cosa che spaventa a morte uno psicopatico è non riuscire a nascondersi, a mascherarsi, a girare indisturbato. La ragione di fondo per cui non ama frequentare i propri simili è proprio perchè sarebbe riconosciuto all’istante.

Astra

L’articolo contiene parti tradotte e rielaborate di Puzzling People di Thomas Sheridan.

Scacco matto

 

In The Sociopath Next Door, Martha Stout pone questa regionevole domanda: “Se i sociopatici sono così concentrati sui propri obiettivi e così maniaci della vittoria a tutti i costi, allora, perché non vincono sempre”? Poi spiega come i sociopatici siano, di base, veri perdenti: “(I sociopatici) non vincono nella vita. Al contrario, la maggioranza di loro è fatta di persone ambigue che si limitano a soggiogare i figli, o una moglie depressa o forse qualche impiegato o collega… Non avendo mai fatto strada nella vita, sono in piena parabola discendente e quando supereranno la mezza età saranno completamente bruciati. Possono solo depredarci e tormentarci ancora per un pò, va bene, ma si tratta, in realtà, di vite fallite” (The Sociopath Next Door).

Penso che Martha Stout, Robert Hare, Steve Becker e molti altri esperti di sociopatia abbiano ragione quando dicono che i sociopatici nella vita giocano e vogliono vincere. Hanno ragione anche  quando osservano che essi però non riescono a vincere in quanto tendono a devastare qualsiasi relazione e si cimentano nel tradimento, nella menzogna e in altri comportamenti distruttivi. Ma tutto questo presuppone che gli psicopatici conferiscano alla parola “vincere” lo stesso significato  che le danno le  persone normali. E’ vero che gli psicopatici perdono secondo parametri normali. Ma, come sappiamo, essi mancano di standard e prospettive ordinarie  in quasi la totalità degli aspetti della vita. Non si considerano vincenti nel senso positivo del raggiungimento del successo – sia che si materializzi in una relazione durevole e funzionante o in risultati professionali- bensì nel far perdere gli altri.

Per offrire un esempio degno di nota, Hitler e Stalin sono i Grandi Perdenti della storia. Si tratta di due dittatori malvagi che hanno calpestato un numero incalcolabile di vite umane lungo la strada verso il potere assoluto. Ricorda, tuttavia, che il loro obiettivo non era di governare nazioni potenti in generale, come è stato probabilmente quello di Napoleone. Questi due gerarchi totalitari miravano al controllo totale di più  nazioni e, se possibile, del mondo intero. Il predominio assoluto non può essere raggiunto senza il soggiogamento e anche l’annientamento di qualsiasi voce dissenziente; senza inculcare paura; senza violenza.

I sociopatici vincono più per la fama guadagnata con i crimini che per la notorietà conseguente ai propri successi. Come, altrimenti, si potrebbero spiegare le ragioni dei comportamenti di serial killer come Ted Bundy e tanti altri, che vanno fieri della violenza dei loro crimini e della propria abilità a farla franca (almeno per un po’)? Fortunatamente per il resto dell’umanità la maggior parte dei sociopatici non sono dittatori, né  serial killer. Tuttavia,  questi esempi ci aiutano a capire meglio la logica distorta della sociopatia. Si tratta di una mentalità fondata sull’ “io vinco se tu perdi”. Dal loro punto di vista perverso, i sociopatici vincono distruggendo gli altri esseri umani e le istituzioni sociali, indipendentemente se ciò permetta loro di raggiungere qualcosa nella vita o li conduca dritti in prigione.

Forse, l’unica paura che ha un sociopatico è di essere smascherato in quanto verrebbe scoperta la natura del suo gioco. Come dice in modo efficace Harrison Koehli, “Gli psicopatici si tengono stretta con tanta convinzione la propria maschera perché sono predatori e senza di essa non potrebbero sopravvivere… Lasciar cadere la maschera rivelerebbe che sono poco più che predatori insensibili intraspecie che si nutrono del dolore e della sofferenza degli altri distruggendo, altresì, la loro possibilità di alimentarsi. Anche uno psicopatico è consapevole delle conseguenze di una verità del genere. I suoi sogni di continuare a prendere a calci in faccia l’umanità verrebbero spezzati”. Purtroppo, fino a che esisterà gente che li protegge, che collude con loro e che li copre, questi parassiti continueranno ad alimentarsi di noi, anche se questo comporta la distruzione di entrambi: preda e predatore. I sociopatici giocano a un gioco molto pericoloso, dove si vince solo perdendo.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2011/05/12/why-sociopaths-win-by-losing/

Vittima di professione

 

Finora ho provato a spiegare come pressoché chiunque possa essere inizialmente ingannato dalla maschera dello psicopatico e lasciarsi coinvolgere da questo individuo così disturbato. Tuttavia, mentre tutte possono cadere nella trappola nella fase della seduzione, quando lui dà il meglio di sé per sembrare persino più virtuoso delle persone normali, sono meno coloro che continuano a stargli a fianco quando cala la maschera e si riesce a scorgere il suo lato vero, quello maligno, disturbato e abusivo.

Riporto un contributo di Sam Vaknin, esperto di narcisismo e psicopatia, tratto dal suo libro “Malignant Self-Love”. Questo articolo delinea il profilo psicologico della persona che resta con uno psicopatico o narcisista molto dopo che le fasi dell’adescamento e della luna di miele sono finite e il dott. Jeckyll si trasforma nel vero Mr Hyde. Se ti riconosci nel profilo della vittima dovresti porti, tra i propositi dell’anno che sta per venire, quello di cercare – oltre che supporto esterno- anche la forza interiore di mollare lo psicopatico. Non permettere a una persona cattiva di maltrattarti e controllarti per il resto della tua vita. Meriti di meglio. A ogni modo, spero che questa lettura ti possa aiutare.

All’apparenza, non esiste una compagna “ideale” di un sociopatico narcisista. Può essere di tutte le forme e tutte le taglie. Le fasi iniziali dell’attrazione, dell’infatuazione e dell’innamoramento sono abbastanza normali. Il soggetto espone il lato migliore, l’altro è annebbiato dall’euforia. Un processo di selezione naturale si verifica solo molto dopo, quando la relazione si sviluppa, i veri colori vengono fuori e il rapporto è messo alla prova.

Vivere con un sociopatico narcisista può essere esilarante; spesso è straziante ma è gravoso sempre e comunque. Sopravvivere a una relazione con lui, quindi, è indice dei parametri della personalità di chi si salva. Lei (o più raramente lui) è plasmata dalla relazione nel modello stereotipato di fidanzata/compagna/moglie del personaggio disturbato.

Per prima cosa, la vittima deve avere una scarsa padronanza di sé e della realtà. Altrimenti abbandona la nave quando finisce la fase della luna di miele. La distorsione cognitiva presumibilmente comporta lo sminuimento e l’umiliazione si sé e, allo stesso tempo , l’esaltazione e l’adorazione della figura del narcisista. La posizione assunta è quella dell’eterna vittima: biasimevole, meritevole di punizione, un capro espiatorio. Alcune volte è importante per lei sembrare onesta, disposta al sacrificio e sottomessa. Altre, non è neanche consapevole della situazione. Il sociopatico narcisista è visto nella posizione di poter pretendere questi sacrifici, essendo superiore alla propria compagna da tutti i punti di vista (intellettuale, emotivo, morale ed economico).

Lo status di vittima “professionista” ben si accoppia con la tendenza all’autopunizione, ossia a una certa vena masochista. La vita tormentata con lui è, fino a prova contraria, solo una misura punitiva.

In questo senso, la vittima è l’immagine riflessa del sociopatico narcisista. Mantenendo un rapporto simbioticoo ed essendo completamente dipendente dalla fonte di energia masochista (che lui è così bravo a fornire), sarà lei a incoraggiare e rinforzare tratti e comportamenti che sono la vera essenza del narcisismo.

Il narcisista non si sente mai completo senza una compagna sottomessa, che lo veneri, che sia disponibile e che si mortifichi da sola. Il suo forte senso di superiorità, cioè il suo Falso Sé, dipende in gran parte da questo. Il superego sadico sposta le attenzioni da sé alla compagna, ottenendo una fonte alternativa di gratificazione perversa.

E’ attraverso la propria abnegazione che la vittima sopravvive : annullando i propri desideri, le proprie speranze, i sogni, le aspirazioni, i bisogni sessuali, psicologici e materiali e molto altro. Percepisce le proprie necessità come pericolose in quanto suscettibili di generare collera nella figura suprema e divina del narcisista che, ai suoi occhi, sembrerà ancora più grande. L’abnegazione intrapresa per agevolare e alleggerire la vita di un “grand’uomo” è più accettabile. Più lui è visto come perfetto, più facile sarà per lei ignorare il proprio sé, perdere importanza, decadere, trasformarsi in un’appendice del narcisista e, alla fine, diventare niente più che una sua estensione, fondersi con lui fino al punto di oblio e di offuscamento dei ricordi della propria, autonoma esistenza.

I due collaborano in questa macabra danza. Il sociopatico narcisista prende forma dalla sua compagna nella misura in cui lei prende forma da lui. La sottomissione alimenta la superiorità come il masochismo stimola il sadismo. Le relazioni sono contraddistinte da un emergentismo dilagante: i ruoli sono assegnati quasi dalla partenza e qualsiasi deviazione provoca una reazione aggressiva, se non violenta.

Lo stato mentale predominante nella vittima è la più totale confusione. Anche la relazione più basica – con marito, figli o genitori- è oscurata in modo inquietante dal gigantesco cono d’ombra generato dal rapporto con il narcisista. La sospensione di giudizio è parte integrante della sospensione dell’individualità, che è contemporaneamente prerequisito e conseguenza della relazione con lui. La vittima non sa più è cosa vero e giusto e cosa, invece, sbagliato e non permesso.

Il narcisista riproduce con la compagna l’ambiente emotivo della propria crescita: capricciosità, instabilità, arbitrarietà, abbandono emotivo, fisico e sessuale fanno da padroni. Il mondo diventa incerto e spaventoso e lei ha solo lui a cui aggrapparsi.

E si aggrappa. Se c’è una cosa che può essere detta con certezza di coloro che fanno squadra con i narcisisti è che sono apertamente dipendenti.

La vittima non sa cosa fare – sin troppo naturale nel caos di una relazione del genere – ma non sa nemmeno cosa vuole e, in larga misura, chi è e chi vorrebbe diventare.

Queste domande senza risposta rendono ancora più difficile, per lei, riuscire a valutare la realtà, considerarla e apprezzarla per quello che è. Il peccato originale è essersi innamorata di un’immagine e non di una persona reale. E’ per lo svuotamento di questa immagine che, quando la relazione finisce, si addolora.

La rottura della relazione è, quindi, molto pesante dal punto di vista emotivo. E’ il culmine di una lunga catena di umiliazioni e assoggettamenti. E’ la ribellione della parte sana e funzionante della personalità lesa contro la tirannia del narcisista.

La vittima è responsabile di aver erroneamente interpretato tutta l’interazione (esito, infatti, a chiamarla relazione). La mancanza di connessione con la realtà potrebbe essere etichettata “patologica”.

Perché la vittima cerca di allungare la sofferenza? Quali sono motivi e propositi di questa vena masochista? Sotto rottura, narcisista e compagna innestano un lungo e tortuoso post mortem. Tuttavia la questione di chi ha fatto che cosa (e anche perché) è irrilevante. Quello che conta è smettere di affliggersi, ricominciare a sorridere e amare in modo meno sottomesso, disperato e masochista.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2010/12/17/what-kind-of-person-stays-with-a-psychopath-or-narcissist/

Tortura psicologica

 

Gli psicopatici non si limitano a generare sofferenza in quelli che girano loro intorno. Prima li illudono in modo che la caduta, dolorosissima, li mandi in mille pezzi. Più in alto uno psicopatico ti porta durante la fase dell’idealizzazione (quando ti riempie di lusinghe, regali e dichiarazioni di eterno amore), più in basso aspettati di cadere ai suoi occhi durante la fase di svalutazione, quando ti isola dai tuoi cari, indebolisce la fiducia in te stessa e ti critica sia direttamente che con gli altri.

Ricorro a un’analogia per illustrare la crudeltà sottostante il comportamento psicopatico. Immaginate il seguente scenario: un ragazzo riceve un cucciolo per Natale. Lo accarezza, lo nutre, lo coccola, ci gioca e di notte lo fa persino dormire con lui. Poi, sei mesi dopo, dopo che il cucciolo si è affezionato e si aspetta di ricevere solo cure e attenzioni, il ragazzo prende un coltello e lo fa fuori per puro divertimento. E’ esattamente quello che fa uno psicopatico, quantomeno a livello psicologico, a qualsiasi persona si leghi sentimentalmente a lui. In modo attento crea aspettative di onestà e amore reciproco. Poi, la pugnala alla schiena adottando il classico schema di inganno e abuso.

Lasciatemi fare un secondo esempio, ancora più calzante. Ricordo, molti anni fa, di essere rimasta sconcertata quando lessi dello stupro di donne bosniache ad opera di uomini di origini serbe. Ciò che mi sconvolse di più fu la storia di un soldato serbo che salvò una ragazza bosniaca da uno stupro di gruppo ad opera di suoi conterranei. La prese con sé, la nutrì, la protesse e le parlò in modo rassicurante e tenero per alcuni giorni. Una volta che si assicurò la sua fiducia e gratitudine, la violentò e la uccise. Dopodiché si vantò delle proprie imprese con la stampa internazionale.

Un grado di sadismo psicologico di tal genere supera quello dei bruti che stupravano e uccidevano le donne senza fingere interesse e cortesia. Ciò che ha combinato il soldato è più infido, ambiguo e perverso. Almeno dal lato emotivo, tutti gli psicopatici si comportano in questo modo con le proprie compagne: si accaparrano amore e fiducia di queste ultime solo per provare il sadico piacere di far loro del male. Ogni volta che si perdona il loro comportamento e li si riaccoglie nella propria vita,  avvertiranno la contentezza di aver riguadagnato la nostra fiducia in modo da poterci ferire ancora. Gli psicopatici si dilettano nella tortura psicologica per la stessa ragione dei regimi totalitari: devastare il tuo corpo e il tuo spirito; averti completamente a loro disposizione e sotto il loro controllo.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2011/06/10/psychopaths-and-psychological-torture/