Parola di psichiatra: “Gli psicopatici creano danni a non finire”

 

Qualche tempo fa, in cerca di contenuti da condividere con i lettori di Relazioni Pericolose, mi sono imbattuta in un interessante video su Youtube. Si trattava di una lezione tenuta sulla psicopatia presso l’Istituto AT Beck di Roma https://www.youtube.com/watch?v=gNXHauh9cUc dal medico specialista in psichiatria, nonché psicoterapeuta, antropologo ed esperto di fenomeni connessi alla complessità delle società post moderne, Paolo Cianconi. Dal momento che è inusuale sentir parlare di psicopatia in italiano e soprattutto in modo così esaustivo e preciso, ho approfondito la questione contattandolo e ponendogli qualche domanda in chiave relazionale.

Dottor Cianconi, per femminicidio intendiamo l’omicidio compiuto da un uomo che si rifiuta di accettare che sua moglie o la sua compagna non lo voglia più. Con tutto il rispetto per le vittime di questi feroci crimini e per le loro famiglie, va sottolineato che i media non parlano delle forme di “femminicidio indiretto”, quelle perpetrate ad opera di psicopatici invisibili, difficilmente riconoscibili, ma non per questo meno pericolosi, che invece di dar fuoco alla vittima la annientano psicologicamente, poco a poco, provocando in lei serie somatizzazioni, lo sviluppo di patologie importanti, talvolta mortali, o istigandola al suicidio. Non è femminicidio anche questo?

La violenza unita al dispotismo sono sempre una cattiva miscela. Si tratta di fenomeni molto antichi che sembrano ravvivarsi e resistere anche alla costituzione delle democrazie. Tuttavia, parlando in generale, lo Stato di diritto ha sviluppato e reso fruibili per i cittadini strumenti per difendersi. Le singole situazioni nello specifico sono, invece, più difficili da gestire come quando quella donna, in quella casa con quelle determinate condizioni potrebbe non avere molte possibilità, anche se fa parte di una collettività nominalmente protetta. In questo caso le cose possono prendere la piega di disagi psichici di multiforme fattezza. La mia esperienza ha anche incontrato tanti casi di accordi simbiotici perversi, in cui sono incastrate entrambe le parti (dipendenze, paure, incapacità, scarse possibilità esplorative, convenienze reciproche). In questi casi il lavoro sulle coppie prevede una buona esamina delle dinamiche, della volontà di cambiare tali stati di prepotenza e di intrappolamento e delle reali possibilità.

Quando si parla di “psicopatia” la mente va al serial killer, al crimine efferato, eppure esiste anche “la psicopatia non deviante”, quella che resta fuori dal carcere. Ci sono differenze sostanziali tra il cervello di uno psicopatico deviato e uno non deviato in termini di pericolosità dell’individuo in questione?

La psicopatia è molto usata dal modo del cinema e della televisione; compare continuamente nel discorso popolare più ampliamente inteso e nelle preferenze di una certa letteratura di nicchia “noir”. Benché certi prodotti cinematografici debbano rispondere ad esigenze del mercato, è indubbio che una base qualitativa del fenomeno sia, poi, anche reale, o abbia rappresentato la realtà di certi eventi che sono effettivamente accaduti. Quindi io cercherei di essere più circoscritto, poiché tra la fiction e la ricerca scientifica e forense esistono parametri ben diversi. Noi non sappiamo cosa sia ad oggi un qualcosa chiamato “psicopatia”. Non lo sappiamo perché, anche storicamente, il percorso della definizione stessa di psicopatia è assai disorganico. E il presente non lo è da meno: gli studi non sono sufficienti e non c’è accordo scientifico interdisciplinare a tal riguardo. Comunque esistono delle caratteristiche, dei tratti di personalità, dei comportamenti, come anche dei tempi di azione, attivazione e reazione (dinamica) della psicopatia. Esistono attori e vittime. Alcuni studi, tutti da verificare considerato come è la situazione attuale, sostengono che la psicopatia possa anche non manifestarsi con comportamenti di simmetria, antagonismo e violenza; e quindi, se venissero confermati tali studi, sì, ci sono psicopatici non “deviati”, sempre che deviati possa essere il termine giusto. Io userei a seconda dei casi i termini funzionali, integrati, non-attivati. I classici della letteratura sulla psicopatia sostengono che molti psicopatici sono fuori del carcere, anche perché non hanno violato le leggi dello Stato.

Per gli psicoterapeuti è difficile fare una diagnosi certa in quanto la psicopatia è descritta in dettaglio solo nei manuali di psichiatria forense. Nel DSM, quello usato per le diagnosi comuni, non esiste una definizione di psicopatia e la si fa rientrare nel disturbo antisociale di personalità. Ci spiega le differenze?

Come dicevo, cosa sia la psicopatia non ci è dato di sapere. La psicopatia è un fenomeno complesso sul quale esistono già diverse varie ipotesi. La diagnosi è presente nei manuali di psichiatria forense, ma come ci ricorda giustamente Lei, tranne poche eccezioni, non c’è nei testi clinici diagnostici più usati. Sul perché di questa omissione si potrebbe disquisire. Fatto è che, benché non ci sia una diagnosi, la psicopatia è continuamente nominata. Accadendo certi fatti di violenza poco altrimenti spiegabili, quando non si riesce a capire cosa accade o quando lo strumentario diagnostico è insufficiente, si rinvia alla definizione diffusa di psicopatia (anche il DSM-5 fa così). La scelte del DSM-5 di accorpare la psicopatia in una interpretazione di spettro con l’antisocialità ci crea più di un problema. La formazione degli operatori non è perfetta nel nostro Paese e presenta importanti lacune (vedi impreparazioni sulla psicologia delle migrazioni, ad esempio). Non studiando la psicopatia gli psicoterapeuti sono esposti al rischio di non saperla diagnosticare (tuttavia gli addetti ai lavori invece sono preparati a riconoscerla e descriverla). Antisocialità e psicopatia, sia che siano visti alle sponde opposte di una visione di spettro, sia che siano considerate come entità separate, in realtà convergono e divergono. A volte sono fenomeni molto diversi a volte coesistono. Quando coesistono (psicopatico antisociale) sono “bei problemi”.

La difficoltà di fare diagnosi nel caso degli psicopatici non devianti permette a individui molto pericolosi di ottenere comunque l’affidamento congiunto dei figli in caso di separazione. Che danno può creare la vicinanza di un padre o di una madre psicopatica nelle fasi dell’infanzia e dell’adolescenza?

Certo. Gli psicopatici possono sempre creare danni a non finire. Al coniuge o al compagno, ai figli, a se stessi. Anche agli operatori che trattano il loro caso (da tenerlo sempre presente). La psicopatia a differenza dell’antisocialità (che è ad appannaggio maschio femmina 6 a 1), è perfettamente democratica: maschi e femmine 50%. Nel pratico si potrebbe dire che uno psicopatico o una psicopatica sono sempre autocentrati sul proprio concetto di realtà, poco empatici, gli interessano certe cose e null’altro, non hanno confini di distruzione, se attivati.

Lei sostiene che il narcisista maligno è sempre uno psicopatico. Da più parti è sostenuto, al contrario, che tutti gli psicopatici sono narcisisti ma non tutti i narcisisti sono psicopatici. Ci aiuta a fare un po’ di chiarezza?

La definizione di “narcisismo maligno” è emersa nello stesso periodo storico della psicopatologia in cui si dava conformazione ai disturbi di personalità. Considerando che il narcisismo è uscito da quello stesso periodo di studi in modo molto meglio definito della psicopatia, la definizione di narcisismo maligno si è probabilmente perpetuata meglio. La mia opinione è che il termine “maligno” di narcisismo maligno sia in realtà la struttura solida della psicopatia, dove il termine narcisismo sia invece una qualità associata. Nella fenomenologia le ricerche devono poter dire da dove si osservano i fenomeni. Studiando un fenomeno la descrizione dipende da cosa è considerato centrale e cosa consideri accessorio. Qui abbiamo due modi di vedere la cosa: il narcisismo maligno o è un narcisita-psicopatico o è uno psicopatico-narcisista. Concordo assolutamente che la gran parte dei narcisisti non sia psicopatico (di solito sono narcisismi patologici), ma sono anche dell’idea che non tutti gli psicopatici siano narcisisti. L’errore è sul capire cosa sia l’essenza del fenomeno della psicopatia, che continua ad essere confuso con i suoi attributi associati: antisocialità, sociopatia, paranoia, narcisismo eccetera. Se non si arriva all’essenza non capisci le forme. Ne sappiamo ancora troppo poco direi.

All’estremo piacere che lo psicopatico prova nel riuscire a ingannare il prossimo si contrappone una profonda frustrazione e senso di vergogna nell’essere smascherato o a lui non cambia niente?

Direi più che non gli cambia niente.

Come può mettersi al riparo una vittima oltre che fuggendo? Ci sono casi in cui si è obbligati a continuare a interagire con il soggetto disturbato: parlo di quando ci sono figli in comune o interazioni professionali o di tutti quei casi in cui lo psicopatico in questione è un genitore, un fratello, un componente della famiglia.

Quando una diagnosi di psicopatia è fatta correttamente da un addetto ai lavori (diagnosi fatta con evidenze, esperienze e test e non diagnosi “pop”), si apre il capitolo del cosa fare. Qui si potrebbe discutere parecchio. Solitamente io vorrei capire bene con quale tipo di psicopatia si ha a che fare e lo scenario in cui ci si trova. Certo le persone coinvolte (spesso non solo una persona) hanno bisogno di aiuto. Nella mia esperienza clinica le vittime per diverso tempo non hanno avuto la più pallida idea di chi hanno avuto accanto, non li hanno mai capiti. Non di rado psicopatici erano i genitori, il partner di una vita, il capo ufficio, il collega, un’amica, il vicino. Non si sa come comportarsi con la persona in questione, non la si individua, solitamente la si subisce più o meno consapevolmente. Quello che ritengo importante sono quindi gli esiti: la vicinanza con queste persone ha spesso deformato psicologicamente, se non danneggiato, le vittime. Spesso sono le conseguenze che rinviano all’azione di uno psicopatico attivo in un territorio sociale.

Parlando da psichiatra, è più gratificante tentare di curare il danno nella vittima o la patologia nello psicopatico?

Le vittime, traumatologia considerando, sono più semplici da aiutare. Dipende da molti fattori certo (territoriali, psicologici, legali, di legame). Per il soggetto psicopatico posso dire che quando è individuato la sua pericolosità, fenomenologia considerando, è molto attenuata. Una variabile importante, in entrambi, tra vittime e attori, è il tempo.

pcianco@gmail.com

Lo shock della scoperta

 

Le confessioni e la rocambolesca storia di un professore di psichiatria dell’Università della California, James Fallon – riportate nel libro The Psychopath Inside: a Neuroscientist’s Personal Journey into the Dark Side of the Brain-che ho scoperto in rete alla ricerca di materiale interessante da pubblicare in Relazioni Pericolose, sono meritevoli di attenzione e lettura per farsi un quadro preciso di ciò che si nasconde dietro al bizzarro mondo della psicopatia.

Nel 2005 Fallon sta eseguendo degli studi sulle immagini neurologiche di criminali psicopatici americani e, parallelamente, una ricerca sull’Alzheimer cui prende parte, come gruppo di controllo, la sua famiglia. Una risonanza magnetica con segnali tipici della psicopatia, e cioè una limitata attività metabolica nella corteccia cerebrale, zona deputata alla regolazione delle emozioni e degli impulsi e pertanto alla moralità e all’aggressività, finisce misteriosamente nel faldone dell’Alzheimer. Le scansioni sono deliberatamente anonime per non influenzare i ricercatori e si procede alla decrittazione del codice per risalire al paziente e reinserire l’immagine nel corretto gruppo di ricerca. Il risultato è strabiliante e viene ripetuta la verifica. Non ci sono dubbi.Il cervello fotografato dalla risonanza magnetica è proprio quello di Fallon.

Dopo aver scoperto di avere le caratteristiche cerebrali di uno psicopatico, Fallon studia l’albero genealogico della sua famiglia, scopre che un antenato nel 1667 aveva compiuto matricidio e parla con colleghi e gli amici per verificare che il proprio comportamento non rispecchi le immagini che ha di fronte: sono pochi invece a rimanere colpiti dalla scoperta. Riportiamo la traduzione di brani delle interviste concesse a Judith Ohikuare e Roc Morin, rispettivamente pubblicate sui siti The Atlantic e Vice Media, nonché di passaggi dell’articolo dello stesso Fallon su The Guardian.

Professor Fallon, ha sempre ritenuto che la psicopatia fosse per l’80% riconducibile a fattori genetici e per il restante 20% all’ambiente. Dopo questa scoperta ha cambiato idea?

Sono sempre stato uno scienziato convinto che la genetica svolga un ruolo dominante in chi siamo e cosa diventeremo. La biologia, che comprende la genetica, è un fattore primario ma non mi ero mai reso conto di quanto potesse essere condizionante l’ambiente in cui si cresce.

Mentre scrivevo il libro mia madre mi raccontò cose che non aveva mai detto né a me né a mio padre. Mi parlò di quanto fossi strano in certi momenti della mia giovinezza pur essendo un ragazzino spensierato. Mentre crescevo tutti quelli che mi conoscevano dicevano che avrei potuto diventare un boss della mafia. I genitori di alcuni miei amici vietavano ai figli di uscire con me. Ancora si chiedono come abbia fatto a non finire in prigione e a diventare un padre di famiglia e un professionista di successo. C’erano segni evidenti che qualcosa non quadrava ma si finiva con il ricollegarlo a tratti caratteriali vivaci, gli stessi che mi fecero diventare il “pagliaccio” della classe. Ero atletico, simpatico e piacevole e spesso mi è stato chiesto di assumere ruoli di comando, dalla scuola di ieri all’università di oggi. Mi hanno sempre detto che c’era qualcosa di diabolico in me. Me ne sono sempre fregato. Dopo tutto, sapevo che manipolare costantemente gli altri e le situazioni mi divertiva.

Ho chiesto a chiunque mi conoscesse da tempo, psichiatri e genetisti compresi, cosa ne pensassero. Quando combinavo qualcosa dicevano: “E’ psicopatico”. Ho chiesto loro perché non me lo avessero mai detto e mi hanno risposto: “Te lo abbiamo detto, te lo diciamo tutti”. Risposi che dicevano che fossi “pazzo” e loro: “No, abbiamo sempre detto che sei psicopatico”.

Ho scoperto di avere una serie di alleli genetici, chiamiamoli geni ribelli, che hanno a che fare con la serotonina e che sono ritenuti un fattore di rischio per l’aggressività, la violenza e l’empatia emotiva e interpersonale qualora si cresca in un ambiente violento. Ma se si viene su in un ambiente sano possono neutralizzare gli effetti negativi di altri geni. Vidi specialisti della genetica e psichiatri che non mi conoscevano e riportai loro tutti i disturbi che avevo avuto nel corso della mia vita. Si trattava di forme leggere di ansia che corrispondevano alla mia genetica. Gli scienziati mi dissero che avrei potuto anche non nascere: mia madre aveva abortito diverse volte ed evidentemente c’erano in ballo disfunzioni genetiche. Dissero anche che se non fossi stato trattato bene probabilmente avrei fatto una brutta fine: mi sarei suicidato o finito ammazzato perché sarei stato sicuramente una persona violenta.

Come ha reagito sentendo tutte queste cose?

Mi sono detto: “Chissenefrega”. E loro hanno risposto: “Questo prova che i suoi livelli di psicopatia sono elevati”. Agli scienziati non piace sbagliarsi e a me, che sono narcisista, meno che meno ma quando la risposta è quella devi rassegnarti, ammetterlo e voltare pagina. Non ci puoi fare niente. Ho reagito in modo narcisistico dicendo: “Okay, scommetto che batterò anche la psicopatia. Migliorerò”. Poi ho realizzato che era il narcisismo a provocare questa reazione.

Chi mi conosce pensa: “E’ un tipo divertente, magari un pò chiacchierone, uno sbruffone narcisista”, ma credo che dica anche: “Dopotutto è una persona stimolante e sveglia”. Tutti i miei amici più stretti, anche quelli che non si conoscono tra loro, dicono che ho sempre fatto cose abbastanza irresponsabili: sin da piccolo costruivo bombe artigianali e mi divertivo a girare con gli amici a bordo di macchine rubate. Ogni volta che la polizia ci fermava ero il primo a essere rilasciato perché non mi agitavo mentre gli altri venivano trattenuti e interrogati. Sicuramente avevo qualcosa di diabolico ma si trattava di un diavolo tollerabile e amabile. Gli scherzi, le manipolazioni e i casini alle feste divennero sempre più rischiosi ma la cosa preoccupante è che iniziai a mettere in pericolo anche la vita degli altri,  risucchiandoli nel vortice dei miei giochi diabolici.

Per esempio?

Anni fa lavoravo all’Università di Nairobi e alcuni dottori, parlando del virus di Marburg, mi raccontarono che un ragazzo che perdeva sangue dal naso e dalle orecchie probabilmente aveva contratto il virus nelle grotte di Kitum sul Monte Elgon, al confine tra il Kenia e l’Uganda. Ho pensato: “E’ il posto dove vanno gli elefanti”. Dovevo andarci. Lo avrei fatto da solo ma era lì mio fratello che mi era venuto a trovare da New York. Gli dissi che si trattava di un’escursione epica nelle grotte dove gli elefanti vanno a rifornirsi di minerali e non aggiunsi altro. Arrivammo lì e quella notte ci circondammo di fuochi perché c’erano leoni e altri animali. Saltavamo nel buio e mostravamo loro i bastoni infuocati. Mio fratello stava impazzendo e io scherzavo: “Metto la testa dietro alla tua perché io ho famiglia e tu no, così se viene un leone e ci attacca al collo prende te”. La prendevo alla leggera ma eravamo davvero in pericolo. Il giorno seguente camminammo all’interno delle grotte dove si potevano vedere le rocce spostate dagli elefanti. C’era anche l’odore del letame di quegli animali e capii che fu così che il ragazzo contrasse il Marburg. I medici non sapevano se fosse stato il letame o i pipistrelli a trasmettere il virus. Qualche tempo dopo mio fratello lesse un articolo sul New Yorker che parlava del Marburg, mi chiese se lo sapessi e risposi: “Sì, non è stato eccitante? Nessuno si azzardava a fare quella gita”. Si infuriò e disse: “Proprio eccitante non direi. Potevano contrarre il virus e morire”. Non credo che si fidi più di me dopo quella vicenda.

Questi schemi di comportamento, nel corso della mia vita, sono stati dei segni rivelatori. Li giustificavo, e lo faccio tuttora, con l’argomentazione che mi è sempre piaciuto il pericolo. Dei 20 tratti di psicopatia della Checklist di Hare ho raggiunto un punteggio alto in quelli associati al narcisismo aggressivo e alla cosiddetta temerarietà. Sono caratteristiche che si riscontrano spesso negli amministratori delegati di successo e nei leader mondiali. Uno studio effettuato sui Presidenti degli Stati Uniti li ha individuati anche in Kennedy, Roosevelt e Clinton.

Dopo tutte queste ricerche ho pensato di sfruttare questa opportunità e farne qualcosa di buono: trasformare i difetti, come il narcisismo, in vantaggi.

Come ha fatto?

Ho iniziato con cose semplici, relative alle interazioni con mia moglie, mia sorella e mia madre. Anche se mi sono sempre state vicine non le ho mai trattate tanto bene. Tratto bene gli sconosciuti e la gente tende ad apprezzarmi appena mi conosce ma mi comporto con la mia famiglia come fossero persone che incontro al bar. Non riservo loro attenzioni speciali. E’ questo il problema. Mi dicono: “Ti diamo amore e tu non ricambi”. Lo dicono tutti e la cosa sicuramente non mi fa piacere.

Volevo provare a cambiare. Così, ogni volta che interagivo con qualcuno mi fermavo, riflettevo e mi chiedevo: cosa farebbe una persona per bene in questa circostanza? Notavo che il mio istinto era sempre fare la cosa più egoistica. E’ stato ciò che ho provato a fare per un anno e mezzo e mi sembrava che agli altri non dispiacesse. Mia moglie ha iniziato a notare qualcosa e dopo due mesi mi ha chiesto: “Cosa ti sta succedendo?”. Quando le dissi che stavo provando a usare il mio narcisismo per dimostrare che potevo, nonostante tutto, battere la psicopatia, disse che apprezzava lo sforzo anche se il comportamento non era spontaneo e sincero. Questa risposta mi sorprese e mi sorprende tuttora. La trovo allucinante. Non capisco come si faccia ad accettare la falsità. Evidentemente la gente vuole solo essere trattata con finto rispetto e falsa gentilezza.

Dan Waschbusch, un ricercatore dell’Università della Florida, ha studiato i bambini anaffettivi nella speranza di trovare una cura. Lei non crede che la gente possa migliorare?

Negli anni 70 quando ero ancora un giovane professore ho iniziato a lavorare con gli psichiatri e i neurologi che mi dicevano di essere in grado di identificare un probabile psicopatico a 2 o 3 anni di età. Chiesi loro perché non lo dicessero ai genitori e mi risposero che non si deve rivelare a nessuno:prima di tutto non puoi esserne certo. Secondo, puoi distruggere la vita del bambino, terzo: i media e la famiglia ti aspetterebbero sotto casa con bastoni e coltelli. La psicopatia può essere riconosciuta molto, molto presto, sicuramente prima dei 9 anni ma la questione di dare l’allarme è molto delicata. Il passaggio dall’essere uno psicopatico pro-sociale che non si comporta in modo violento all’essere un criminale non è chiaro.

Per quanto mi riguarda, penso di essere stato protetto dall’ambiente medio alto in cui sono cresciuto, con un’istruzione adeguata e una solida famiglia alle spalle. C’è indubbiamente convergenza tra ambiente e genetica. Ma cosa sarebbe successo se avessi perso la famiglia o il lavoro, cosa sarei diventato? Questo è il punto. Le persone che hanno la base biologica- la genetica, il cervello fatto in un certo modo- se subiscono abusi e vengono trascurati crescono con un senso di rivalsa: “Non mi importa del mondo perché io sto peggio”. Ma gli psicopatici veri e propri sono solo predatori che non hanno bisogno di essere arrabbiati. Fanno queste cose semplicemente per mancanza di connessione con la razza umana e con gli individui. Chi ha denaro, sesso, rock and roll e qualsiasi cosa voglia può essere psicopatico ma si limita a manipolare e usare le persone, non le uccide. Può ferire gli altri ma non in modo violento. Ecco perché dico a mia madre, che ha 97 anni, che il libro che ho scritto e che parla di un giovane che poteva diventare un vero pericolo per la società ma che in realtà si limita a batterti a Scrubble o a portarti in una grotta non è su di me ma su di lei.

Che tipo di psicopatico crede di essere?

Quello che ho realizzato è che per me è tutta una questione di potere. Riuscire a manipolare le persone e far loro fare cosa voglio mi dà grande soddisfazione. Mi basta sapere che posso farlo. E’ un gioco che faccio in qualsiasi stanza entri: conto sul fascino e ottengo tutto ciò che desidero. Non sono bello: sono vecchio e grasso. Ma la gente pensa che io sia speciale. E questo mi dà ciò di cui ho bisogno. A volte parlando faccio intenzionalmente delle pause per sembrare più sincero, altre faccio finta di sbagliarmi: dico qualcosa di errato solo per poter tornare indietro e rendermi più avvicinabile e credibile.

Mento per scopi precisi: ad esempio, se pesco un tonno da dieci chili, dico di averne preso uno da cinque; così poi qualcun altro dirà, “No, era molto più grosso.” Queste sono tecniche di manipolazione. Mi ricordo un libro molto divertente che ho letto negli anni Settanta, intitolato “Come Barare a Tennis”. Un campo da tennis dovrebbe essere un rettangolo perfetto, ma lo si può manipolare—ad esempio ridipingendone le linee per renderlo un parallelogramma—e fregare tutti gli altri. Poi, chiaramente, fai le cose più ovvie: ad esempio, all’inizio della partita, se la palla finisce fuori dici che era dentro. Così, potrai far sì che l’avversario faccia la stessa cosa più tardi, quando servirà. Io faccio così. È solo un gioco, in un certo senso, ma stai comunque fregando gli altri. Però non l’ho mai fatto con malizia. Sempre e solo per divertirmi.

E’ divertente anche per l’altro giocatore?

Non sempre. È un po’ come il bullismo intellettuale, come se stessi giocando con la mente degli altri. Ha i suoi lati oscuri. Negli ultimi due anni ho realizzato quanto spesso faccio cose del genere. Ma non ho mai approfittato dei miei avversari. Sono sportivo e gioco in modo leale.

È una posizione morale? È difficile immaginare che possa esistere la moralità in assenza di qualsiasi forma di empatia. Da dove viene il suo senso morale?

Dalla mia educazione cattolica, dall’essere cresciuto circondato da preti, suore e i miei genitori, non ho mai fatto niente di male. Mentire, barare, palpare il sedere delle ragazze: non ho fatto niente di tutto ciò. Ma non lo facevo perché soffrivo di un disturbo ossessivo-compulsivo. Pensavo che il mio comportamento dovesse essere impeccabile e in sintonia con l’universo. Dovevo tenere tutto in perfetto ordine.

Nel libro si parla dell’importanza del “quarto trimestre”, dei mesi cioè seguenti alla nascita quando si forma il legame di attaccamento. Quali sono gli altri periodi critici in cui ci si può accorgere del rischio e la convergenza di genetica e ambiente diventa determinante?

Ci sono alcuni periodi critici nello sviluppo dell’essere umano. Per l’epigenetica il primo momento è quello del concepimento, quando la genetica è molto vulnerabile alla metilazione e quindi agli effetti di un ambiente negativo: la madre sotto stress, che assume farmaci, fa uso di alcool e cose di questo genere. Il secondo momento delicato è quello della nascita e ovviamente ci sono il terzo e quarto trimestre. Dopo di che la curva di suscettibilità inizia ad abbassarsi. I primi due anni di vita sono critici se ci riferisce a quelli che sono definiti i comportamenti adattivi. Quando si nasce si ha una programmazione genetica naturale. Per esempio, un bambino manifesta un tipo preciso di paura verso alcune persone, come gli sconosciuti. Poi c’è l’accettazione degli altri. Persino ridere e sorridere sono comportamenti adattivi, emergono spontanei e automatici, non c’è bisogno che ci vengano insegnati. Nei primi 3 anni sono ben 350 i comportamenti adattivi che si susseguono in sequenza. Se in qualche modo questa sequenza viene interrotta sarà colpito e danneggiato il comportamento che sta per emergere. Può succedere a un anno e mezzo, a 3 mesi o a 12 mesi. Dopo di che gli effetti dell’ambiente iniziano a calare. Prima della pubertà la maggior parte del cervello ha a che fare con la corteccia orbitale e l’amigdala, deputata al controllo emotivo, al senso morale degli individui e all’apprendimento delle regole del gioco, cioè l’etica. Prima di allora l’identità di un ragazzino normale si basa su attività come mangiare, bere, anche relazionarsi ma è estremamente moralistica. Nell’adolescenza, dai 17 ai 20 anni, avviene una trasformazione. Ciò che succede è che la parte superiore del cervello, il lobo frontale e le sue connessioni, maturano. E’ un momento critico in cui possono emergere la schizofrenia, alcune forme di depressione e i disturbi psichiatrici più importanti.

I bambini psicopatici hanno la genetica predisposta già dal terzo trimestre e la cosa può essere riscontrabile molto presto, intorno ai 2 – 3 anni. Ecco perché dobbiamo prestare la massima attenzione, si tratta infatti di una minaccia per l’intera società. Uno psicopatico non sarà necessariamente pericoloso ma se riscontriamo il rischio in un bambino dobbiamo dirlo ai genitori affinchè lavorino sui suoi comportamenti e si assicurino che non venga sottoposto a episodi di bullismo a scuola, che stia lontano dalla violenza di strada e così via.

Ha scritto molto sul possibile incremento dei geni aggressivi nei luoghi di conflitto. Funziona anche al contrario? L’aggressione può essere estirpata in una società occidentale stabile? 

Penso di sì. Qui in California, non voglio chiamarla femminilizzazione, ma sembra che a forza di andare tanto d’accordo non esista più la competizione. Io la vedo come una forza molto negativa, in termini di specie. C’è sempre questa dinamica che suddivide ciò che fa bene alla specie e cosa fa bene all’individuo. Questi due concetti entrano in conflitto. In un certo senso, abbiamo bisogno della psicopatia. Non abbiamo bisogno di stronzi psicopatici in piena regola, ma la prevalenza di tratti psicopatici è da sempre associata alla leadership. Vale per i presidenti, i primi ministri e per le persone che prendono rischi. Fanno cose per proteggersi dagli aggressori. 

Quindi lo fanno per se stessi, ma finiscono per proteggere anche la società?

 È per questo che le persone come Jimmy Carter non rientrano nel discorso. Anche Obama, è un po’ bloccato.

È troppo buono?

Non è abbastanza psicopatico. Quasi tutti i più grandi leader hanno alti livelli di tratti psicopatici. Se dovessero fare il ‘Psychopatic Personality Inventory’, otterrebbero un punteggio piuttosto elevato. Comunque non sono sufficientemente qualificato per poterne parlare, ma lei sì. 

 In che senso?

Vede? L’ho manipolata. Non credo davvero che lei sia la persona più qualificata per parlare di cose del genere, ma l’ho detto comunque. 

Traduzione di passaggi delle interviste concesse a Judith Ohikuare e Roc Morin, rispettivamente pubblicate sui siti The Atlantic e Vice Media, e dell’articolo dello stesso Fallon sul The Guardian,  ad opera di Astra.

Intoppi nella crescita

 

Alla curiosità di come, quando e a causa di che cosa si forma un personalità narcisistica o borderline risponderò attraverso il lavoro di Margaret Malher, una delle più grandi esperte di psicanalisi del secolo scorso nonché studiosa della psicologia dell’Io. Secondo la Malher la personalità si forma entro il terzo anno di vita del bambino ed eventuali errori da parte della madre in questo delicato periodo potrebbero far sì che nel corso delle cinque fasi di sviluppo qui descritte si verifichi un corto circuito con conseguente “rifugio” del bambino nella fase precedente.

Nei primi due mesi di vita, la cosiddetta fase autistica, il piccolo passa la maggior parte del tempo a dormire e risponde pochissimo agli stimoli esterni. Esiste, in altre parole, una prevalenza dei processi biologici rispetto a quelli psicologici. Il suo pianto é di vera disperazione in quanto al completo benessere avvertito nella pancia della mamma si contrappongono sensazioni come freddo, caldo, fame e mal di pancia. La madre cercherà di consolarlo, tra tentativi ed errori, e di riconoscere i suoi bisogni.

Nel terzo e quarto mese, quelli della fase simbiotica, il bambino é consapevole di essere venuto al mondo ma si sente tutt’uno con la madre che ormai ha imparato a distinguere il suo pianto a seconda del bisogno: fame, sonno, freddo, ecc. Carenze ed errori della mamma in queste due fasi potrebbero portare alla formazione di personalità fortemente disturbate come schizofrenici o individui simbiotici che hanno difficoltà a staccarsi dalla famiglia o dal partner, ad esempio quelli che nelle cronache quotidiane uccidono la moglie perché non accettano la separazione o soggetti che durante la terapia confessano di sognare un partner che li capisca senza parlare e che indovini ogni loro desiderio e bisogno.

Nella fase della differenziazione, che va dal quinto al settimo mese, il bambino ha coscienza di essere separato dalla madre. Infatti ama toccarla, tirarle i capelli, il naso e le orecchie. É il momento in cui se qualcuno gli si avvicina, anche per sorridergli, il piccolo scoppia a piangere perché non riconosce la figura materna. Studi dello psicoanalista austriaco Spitz provarono che bambini abbandonati in orfanotrofio a sette mesi avevano maggiori probabilità di lasciarsi morire dondolandosi, non mangiando e chiudendosi in se stessi rispetto a quelli che venivano abbandonati anche solo due mesi dopo. Madri poco attente in questa fase potrebbero provocare negli adulti carenze di contatto e disturbi schizoidi. Sarebbe quindi opportuno che le mamme tornassero al lavoro un po’ più avanti.

Intorno all’ottavo/nono mese, nella fase della sperimentazione, il bambino inizia a gattonare cercando di esplorare il mondo ed é entusiasta di questa autonomia. Tuttavia non si allontana mai molto dalla madre e si intristisce se la perde di vista. Errori materni in questa fase potrebbero generare adulti paurosi del mondo sia nel caso il desiderio del piccolo di scoprire l’ambiente intorno a sé venga ostacolato sia in quello in cui sia ignorato provocando in lui la sensazione di essere abbandonato.

Nella fase dell’allontanamento, tra i dodici e i diciotto mesi, il bambino impara a camminare, tocca e prende gli oggetti che trova intorno a sé e cerca di allontanarsi, spinto dalla curiosità. In questo momento è raccomandabile che la madre gli permetta di sperimentare pur controllandolo da lontano affinché il piccolo acquisisca fiducia nelle proprie capacità. Una mamma troppo ansiosa potrebbe crescere dei figli insicuri e una poco attenta potrebbe generare adulti senza senso del pericolo.

In quella del riavvicinamento, tra i diciotto e i 24 mesi, il bambino, che ormai cammina con sicurezza e ha esplorato il mondo circostante, decide di riavvicinarsi e tornare tra le braccia della madre. È in questa fase che sono riscontrabili i più comuni errori materni: il piccolo, che andava da solo nella sua camera a prendere i giochi, ora preferisce essere accompagnato per mano dalla mamma e ricomincia a fare i capricci. Se non assecondato, il bambino potrebbe sviluppare sfiducia nelle proprie capacità di legarsi e il timore di allontanarsi e non ritrovare più il suo oggetto d’amore. Sono questi i passaggi cruciali nella formazione delle personalità narcisistiche e borderline che, come è noto, temono i legami, sono diffidenti e non si lasciano andare per la paura dell’abbandono. Nei ripetuti avvicinamenti e allontanamenti non si sentono amati se non vengono inseguiti e tendono a non chiudere mai la porta proprio per il timore di non essere riaccettati.

L’ultima fase della formazione psicologica del bambino va dai ventiquattro ai trentasei mesi ed è quella dell’allontanamento/riavvicinamento: se le fasi precedenti sono state percorse correttamente, il bambino si allontanerà e tornerà dalla madre tranquillo di essere riaccolto e sicuro di essere amato anche se é lontano. Per scongiurare i rischi di disturbi di personalità che coinvolgono l’aspetto relazionale dell’adulto una madre dovrebbe prima di tutto creare nel bambino la certezza di essere amato anche se lontano. E’ questo un punto chiave dello sviluppo infantile cui spesso madri impegnate, o semplicemente distratte, non fanno caso compromettendo inevitabilmente la personalità dei propri figli.

Colgo l’occasione per raccomandare alle mamme cautela e attenzione nella crescita dei loro piccoli e formulare a tutti i lettori di Relazioni Pericolose gli auguri di Buona Pasqua. Al prossimo mese!

Dott.ssa Viviana Conti, Roma vivianacontic@gmail.com

Psyco di successo

 

In Colletti bianchi abbiamo visto come gli psicopatici, oltre a creare devastazione psicologica nelle proprie famiglie intaccando le relazioni personali, possano avere effetti deleteri anche in ambiente professionale. Onnipotenza, senso del diritto e mancanza di autoconsapevolezza generano tensioni e attriti con i capi e i colleghi. L’impulsività e la tendenza a vivere con la filosofia del qui e ora , di godersi il momento, li conduce spesso a mettere in atto comportamenti disfunzionali e antisociali.

Il lavoro più esaustivo e approfondito sugli psicopatici aziendali e le inevitabili ripercussioni dei tratti della loro personalità nel mondo del lavoro e conseguentemente in quello industriale, economico e politico di un intero Paese è di Paul Babiak e Robert Hare, autori di Snakes in Suits (2006).

Prima delle loro ricerche la credenza generale era che i tratti caratteriali degli psicopatici non consentissero loro una vita professionale di successo. Si pensava infatti che le tendenze narcisistiche, prevaricatrici e fraudolente dei candidati in qualsiasi posto di lavoro non permettessero di occupare posizioni professionali importanti, dove andare d’accordo con gli altri è fondamentale. Si riteneva, altresì, che comportamenti abusivi e ambigui verso i colleghi avrebbero portato, alla fine, a provvedimenti disciplinari e alla risoluzione del rapporto. Alla luce della ricerca condotta da Babiak e Hare, è risultato che si trattava di credenze false e completamente errate. Si era sottovalutata la sconcertante abilità degli psicopatici di presentarsi agli occhi delle proprie vittime – ebbene sì, siamo questo per loro, vittime, potenziali polli da spennare, semplici stupidi- con un’immagine non solo normale ma anche eccellente.

Al contrario delle credenze più diffuse e delle supposizioni più convinte, Babiak e Hare hanno riscontrato che gli psicopatici sono ben accolti nelle strutture dirigenziali delle aziende più prestigiose, all’interno delle quali riescono a costruire carriere brillanti. L’estremo narcisismo è erroneamente interpretato come ottima capacità di comando. Torbida moralità e disordine interno, tipici delle fusioni e delle acquisizioni, costituiscono un terreno perfetto per crescita e proliferazione di personaggi del genere. Babiak sostiene che “la mancanza di conoscenza specifica, nel mondo degli affari, di cosa significhino manipolazione e inganno è la chiave del successo professionale degli psicopatici”. Ironicamente le caratteristiche più ricercate dalle aziende e da altri prestigiosi organismi sono spesso le stesse che provocano la loro inevitabile rovina. Per esempio, se si vuole vedere rosa quando non si conosce a sufficienza qualcuno, chi è imbroglione e manipolatore può essere scambiato per convincente e influente, il pelo sullo stomaco e la mancanza di rimorso diventano capacità e prontezza di prendere decisioni difficili, temerarietà e impulsività sono viste come prove di coraggio e forza e la mancanza di emozioni è interpretata come controllo delle emozioni. Come si legge in Colpevoli della crisi?, di Isabella Merzagora, Guido Travaini e Ambrogio Pennati, persino la mancanza di empatia si può interpretare (ma, aggiungiamo, con un certo sforzo)con il sapersi rendere impopolari e con l’essere capaci di conservare il sangue freddo.

Saper convincere i consumatori a comprare candeggina facendola passare per acqua santa e riuscire a vendere il ghiaccio agli esquimesi sono qualità che, sulla carta, potrebbero sembrare promettenti affinché venga affidato un incarico importante. In realtà, come collaboratori e soprattutto come capi, gli psicopatici sono persone dispotiche, minacciose e pericolose. Veloci nel prendersi il merito del lavoro altrui e ad assumere e licenziare esseri umani in un batter baleno, tollerano solo l’adulazione, sono enormemente avventati e carenti di equilibrio, elementi alla base di qualsiasi leadership di successo.

Indipendentemente dall’ambiente in cui si trova a operare, che sia una relazione sentimentale, la gestione di un’azienda, una rapina pianificata, una campagna elettorale, fino ad arrivare al colpo di Stato-la lista delle possibilità è infinita- lo psicopatico fa ricorso, con le proprie vittime, alla solita routine della Valutazione-Manipolazione-Abbandono. Babiak e Hare hanno svelato i metodi utilizzati dal soggetto in questione per scalare le gerarchie aziendali. Utilizzando il proprio fascino e la parlantina fluida e convincente, finge qualità di leadership e si guadagna l’ingresso nell’azienda. Una volta entrato a farne parte, scatta la fase di valutazione: individua, tra i collaboratori -dai colleghi talentuosi ma ingenui il cui lavoro può essere rubato alle segretarie che filtrano i contatti dei dirigenti più importanti- quali potrebbero essere adoperati ai fini della propria scalata. In questa fase pertanto misura valore e grado di utilità di quello che, al momento, tratta da “alleato” ma che in realtà è un semplice pollo da spennare. Gli psicopatici, non dimentichiamolo, sono iper-abili a leggere nella mente di chiunque entri in contatto con loro, toccarne le giuste corde e identificare al volo simpatie e antipatie di chiunque, punti deboli e punti di forza, desideri, ambizioni e vulnerabilità. Si nutrono della forza degli altri e si approfittano della loro debolezza. Utilizzando le informazioni acquisite calibrano i livelli di manipolazione che si rende necessaria per mantenere il controllo.

Scrivono Babiak e Hare: “Spesso si approfittano del fatto che per molte persone il contenuto del messaggio è meno importante della modalità in cui viene trasmesso. Un linguaggio sicuro e aggressivo, spesso infarcito di parole contorte, luoghi comuni, frasi fiorite compensa la mancanza di sostanza e di sincerità nelle interazioni con gli altri…Sono maestri dell’impression management (n.d.r. controllo della propria impressione sugli altri);la lettura della psiche altrui, combinata a una superficiale, ma convincente, fluidità verbale permette loro di cambiare abilmente personaggio a seconda della situazione e del piano di gioco. Sono conosciuti per la loro capacità di indossare maschere diverse, cambiare personaggio in relazione alla persona con cui stanno interagendo e rendersi piacevoli agli occhi del predestinato”.  E’ questa la perfetta descrizione di uno 007.

Le persone coinvolte in questo gioco perverso fanno parte di quattro gruppi distinti: ci sono le pedine, collaboratori ordinari con potere e influenza formali, manipolabili con destrezza e facilità. I protettori fanno parte della dirigenza di alto livello. Sono quelli in grado di assicurare agli psicopatici la protezione dagli attacchi da parte dei dipendenti subordinati che riescono a vedere attraverso la maschera. I polli sono le pedine che hanno perso la propria utilità e sono state per questo scaricate. Infine ci sono i controllori, la c.d. organizational police, ossia i revisori dei conti, il personale delle risorse umane e gli addetti alla sicurezza, bravi a scoprire le dinamiche ingannevoli e manipolatorie nell’ambiente di lavoro.

Durante la fase della manipolazione, gli psicopatici ricorrono al netwotk di pedine, protettori, polli e controllori per mettere in scena il proprio teatrino e sostenerlo. Attraverso manovre di disinformazione, positiva su di sé e negativa sugli altri, creano zizzania nell’ambiente e macchinano dietro la scena, distogliendo in tal modo l’attenzione da sé e focalizzandola sulle tempeste che sono stati i primi a provocare. Nella fase del confronto, grazie alla copertura dei protettori con i quali sono entrati in amicizia e in intimità, scaricano polli e pedine ricorrendo con frequenza alla diffamazione e alla calunnia. Infine, nell’ultima fase, quella dell’ascensione, scalzano i protettori, ormai diventati inutili, occupano le loro posizioni e scippano loro il potere e il prestigio grazie ai quali sono arrivati fin lì. Nel gioco dello psicopatico le persone esistono solamente per essere manipolate e i traguardi vanno raggiunti a ogni costo, anche se ciò comporta tradimenti e pugnalate alle spalle nei confronti di chi lo aveva assistito e sostenuto nella scalata aziendale.

L’attenzione verso gli psicopatici aziendali è cresciuta in modo significativo nel nuovo millennio dopo enormi scandali finanziari come quelli di Enron e Madoff negli Stati Uniti e, dalle nostre parti, i crack della Cirio, della Parmalat e la recente vicenda della Banca Etruria. Se guardiamo alla storia italiana degli ultimi due secoli sono state numerose le vicende riconducibili alla corruzione e alla criminalità politico-finanziaria: dalla storia della Banca Romana della fine dell’800 che portò alle dimissioni di Giovanni Giolitti, a quella del Banco Ambrosiano che coinvolse 40 mila piccoli risparmiatori, allo scandalo Enimont, a Tangentopoli, agli arresti di Cragnotti e Tanzi di Cirio e Parmalat e, per finire, alla vicenda della Banca Etruria in cui, qualche mese fa, 35 mila persone hanno perso in una sola notte i risparmi di una vita coinvolgendo, tra gli indagati, il padre del Ministro Maria Elena Boschi.

Visti tutti gli scandali industriali e finanziari e i loro intrecci con la politica è strano che l’idea dell’infiltrazione degli psicopatici nella macchina dello Stato, con conseguenze disastrose, debba ancora ricevere l’attenzione che merita. Le perplessità che precedevano la ricerca di Babiak e Hare sulla capacità degli psicopatici di scalare le grandi aziende portandole alla rovina sono le stesse da parte degli osservatori della politica che non considerano la psicopatia, proprio come gli esperti di psicopatia non considerano la politica. Genocidi, dittature, la tortura legalizzata, la guerra senza fine, gli assassini politici, gli squadroni di morte, il terrorismo, la corruzione, lo spionaggio illegale, i segreti di Stato e il sistema di sorveglianza e intercettazione cui tutti siamo sottoposti ogni giorno delineano un quadro inquietante.

Gli psicopatici occupano posizioni chiave in tutte le professioni-avvocatura, affari, medicina, psicologia, università, forze dell’ordine e difesa militare, spettacolo e soprattutto politica- e, come sostengono Babiak e Hare, “Molti riescono a laurearsi e ottenere ottime credenziali professionali, ma nella maggior parte dei casi ciò avviene più grazie all’imbroglio, alla fatica degli altri e “lavorando” il sistema che all’impegno e alla dedizione”.

Lo psicopatico ordinario macchina per il controllo e il potere in uno spazio di influenza abbastanza circoscritto che va dalla famiglia all’ambiente di lavoro. In modo vergognoso passa da vittima a vittima, lasciandosi alle spalle una scia di esseri umani emotivamente e psicologicamente devastati. Quello aziendale non si limita a colpire chiunque all’interno dell’impresa: la sua riprovevole condotta ha il potere di distruggere migliaia di famiglie. Ma il più pericoloso è senza dubbio lo psicopatico politico che, collocandosi nella posizione di influenza più alta, ha la potenzialità di amministrare paesi interi, portarli alla rovina, e colpire bilioni di persone.

Astra

Colletti bianchi

Nella cultura popolare l’immagine dello psicopatico è ricollegata a quella del serial killer. In realtà, in giro per il mondo ce ne sono milioni che la domenica non mancano una Messa e che tutte le mattine si svegliano, indossano giacca e cravatta e vanno al lavoro, magari dopo aver adempiuto al ruolo di mariti e padri modello, baciato le mogli ed accompagnato i bambini a scuola. Bisogna quindi liberarsi dall’immagine più diffusa, anche dai media, dello psicopatico come soggetto crudele, incapace di contenimento istintuale e fatalmente destinato ad incappare nelle maglie della giustizia.

Il nemico invisibile, così mi piace definirlo, occupa posizioni di prestigio, è un uomo di successo, si nutre e vive dell’asimmetria relazionale che impone ai subalterni, della soggezione e paura che essi nutrono nei suoi confronti nonché dell’ammirazione e dell’adorazione che manifestano per lui. Esempi di tali asimmetrie sono riscontrabili, oltre che nelle relazioni sentimentali, nei rapporti tra un medico psicopatico e i pazienti, tra un insegnante e gli studenti, tra il leader, il guru, l’opinionista e i suoi sostenitori, tra un tycoon, un capo-azienda o un dirigente di successo e i subordinati. E’ facile che queste interazioni, basate sul flusso unidirezionale e unilaterale di energia narcisistica, sconfinino nell’abuso. Per assicurarsi la collaborazione delle proprie vittime nell’estrazione dell’energia che necessita così a dismisura, lo psicopatico/narcisista patologico/borderline può ricorrere all’estorsione emotiva, al ricatto morale, alla violenza o all’uso distorto della propria autorità.

Le tentazioni, diciamolo con franchezza, sono universali. Come scrive Sam Vaknin in Malignant Self Love, “Nessun medico è immune al fascino femminile, né sono asessuati i professori universitari. Ciò che li trattiene dall’abuso immorale, cinico, spietato e sistematico della propria posizione sono i principi etici acquisiti attraverso il processo di socializzazione e la capacità di provare empatia. Hanno imparato la differenza tra giusto e sbagliato e, avendola interiorizzata, scelgono il giusto quando si trovano di fronte a un dilemma morale. Empatizzano con gli altri, si mettono nei loro panni e si trattengono dal fare ciò che non vorrebbero venisse fatto loro”.

La mancanza di empatia, derivante in primo luogo dalla problematica elaborazione del processo di socializzazione, dovuta a sua volta a disfunzioni relazionali della prima e seconda infanzia, non permettendo agli individui disturbati di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda degli altri, non consente loro nemmeno di sviluppare una solida consapevolezza morale, almeno a livello emotivo. Distinguendo ciò che è giusto da ciò che è sbagliato ma solo sulla carta, visto che sono privi di coscienza sociale, non si fanno fermare da scrupoli o rimorsi. Sono questi due termini che non trovano spazio nel loro glossario personale. In mancanza di fermi principi morali, un chirurgo psicopatico potrebbe lasciar morire un paziente piuttosto che far trasparire la propria incompetenza, un uomo di affari sarebbe disposto a portare al fallimento la propria azienda e alla rovina finanziaria i dipendenti e le loro famiglie, un banchiere alla devastazione dei correntisti e dei risparmiatori, un leader politico alla crisi economica e industriale del proprio Paese. L’annichilimento emotivo e il trauma da narcisismo in cui possono incorrere le vittime di relazioni patologiche sono niente in confronto ai danni che questi personaggi sono in grado provocare su larga scala.

In Colpevoli della Crisi?, Psicologia e psicopatologia del criminale dal colletto bianco, un recente ed interessantissimo saggio di criminologia e psicologia edito da Franco Angeli e che fa luce su eventuali responsabilità individuali e caratteriali del cataclisma economico e finanziario che ha colpito il mondo intero, Isabella Merzagora, Guido Travaini e Ambrogio Pennati affrontano il tema della presenza, nei settori dell’economia e della finanza, di persone egocentriche, prive di capacità empatiche e di identificazione con gli altri, spregiudicate, manipolatorie, machiavelliche, incapaci di rimorso, narcisiste, disoneste, menzognere. In pratica, psicopatici”.

La distinzione risalente allo psichiatra americano Benjamin Karpman già a metà Novecento tra psicopatici primari e secondari (i primi contrassegnati da audacia, irresponsabilità, bisogno di gratificazione immediata, mancanza di ansia e i secondi, c.d.criminali, più centrati sull’aggressività impulsiva e reattiva che sortisce facilmente nella carriera delinquenziale) conduce a una diversa riuscita nella vita: gli psicopatici primari, ipercompetitivi, avrebbero più successo. Ad essa corrisponde la distinzione coniata nel 1977 dalla psicologa Cathy Widom tra “psicopatici non di successo” e “psicopatici di successo” dove il successo di questi ultimi consisterebbe, tra l’altro, nel non finire in prigione anche grazie alla loro freddezza e al sufficiente self-control.

Secondo la psicologa Jennifer Skeem  gli psicopatici secondari sono svantaggiati nella competizione sociale anche per la loro appartenenza a classi sociali inferiori; gli psicopatici primari è più probabile che appartengano alle classi sociali superiori. Nella stessa direzione si colloca Robert Hare, secondo cui un individuo con una combinazione di tratti di personalità psicopatici che cresce in una famiglia stabile e ha accesso a risorse sociali e formative positive può diventare un truffatore o un criminale dal colletto bianco, o anche un imprenditore o un politico o un professionista senza scrupoli. Un altro individuo, con gli stessi tratti di personalità ma proveniente da un ambiente deprivato e disturbato, può diventare un rapinatore, un mercenario o un criminale violento.

La figura dello psicopatico aziendale, creata nel 2005 da Clive Boddy in Corporate Psychopaths, si richiama a quella degli Psicopatici dai colletti bianchi di  Hare. Boddy attribuisce (parte) dell’attuale crisi finanziaria globale alla presenza ai vertici di molte grandi aziende,  in particolare di quelle finanziarie, di persone con numerose caratteristiche degli psicopatici. Secondo questo autore alcuni sono violenti e finiscono in carcere, altri costruiscono le loro carriere nelle aziende. A detta di Simon ed Eitzen lo studio degli psicopatici dovrebbe cominciare da Wall Street e secondo Hare dalla Borsa di Vancouver.

Quali psicopatici di successo, quelli aziendali– è scritto in Colpevoli della Crisi?- sono affascinanti, raffinati, carismatici, estroversi, insinuanti, sicuri di sé, machiavellici, narcisisti, parassiti, bugiardi, arroganti, inaffidabili, manipolatori, incapaci di rimorso. Sono “fondamentalmente dei predatori”, aggiunge Boddy, ma in grado di controllarsi…e di controllare gli altri che sono visti come semplici oggetti, buoni solo per raggiungere i loro scopi…Tra le loro caratteristiche ci sono la condotta sessuale promiscua, la propensione a imbarcarsi in relazioni di breve durata, il che in ambito lavorativo può tradursi in tentativi di seduzione facendo leva sul loro potere, quindi in molestie sessuali, nell’infliggere sofferenze psicologiche, o comunque in complicazioni a non finire a tutto detrimento del buon andamento delle aziende.

E ancora: Sono conversatori loquaci e brillanti, in grado di raccontare di sé storie convincenti e che li mettono in una luce positiva, anche se talora esagerano, fornendo l’impressione di recitare una parte. Data l’inclinazione alla menzogna, inoltre, si presentano nella migliore, anche se fasulla, luce possibile già ai primi colloqui di assunzione. E siccome sono abili nel manipolare gli altri, già a questi colloqui dicono quello che l’interlocutore vuole sentirsi dire. Si aggiunga che sono camaleontici, che hanno uno speciale talento per leggere le persone e modellarsi rapidamente sull’interlocutore… La dialettica incisiva, l’abilità nel manipolare gli altri, l’ascendente di cui godono, la ipertrofica consapevolezza del loro valore li fanno apprezzare soprattutto nelle aziende in crisi che sentono il bisogno di un leader forte; e qui forse vale la pena di riflettere non solo circa il contributo degli psicopatici aziendali alla crisi economica, ma anche sui pericoli per la democrazia qualora l’azienda in crisi sia lo Stato.

Nella rivisitazione della Checklist di Robert Hare del 2003 si riportano le parole di uno psicopatico intervistato dallo psichiatra canadese: “Quando sono all’opera, la prima cosa che faccio è studiarti bene. Cerco un appiglio a cui agganciarti, mi immagino di cosa hai bisogno e te lo do. Poi viene il momento di saldare il conto, con gli interessi”.

Il libro edito da Franco Angeli pone una domanda e fornisce una risposta: “Ma voi affidereste i vostri denari a persone così? Sì, ciò accade perché sono affascinanti, raffinati, carismatici, estroversi, insinuanti, sicuri di sé, machiavellici”. Se è questa la risposta che darebbero i risparmiatori dopo una vita di sacrifici, è lecito che la fiducia possa essere accordata agli psicopatici anche da donne mature, affermate, consapevoli, intelligenti, sicure di sé e desiderose di affidare a un compagno, al posto dei denari, il proprio benessere sentimentale ed emotivo.

Astra

Natura contro cultura

 

Anche il dibattito sull’origine del narcisismo patologico, della psicopatia e degli altri disturbi della personalità rientra nella più generale dicotomia nature vs nurture, natura contro cultura, nella grande diatriba tra chi pensa che i tratti comportamentali della persona disturbata siano conseguenza di geni ereditati o di cause fisiologiche e chi, invece, sostiene che l’ambiente nel quale il soggetto è cresciuto, famiglia in primis, sia stato determinante. I sociologi ritengono che la causa scatenante è da rintracciarsi nell’infanzia, periodo in cui si sviluppano mente e personalità e che tutti i disturbi psichici caratterizzati da bassa o inesistente coscienziosità sono in gran parte provocati da interazioni sociali e fattori ambientali negativi ed disfunzionali dal punto di vista emotivo. Ecco perché nel DSM compare il termine “antisociale” anziché “psicopatico”.

Secondo lo psicoanalista tedesco Erik Erikson, uno dei più accreditati studiosi di psicologia dello sviluppo, l’evoluzione umana è divisa in 8 tappe (prima infanzia, seconda infanzia, fanciullezza, pre-adolescenza, adolescenza, giovinezza, maturità e vecchiaia), ciascuna delle quali è caratterizzata da problemi e conflitti tra opposte esigenze che costituiscono delle crisi o punti di svolta che, se superati, pongono le basi per i successivi compiti evolutivi. Quando un compito evolutivo non è portato pienamente a compimento, quello successivo subirà molto probabilmente l’effetto negativo del processo precedente. Il primo compito evolutivo del bambino è l’acquisizione della fiducia nei confronti della mamma. Se la relazione con la figura materna presenta dei problemi il bambino svilupperà un intenso senso di sfiducia che gradualmente si espanderà a tutta la realtà che lo circonda e che si ripercuoterà sul raggiungimento del secondo compito evolutivo, l’autonomia. Questa è ipotizzata nella tappa della seconda infanzia (2-6 anni), quando il bambino sente il bisogno di conoscere ed esplorare il mondo che lo circonda, scopre i coetanei, si orienta verso l’esterno e inizia ad allontanarsi. Per Erikson i disturbi di personalità sono riconducibili al mancato compimento dei compiti evolutivi della prima o seconda infanzia e a problemi di sovra/sotto attaccamento alla figura materna. Più in particolare, tratti caratteriali come l’incapacità di attaccamento, il bisogno di stimoli sempre nuovi, la mancanza di giudizio e di morale, l’estrema impulsività e l’incapacità a imparare dagli errori, tutte caratteristiche infantili e riscontrabili anche nel narcisismo e nella psicopatia (sotto forma di infedeltà, incapacità di dar vita a legami sani e stabili, irrequietezza, ricerca costante di eccitazione, menzogne, truffe e disonestà), sono provocati dal mancato compimento dei compiti evolutivi della fiducia e dell’autonomia.

La crescita del bambino- si legge in Women Who Love Psychopath di Sandra L. Brown- comunque prosegue e si adatta alle lacune, alle mancanze, ai deficit emotivi, proprio come l’albero cresce adattandosi all’ostacolo che trova sul suo percorso: si sistemerà creando protuberanze e protrusioni nodose nei posti più strani attorcigliandosi intorno ad esso senza farsi fermare. Sarà sicuramente un albero malconcio, schiacciato, artrosico, irregolare, liscio da una parte e sporgente da un’altra: la testimonianza della straziante andatura della sua crescita. La stessa cosa avviene per le personalità disturbate.

A queste credenze si oppone la teoria della natura. Alcune caratteristiche sono insite nel temperamento di un individuo sin dalla nascita. Una mamma potrà dire nel giro di qualche settimana o mese che tipo di indole avrà suo figlio, se impunita o remissiva, esigente o indulgente. Innate nella nostra personalità sono le spinte motivazionali: sono loro che ci spingono a regolare bisogni e necessità dirigendoci verso il piacere e allontanandoci dal dolore. Le spinte motivazionali delle persone normali sono il cibo, la comodità, il possesso, lo svago, il sesso, gli affetti, il dominio sociale, lo status e il potere. Negli psicopatici/narcisisti si registra uno sbilanciamento verso tutto ciò che è piacere, e cioè la ricerca sfrenata del raggiungimento di uno status elevato, il bisogno di costante eccitazione, l’ipersessualità e il predominio nell’ambito del proprio ambiente sociale. La ricerca spasmodica del riconoscimento e la scalata al potere portano spesso questi soggetti a posizioni di successo nei campi più disparati: nelle diverse giungle professionali troviamo famosi avvocati, luminari di medicina e chirurgia, prestigiosi imprenditori, leader politici. Rieber e Vetter, in The Language of the Psycopath, sostengono che gli psicopatici apprezzano il potere tanto più esso riesce a provocare vittimizzazione: non trovano appagante una conquista se la stessa non è in grado di vittimizzare qualcuno. Non hanno solo bisogno di sentirsi potenti ma di sentire che qualcuno è più debole di loro. Il danno che infliggono agli altri è estremamente appagante.

La riconducibilità dei disordini della personalità a fattori innati e congeniti nell’individuo spiega perché fratelli nati sotto lo stesso tetto e cresciuti con la medesima educazione, soprattutto nell’infanzia, dimostrino tratti caratteriali completamente diversi. Per sciogliere queste contraddizioni sono di aiuto le scienze neurologiche. In particolare, le neuroimmagini (Pet e Risonanza Magnetica Nucleare), ravvisando delle anomalie nella struttura cerebrale delle persone disturbate, mettono in crisi la teoria che collega la psicopatia a una disfunzione della mente invece che del cervello. E’ questo un organo che, al pari di altri come cuore, polmoni, reni e quelli che compongono il sistema immunitario, può nascere danneggiato. Non si fa fatica a credere che un bambino possa nascere con una malformazione cardiaca ma si stenta a farlo se a essere tirato in ballo è il cervello con conseguenze, soprattutto, sulle future capacità relazionali del soggetto. Ciò spiega anche perché la psicopatia è così poco riconosciuta. E’ difficile attribuire problemi cerebrali a persone apparentemente normali o addirittura brillanti.

Secondo gli studi neurobiologici della psicologa inglese Adrian Raine, la zona limbica del cervello, che comprende ippocampo e amigdala ed è collegata al linguaggio emotivo, all’elaborazione delle emozioni e alla comunicazione, negli psicopatici funziona in modo più debole. Il corpo calloso è una spessa lamina di fibre nervose interposta tra i due emisferi cerebrali la cui funzione principale è permettere che un’informazione depositata nella corteccia di un emisfero sia disponibile anche per la corrispondente area corticale dell’emisfero opposto. Le due metà del cervello possiedono capacità di coscienza, di memoria e di comunicazione. Normalmente l’emisfero sinistro elabora l’informazione in modo analitico e sequenziale mentre la parte destra la “lavora” a livello emotivo. Nel cervello degli psicopatici questa regione è circa il 23% più larga e il 7% più lunga degli altri. La trasmissione di informazioni da un emisfero all’altro è più veloce rispetto alla normalità con conseguenze importanti sulla loro elaborazione, sulle reazioni e sul linguaggio. Questo particolare rapporto tra i due emisferi del cervello sarebbe la principale causa fisiologica della doppia personalità Dr.Yackyll/ Mr.Hyde, ciascuna associata ad un emisfero cerebrale. La maggiore estensione del corpo calloso potrebbe inoltre essere la ragione dell’assenza di rimorso, della superficialità emotiva e di quella relazionale, tratti caratteriali evidenti negli psicopatici. E’ dimostrato che l’attività dell’amigdala, regolante l’impulsività, è meno reattiva negli psicopatici con conseguenze sulla capacità di controllo degli impulsi e delle reazioni.

Non ci vuole molto per capire che il rigore morale degli psicopatici è piuttosto malmesso. Lo stesso Cleclkey ha sottolineato che, pur riconoscendo la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, questi individui non riescono ad applicarla al proprio comportamento. Secondo la Raine vanno ricollegate a questo aspetto caratteristiche strutturali e funzionali di alcune zone cerebrali, compreso il basso metabolismo del glucosio, ridotti flussi sanguigni e materia grigia meno abbondante. Altri studi dimostrano che il 64% delle persone violente hanno lobi frontali anomali, il 50% soffrono di atrofia cerebrale e il 40% presentano anomalie negli elettroencefalogrammi. Anche la chimica cerebrale degli psicopatici è affetta da anormalità: bassi livelli di serotonina, per esempio, portano a problemi di controllo degli impulsi, dell’assunzione di alcool e droghe, dell’umore e dell’aggressività.

Paradossalmente queste considerazioni, invece di allontanare le vittime dai propri carnefici, potrebbero indurle all’indulgenza e alla considerazione che la cattiva condotta, essendo non volontaria, andrebbe giustificata e perdonata. Esiste un’apposita area di studi, la c.d. neuroetica, recente erede della psicologia morale, nei riguardi della quale la posizione dell’Institute for Relational Harm Reduction è netta e precisa: “Non vi è scusa alcuna per devastare la mente delle vittime attraverso abusi e manipolazioni che sono spesso volontari. Che lo psicopatico non possa far nulla per il suo comportamento non significa che la gente debba dispiacersi per lui e restare nella relazione. Bisogna capire che non è la vittima a provocare il malfunzionamento della testa dello psicopatico e non spetta a lei rimettere a posto le cose”.

Al contrario degli psicopatici, le persone normali crescono raggiungendo una certa profondità ed autenticità emotiva, possono migliorare e sviluppano la consapevolezza interiore di come le proprie azioni possano danneggiare gli altri. Si tratta di tre abilità che costituiscono il presupposto di qualsiasi relazione. La psicoterapia è efficace e può far qualcosa per correggere malfunzionamenti relazionali solo laddove queste abilità esistano. Senza di loro nulla può essere migliorato. Ecco perché la psicopatia non è curabile.

Le vittime credono che se fossero state solo un po’ più tolleranti, pazienti, accomodanti, la relazione avrebbe funzionato. O che questi individui possano trovare la felicità con un’altra persona, magari con la stessa per cui hanno deciso di lasciarle. Non sarà così: gli psicopatici non sono in grado di accendere e spegnere la propria patologia a piacimento. Il loro disturbo di personalità non ha niente a che vedere con voi. Con voi, come con qualsiasi altra del passato, si è solo manifestato e continuerà a manifestarsi con chiunque nel futuro.

Astra

2. Donne che amano gli psicopatici

 

Seconda parte

Se, come svelano gli studi di Sandra Brown in Women who love psychopaths, le donne che cadono nella trappola psicopatica sono di solito persone perbene, intelligenti e dotate di statura morale, allora, perché non abbandonano la nave? Questo interrogativo ci induce a riflettere su un’altra grande miscredenza generale: si è portati a pensare, infatti, che se vengono tollerati i loro abusi si è molto insicure e deboli. La ricerca della Brown rivela che questa ipotesi è parzialmente vera ma nel complesso infondata: è vero che si sta a lungo con uno psicopatico, marito o compagno che sia, ci si adatta psicologicamente ai meccanismi di manipolazione, alle bugie e al dominio. Di sicuro fiducia e autostima ne risentono ma è oggettivamente falso che, quando si ha la sfortuna di incontrarlo e si fa l’errore di valutazione di sceglierlo come compagno, si sia deboli e insicure.

Nel libro la Brown descrive le donne che si innamorano degli psicopatici come professioniste di successo: dottori, avvocati, insegnanti, terapiste e persone che si prendono cura degli altri. La cosa potrebbe sembrare una contraddizione. Sappiamo che questi individui vogliono controllare e secondo la logica è molto più facile controllare persone deboli. Tuttavia, si tenga a mente che amano anche i giochi di potere e non si accontentano di dominare chi è già sottomesso e passivo. Dov’è la soddisfazione se non si incontra una resistenza? Come non si allenano i muscoli senza forze di contrasto, così non si allenano le capacità manipolatorie con prede malleabili e ingenue. La Brown sostiene che gli psicopatici sono attratti da donne con forte personalità e in grado di investire molto nei rapporti personali. Preferiscono persone tenaci che entrano nei loro giochi di potere e rimangono intrappolate nelle inevitabili difficoltà che essi creano nella relazione. Donne convinte che “se si continua a essere devote a dispetto del tradimento, la fiducia, la tollerabilità e la speranza alla fine vinceranno su tutto”.

Quindi che origini ha il pregiudizio sulla debolezza e sull’ingenuità delle donne che amano gli psicopatici? Proviene, ancora una volta, dalla conoscenza approssimativa del fenomeno da parte di coloro che hanno la misericordia di non essere coinvolte in una relazione del genere. Secondo chi conduce vite sane e normali i segni di predominio e di abuso sono manifesti: violenza significa colpire fisicamente l’altra persona. Stuprarla. Insultarla. Ma gli psicopatici più sofisticati di solito non danno vita a questi comportamenti. E’ più frequente che ingannino e manipolino in maniere sottili e anche seducenti. Generalmente fanno passare le proprie macchinazioni più come cortesie che complicazioni a danno della vita altrui.

La ricerca dimostra che i loro cervelli sono fatti in modo da non riuscire a formare legami emotivi. Tuttavia, questi individui tendono a essere molto intelligenti, soprattutto quando ricorrono a strategie machiavelliche per ottenere quello che vogliono. La maggior parte delle risorse mentali sono impiegate per macchinare strategie di manipolazione, inganno e camuffamento. Il che mi porta a esaminare il prossimo punto e cioè perché sia così difficile riconoscere gli psicopatici. Come abbiamo visto precedentemente, questi soggetti sono camaleonti naturali. Cambiano gusti e tratti della propria personalità per sembrare compatibili con qualsiasi donna si siano ripromessi di sedurre e usare. Non è detto che fingano interesse. Temporaneamente, quando si sono messi in testa di conquistarvi, il coinvolgimento può essere autentico. E lo stesso succede per l’interesse verso qualsiasi cosa vi stia a cuore. Ecco perché inizialmente sembrano estremamente compatibili con le proprie compagne. Inoltre, la violenza è spesso sottile, graduale e apparentemente esercitata per il vostro bene. Sono eccellenti venditori. Fanno passare il male per bene e il loro egoistico interesse per il vostro. Prima di svegliarsi e capire di essere state truffate emotivamente ci si trova già con un piede nel burrone.

Sandra Brown sostiene che le donne che amano gli psicopatici sono inclini a compiacere gli altri. Una tale malleabilità le porta a scendere costantemente a compromessi con i propri compagni che, da parte loro, alzano sempre più il tiro. E’ ovvio che tale meccanismo si adatta perfettamente al piano perverso: “Il livello di tolleranza per lo psicopatico è un’ottima garanzia che la preda rimarrà nei dintorni, qualsiasi cosa accada!”. Tuttavia, l’autrice ricorda che questo genere di donne finisce per cedere allo psicopatico più per eccessiva empatia e tenacità che per debolezza. L’effetto, tuttavia, è lo stesso. Tolleranza eccessiva ed empatia malriposte portano le vittime a piegarsi ripetutamente alla sua volontà. Ogni volta che ciò si verifica, diminuisce il loro potere e aumenta la presa dello psicopatico nei loro confronti.

L’unica cosa vera del pregiudizio sulla debolezza è che questi soggetti tendono a scegliere donne forti nei momenti di maggiore vulnerabilità. E’ come se l’istinto predatorio desse loro suggerimenti sulle situazioni di difficoltà che possono riguardare le prede. Potete avere problemi matrimoniali, aver subito un lutto in famiglia, o uscire da una relazione andata male, o avere problemi di ansia, di depressione o qualsiasi tipo di trauma che annebbia le vostre facoltà di giudizio. Lo psicopatico potrebbe avventarsi nel momento più critico della vostra vita. Inizialmente promettono di poter sistemare qualsiasi problema vi affligga. Se siete passate attraverso un doloroso divorzio da un marito fedifrago si presenterà come una persona fedele ed affidabile. All’inizio, quando è in vostra compagnia, avrà occhi solo per voi. Quando non è in vostra compagnia il discorso cambia e si possono immaginare le trame più nascoste. Se avete problemi finanziari, vi offrirà un prestito. Se le vostre difficoltà riguardano l’autostima, sarete riempite di lusinghe: ma, naturalmente, solo durante il periodo della luna di miele. Nelle fasi successive, quelle meno divertenti di svalutazione e scarto, vi farà sentire molto meno attraenti e realizzate di quanto non lo siate in realtà.

Così, al contrario delle miscredenze popolari, le donne che si innamorano degli psicopatici all’inizio della relazione sono persone forti, indipendenti e piene di risorse. Alla fine, però, sono state ingannate, maltrattate, calunniate e controllate a tal punto che la fiducia in sé è seriamente compromessa. A volte lasciano il lavoro di propria volontà per pressioni da parte dello psicopatico. In altre, il dramma e le critiche costanti di quest’ultimo contribuiscono a farle fallire nella carriera. A causa delle forti tensioni relazionali alcune diventano ombre delle figure forti e indipendenti che erano una volta. Fortunatamente, comunque, sono in molte a riprendere il comando della propria vita una volta messo un punto alla relazione tossica. In seguito a questa traumatica esperienza, diventano più forti e sagge, donne maggiormente in grado di distinguere le persone capaci di provare emozioni autentiche dalle controparti disturbate. FINE.

Traduzione Astra

Tratto da Dangerous Liaison di Claudia Moscovici

1. Donne che amano gli psicopatici

 

Prima parte.

Ho richiamato spesso il libro scritto da Sandra L.Brown sul profilo psicologico delle donne che amano gli psicopatici: si tratta del formativo Women who love psychopaths: Inside the Relationship of Inevitable Harm with Psychopaths, Sociopaths and Narcissists (Mask Publishing, 2000), opera puntuale e innovativa. Anche se in circolazione ci sono molti libri che trattano il tema della violenza domestica e studi clinici su psicopatici e psicopatia, questo è l’unico libro che si occupa esclusivamente del profilo femminile della vittima e lo fa non soltanto dal punto di vista clinico ma anche laico. Ricco di testimonianze di vittime, il testo spiega chiaramente le dinamiche psicologiche degli psicopatici, quelle delle parti lese e gli effetti nocivi che sono in grado di provocare. Dato che il numero delle vittime supera quello degli psicopatici, è molto importante capire anche il comportamento delle prime. Vorrei qui sintetizzare le conclusioni cui è arrivata la Brown affrontando, prima di tutto, alcuni concetti sbagliati in cui si incorre frequentemente. Altre informazioni interessanti si possono trovare su sito Internet saferelationshipmagazine.com.

Come ho ricordato in precedenza Robert Hare, che ha elaborato i primi parametri clinici per l’individuazione del disturbo della personalità dello psicopatico/sociopatico, stima che soffra di questa patologia tra l’1% e il 4% della popolazione. L’aspetto negativo di questo dato è che ci sono milioni di psicopatici, solo negli Stati Uniti, in grado di toccare decine di milioni di vite. La cosa positiva è che di tratta ancora di una percentuale bassa. Farete sicuramente la conoscenza di qualche psicopatico nel corso della vostra vita. Ma ci sono buone possibilità che non sia vostro marito, il vostro amante, vostro figlio, un conoscente o il  capo: in altre parole, è molto probabile che il contatto che avrete con lui sarà solamente superficiale. Sappiamo che all’inizio gli psicopatici passano per persone assolutamente a posto. Possono essere affascinanti, intriganti, spigliati, dolci e socievoli. Amano stare al centro dell’attenzione e cercano l’approvazione e il gradimento degli altri. Questo per dire che non si è perfettamente in grado di valutare l’entità del danno che gli psicopatici possono infliggere alle compagne e alle loro famiglie.

La maggior parte di noi ha conosciuto cialtroni, persone che tradiscono, mentono o rubano. Questi individui, tuttavia, non sono necessariamente psicopatici. E’ frequente che provino rimorso quando fanno qualcosa che non dovrebbero, che non feriscano gli altri deliberatamente aggravando ulteriormente il danno e che siano capaci di amore ed empatia. Tutti noi possiamo incorrere in persone con tendenze narcisistiche. Probabilmente abbiamo conosciuto individui pieni di sé e che si considerano superiori agli altri. E’ gente fastidiosa e per alcuni aspetti ridicola. Tuttavia, conosce il rimorso e rispetta i principi morali. E’ in grado di amare ma non sa come esprimere i propri sentimenti perché troppo concentrata su di sé.

Si incontrano spesso persone che hanno problemi psicologici come nevrosi, depressione, ansia o sbalzi di umore. Si tratta di individui frequentemente empatici che sono più nocivi per se stessi che per gli altri. Molte donne si sono fatte male con playboy o uomini fissati con il sesso o con persone semplicemente promiscue. Se si è in cerca di una relazione stabile e di profondità di emozioni, questi uomini sono senz’altro portatori di guai. Ma, di solito, non danno vita a dinamiche di malevole inganno come fanno invece gli psicopatici. E’ difficile che provino a convincervi che siete l’amore della loro vita. Non vi dicono che vogliono sposarvi e passare il resto del loro tempo con voi. In genere, i  playboy comuni fanno capire molto chiaramente che stanno frequentando anche altre donne, che non hanno voglia di impegnarsi e che si è una delle tante. Sta a noi accettare questo accordo non proprio allettante o rifiutarci di entrare nella storia. Con loro, almeno, sai cosa ti aspetta. Non è così con gli psicopatici.

Proprio per questo se siete state le compagne di uno psicopatico la maggior parte delle persone non sarà in grado di comprendervi. Non capirà perché state soffrendo in questo modo e perché vi occorre tanto tempo per uscire dalla relazione e superare il trauma. Molte persone a cui si racconta ciò che ci è successo- una volta spiegato cioè che non si ha a che fare con un bastardo qualsiasi o con un semplice playboy- fanno un grande errore: sono portate a credere che gli psicopatici siano predatori visibili e molto facili da riconoscere. Siccome i giornali sono pieni di notizie che riguardano individui disturbati che ammazzano, queste persone fanno l’errore di associare gli psicopatici a famosi serial killer come Ted Bundy e non al vostro apparente ordinario e affascinante marito o fidanzato che può fare l’insegnante, l’avvocato o il medico: l’uomo, cioè, con cui vivete che sembra essere sano, devoto e normale. Non possono capire che è come aver diviso la propria intimità con qualcuno in grado di creare un’illusione non solo di normalità, di più: di essere addirittura migliore della media degli uomini e di essersi impegnato in una relazione straordinaria con voi. E’ molto difficile spiegare alla maggior parte delle persone che dopo aver passato del tempo con uno psicopatico ci si sente non solo truffate ma anche stuprate nell’anima. In altre parole, una relazione intima con uno psicopatico, fortunatamente per la maggior parte delle persone e sfortunatamente per le vittime, va oltre qualsiasi ragionevole comprensione. Tutte e 75 donne che hanno partecipato allo studio della Brown riferiscono di essere rimaste profondamente traumatizzate dalle interazioni con gli psicopatici.

Proprio come si tende ad avere falde credenze sugli psicopatici, lo stesso vale nei confronti della tipologia di donne che cadono nella trappola. Dal momento che la gente riconduce la psicopatia a segnali ordinari (come nel caso di un comune playboy) o manifesti (un assassino seriale) è portata erroneamente a credere che le donne che si innamorano di uomini del genere sono ingenue o, peggio ancora, bacate quanto gli stessi psicopatici. La ricerca della Brown aiuta a dissipare queste false credenze. Se in alcuni casi può essere vero che le donne prese di mira dagli psicopatici non sono molto profonde e che possono essere anch’esse disturbate, va detto che sono questi casi di flirt passeggeri o avventure di una notte. Ricordiamo sempre che questi individui applicano la logica dei due pesi e due misure: per una relazione lunga, generalmente, sceglieranno donne provviste di solidi principi morali che non si concederanno ad altri con la facilità con cui si sono concesse a loro. Queste donne di solito hanno alti velli di empatia, fondamento emotivo di qualsiasi statura morale. Gli psicopatici sfruttano l’empatia delle proprie compagne. “A cosa porta l’empatia fuori misura nelle mani di uno psicopatico?” si chiede la Brown. “Può tenere la vittima legata alla relazione oltre i limiti di ragionevolezza”. La ricerca della Brown rivela anche che le donne che gli psicopatici scelgono come compagne – e cioè le proprie mogli o fidanzate di lunga data- tendono a essere colte, indipendenti e realizzate. Come sappiamo, questi individui amano le sfide. In questo caso, la sfida consiste nel riuscire a trasformare una donna sana, forte e dinamica in un burattino. “Per certi versi”, sottolinea la Brown, “mettere ko dal punto di vista emotivo una persona forte rappresenta per un soggetto patologico il gioco di potere più appagante”.

Se ci pensate, non ci sarebbe alcuna sfida se la donna che ha scelto come compagna fosse subdola come lui. Non ci sarebbe nulla da guastare e nessuno da prendere in giro. Qualche volta assistiamo a legami tra due psicopatici: è il tema di uno dei miei romanzi preferiti da cui ho preso il titolo di questo libro, Dangerous Liaison. Ma relazioni del genere sono rare e non durano molto. In una coppia due psicopatici sono troppi. Ciascuno prova a superare l’altro nei cattivi comportamenti, nella promiscuità e nella devastazione. Nessuno è in grado imbrogliare l’altro perché sono entrambi abili nell’arte della manipolazione e dell’inganno. Quindi, le strade di due psicopatici si divideranno abbastanza velocemente. Possono entrare in loschi accordi momentanei, come fanno il Conte di Valmont e Mme.De Merteuil in Relazioni Pericolose per contare quante persone riusciranno rispettivamente a sedurre, imbrogliare, usare ecc. Tuttavia nei casi estremi, come nel romanzo di Laclos, i due psicopatici finiranno con il mettersi l’uno contro l’altro. Come abbiamo visto, si tratta di individui che non sono leali con nessuno tranne che con se stessi. SEGUE.

Traduzione Astra

Tratto da Dangerous Liaisons di Claudia Moscovici

 

Bullismo e psicopatia

 

Uno dei luoghi comuni più diffusi è che gli psicopatici siano pieni di disgusto verso di sé e che proiettino sulle vittime l’odio che nutrono per se stessi. Niente è più sbagliato: se fosse vero, sarebbero persone riflessive in grado di accorgersi che qualcosa in loro non funziona e di fare autocritica. In realtà,  non si sentono inferiori a quelli che vivono serenamente le relazioni e che conducono una buona vita sociale e professionale; semplicemente vogliono togliere queste cose alla vittima di turno per un bisogno malato di sopraffazione e di imposizione di una condizione di inferiorità.

Questo risentimento si fa molto evidente negli episodi di bullismo che nascono a scuola e continuano nella vita adulta contribuendo ad appagare le sfrenate ambizioni sociali e professionali dello psicopatico. Le campagne di denigrazione da lui orchestrate contro la vittima  non sono tanto dirette a legittimare la propria superiorità nei suoi confronti quanto a provocare un risultato negativo, che consista nelle sue dimissioni dal posto di lavoro, in una richiesta di trasferimento o nell’entrare in uno stato di profonda depressione al punto di tentare il suicidio.

Le neuroscienze hanno svelato che il cervello umano continua a crescere e ad evolversi anche oltre la fase dello sviluppo rapido della prima adolescenza. Ricerche scientifiche hanno stabilito che chi è stato prevaricato e sottomesso durante l’infanzia e l’adolescenza ad opera di un genitore psicopatico o  da un compagno di scuola o, nell’età adulta, da un collega di lavoro è molto probabile che sviluppi depressione, ansia o propositi  di suicidio. Il tormento psicologico subito dalle vittime di bullismo è viscerale ed emotivamente devastante. E’ stato dimostrato che questa forma di abuso può avere effetti molto complessi se messa in opera durante la fase di crescita, quando il cervello è ancora in evoluzione, dal momento che è in grado di ridurre la connettività elettrica cerebrale e ostacolare la nascita e lo sviluppo dei nuovi neuroni. Si tratta di un danno neurologico simile a quello provocato dalle violenze sessuali durante l’infanzia. Un articolo apparso nel luglio 2010 sull’American Journal of Psychiatry a firma del neuroscienziato Martin Teicher ha riportato i risultati di uno studio effettuato su bambini che avevano subito violenze verbali da parte dei genitori e dei fratelli. L’analisi dei dati raccolti ha dato legittimità scientifica ai danni del bullismo. Nello studio su più di 1000 giovani è stato scoperto che le parole sono dannose esattamente come le pietre e le bastonate: i partecipanti che erano stati scherniti, ridicolizzati, criticati, sgridati e offesi nel passato presentavano una più alta incidenza di depressione, ansia e altri disturbi psichiatrici rispetto a quelli che non avevano subito episodi di bullismo. Coloro che avevano confessato di aver subito abusi da parte dei fratelli presentavano anomalie in una parte del cervello conosciuta come corpo calloso , che collega l’emisfero destro al sinistro , entrambi  vitali per i processi visivi e per la memoria. Le vittime di rapporti psicopatici hanno sempre qualche difficoltà a ricordare l’inizio della relazione. Alla domanda “Ti ricordi quando hai fatto o detto…?”, la vittima spesso risponderà che non ricorda di aver fatto o detto alcune cose che lo psicopatico sostiene siano state  fatte o dette. I ricordi della vittima risultano compromessi e ciò permette allo psicopatico di fantasticare su eventi del passato che la vittima non può contestare. Con ciò si spiega perché sia frequente che gli psicopatici puntino vittime di abusi infantili e di bullismo.

In un altro studio, Tracy Vaillancourt, una psicologa dell’università di Ottawa, evidenzia che essere sottoposti a bullismo nel corso dell’infanzia può provocare alterazioni nei livelli di cortisolo, un ormone prodotto nei periodi di stress. Secondo i dati della Vaillancourt i ragazzi che hanno subito episodi di bullismo hanno livelli più alti di cortisolo rispetto a quelli che non li hanno subiti mentre le ragazze hanno valori sotto la media. Le violenze verbali e comportamentali indeboliscono il sistema immunologico distruggendo i neuroni e provocando problemi di memoria. Ulteriori studi  stanno dimostrando che l’abuso verbale è più assimilabile a quello fisico e sessuale di quanto non si credesse in precedenza. Dal momento che gli psicopatici mettono in atto sulle proprie vittime tutti e tre i tipi di violenza risulta evidente come siano in grado di distruggere anche la persona più razionale ed equilibrata del pianeta.  Se la vittima ha subito episodi di bullismo da piccola o da giovane è probabile che questi soggetti avranno la possibilità di riuscire più efficacemente a implementare tecniche sofisticate di manipolazione come il gaslighting.

Astra

L’articolo contiene parti tradotte di Puzzling People di Thomas Sheridan.

Ormoni e cervello

 

Elevati livelli di testosterone, sia negli uomini che nelle donne, possono costituire un segnale di psicopatia. Ciò non significa che chiunque abbia alti livelli di testosterone sia psicopatico. Dobbiamo mantenere massima cautela nella qualificazione di questa patologia. Per esempio, una donna aggressiva o impulsiva potrebbe soffrire di disfunzioni ormonali -derivanti, per esempio, dall’ovaio policistico- in grado di influire negativamente sul proprio comportamento. Insomma, una rondine non fa primavera e per qualificare qualcuno come psicopatico devono essere presenti anche altri tratti. Elevati livelli di testosterone, tuttavia, possono essere utili per identificare questa patologia come una pinna che spunta dall’acqua può farci venire il sospetto che ci sia uno squalo nelle vicinanze.

Secondo ricerche scientifiche, le donne psicopatiche hanno maggiori possibilità degli uomini di trasmettere geneticamente ai propri figli alti livelli di testosterone. I dati dimostrano inoltre che le donne psicopatiche mettono al mondo una percentuale più alta di maschi rispetto alle femmine. Il professor Alan Booth, ricercatore e professore di sociologia all’università di Penn State, sostiene che negli uomini con alti livelli di testosterone si registrano spesso rapporti turbolenti, matrimoni falliti, problemi professionali e relazionali con i propri i figli. Possono non riuscire ad essere monogami nelle relazioni e sono a rischio di malattie sessualmente trasmissibili. Si evidenzia anche tendenza al gioco d’azzardo, a comportamenti disordinati, burrascosi e turbolenti che possono portare a problemi giudiziari e a incidenti finanziari. La descrizione di Booth, presa con tutte le molle possibili, sembra coincidere con il modello di psicopatico DOC.

Altri tratti fisici degli uomini con alti livelli di testosterone includono il dito anulare più lungo dell’indice, stempiatura, abbondanza di peli sul viso e sul corpo, acne e arco sopraccigliare basso. L’abbondanza di questo ormone potrebbe anche spiegare l’ardore che, a detta di molte vittime, gli psicopatici sprigionano. Nelle donne, alti livelli di testosterone possono portare ad apparente mascolinità, massa muscolare pronunciata, distribuzione del grasso corporeo, metabolismo veloce, emicranie frequenti, profondità della voce, pronunciato pomo di Adamo e sudorazione accentuata. La postura è poco femminile, soprattutto se osservata da dietro, ed è caratterizzata da rigidità di braccia e ampiezza di spalle.

Questo ormone, quando è presente in dosi massicce, comporta attività sessuale intensa in grado di avere, sull’altro, un forte impatto dal punto di vista psicologico. L’intensità sessuale, tuttavia, è limitata alle fasi iniziali della relazione in quanto, una volta che questa si è stabilizzata, le vittime riferiscono che il sesso diventa meccanico, spesso violento e privo di coinvolgimento emotivo. Questo passaggio si verifica, di solito, quando la presa sulla vittima diventa salda e scontata oppure quando lo psicopatico inizia ad avere diversi rapporti sessuali nello stesso periodo.

Anche se le cause scatenanti la psicopatia sono ancora vaghe e non precise, quello che è assolutamente certo è il ruolo dell’amigdala. Localizzata in profondità nel sistema limbico del cervello, essa fa parte di un gruppo di strutture interconnesse situate nella zona del lobo temporale che gestiscono le reazioni emotive, la memoria emozionale e la paura. Mentre l’ippocampo ricorda i fatti, l’amigdala ne giudica la valenza emozionale. Fornisce pertanto a ogni stimolo il livello giusto di attenzione, lo arricchisce di emozioni e, infine, ne avvia l’immagazzinamento sotto forma di ricordo. E’ pertanto l’archivio della nostra memoria emozionale e ci spinge a reagire a una determinata situazione secondo modelli del passato. Neuro immagini e ricerca hanno stabilito che nella maggior parte delle persone l’amigdala entra in gioco quando si pone in essere un’azione moralmente discutibile in grado di attingere alla memoria emozionale e stimolare una sorta di freno. Questo non avviene nel cervello degli psicopatici, dove l’amigdala è decisamente meno attiva. Si spiega così perché i soggetti in questione non manifestano sentimenti di paura nelle situazioni rischiose, sono molto abili a mentire sotto giuramento e a superare i test della macchina della verità. La mancanza di sentimenti dello psicopatico, pertanto, trova riscontro prima di tutto in un cervello che funziona diversamente da quello degli altri esseri umani. Se non altro, la cosa può essere consolante.

Astra

Le colpe di Hollywood

 

Una diagnosi certa di psicopatia può essere fatta solo attraverso un’attenta valutazione psicologica, avvalorata eventualmente dall’ausilio delle immagini neurologiche. Gli schemi comportamentali adottati nel corso delle interazioni sociali e personali sono invece gli strumenti a nostra disposizione per identificare un possibile psicopatico e prendere le dovute precauzioni. Fortunatamente, quando si sviluppa l’abilità a riconoscere tratti e caratteristiche di un disturbo di personalità, l’individuazione di un soggetto pericoloso diventa immediata. Perfezionare l’arte dello smascheramento può essere utile a evitare una vita stressante e tormentata dall’ansia.

Superata l’adolescenza, gli psicopatici diventano consapevoli di non essere persone “normali” in termini di profondità emotiva e varietà di sentimenti. Possono allora decidere, coscientemente o incoscientemente, di processare questo vuoto dentro di sé oppure utilizzarlo per sfruttare e manipolare gli altri. Non solo lo considerano come mezzo di sopravvivenza sociale, ma anche un’opportunità di “salire a bordo” di esistenze altrui utilizzandone risorse, capacità e valori. Gli psicopatici sono parassiti umani per eccellenza: non provano vergogna e rimorso, né sentono il peso della propria patologia. Anzi, la considerano un dono inestimabile, un formidabile vantaggio rispetto agli altri. Si sentono spietati e liberi.

Non solo non ritengono importante informare il resto dell’umanità della propria vuotezza emotiva e dell’intento predatorio ma sono anche consapevoli delle conseguenze che una simile ammissione potrebbe comportare. E qui soggiace il grande imbroglio: quando una persona empatica incontra uno psicopatico non esiste parità di regole. Quest’ultimo partirà con un enorme vantaggio: quello di saper spolpare senza scrupoli e in totale malafede il senso di umanità e di empatia della controparte.

Viviamo in un mondo che si è fondamentalmente allineato a schemi di comportamento spregiudicati che sono spesso considerati normali e accettabili. Distorta da Hollywood e dalla potenza dei media, l’immagine dello psicopatico è diventata quasi un modello cui ispirarsi nella vita di tutti i giorni. Bisognerebbe andare oltre questa disarmante superficialità e sottolineare, piuttosto, quanto frequentemente i danni inflitti alle persone e alla società in generale restino impuniti. Gli psicopatici potranno anche non essere posseduti dal demonio ma sicuramente sono privi di coscienza.

Sono individui troppo pericolosi per essere ignorati o stereotipati banalmente in episodi di fiction. Trascurare fenomeni di devastazione psicologica a opera di questi signori è pregiudizievole quanto o più di loro. Non si vuole fare qui una crociata contro gli psicopatici, presenti in tutti gli strati della società. Né, tantomeno, incitare alla violenza e, meno che mai, alla vendetta. Si può anche morire aspettando il giorno della rivalsa ma a loro non importerà una virgola. Si rischia solo di rimanere impantanati nel tossico fango del risentimento e aggrappati a esili fuscelli di rivincita, mentre loro, con grande spavalderia e leggerezza, passano allo spolpamento della preda di turno come se non fossimo mai esistite. A loro non importa. Non ammetteranno mai di aver sbagliato. Non diranno mai che abbiamo ragione. Non saranno mai le persone di cui pensavamo di esserci innamorate e con cui condividere obiettivi personali e professionali. Non si assumeranno mai la responsabilità del nostro benessere, della nostra felicità o serenità interiore. A loro non importa. Quindi, devi smettere di interessarti a lui.

Bisogna solo acquisire consapevolezza e, se vittimizzate, vedere la cosa dalla giusta prospettiva, tutto qui. Capire, allontanarsi e ritrovare se stesse con saggezza e maturità. In altre parole, diventare migliori. La natura predatoria dello psicopatico non cambierà mai e rimarrà con lui fino alla fine dei suoi giorni. Non può essere curata, aggiustata, guarita, capita o riabilitata e, cosa più importante, loro non vedono ragioni perché ciò debba accadere. A volte, il solo modo per vincere è non giocare.

Astra

Stalking e psicopatia

Paradossalmente gli psicopatici sono maniaci dell’orgoglio. Sfacciataggine, mancanza di limiti e fame di controllo spesso li portano a inseguire in modo implacabile persone anche se non sono desiderati e vengono ripetutamente respinti. Gli individui normali, avendo limiti, non corrono dietro a chi continua a sfuggire: la cosa li farebbe sentire umiliati e feriti nel profondo.

Questa logica non si applica ai soggetti in questione. Come capita in Attrazione Fatale e in molti altri film sugli individui disturbati, gli psicopatici vanno dietro SOPRATTUTTO a quelle che non li vogliono. E non solo in modo diretto, attraverso lo stalking e il cyberstalking, ma anche indiretto, manipolando cioè altri per meglio perseguitare e molestare le prede da cui sono stati respinti.

Trattandosi di predatori sociali motivati da potere e controllo, gli psicopatici non accettano di essere rifiutati. Alla pari di qualsivoglia comportamento piratesco osservare, seguire e molestare la preda è parte integrante della loro natura. A volte il comportamento nocivo è senza scrupoli, come nel caso dei serial killer che agguantano il momento – e le vittime- senza studiare la situazione con largo anticipo. Ma molto spesso gli psicopatici programmano le loro azioni a sangue freddo e in modo metodico: e non solo riguardo ai crimini violenti, ma a tutto ciò che vogliono: il tuo denaro, il tuo corpo, il tuo cuore e/o la tua vita.

All’inizio della relazione le premure ossessive sembrano anche romantiche. Si presentano sotto la subdola forma di non poter stare senza di te, di aver bisogno di te tutto il tempo, di volerti. Tuttavia, l’attenzione esagerata maschera il vero intento del predatore: controllarti e isolarti dagli altri. Anche nella fase più accecante e idilliaca della relazione, quindi, gli individui pericolosi esibiscono comportamenti e tratti prevaricatori.

Dopo che la vittima chiude la relazione, questo atteggiamento presumibilmente sfocerà nello stalking pesante. Le ragioni sono quelle spiegate nei precedenti articoli:

  • Essendo maniaci del controllo, gli psicopatici non accettano di essere respinti;
  • essendo maniaci del controllo, non amano rinunciare al possesso;
  • essendo maniaci del controllo, vogliono vincere sempre. E “vincere” significa intrappolare le prede nella loro rete e distruggerle;
  • essendo maniaci del controllo, vogliono vendetta e intimidiscono quelli che smettono di adorarli, desiderarli o obbedire loro ciecamente.

Notare che il comune denominatore delle quattro ragioni è la necessità di controllo. Sono principalmente motivati dal bisogno di esercitare potere sugli altri. Lo stalking è una strategia comune che gli psicopatici utilizzano per intimidire le prede non accondiscendenti, per punirle e riguadagnare il potere su di esse. Per le vittime è particolarmente complicato gestire questa situazione dal momento che lo stallking, la cui disciplina legislativa varia da Stato a Stato, è molto difficile da configurare come fattispecie criminosa. In generale, vanno dimostrati intento nocivo e minaccia alla sicurezza personale. Dal momento che chi attua lo stalking può essere molto circospetto e saper cancellare le tracce, reindirizzare l’IP del computer e procacciarsi nuovi indirizzi email, non è semplice intraprendere azioni legali contro un cyberstalker psicopatico.

Tuttavia, consiglierei le vittime di conservare tutte le mail e le prove delle molestie e mostrarle immediatamente a magistratura e forze dell’ordine, al terapista, ai propri amici e agli altri. Più elementi si hanno a conferma dello stalking, maggiori saranno le possibilità di poter intraprendere azioni legali contro lo psicopatico e farlo finire nei guai.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2012/04/17/psychopaths-and-stalking/

Memoria emotiva

 

Riporto un articolo scritto dal blogger Michael Pacitti che cerca di far luce su un apparente paradosso:  gli psicopatici riescono a chiudere  storie sentimentali abbandonando la propria compagna in modo molto brutale, come se i ricordi della relazione fossero cancellati e, contemporaneamente, non smettono di assillare e molestare alcune delle precedenti vittime secondo lo schema della relazione boomerang. Come funziona la loro memoria emotiva?

Recentemente mi è capitato di ascoltare alla radio la canzone degli U2 “A Man and A Woman”, tratta dall’album “How to dismantle an atomic bomb”. Riascoltarla mi ha portato con il pensiero alle prime fasi della relazione con la mia ex, quelle in cui l’idealizzazione nei miei confronti era al massimo. Era quella la canzone di quando ci siamo visti la prima volta e riascoltarla mi ha fatto vivere uno di quei momenti di dissonanza cognitiva in cui una sensazione di perdita, mista a tristezza e malinconia, prende il sopravvento.  Ho avuto un altro momento simile guardando alcune fotografie di Lake District, una delle quali mi ha ricordato un viaggio in campeggio fatto insieme a lei.

Tutti passiamo questi momenti nel corso della vita, quando alcune occasioni scatenano le nostre emozioni: possono essere brani musicali, luoghi, odori, fotografie, qualsiasi cosa in grado di risvegliare i ricordi dei giorni passati o delle persone che sono state o sono importanti. In quelle rievocazioni siamo pervasi da un’ondata di emozioni e i momenti in agrodolce riaffiorano;  possiamo provare sentimenti di gioia, felicità, contentezza, tristezza, dolore e così via: sono i nostri ricordi emotivi.

C’è una ragione fondamentalmente biologica che sta alla base del meccanismo di connessione tra  emozione da una parte e stoccaggio e recupero dei ricordi dall’altra: gli psicologi hanno effettuato ricerche sulla funzione della memoria e hanno notato che l’azione del ricordare coinvolge circuiti specifici del cervello che influiscono su particolari zone neurologiche. I circuiti che permettono all’emozione di rendersi percettibile lavorano in tandem con quelli dello stoccaggio emotivo in quanto sono con loro intrecciati;  il che spiega per quale motivo il ricordo di momenti spiacevoli produce emozioni spiacevoli e, allo stesso modo, il richiamo di esperienze gradevoli stimola emozioni positive. Siamo molto più probabilmente in grado di rievocare momenti associati a emozioni forti piuttosto che eventi emotivamente neutri o mancanti di spessore emotivo.

La cosa interessante è che i nostri ricordi, che si basano sulle esperienze, vengono stoccati nei circuiti di memoria emotiva  con altrettanti circuiti di cognizione neurologica che corrono loro accanto e con cui lavorano in simbiosi. I ricordi emotivi possono essere pensati alla stregua di un diario interiore che registra la nostra crescita e il nostro sviluppo nel corso della vita. Le esperienze emotive formano il nocciolo del resoconto interiore e di quello delle relazioni con gli altri, che siano familiari, amici o amanti che vanno e vengono. Le emozioni sono immagazzinate secondo una mappatura, un’organizzazione e una classificazione delle esperienze  che vanno a  comporre un resoconto interno in grado di dare soluzione di continuità temporale al nostro passato emotivo. Immagini il caos e l’instabilità che governerebbero le nostre esistenze se non ci fosse questa continuità?

E’ proprio la sua mancanza una delle caratteristiche principali della relazione patologica, dove le contraddizioni, le dicotomie e la mancanza di un continuum creano squilibrio. La psicopatia è fondata sui tratti che rientrano nel Cluster B dei disturbi della personalità; caratteristica  presente in tutte le varianti della patologia psicopatica è la povertà emotiva. Le neuro immagini hanno rivelato che gli psicopatici hanno differenze anatomiche nelle regioni paralimbiche del cervello che governano l’elaborazione e il trattamento del processo emotivo. Il che significa che gli psicopatici possono sentire solamente una gamma limitata, rozza e rudimentale di emozioni e, quelle che riescono a  provare, sono di breve durata. In altre parole, mancano di memoria emotiva che è una delle ragioni per cui, in loro, la capacità di ricordare è scarsa, selettiva e contraddittoria; nel cervello degli psicopatici i diversi circuiti neurologici non lavorano in tandem: i ricordi vengono immagazzinati in modalità differenti da quelle delle persone normali  proprio a causa della mancanza di qualsiasi “bloccaggio”, meccanismo necessario a costruire un proprio passato  di eventi e di persone. Si fermano, invece, allo stoccaggio dei ricordi in  quelle che Robert Hare chiama “piccole unità di pensiero” nel suo “Without Conscience”.

Gli psicopatici non hanno profondità emotiva costante in grado di formare una sufficiente storia interiore; sono, in pratica, buchi neri vuoti. Possono essere capaci di complessità cognitiva, ma è sicuro che se sono disturbati il segnale di intelligenza emotiva è debole o assente è non è possibile conservare traccia di trascorsi emotivi.  Il loro è un copione che cambia in continuazione , viene spesso riscritto  e si contraddice nelle diverse versioni, lasciando la vittima disarmata e sconcertata.

Quando in ballo c’è una relazione, un legame, un attaccamento o l’intimità, gli psicopatici sono carenti di qualsiasi storia personale. Da loro compagni, ovviamene, abbiamo creduto che stessimo vivendo una relazione. Quello che non riusciamo a comprendere è come tutto ciò che abbiamo diviso con loro, o che pensavamo di aver diviso, non abbia in realtà alcun valore. Ho trovato sollievo nel vederla così: immagina di aver sete, di prendere un bicchiere,di metterlo sotto il rubinetto e di riempirlo d’acqua; quando lo porti alle labbra realizzi che è vuoto; eppure potresti giurare di averlo riempito. In modalità imprevedibili e teatrali, le loro storie cambiano in continuazione e non lasciano segni marcati di passaggio dallo stato emotivo A allo stato B, del tutto diverso e contraddittorio. I copioni, persistentemente mutevoli, ci assegnano un ruolo centrale di una particolare trama che però, improvvisamente ed arbitrariamente, cambia senza che veniamo consultati. Il nostro ruolo finisce e dall’oggi al domani il copione che stavamo leggendo non è più valido.  

Uno dei segni distintivi della relazione patologica è la dissonanza provocata dalla  improvvisa cancellazione di tutto il contesto precedente. Benvenuto nel mondo dello specchietto per le allodole. I comportamenti che hanno devastato il rapporto non fanno parte della storia degli psicopatici che arrivano, addirittura, a  parlare in terza persona come se avessero operato una separazione da se stessi.  Questi individui non sono in grado di sostenere alcuna posizione oltre un periodo di tempo; sono essenzialmente instabili nei sentimenti, nelle emozioni e nelle opinioni.  Mentre hanno una visione incisiva per tutto ciò che è  “qui e adesso”, sono incapaci di mantenerla se il quadro di riferimento si allarga e non si rendono conto delle conseguenze che il proprio comportamento può generare. Si tratta di uno degli enigmi nascosti e sconcertanti di queste personalità disturbate, in grado di far uscire di testa chiunque.  Come fanno a sembrare così genialoidi nel “qui e adesso”  e perdersi nella più totale incoerenza sulla lunga distanza?

Il passato sembra sparire in un attimo, come per magia, insieme ai dichiarati sentimenti per noi che, alla fine, realizziamo essere stati niente più che emozioni primordiali dirette a soddisfare i bisogni del “qui e adesso”. Una volta che hanno finito con noi e hanno messo le mai su qualcun altro, ci cancellano come se non fossimo mai esistiti. Di tanto in tanto, tuttavia, possono tornare a infastidire qualche vecchia vittima, non perché  sentono la loro mancanza, ma perché hanno bisogno di legami di dominio per sentirsi vivi e potenti.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2011/10/20/erased-but-not-forgotten-psychopaths-and-emotional-memory/

La Triade Oscura

 

Ripropongo un articolo molto utile sugli uomini pericolosi scritto dalla psichiatra Liane Leedom, coautrice con Sandra Brown del libro “Women Who Love Psychopaths” ed esperta di psicopatia di  lovefraud.com, da cui è tratto il testo seguente:

“Scegliere un compagno di vita è il compito più difficile da affrontare. A ciò si aggiunga che, a causa degli errori che si fanno nelle scelte, le persone più grandi possono ritrovarsi single e a dover scegliere di nuovo. Il desiderio di avere un compagno di vita scaturisce dalle esigenze di sesso e compagnia; ma, viste le difficoltà a competere nella società di oggi, la voglia di un compagno può essere influenzata anche da questioni più pratiche. Nella scelta del soggetto entrano in gioco l’attrazione fisica, la compatibilità e lo status sociale. Per evitare di cadere in errore, allora, è necessario essere consapevoli di come tutti e tre questi fattori influenzino le nostre preferenze e saper individuare le qualità che fanno di una persona un buon compagno di vita.

Il problema dell’attrazione fisica è che “l’apparenza inganna” e che molte persone, specialmente gli uomini, attribuiscono a questa troppa importanza nella selezione di una compagna. Una scelta basata su questo fattore ha un’alta probabilità di essere sbagliata. La passione erotica annebbia il giudizio e non consente di considerare anche questioni pratiche e di compatibilità. La cosa certa è che non dobbiamo permetterci di essere sedotte da fascino e aspetto fisico. Se lo facciamo, è solo colpa nostra.

Una volta che andiamo oltre la questione dell’attrazione fisica, gli aspetti della compatibilità e dello status pesano sulle nostre scelte. E’ lì che la Triade Oscura entra in scena. La Triade Oscura personifica quei soggetti che rendono le proprie compagne INFELICI. E’ costituita da Psicopatia, Narcisismo e Machiavellismo. A vari gradi, tutte e tre le tipologie di personalità sono presenti e danno vita a un carattere oscuro, distruttivo nei rapporti interpersonali, con inclinazione alla grandiosità, alla insensibilità emotiva, alla manipolazione e al predominio. Gli psicopatici e i machiavellici hanno un’autostima molto alta e sono affascinanti e divertenti ma gli psicopatici sono anche impulsivi e furbi. I narcisisti si sentono grandiosi,  hanno solida autostima e possono essere intellettualmente dotati. La ricerca ha dimostrato che questi tre tipi di personalità, pur essendo diversi tra loro, hanno anche tanti punti in comune.

 Un aspetto comune a tutte e fondamento della Triade Oscura, è l’ossessione per il  predominio e il potere. I test della personalità del machiavellismo sono quelli che si avvicinano di più a identificare gli psicopatici non criminali. Negli studenti dei college che si sottopongono a tutti e tre i test esistono alte correlazioni. I numeri indicano che queste tre personalità, nella loro diversità, hanno alla base un tema comune: il piacere del  potere.

Perché è così difficile avere tutto? Perché è così raro che una persona sia devota/empatica e allo stesso tempo predominante/competitiva? La ragione è che le motivazioni dell’affetto e del predominio non sono compatibili. Possiamo essere motivati dalla combinazione di sesso e amore o da quella di sesso e potere, ma non possiamo sentire le spinte dell’amore contemporaneamente a quelle del potere.

Inoltre, dimorare nel regno del potere soffoca lo sviluppo dell’empatia. Quest’ultima è una qualità che deve essere coltivata e allenata, altrimenti va a scemare. Siamo progettati in questo modo perché la rivendicazione di predominio spesso richiede aggressività attiva o passiva. Come possiamo essere aggressivi verso qualcuno verso il quale sentiamo empatia? Non possiamo; quindi, la maggior parte delle persone devote sono le meno aggressive e le meno dispotiche.

Se sei in una relazione e stai pensando di impegnarti più seriamente o se sei attratto da qualcuno e stai considerando una relazione, per favore, tieni presente  quello che ho scritto. Considera il Triangolo Interno della persona, non andare dietro alla Triade Oscura.

Il Triangolo Interno è  la nostra capacità di amare, di controllare gli impulsi e di  ragionevolezza morale. Cerca di circondarti di persone amorevoli che abbiano principi morali e controllo degli impulsi. Evita, in qualsiasi modo, di entrare in contatto con un membro della Triade Oscura.

Non puoi essere un bullo se non hai una vittima; non puoi sentirti “superiore” se non c’è un “inferiore”; non puoi essere un “vincente” se non c’è un “perdente”; non puoi avere “ragione” a meno che qualcun altro non abbia “torto”.

E’ solo una questione di potere”.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2010/12/03/avoid-these-men-the-three-most-dangerous-personality-disorders/

Tale padre, figlio diverso

Featured imagePuò capitare di avere un figlio con uno psicopatico. Se da una parte mettere al mondo una creatura è l’esperienza più bella e gratificante che a un individuo possa capitare, dall’altra bisogna riconoscere che è molto rischioso farlo con uno psicopatico. Dal momento che i tratti antisociali sono in parte genetici, si pone innanzitutto il problema dell’ereditarietà. Si deve poi considerare che lo psicopatico non è capace di amare nessuno: considera tutti, figli compresi, come strumenti personali da utilizzare all’occorrenza. Manipolerà e controllerà tuo figlio come ha fatto con te e lo userà, come ha fatto con te, per confermare la sua virilità e il suo potere. E come si abituerà a te e a qualsiasi altra donna, si stancherà velocemente anche di lui, il suo nuovo giocattolino.

Non esiste circostanza che possa modificare a lungo il brutto carattere dello psicopatico, che resterà quello che è sempre stato. Pensa a quante seconde possibilità gli sono state date; a quante volte ha calpestato i tuoi sogni e tradito la tua fiducia. Speravi che lui diventasse fedele una volta ufficializzata la relazione, e così non è stato; credevi che prendesse il vostro impegno più seriamente una volta sposati, e così non è stato; ha solo imparato a nascondere meglio le sue perversioni e perfezionato il gioco dell’inganno. Speravi che il cambio di lavoro o di abitazione lo migliorassero e ti sei dovuta ricredere. Al contrario, gli innumerevoli perdoni gli hanno conferito la sicurezza di poterti trattare ancora peggio, trasformando la tua vita in un gioco senza regole razionali né morali.

Accetti da sempre i suoi modi arbitrari. Lo fai perché lo ami e vuoi credere che anche lui ti ami e senti di essere in credito di qualcosa. Ti ha già lasciato per un’altra donna e lo farà ancora. Interpreti i ritorni come prova del suo amore. In altre parole, vuoi vedere le cose in un certo modo e respingi la realtà oggettiva. Non è vero che ti lascia perché ama un’altra più di te e non torna da te perché capisce quanto ti ama. Viene e va come gli pare, fino a che glielo si lascia fare, solo perchè a un certo punto si stufa.

Il potere sugli altri riempie le sue giornate vuote; vuole vedere quante donne riesce ad intortare nello stesso momento e quanto può durare l’illusione del vero amore. Ogni vita che distrugge rappresenta un trionfo personale. Gioca in questo modo sordido con te e con tutte le altre.

La stessa logica si applica ai figli. Se ti ha tradito e non ti ha aiutato nel corso delle sfide emotive e fisiche della gravidanza, rimarrà inaffidabile e non collaborativo nella crescita dei figli. Se non ti ha portato rispetto e ti ha trattato malamente prima di avere un figlio, è così che continuerà a comportarsi anche dopo. Se ha trascurato i suoi doveri professionali e personali in precedenza, non sarà certo in grado di gestire la più grande responsabilità nella vita di una persona, che è crescere un figlio. Se ha commesso abusi verso di te commetterà abusi verso vostro figlio, per lo meno psicologici. Un perdente rimane un perdente perchè le sue azioni diaboliche riflettono la sua vera identità. Ferisce gli altri di proposito non perché non siano giusti per lui, come sostiene rovesciando la responsabilità sul prossimo, ma perchè lui non è giusto per nessuno.

Conseguentemente, se hai un figlio con uno psicopatico, è doppiamente importante proteggere non solo te dalla sua infausta influenza, ma anche i tuoi figli. Liane Leedon ha scritto un libro molto interessante su questo tema, Just Like His Father (Proprio come suo padre). Il suo messaggio non è solamente cautelativo, ma anche di speranza: sostiene che se non c’è possibilità alcuna di avere una relazione di amore e rispetto reciproco con uno psicopatico, esiste comunque la speranza che tuo figlio possa crescere sano ed empatico, non come suo padre.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2012/02/14/if-you-have-children-with-a-psychopath/newborn-baby/

Il cancro dell’anima

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La psicopatia, come il disturbo borderline e il narcisismo perverso, è un disordine della personalità assolutamente incurabile. Le anomalie caratteriali che contraddistinguono queste patologie psicologiche sono talmente radicate nell’indole dell’individuo da non poter essere corrette in alcun modo.

La maggior parte dei siti Internet e dei libri che trattano problemi relazionali danno consigli sulle misure da prendere per convivere meglio con i soggetti disturbati. Al contrario, sostengo con fermezza che ci si deve svincolare per sempre da questi legami. Se c’è un rapporto che non vale la pena salvare, è quello con lo psicopatico. E’ un soggetto incorreggibile e la relazione con lui non può essere migliorata in alcun modo.

Gli psicologi chiamano la psicopatia “patologica”. Essi sostengono che gli psicopatici soffrono di un grave “disturbo della personalità” e non solo di normali difetti caratteriali su cui poter lavorare. Sandra L.Brown, in How to spot a dangerous man before you get involved dice chiaro e tondo che “la psicopatia è per sempre”. Si tratta di una vera e propria disfunzione cerebrale, a volte accompagnata da un trauma emotivo subito durante l’infanzia su cui non è più possibile intervenire una volta raggiunta l’età adulta. Senza tanti giri di parole, la Brown definisce lo psicopatico un “predatore emotivo” che rappresenta “il culmine velenoso e patologico di una scelta relazionale”. Quando si ha a che fare con un individuo del genere, avverte, “non si aggiusterà mai la sua patologia né il suo malsano cablaggio cerebrale. Non lo si potrà mai amare in sicurezza, onestà o integrità”.

Le donne coinvolte nella relazione con uno psicopatico sono state abituate dal partner ad assumersi la responsabilità dei problemi della relazione. Sono spesso innamorate pazze e sperano che, come per magia, un bel giorno lui si svegli guarito, pronto a contraccambiarle in modo autentico. Ricorrono frequentemente alla terapia e al supporto psicologico e partecipano a gruppi di lavoro. Si aggrappano a qualsiasi cosa possa salvare la relazione, concentrandosi sui pochi aspetti positivi della stessa. Accarezzano i ricordi di come andavano le cose all’inizio ed entrano in una negazione totale della realtà, in modo da non dover affrontare la perversione della persona che amano e alla quale possono aver dedicato una vita intera.

Quando vengono messe di fronte alla enorme discrepanza tra le bellissime parole dello psicopatico e le sue azioni malvagie, si sentono perse, smarrite e sole. Si attaccano testardamente a lui e alla fantasia dell’amore romantico dipinta all’inizio. Credono che nel proprio compagno esista una parte buona, in grado di riflettere le qualità positive, e una parte cattiva, della quale spesso si prendono la colpa. Gli psicopatici non hanno nessuna parte buona: quella costruita con fascino apparente, manipolazioni e bugie, è solo una maschera che indossano per esercitare controllo e dominio sugli altri, usati per scopi egoistici. Poiché si è portati a credere che c’è del buono in qualsiasi essere umano, è difficile accettare che gli psicopatici siano persone perverse. Purtroppo è così. Come sottolinea Liane Leedom, gli psicopatici “sono spinti a fare del male”. L’impulso a danneggiare il prossimo e le mire predatorie sono fisiologicamente insiti nella struttura della loro personalità. Mi spiego meglio.

Intorno al 1940, quando Hervey Cleckley inizia a condurre importanti ricerche sulla psicopatia, gli psicologi incominciano ad individuare ragioni più propriamente fisiologiche alla base di questo pericoloso disturbo di personalità. Nel corso del diciannovesimo secolo, la psicopatia viene definita “moral insanity”, ossia “follia morale”, oppure “sindrome della mancanza d’amore”, dal momento che è caratterizzata da superficialità emotiva. Robert Hare sostiene che la radice del problema risiede nel fatto che negli  psicopatici nessuna delle due parti del cervello elabora in modo corretto le emozioni. Per questi soggetti affermazioni cariche di sentimento come “ti amo”, “mi dispiace averti ferito”, “non lo faccio più”, non significano assolutamente nulla. Sono solo parole utilizzate per ingannare e manipolare gli altri. Ovviamente non sono parole dette a caso. Gli psicopatici si accorgono che gli altri attribuiscono ad esse un significato profondo e sanno che quando dicono “ti amo”, “non ti tradirò mai” o “sei la donna della mia vita” stimolano una reazione positiva. Queste frasi, per loro prive di significato, li aiutano a sedurre il prossimo, guadagnarne la fiducia ed usarlo per scopi egoistici. Agli psicopatici manca la capacità di elaborare l’emotività e quindi capire il significato di parole profonde. Hare osserva:

Come una persona non è in grado di vedere i colori, allo stesso modo lo psicopatico è carente della capacità di elaborare le emozioni. Tuttavia, può ripetere le parole che gli altri usano per descriverle senza però capirle a fondo” (Without Coscience).

Per dimostrare questa teoria, Hare e una squadra di ricercatori conducono esperimenti su soggetti sani e psicopatici. Sottopongono entrambi ad elettroencefalogramma mentre su uno schermo vengono proiettate delle lettere. Alcune di esse formano parole di senso compiuto mentre altre sono mischiate a caso. Ai soggetti viene chiesto di premere un pulsante alla vista di una parola con significato mentre un computer misura il tempo di risposta e analizza l’attività cerebrale. Al termine dell’esperimento i soggetti non psicopatici avranno risposto più velocemente alle parole cariche di significato emotivo come “morte” o “amore” piuttosto che a quelle non emotive come “albero”. Al contrario, quelle cariche di significato emotivo non avranno provocato, negli psicopatici, alcuna riduzione del tempo di risposta. Hare sostiene che “per la maggior parte di noi, il linguaggio ha la capacità di suscitare reazioni emotive di un certo tipo. Per esempio, la parola “cancro” evoca non solo la descrizione clinica di una malattia e i suoi sintomi ma anche un senso di paura, apprensione o preoccupazione. Per lo psicopatico rimane semplicemente una parola” (Without Coscience).

Secondo la ricerca psicologica e fisiologica, il livello di capacità emotiva degli psicopatici è nettamente al di sotto della media. Sono molto più vuoti di quelli che noi definiamo “superficiali”. Lo squilibrio sarebbe ricollegabile ad una disfunzione cerebrale. Hare spiega che nella maggior parte delle persone la parte destra del cervello gioca un ruolo fondamentale nella elaborazione delle emozioni. Al contrario, “recenti risultati di laboratorio indicano che negli psicopatici nessuna delle due parti del cervello è particolarmente incisiva nell’elaborazione emotiva. Il perchè è ancora un mistero. Ma la cosa interessante è che i meccanismi cerebrali che controllano le emozioni dello psicopatico sono frammentati e sfocati, determinando una vita emotiva piatta e spenta”. (Without Coscience).

La superficialità emotiva spiega non soltanto perchè gli psicopatici riescano ad usare e sfruttare persino le persone a loro più vicine come genitori, figli, amori e amici, ma anche perché non vedono nulla di sbagliato nei loro comportamenti. Anche quando commettono stupri ed omicidi non provano rimorso. Scuse teatrali e promesse di cambiamento sono vuote come i giuramenti di amore. Quando piangono in tribunale dopo essere stati condannati per i crimini commessi, fingono emozioni per farsi compatire o piangono per il fatto di essere stati incastrati. Anche se la ricerca dimostra che sono incapaci di stabilire veri legami emotivi, questo non significa che perdono di vista la realtà. Quando fanno male agli altri, senza alcuno scrupolo e nella bufera del momento, hanno il sangue freddo e sono perfettamente consapevoli delle loro azioni. Sanno benissimo che i loro comportamenti sono condannati dalla società ma non gli interessa. Andare contro le regole (senza alcuna conseguenza), infatti, è il loro gioco preferito. Come sostiene Hare:

Gli psicopatici hanno parametri morali, legali e psichiatrici molto particolari. Capiscono le regole della società e sanno distinguere ciò che è giusto e cosa è sbagliato. Sanno quali possano essere le conseguenze dei loro atti. Il problema è che non riescono a trattenersi dal comportamento antisociale”. (Without Coscience)

La questione della “natura contro cultura” (nature versus nurture), se cioè gli psicopatici siano così malvagi a causa dell’ambiente che li circonda,o siano invece nati con quelle caratteristiche, ha alimentato a lungo il dibattito socio-psicologico. “La risposta è che sono nati in quel modo e un cattivo ambiente può averli resi peggiori. Sfortunatamente, nulla potrà renderli migliori. La ricerca psicologica e quella sociologica, infatti, dimostrano che gli psicopatici sono molto meno influenzati dal loro ambiente rispetto ai soggetti sani. D’altronde, si tratta di individui dotati di un ego molto forte ed impermeabile. Sebbene cerchino affermazione e adulazione, come del resto tutti i narcisisti, a loro poco importa di essere criticati o puniti. Mentre è difficile che ambienti malsani ed abusi causino psicopatia, possono però portare lo psicopatico ad esprimere al meglio la propria innata aridità emotiva attraverso la violenza” (Without Conscience).

Marta Stout asseconda le conclusioni di Robert Hare secondo il quale la natura – o l’incapacità fisiologica di elaborare le emozioni- ha un ruolo determinante nella psicopatia. Stout osserva: “vi è evidenza che i sociopatici siano influenzati meno dalle esperienze giovanili rispetto ai non sociopatici” (The Sociopath Next Door). E continua “i sociopatici esaminati dimostrano di avere significative lacune nell’elaborazione dei processi emotivi a livello della corteccia cerebrale. Dagli studi effettuati si può affermare che i fattori neurobiologici alla base delle personalità sociopatiche sono ereditabili al 50%. Sul restante 50% c’è incertezza, ma gli abusi subiti durante l’infanzia non sembrano essere la causa di un’esistenza così priva di amore che gli psicologi chiamano psicopatia”. (The Sociopath Next Door).

In altre parole, la psicopatia costituisce una disfunzione fisiologica che provoca principalmente superficialità emotiva. Sarebbe ereditata geneticamente per la metà delle volte. Per la restante metà sarebbe provocata da altre cause tra cui incidenti, danni cerebrali e farmaci. Il risultato più sconcertante della ricerca scientifica è che non esiste cura. Non sono state scoperte ancora medicine, nè trattamenti, in grado di generare nello psicopatico la capacità neurologica di processare correttamente le emozioni. Conseguentemente, niente può guarirlo.

Chiunque dica che uno psicopatico può migliorare NON capisce la natura della patologia e NON parla nel tuo interesse. Se te lo dice l’analista, sappi che lo stai pagando perché sostenga le tue irrealistiche aspettative. Il consiglio che dà Sandra L. Brown in How to spot a dangerous man before you get involved è “stai alla larga da questi uomini”.

Più che insistere nel tentare di salvarli, salva te stessa e dedicati a coloro che sono in grado di provare amore ed empatia. Medicine e terapie non possono trasformare una nullità del genere in una persona per bene.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2011/02/15/why-psychopathy-is-incurable-nothing-can-fix-a-psychopath/

La dissonanza cognitiva

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Chi si è trovato coinvolto nella relazione con uno psicopatico sa che c’è una fase di negazione della realtà. Affrontare le cose per quello che sono, ossia accettare che la persona che si vendeva per il tuo più caro amico o l’amore della tua vita è in realtà un serpente che ti morde alle spalle e il cui unico scopo nella vita è umiliare gli altri, è semplicemente scioccante. Alcune vittime rifuggono nella negazione piuttosto che confrontarsi con questa triste realtà. Non sono pronte cioè ad accettare la verità e la soffocano, andando incontro ad ansia crescente, fenomeni di proiezione e incubi.

Ad un certo punto, però, l’evidenza di una personalità seriamente disturbata non può non uscir fuori, specialmente una volta che lo psicopatico, non essendo interessato alla preda quanto prima, non ha più tanta voglia di sforzarsi di tenere su la maschera. La negazione totale a quel punto non è più possibile: le chiuse della realtà improvvisamente si spalancano e una sfilza di incongruenze, bugie, manipolazioni, critiche e abusi emotivi viene a galla.

Ma persino in quel momento è difficile fare i conti con una presa di coscienza così pesante. Il cuore batte ancora e sono recenti le frottole a cui abbiamo creduto durante la fase della seduzione, e cioè che quello fosse amore vero. Abbiamo la testa piena di ricordi dei bei tempi ma la verità sui tradimenti, l’inganno costante, le manipolazioni e la pugnalata alle spalle non possono essere più negati. Non possiamo ignorare tutto ciò che abbiamo capito sul disturbo in questione e tornare all’ignoranza originaria, alla completa cecità. Il risultato è un’esperienza contraddittoria: una battaglia interna tra l’aggrapparsi alla negazione e accettare la verità.

La dissonanza cognitiva è una dolorosa incredulità segnata da una intrinseca contraddizione nello stato d’animo della vittima e nel suo atteggiamento nei confronti del carnefice. In 1984, forse il miglior romanzo scritto sul lavaggio del cervello, fenomeno tipico dei regimi totalitari, George Orwell ha coniato un suo termine per definire questa contraddizione: lo ha chiamato bispensiero (doublethink). Il bispensiero non è logico ma costituisce un comune meccanismo di difesa nei confronti dell’inganno, della prevaricazione e dell’abuso. Le vittime delle relazioni con individui disturbati ne fanno uso, anche a solo livello subconscio, per tentare di riconciliare la divergenza tra quanto detto e fatto dai vampiri affettivi che si stanno impadronendo delle loro vite.

La negazione può assumere forme diverse: può manifestarsi come il prolungamento della idealizzazione dello psicopatico della fase della seduzione o può spingerci a rovesciare la colpa del fallimento della relazione dal colpevole, e cioè lui, su di noi o altre vittime. La soluzione più semplice, infatti, è dare la colpa ad altri, né a se stessi, né tantomeno allo psicopatico. Quante volte si dà la colpa dei tradimenti all’amante invece che al fedifrago? E’ molto più facile colpevolizzare qualcuno per cui non hai investito emotivamente rispetto a qualcuno che ami, soprattutto se ancora lo desideri.

Altre vittime danno la colpa a se stesse. Accettano la proiezione della responsabilità su di loro, da parte dello psicopatico, e iniziano a domandarsi: dove ho sbagliato e cosa ho fatto per farlo allontanare? In cosa ho mancato per non essere riuscita renderlo felice? Non sono stata abbastanza intelligente, seria, lavoratrice, bella, sexy, attenta, remissiva?

In presenza di dissonanza cognitiva, consapevolezza e conoscenza della psicopatia non sono sufficienti ad evitare la devastazione emotiva. Ci si continua a spostare tra la figura idealizzata e il patetico personaggio reale. All’inizio, durante la fase della seduzione, l’illusione è che lo psicopatico possa davvero amarti, impegnarsi e rispettarti. Poi, una volta iniziata la fase di svalutazione e scarto, sei portata a credere che lui sia in grado amare gli altri, ma non te, che tu non sei giusta per lui ma che gli altri lo sono. E’ questa è la vera illusione che lo psicopatico cerca di instillare nelle vittime quando entra nella fase della svalutazione. Lui la pensa così perché non vede mai qualcosa di sbagliato nei propri comportamenti: se non è più preso di qualcuna, secondo lui, sono le mancanze di lei che hanno provocato il suo allontanamento.

Dal momento che si è sotto abuso emotivo e in piena fase di svalutazione, ci si convince che questa sia la realtà, nonostante sappiamo che è la loro patologia a non consentirgli di saper amare e curarsi degli altri. Ma con il tempo e il no contact la consapevolezza, da razionale, si fa anche emotiva. Entrambe emergeranno e le briciole dell’illusione si polverizzeranno.

La dissonanza cognitiva è tipica di tutte le vittime degli individui dalla personalità disturbata. Essa non si verifica nelle relazioni sane per diverse ragioni:

  1. gli individui sani hanno parti buone e cattive del proprio carattere ma non la doppia personalità del dott. Jackyll e Mr Hyde; una maschera di sanità che nasconde i veri tratti maligni e distruttivi;
  2. nelle relazioni sane c’è trasparenza: cosa si vede è quello che esiste. Le persone sono quello che sembrano, con pregi e difetti;
  3. le relazioni sane non si basano sull’abuso emotivo, dominio e una montagna di bugie e manipolazioni;
  4. le relazioni sane non finiscono brutalmente, come se non fossero mai esistite, perché la gente normale non si stacca così velocemente dai rapporti profondi;
  5. al contrario, quando le relazioni sane finiscono, entrambe le parti accettano la cosa e vanno avanti. Non esiste stalking, il tipico segnale della personalità disturbata che non riesce a staccarsi dall’ossessione del dominio: un patetico tentativo di riaffermazione del controllo su una relazione finita per sempre.

La dissonanza cognitiva è presente quando c’è un’inconciliabile contraddizione tra la triste verità e la consapevolezza che, qualora si decida di prenderne atto, la realtà sarebbe talmente dolorosa da rendere preferibile l’illusione. E’ anche un segnale che lo psicopatico ha ancora qualche forma di potere su di te e che continua ad occupare un posticino nella tua testa. Se da una parte inizi a respingerlo, dall’altra conta ancora. E non dovrebbe: lui è un bluff, le sue opinioni distorte; i suoi rapporti con gli altri, persino quelli che dice di amare, sono solo legami di dominio. Razionalmente, già sai che le sue opinioni e quelle dei suoi sostenitori non dovrebbero avere spazio nel tuo mondo.

Ma, emotivamente, a te ancora importa quello che lui pensa o sente. Stai dando troppo potere ad una persona disturbata. E’ questa un’altra forma di dissonanza cognitiva, forse la più pericolosa. Taglia questi legami immaginari e le corde del potere che ancora ti rendono legata ad una persona malata.

Niente di positivo deriverà mai dal permettere ad uno psicopatico e ai suoi sostenitori, anch’essi disturbati, di rimanere nel tuo cuore e nella tua testa.

La discordanza tra le loro prospettive, disturbate, e la tua, sana, crea una tensione interna che viene chiamata anch’essa dissonanza cognitiva. Per eliminarla devi liberarti nel corpo, nella testa e nel cuore dello psicopatico, dei suoi sostenitori e dei loro parametri di giudizio. Quello che loro fanno, dicono o credono e gli stupidi giochi a cui fanno ricorso semplicemente non contano più.

https://psychopathyawareness.wordpress.com/category/cognitive-dissonance/i

Traduzione Astra