Genitori narcisi

 

In linea generale il narcisismo genera narcisismo ma le dinamiche di crescita di un individuo sono soggette a variabili e circostanze differenti, prima tra tutte la primogenitura. La cosa certa è che i narcisisti considerano e trattano i propri figli come estensioni di sé e strumenti di gratificazione personale relegando l’amore a merce di scambio a seconda di quanto la prole riesca a rispondere alle loro aspettative, ai loro sogni e desideri. Non tollerano né rispettano, in capo ai figli, la formazione di un valido sistema di difesa fatto di sani principi e di solide barriere e finiscono con il condizionarne lo sviluppo della personalità. Ricorrono al ricatto emotivo come strumento di controllo e instillano nei figli sensi di colpa e di vergogna rendendoli dipendenti a livello psicologico.

E’ attraverso la prole che il narcisista cerca di saldare i conti con il resto del mondo. Lo fa attraverso molteplici meccanismi di controllo e con dinamiche che portano alla luce il solito braccio di ferro emotivo che caratterizza la sua psiche, sempre combattuta tra il desiderio di veder realizzate le proprie ambizioni attraverso i figli e la sottostante e patologica invidia verso di loro e i traguardi che riescono a raggiungere. Maestro nell’instillare sensi di colpa negli altri (Ho sacrificato tutta la mia vita per te), nel simulare e provocare dipendenza (Ho bisogno di te, non posso farcela senza di te), nell’esprimere finta comunanza di obiettivi (Abbiamo un progetto comune che possiamo e dobbiamo raggiungere insieme), nel creare complicità o psicosi condivisa (Tu e io contro il mondo), il padre o la madre narcisista passerà facilmente alla minaccia esplicita (Se non ti allinei ai miei principi, credenze, ideologie, valori e se non obbedisci ai miei ordini ti punirò).

Il senso di colpa indotto dal genitore narcisista non è legato a un’azione specifica né tantomeno finalizzato a riabilitare il colpevole o a riparare la relazione in questione. E’ uno strumento di controllo e di manipolazione diretto a suscitare nel figlio un senso di sudditanza psicologica per il solo fatto di esistere e stare al mondo.

La funzione primaria dei figli sarà quella di somministrare energia narcisistica al genitore: il senso di assoluta dipendenza del bambino e l’accettazione incondizionata, da parte di quest’ultimo, della figura di riferimento servono a mitigare l’ansia di abbandono del padre o della madre. Dipendenza e accettazione che il narcisista tenterà di perpetuare nel tempo manifestando reazioni brusche e rivelatrici della sua vera personalità nel caso i figli non rispondano al proprio dovere e smettano di erogare dosi costanti di attenzione e adulazione. Sarà proprio in quel momento che usciranno fuori i veri colori della relazione patologica: i figli verranno completamente oggettualizzati e il mancato rispetto del tacito contratto provocherà da parte del genitore patologico manifestazioni di rabbia, disprezzo, silenzio, violenza psicologica e addirittura fisica.

L’oscillazione costante tra la simbiosi idilliaca dietro alla quale, in realtà, si nasconde un ricatto emotivo e il disprezzo tipico della svalutazione – classica punizione che toccherà ai figli che non rigano dritto- contribuirà alla crescita di individui insicuri e dipendenti, convinti di doversi guadagnare ogni briciola di amore e timorosi di essere abbandonati qualora non dovessero dimostrarsi all’altezza. Vivranno le future relazioni con il complesso di essere meno dotati, meno importanti, meno qualificati e meno meritevoli e con la convinzione che la loro funzione primaria, all’interno del rapporto, debba essere quella di prendersi cura dell’altro: marito, moglie, compagno o amica che sia.

Esiste il rischio che i figli di genitori narcisisti crescano disadattati, con una personalità rigida e marchiata da complicati schemi di difesa psicologica  che inevitabilmente riverseranno nelle relazioni dell’età adulta. Applicando i modelli appresi nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, tenderanno a dipendere dagli altri per la gratificazione personale e l’affermazione del proprio Ego. Avranno paura dell’abbandono, saranno bisognevoli e manifesteranno comportamenti immaturi nello sforzo di preservare la relazione dalla quale dipendono, indipendentemente dall’abuso subito.

Solo in pochi, i cosiddetti contro-dipendenti, come li definisce Sam Vaknin, svilupperanno i tratti e le caratteristiche dei genitori e diventeranno narcisisti. Emozioni e bisogni di questi soggetti saranno soffocati da cicatrici formatesi in anni e anni di abusi e di violenze psicologiche. La grandiosità, la mancanza di empatia, il senso del diritto e la presuntuosa altezzosità, di solito, nascondono una profonda insicurezza di fondo e un’autostima artificiosa e disfunzionale.

I figli contro-dipendenti saranno fortemente egocentrici, controllanti, aggressivi e anticonformisti. Respingeranno e sdegneranno qualsiasi forma di autorità, eviteranno l’intimità e la loro vita sarà caratterizzata da ripetuti cicli di idealizzazione/svalutazione e da una costante mancanza di impegno. Saranno lupi solitari e pessimi giocatori di squadra. Terrorizzati dalle proprie debolezze, cercheranno di superarle proiettando un’immagine di onnipotenza, onniscienza, successo, autosufficienza e superiorità.

Astra

Intoppi nella crescita

 

Alla curiosità di come, quando e a causa di che cosa si forma un personalità narcisistica o borderline risponderò attraverso il lavoro di Margaret Malher, una delle più grandi esperte di psicanalisi del secolo scorso nonché studiosa della psicologia dell’Io. Secondo la Malher la personalità si forma entro il terzo anno di vita del bambino ed eventuali errori da parte della madre in questo delicato periodo potrebbero far sì che nel corso delle cinque fasi di sviluppo qui descritte si verifichi un corto circuito con conseguente “rifugio” del bambino nella fase precedente.

Nei primi due mesi di vita, la cosiddetta fase autistica, il piccolo passa la maggior parte del tempo a dormire e risponde pochissimo agli stimoli esterni. Esiste, in altre parole, una prevalenza dei processi biologici rispetto a quelli psicologici. Il suo pianto é di vera disperazione in quanto al completo benessere avvertito nella pancia della mamma si contrappongono sensazioni come freddo, caldo, fame e mal di pancia. La madre cercherà di consolarlo, tra tentativi ed errori, e di riconoscere i suoi bisogni.

Nel terzo e quarto mese, quelli della fase simbiotica, il bambino é consapevole di essere venuto al mondo ma si sente tutt’uno con la madre che ormai ha imparato a distinguere il suo pianto a seconda del bisogno: fame, sonno, freddo, ecc. Carenze ed errori della mamma in queste due fasi potrebbero portare alla formazione di personalità fortemente disturbate come schizofrenici o individui simbiotici che hanno difficoltà a staccarsi dalla famiglia o dal partner, ad esempio quelli che nelle cronache quotidiane uccidono la moglie perché non accettano la separazione o soggetti che durante la terapia confessano di sognare un partner che li capisca senza parlare e che indovini ogni loro desiderio e bisogno.

Nella fase della differenziazione, che va dal quinto al settimo mese, il bambino ha coscienza di essere separato dalla madre. Infatti ama toccarla, tirarle i capelli, il naso e le orecchie. É il momento in cui se qualcuno gli si avvicina, anche per sorridergli, il piccolo scoppia a piangere perché non riconosce la figura materna. Studi dello psicoanalista austriaco Spitz provarono che bambini abbandonati in orfanotrofio a sette mesi avevano maggiori probabilità di lasciarsi morire dondolandosi, non mangiando e chiudendosi in se stessi rispetto a quelli che venivano abbandonati anche solo due mesi dopo. Madri poco attente in questa fase potrebbero provocare negli adulti carenze di contatto e disturbi schizoidi. Sarebbe quindi opportuno che le mamme tornassero al lavoro un po’ più avanti.

Intorno all’ottavo/nono mese, nella fase della sperimentazione, il bambino inizia a gattonare cercando di esplorare il mondo ed é entusiasta di questa autonomia. Tuttavia non si allontana mai molto dalla madre e si intristisce se la perde di vista. Errori materni in questa fase potrebbero generare adulti paurosi del mondo sia nel caso il desiderio del piccolo di scoprire l’ambiente intorno a sé venga ostacolato sia in quello in cui sia ignorato provocando in lui la sensazione di essere abbandonato.

Nella fase dell’allontanamento, tra i dodici e i diciotto mesi, il bambino impara a camminare, tocca e prende gli oggetti che trova intorno a sé e cerca di allontanarsi, spinto dalla curiosità. In questo momento è raccomandabile che la madre gli permetta di sperimentare pur controllandolo da lontano affinché il piccolo acquisisca fiducia nelle proprie capacità. Una mamma troppo ansiosa potrebbe crescere dei figli insicuri e una poco attenta potrebbe generare adulti senza senso del pericolo.

In quella del riavvicinamento, tra i diciotto e i 24 mesi, il bambino, che ormai cammina con sicurezza e ha esplorato il mondo circostante, decide di riavvicinarsi e tornare tra le braccia della madre. È in questa fase che sono riscontrabili i più comuni errori materni: il piccolo, che andava da solo nella sua camera a prendere i giochi, ora preferisce essere accompagnato per mano dalla mamma e ricomincia a fare i capricci. Se non assecondato, il bambino potrebbe sviluppare sfiducia nelle proprie capacità di legarsi e il timore di allontanarsi e non ritrovare più il suo oggetto d’amore. Sono questi i passaggi cruciali nella formazione delle personalità narcisistiche e borderline che, come è noto, temono i legami, sono diffidenti e non si lasciano andare per la paura dell’abbandono. Nei ripetuti avvicinamenti e allontanamenti non si sentono amati se non vengono inseguiti e tendono a non chiudere mai la porta proprio per il timore di non essere riaccettati.

L’ultima fase della formazione psicologica del bambino va dai ventiquattro ai trentasei mesi ed è quella dell’allontanamento/riavvicinamento: se le fasi precedenti sono state percorse correttamente, il bambino si allontanerà e tornerà dalla madre tranquillo di essere riaccolto e sicuro di essere amato anche se é lontano. Per scongiurare i rischi di disturbi di personalità che coinvolgono l’aspetto relazionale dell’adulto una madre dovrebbe prima di tutto creare nel bambino la certezza di essere amato anche se lontano. E’ questo un punto chiave dello sviluppo infantile cui spesso madri impegnate, o semplicemente distratte, non fanno caso compromettendo inevitabilmente la personalità dei propri figli.

Colgo l’occasione per raccomandare alle mamme cautela e attenzione nella crescita dei loro piccoli e formulare a tutti i lettori di Relazioni Pericolose gli auguri di Buona Pasqua. Al prossimo mese!

Dott.ssa Viviana Conti, Roma vivianacontic@gmail.com

Tutto su sua madre

 

Ruolo e tipologia della figura materna sono fattori determinanti nello sviluppo della personalità di qualsiasi individuo. Il recente articolo Natura contro cultura ha ravvisato le cause scatenanti i disturbi di personalità in fattori genetici e di crescita. Lasciando ad altri il compito di pronunciarsi sul peso dei primi rispetto ai secondi, vorrei soffermarmi sui diversi tipi di madre che possono provocare disfunzioni comportamentali e soprattutto relazionali nei figli, richiamando in primo luogo il concetto di madre sufficientemente buona delineato dallo psicanalista inglese Donald Winnicot, quello a cui tutte le mamme dovrebbero ambire, il punto di equilibrio tra diverse modalità di interazione familiare. La madre di Winnicot è colei che sa rispondere istintivamente alle richieste del figlio. Una figura materna non perfetta ma capace di fare il proprio meglio in ogni circostanza e in grado di mettersi in discussione. Purtroppo disfunzioni educative sono presenti nella maggior parte delle famiglie, non c’è cosa più ardua che dare ai propri figli una formazione equilibrata e metterli nelle migliori condizioni di affrontare le difficoltà del futuro. Descriverò brevemente le principali categorie di madre precisando che si tratta di una suddivisione non rigida dal momento che spesso la figura materna riflette caratteristiche di più gruppi tra quelli descritti.

La madre totale è quella che si sente realizzata con la maternità e che rinuncia a tutto per i propri figli, amicizie, passioni, lavoro, persino al marito, relegato a un ruolo marginale nella famiglia, in cambio della loro dipendenza psicologica. I figli della madre totale potrebbero incontrare difficoltà a separarsi e dare vita con lei a un complicato rapporto di amore/odio. Le femmine cercheranno di emularla oppure si allontaneranno in modo polemico e rancoroso. I maschi soffriranno la scarsa presenza della figura paterna e la trasformeranno nell’incertezza della propria identitá sessuale, avranno difficoltà nei rapporti con le donne e nell’organizzare la loro vita sviluppando probabilmente forme di dipendenza.

La madre nera rimugina sui suoi fallimenti, pensa esclusivamente in negativo e inconsciamente vorrebbe che i propri figli avessero la stessa condanna. É la madre che tinge di nero qualsiasi iniziativa e gioia, che critica e giudica negativamente anche i successi. I figli potrebbero crescere sentendosi inadeguati ed insicuri e portando sempre con sé la sensazione di non essere stati mai amati. Interpretanno l’avversità della madre come un non amore e si sentiranno buoni a nulla e falliti. Potrebbe verificarsi il fenomeno della “profezia che si autoavvera”: qualora la madre creasse le premesse di una vita catastrofica, il figlio potrebbe davvero crederci e costruirsi un avvenire pieno di avversità e tristezza. E’ però possibile una reazione: è il caso dei figli che se ne vanno di casa per costruirsi una vita migliore pur conservando un velo di tristezza e di malinconia.

La madre vittima ama lamentarsi e spera che qualcuno la salvi dal suo triste destino. Sottopone i figli alla violenza psicologica delle sue lamentele, pretendendo di essere compresa, protetta e compatita. Da bambini chiede loro di non crearle problemi e da adulti di proteggerla e aiutarla. I primi cercheranno di comportarsi da adulti per sostenerla impostando un rapporto anomalo in cui il ruolo genitoriale spetta al figlio. Insicurezza, ansia e senso di colpa saranno preponderanti da adulti quando potrebbero soffrire di dipendenza da alcool e droghe.

La madre narcisista vede i propri figli come l’orgoglio di cui vantarsi, ha grandi ambizioni per loro e li esibisce al mondo come i propri gioielli. Succede spesso che essi raggiungano il successo ma in ambiti che non corrispondono ai loro desideri e questo potrebbe  renderli profondamente frustrati. I figli di madri narcisiste diventano con ogni probabilità narcisisti: fin da bambini sentono di non essere amati per quello che sono realmente e imparano che l’amore non è un sentimento libero ma condizionato. Ecco perché i narcisisti hanno bisogno di continue conferme e di rispondere positivamente alle aspettative e ai giudizi degli altri.

La madre isterica si altera per un nonnulla, ha sbalzi d’umore ed evidenti atteggiamenti seduttivi. Aggredisce i figli in modo passivo, con il silenzio, o con rimproveri esagerati per stupidaggini. La loro crescita sarà improntata al terrore di essere puniti per qualsiasi cosa, alla paura e all’incertezza. Impareranno a non fidarsi degli altri e proveranno senso di colpa per il fatto di poter generare reazioni esagerate.

La madre istrionica ama mostrarsi e attirare l’attenzione altrui. Seduce e vuole sembrare più giovane mettendo in imbarazzo i figli con i sui modi stravaganti e maliziosi. Questi si vergogneranno probabilmente di lei e cercheranno di non farsi vedere in pubblico in sua compagnia.

La madre depressa, che conduce una vita priva di significato spesso a causa dell’abbandono dei propri sogni per conformarsi alle esigenze della famiglia, rende malinconici anche i propri figli che si sentono abbandonati da una figura materna priva di energia. Può accadere che anche loro vivano una vita senza interessi, senza passioni, senza gioia, che diventino precocemente adulti per aiutarla o che rimangano infantili e dipendenti da lei.

La madre ansiosa è quella che corre dal pediatra per disturbi insignificanti, che non si fa guidare dal proprio istinto materno e che ha bisogno di sicurezze in un mondo in cui tutto è insicuro e mutevole. I suoi figli potranno diventare tristi e sfiduciati nelle proprie capacità tanto da raggiungere l’apatia.

La madre assente non vuole assumersi il compito di crescere i propri figli. Delegando tutto a figure sostitutive non partecipa alla loro vita, non sta mai con loro e scappa dall’incombenza della figura materna vivendo tuttavia un grande senso di colpa. Spesso chi accudisce al suo posto può diventare molto importante e riparare i danni fatti, altrimenti nei figli  potrebbe generarsi una profonda insicurezza.

E’ bene preservarsi da ansiogeni sensi di colpa. L’importante è essere consapevoli di poter cambiare. Ogni madre dovrebbe avere gli strumenti per individuare errori nel proprio stile comportamentale e correggerli. I problemi vissuti nel rapporto con la figura materna potrebbero sfociare nella dipendenza dai suoi giudizi ed insegnamenti. Insicurezza, senso di colpa, dipendenza da droghe/alcool e disordini alimentari possono essere conseguenza di rapporti disfunzionali con la propria madre. A volte, l’unico modo per spezzare il legame materno si rivela andar via di casa, costruirsi una propria vita e migliorare la propria autostima.

Viviana Conti, psicoterapeuta/vivianacontic@gmail.com

Natura contro cultura

 

Anche il dibattito sull’origine del narcisismo patologico, della psicopatia e degli altri disturbi della personalità rientra nella più generale dicotomia nature vs nurture, natura contro cultura, nella grande diatriba tra chi pensa che i tratti comportamentali della persona disturbata siano conseguenza di geni ereditati o di cause fisiologiche e chi, invece, sostiene che l’ambiente nel quale il soggetto è cresciuto, famiglia in primis, sia stato determinante. I sociologi ritengono che la causa scatenante è da rintracciarsi nell’infanzia, periodo in cui si sviluppano mente e personalità e che tutti i disturbi psichici caratterizzati da bassa o inesistente coscienziosità sono in gran parte provocati da interazioni sociali e fattori ambientali negativi ed disfunzionali dal punto di vista emotivo. Ecco perché nel DSM compare il termine “antisociale” anziché “psicopatico”.

Secondo lo psicoanalista tedesco Erik Erikson, uno dei più accreditati studiosi di psicologia dello sviluppo, l’evoluzione umana è divisa in 8 tappe (prima infanzia, seconda infanzia, fanciullezza, pre-adolescenza, adolescenza, giovinezza, maturità e vecchiaia), ciascuna delle quali è caratterizzata da problemi e conflitti tra opposte esigenze che costituiscono delle crisi o punti di svolta che, se superati, pongono le basi per i successivi compiti evolutivi. Quando un compito evolutivo non è portato pienamente a compimento, quello successivo subirà molto probabilmente l’effetto negativo del processo precedente. Il primo compito evolutivo del bambino è l’acquisizione della fiducia nei confronti della mamma. Se la relazione con la figura materna presenta dei problemi il bambino svilupperà un intenso senso di sfiducia che gradualmente si espanderà a tutta la realtà che lo circonda e che si ripercuoterà sul raggiungimento del secondo compito evolutivo, l’autonomia. Questa è ipotizzata nella tappa della seconda infanzia (2-6 anni), quando il bambino sente il bisogno di conoscere ed esplorare il mondo che lo circonda, scopre i coetanei, si orienta verso l’esterno e inizia ad allontanarsi. Per Erikson i disturbi di personalità sono riconducibili al mancato compimento dei compiti evolutivi della prima o seconda infanzia e a problemi di sovra/sotto attaccamento alla figura materna. Più in particolare, tratti caratteriali come l’incapacità di attaccamento, il bisogno di stimoli sempre nuovi, la mancanza di giudizio e di morale, l’estrema impulsività e l’incapacità a imparare dagli errori, tutte caratteristiche infantili e riscontrabili anche nel narcisismo e nella psicopatia (sotto forma di infedeltà, incapacità di dar vita a legami sani e stabili, irrequietezza, ricerca costante di eccitazione, menzogne, truffe e disonestà), sono provocati dal mancato compimento dei compiti evolutivi della fiducia e dell’autonomia.

La crescita del bambino- si legge in Women Who Love Psychopath di Sandra L. Brown- comunque prosegue e si adatta alle lacune, alle mancanze, ai deficit emotivi, proprio come l’albero cresce adattandosi all’ostacolo che trova sul suo percorso: si sistemerà creando protuberanze e protrusioni nodose nei posti più strani attorcigliandosi intorno ad esso senza farsi fermare. Sarà sicuramente un albero malconcio, schiacciato, artrosico, irregolare, liscio da una parte e sporgente da un’altra: la testimonianza della straziante andatura della sua crescita. La stessa cosa avviene per le personalità disturbate.

A queste credenze si oppone la teoria della natura. Alcune caratteristiche sono insite nel temperamento di un individuo sin dalla nascita. Una mamma potrà dire nel giro di qualche settimana o mese che tipo di indole avrà suo figlio, se impunita o remissiva, esigente o indulgente. Innate nella nostra personalità sono le spinte motivazionali: sono loro che ci spingono a regolare bisogni e necessità dirigendoci verso il piacere e allontanandoci dal dolore. Le spinte motivazionali delle persone normali sono il cibo, la comodità, il possesso, lo svago, il sesso, gli affetti, il dominio sociale, lo status e il potere. Negli psicopatici/narcisisti si registra uno sbilanciamento verso tutto ciò che è piacere, e cioè la ricerca sfrenata del raggiungimento di uno status elevato, il bisogno di costante eccitazione, l’ipersessualità e il predominio nell’ambito del proprio ambiente sociale. La ricerca spasmodica del riconoscimento e la scalata al potere portano spesso questi soggetti a posizioni di successo nei campi più disparati: nelle diverse giungle professionali troviamo famosi avvocati, luminari di medicina e chirurgia, prestigiosi imprenditori, leader politici. Rieber e Vetter, in The Language of the Psycopath, sostengono che gli psicopatici apprezzano il potere tanto più esso riesce a provocare vittimizzazione: non trovano appagante una conquista se la stessa non è in grado di vittimizzare qualcuno. Non hanno solo bisogno di sentirsi potenti ma di sentire che qualcuno è più debole di loro. Il danno che infliggono agli altri è estremamente appagante.

La riconducibilità dei disordini della personalità a fattori innati e congeniti nell’individuo spiega perché fratelli nati sotto lo stesso tetto e cresciuti con la medesima educazione, soprattutto nell’infanzia, dimostrino tratti caratteriali completamente diversi. Per sciogliere queste contraddizioni sono di aiuto le scienze neurologiche. In particolare, le neuroimmagini (Pet e Risonanza Magnetica Nucleare), ravvisando delle anomalie nella struttura cerebrale delle persone disturbate, mettono in crisi la teoria che collega la psicopatia a una disfunzione della mente invece che del cervello. E’ questo un organo che, al pari di altri come cuore, polmoni, reni e quelli che compongono il sistema immunitario, può nascere danneggiato. Non si fa fatica a credere che un bambino possa nascere con una malformazione cardiaca ma si stenta a farlo se a essere tirato in ballo è il cervello con conseguenze, soprattutto, sulle future capacità relazionali del soggetto. Ciò spiega anche perché la psicopatia è così poco riconosciuta. E’ difficile attribuire problemi cerebrali a persone apparentemente normali o addirittura brillanti.

Secondo gli studi neurobiologici della psicologa inglese Adrian Raine, la zona limbica del cervello, che comprende ippocampo e amigdala ed è collegata al linguaggio emotivo, all’elaborazione delle emozioni e alla comunicazione, negli psicopatici funziona in modo più debole. Il corpo calloso è una spessa lamina di fibre nervose interposta tra i due emisferi cerebrali la cui funzione principale è permettere che un’informazione depositata nella corteccia di un emisfero sia disponibile anche per la corrispondente area corticale dell’emisfero opposto. Le due metà del cervello possiedono capacità di coscienza, di memoria e di comunicazione. Normalmente l’emisfero sinistro elabora l’informazione in modo analitico e sequenziale mentre la parte destra la “lavora” a livello emotivo. Nel cervello degli psicopatici questa regione è circa il 23% più larga e il 7% più lunga degli altri. La trasmissione di informazioni da un emisfero all’altro è più veloce rispetto alla normalità con conseguenze importanti sulla loro elaborazione, sulle reazioni e sul linguaggio. Questo particolare rapporto tra i due emisferi del cervello sarebbe la principale causa fisiologica della doppia personalità Dr.Yackyll/ Mr.Hyde, ciascuna associata ad un emisfero cerebrale. La maggiore estensione del corpo calloso potrebbe inoltre essere la ragione dell’assenza di rimorso, della superficialità emotiva e di quella relazionale, tratti caratteriali evidenti negli psicopatici. E’ dimostrato che l’attività dell’amigdala, regolante l’impulsività, è meno reattiva negli psicopatici con conseguenze sulla capacità di controllo degli impulsi e delle reazioni.

Non ci vuole molto per capire che il rigore morale degli psicopatici è piuttosto malmesso. Lo stesso Cleclkey ha sottolineato che, pur riconoscendo la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, questi individui non riescono ad applicarla al proprio comportamento. Secondo la Raine vanno ricollegate a questo aspetto caratteristiche strutturali e funzionali di alcune zone cerebrali, compreso il basso metabolismo del glucosio, ridotti flussi sanguigni e materia grigia meno abbondante. Altri studi dimostrano che il 64% delle persone violente hanno lobi frontali anomali, il 50% soffrono di atrofia cerebrale e il 40% presentano anomalie negli elettroencefalogrammi. Anche la chimica cerebrale degli psicopatici è affetta da anormalità: bassi livelli di serotonina, per esempio, portano a problemi di controllo degli impulsi, dell’assunzione di alcool e droghe, dell’umore e dell’aggressività.

Paradossalmente queste considerazioni, invece di allontanare le vittime dai propri carnefici, potrebbero indurle all’indulgenza e alla considerazione che la cattiva condotta, essendo non volontaria, andrebbe giustificata e perdonata. Esiste un’apposita area di studi, la c.d. neuroetica, recente erede della psicologia morale, nei riguardi della quale la posizione dell’Institute for Relational Harm Reduction è netta e precisa: “Non vi è scusa alcuna per devastare la mente delle vittime attraverso abusi e manipolazioni che sono spesso volontari. Che lo psicopatico non possa far nulla per il suo comportamento non significa che la gente debba dispiacersi per lui e restare nella relazione. Bisogna capire che non è la vittima a provocare il malfunzionamento della testa dello psicopatico e non spetta a lei rimettere a posto le cose”.

Al contrario degli psicopatici, le persone normali crescono raggiungendo una certa profondità ed autenticità emotiva, possono migliorare e sviluppano la consapevolezza interiore di come le proprie azioni possano danneggiare gli altri. Si tratta di tre abilità che costituiscono il presupposto di qualsiasi relazione. La psicoterapia è efficace e può far qualcosa per correggere malfunzionamenti relazionali solo laddove queste abilità esistano. Senza di loro nulla può essere migliorato. Ecco perché la psicopatia non è curabile.

Le vittime credono che se fossero state solo un po’ più tolleranti, pazienti, accomodanti, la relazione avrebbe funzionato. O che questi individui possano trovare la felicità con un’altra persona, magari con la stessa per cui hanno deciso di lasciarle. Non sarà così: gli psicopatici non sono in grado di accendere e spegnere la propria patologia a piacimento. Il loro disturbo di personalità non ha niente a che vedere con voi. Con voi, come con qualsiasi altra del passato, si è solo manifestato e continuerà a manifestarsi con chiunque nel futuro.

Astra

Ormoni e cervello

 

Elevati livelli di testosterone, sia negli uomini che nelle donne, possono costituire un segnale di psicopatia. Ciò non significa che chiunque abbia alti livelli di testosterone sia psicopatico. Dobbiamo mantenere massima cautela nella qualificazione di questa patologia. Per esempio, una donna aggressiva o impulsiva potrebbe soffrire di disfunzioni ormonali -derivanti, per esempio, dall’ovaio policistico- in grado di influire negativamente sul proprio comportamento. Insomma, una rondine non fa primavera e per qualificare qualcuno come psicopatico devono essere presenti anche altri tratti. Elevati livelli di testosterone, tuttavia, possono essere utili per identificare questa patologia come una pinna che spunta dall’acqua può farci venire il sospetto che ci sia uno squalo nelle vicinanze.

Secondo ricerche scientifiche, le donne psicopatiche hanno maggiori possibilità degli uomini di trasmettere geneticamente ai propri figli alti livelli di testosterone. I dati dimostrano inoltre che le donne psicopatiche mettono al mondo una percentuale più alta di maschi rispetto alle femmine. Il professor Alan Booth, ricercatore e professore di sociologia all’università di Penn State, sostiene che negli uomini con alti livelli di testosterone si registrano spesso rapporti turbolenti, matrimoni falliti, problemi professionali e relazionali con i propri i figli. Possono non riuscire ad essere monogami nelle relazioni e sono a rischio di malattie sessualmente trasmissibili. Si evidenzia anche tendenza al gioco d’azzardo, a comportamenti disordinati, burrascosi e turbolenti che possono portare a problemi giudiziari e a incidenti finanziari. La descrizione di Booth, presa con tutte le molle possibili, sembra coincidere con il modello di psicopatico DOC.

Altri tratti fisici degli uomini con alti livelli di testosterone includono il dito anulare più lungo dell’indice, stempiatura, abbondanza di peli sul viso e sul corpo, acne e arco sopraccigliare basso. L’abbondanza di questo ormone potrebbe anche spiegare l’ardore che, a detta di molte vittime, gli psicopatici sprigionano. Nelle donne, alti livelli di testosterone possono portare ad apparente mascolinità, massa muscolare pronunciata, distribuzione del grasso corporeo, metabolismo veloce, emicranie frequenti, profondità della voce, pronunciato pomo di Adamo e sudorazione accentuata. La postura è poco femminile, soprattutto se osservata da dietro, ed è caratterizzata da rigidità di braccia e ampiezza di spalle.

Questo ormone, quando è presente in dosi massicce, comporta attività sessuale intensa in grado di avere, sull’altro, un forte impatto dal punto di vista psicologico. L’intensità sessuale, tuttavia, è limitata alle fasi iniziali della relazione in quanto, una volta che questa si è stabilizzata, le vittime riferiscono che il sesso diventa meccanico, spesso violento e privo di coinvolgimento emotivo. Questo passaggio si verifica, di solito, quando la presa sulla vittima diventa salda e scontata oppure quando lo psicopatico inizia ad avere diversi rapporti sessuali nello stesso periodo.

Anche se le cause scatenanti la psicopatia sono ancora vaghe e non precise, quello che è assolutamente certo è il ruolo dell’amigdala. Localizzata in profondità nel sistema limbico del cervello, essa fa parte di un gruppo di strutture interconnesse situate nella zona del lobo temporale che gestiscono le reazioni emotive, la memoria emozionale e la paura. Mentre l’ippocampo ricorda i fatti, l’amigdala ne giudica la valenza emozionale. Fornisce pertanto a ogni stimolo il livello giusto di attenzione, lo arricchisce di emozioni e, infine, ne avvia l’immagazzinamento sotto forma di ricordo. E’ pertanto l’archivio della nostra memoria emozionale e ci spinge a reagire a una determinata situazione secondo modelli del passato. Neuro immagini e ricerca hanno stabilito che nella maggior parte delle persone l’amigdala entra in gioco quando si pone in essere un’azione moralmente discutibile in grado di attingere alla memoria emozionale e stimolare una sorta di freno. Questo non avviene nel cervello degli psicopatici, dove l’amigdala è decisamente meno attiva. Si spiega così perché i soggetti in questione non manifestano sentimenti di paura nelle situazioni rischiose, sono molto abili a mentire sotto giuramento e a superare i test della macchina della verità. La mancanza di sentimenti dello psicopatico, pertanto, trova riscontro prima di tutto in un cervello che funziona diversamente da quello degli altri esseri umani. Se non altro, la cosa può essere consolante.

Astra