Secci e “Gli uomini amano poco”

 

Sette tipologie di uomini che amano poco e sette tipologie di donne che fanno altrettanto. E’ un trattato sul mal d’amore “Gli uomini amano poco” di Enrico Maria Secci (https://www.amazon.it/Gli-uomini-amano-poco-dipendenza-ebook/dp/B01EKOSJ6I), psicoterapeuta e specialista di disagi psico-relazionali, firma prestigiosa di Relazioni Pericolose nonché rifugio e ancora di salvezza per migliaia e migliaia di persone intrappolate in dinamiche di dipendenza affettiva, legami tossici ed assuefazioni malate. Quasi 300 pagine di preziose analisi, descrizioni, storie vissute. Vicende di “donne intrappolate nei labirinti di uomini che non solo non le amano, ma non amano affatto, né loro né nessuna”. Di “uomini imprigionati nel deserto affettivo di compagne iper-controllanti e frustranti che non li amano, ma non amano affatto, né loro né nessuno”. E di “uomini e donne che semplicemente non si innamorano e non amano, oppure che si innamorano ma non amano, o, infine, che amano ma non si innamorano”.

E’ un manuale sulla dinamica del sentimento, quello di Secci. Un affresco dove trovano spazio i colori netti e sgargianti di un rapporto sano e pulito e quelli più ibridi e cupi di una relazione sbilanciata dove però, sottolinea l’autore, non bisogna pensare a tutti costi “che la mancanza di attitudine al sentimento d’amore, inteso nella sua accezione romantica più comune, sia il sintomo di una patologia, l’esito di un trauma o la conseguenza di una qualche deviazione dalla norma. Esistono persone che non si innamorano per quanto si sforzino di farlo e per quanto siano amate dall’altro; esistono non come espressione di patologia in una frazione infinitesima della casistica generale, ma come variante fisiologica e relativamente frequente dell’affettività umana”.

Attenzione, questo è un punto straordinariamente importante. Ci sono molte donne e uomini che, non rassegnandosi al rifiuto da parte dell’altro, scambiano il disinteresse per qualcosa di patologico. Si arrovellano, si incastrano, si addentrano nei meandri più tortuosi della dipendenza affettiva. In totale solitudine. In completa autonomia. Parliamoci chiaro: in questi casi l’unica patologia è la propria. Spiega Secci: “Ci sono persone del tutto normali che non hanno bisogno d’amore, non lo cercano e, anzi, lo sfuggono e combattere contro la loro modalità di relazione vuol dire lottare contro mulini a vento”.

Sono le persone che amano poco. Uomini, ma non solo. Accanto alle sette tipologie maschili di chi ama poco (l’uomo in multiproprietà, il narcisista perverso, l’uomo diviso, l’eterosessuale omoaffettivo, l’indifferente sessuale, l’omosessuale irrisolto e il possessivo distruttivo) Secci individua sette tipologie femminili (la seduttrice impenitente, la profuga rassegnata, l’inquisitrice, la psicologa mancata, la sposa bambina, la romantica tradita e la martire familiare). “Il circolo vizioso delle dipendenze affettive- scrive Secci– può travolgere anche gli uomini con modalità simili e altrettanto deflagranti, ma è meno facile individuare e descrivere il problema perché i maschi sono restii a chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta e dunque costituiscono una casistica apparentemente meno numerosa rispetto alle femmine.” Due capitoli del libro, tra gli altri, sono dedicati al mal d’amore e alla dipendenza affettiva maschile, uno al tradimento, uno agli amori passati. In particolare, Secci si sofferma sui rapporti irrisolti: “Molte persone intraprendono nuove relazioni senza aver portato emotivamente a termine una storia precedente. Come si dice, “ripiegano” su un nuovo partner nell’ingenua strategia di superare una separazione oggettiva che non è stata soggettivamente accettata e interiorizzata. In questo modo, gettano le premesse per un altro rapporto instabile, in cui il nuovo partner vive l’ex come una minaccia quando è presente come “amico”, o come presenza ostacolante anche quando non c’è”.

In relazione alle “coppie ricomposte” e alle situazioni “sospese nel tempo in una sorta di stand-by emozionale che, da un momento all’altro, si sblocca”, Secci sottolinea come i due ex si ricongiungono “con slancio tale che sembra rimettere in gioco la volontà di stare di nuovo insieme con migliori propositi, mentre, in realtà, consiste, prosaicamente nell’esigenza di negare il cambiamento e risponde a logiche di possesso più che di legame”.

Il viaggio di Secci attraverso le dinamiche relazionali non può non passare dalla “resilienza di coppia” definibile come “la competenza condivisa di reagire ai cambiamenti con flessibilità e dinamismo. Questa capacità è il frutto di una combinazione, sempre originale e differente da caso a caso, tra i partner: si tratta cioè di una qualità emergente dalla coppia, qualcosa che i singoli potrebbero non possedere e che deriva dal particolare modo in cui interagiscono”.

“Gli uomini amano poco” è un faro in mezzo al mare. Un manuale in grado di illuminare a giorno le nostre debolezze relazionali, un incoraggiamento alla guarigione dalla dipendenza affettiva e all’acquisizione della piena consapevolezza di sé e di chi amiamo al fine di vivere un rapporto sano, sereno, costruttivo e soprattutto di crescita reciproca.

Astra

Terroristi emotivi

 

Quella di “terrorista emotivo” è tra le definizioni più azzeccate che si possano affibbiare a uomini di cui si parla in questo sito. Trovo l’articolo che Secci ha postato recentemente in Blog Therapy talmente chirurgico, preciso ed efficace che non posso non riportarne il testo in Relazioni Pericolose.

Ci sono uomini che entrano nella vita delle donne e le distruggono. Non importa quanto esse siano forti e quanto intenso sia il loro amore, né che impegnino tutte se stesse nella relazione: quando l’altro mette in gioco meccanismi psicologici incentrati sul controllo e sulla svalutazione non ci sono strategie per salvarsi diverse dalla fuga.

Questi uomini trascinano le loro vittime in una guerriglia psicologica che a volte dura anni e che causa la progressiva demolizione dell’autostima e della capacità di comprendere ciò che sta accadendo al di là del codice malato della relazione. Sono donne rudere, donne relitto, donne sfiancate e terrorizzate dalle continue esplosioni del partner, dalle sue sparizioni mimetiche e dai suoi assalti che sembrano non seguire uno schema mentre perseguono una precisa strategia bellica. 

I terroristi emotivi non sanno quello che fanno perché governati da movimenti interiori per lo più inconsci, tuttavia agiscono attraverso copioni psicologici relativamente invarianti.

Controllo e svalutazione. Controllo e svalutazione sono i circuiti che armano uomini affettivamente immaturi, incapaci di investire sulla coppia ma decisi a vivere comunque qualcosa che somigli all’amore spinti dall’impulso sessuale e dal conformismo sociale.

Il controllo consiste nel mantenere al di sotto di una soglia minima il coinvolgimento emotivo nei confronti della partner e, allo stesso tempo, tenerla in scacco, sentimentalmente bloccata nella relazione. L’obiettivo è quello di imprimerle un marchio di proprietà narcisisticamente gratificante, un sigillo che le impedisca di intraprendere altre relazioni.
La svalutazione è il guinzaglio comunicativo che questi uomini stringono stretto al collo della partner: la criticano, la accusano, la maltrattano, la condannano al silenzio più cinico o all’insulto più sfrontato e irrispettoso inducendola così a dipendere dalla loro approvazione e a maturare la convinzione di essere indesiderabile.

La donna diventa in un vero e proprio “ostaggio di guerra” per cui l’unica forma di sollievo è data dalla sospensione, di solito breve, delle torture. Una telefonata un po’ gentile, un sms neutrale o il minimo gesto “umano” da parte del terrorista diventano le “prove” che c’è amore in fondo, e che si può sperare di ricostruire nonostante la desolazione.

Amori low-cost. Il terrorista emotivo si garantisce a costo bassissimo l’adorazione dell’ostaggio. Ottiene dedizione e fedeltà con i pochi centesimi di un messaggino, con una parola o una carezza appena affettuosa e, soprattutto, gode della percezione del potere. Le donne sotto assedio, vivono sentimenti opposti: la totale insicurezza e l’incubo del tradimento. Immaginano che il partner trami alle loro spalle, cerchi altre storie e sono terrificate dalla possibilità dell’abbandono.

Le condotte gelide e anaffettive del terrorista intervallate da ambigui messaggi d’amore e di tregua, fanno sì che la partner si senta un mero oggetto di possesso, come tale intercambiabile con altre. In realtà, scelto il bersaglio da devastare, il guerrigliero gli rimane fedele e di rado intraprende battaglie su più campi. A proprio modo è vittima del suo schema distruttivo ed è in qualche misura consapevole che trovata una donna che si presta al massacro convenga tenersela finché il gioco regge, perché trovarne un’altra altrettanto partecipe risulterebbe costoso e impegnativo.

Congelare la relazione. Una relazione affettiva si evolve fisiologicamente verso un aumento dell’impegno tra i partner e la costruzione congiunta di spazi di coppia progressivamente più ampi e più solidi che prevedono la condivisione di valori, progetti, amici, tempo e via dicendo. Un rapporto all’inizio, in genere, si caratterizza per il basso livello di coinvolgimento personale e l’elevato grado di libertà dei partner. Nelle fasi iniziali i sentimenti reciproci, per quanto intensi, non autorizzano ancora a proiettarsi in un futuro insieme, ma garantiscono indubbi vantaggi sessuali uniti alla sensazione di “poter avere un amore”. Il terrorista emotivo agisce in modo da congelare la relazione in un perenne stadio iniziale, azzerando ogni eventuale progresso mediante il conflitto. Ci sono coppie che si inseguono per anni, rimanendo cristallizzate al punto zero del rapporto: quello della conoscenza iniziale, delle prime cene a due e di qualche focoso scambio sessuale.

“Sei inadeguata e pazza”. Non appena il terrorista del cuore intercetta dall’altra parte aspettative di relazione più mature, riceve la richiesta di condividere più tempo o ascolta l’ingenua esigenza di frequentare amicizie in comune, intraprende la sua crudele rappresaglia.

Demolisce tutto, rade al suolo quanto sembrava accennare alla costruzione di un rapporto più maturo e lo fa mettendo in discussione la validità della partner non solo come compagna, ma come persona. Così facendo, raggiunge due obiettivi: la costringe alla dipendenza dal proprio giudizio e la illude che, se cambiasse, le cose andrebbero per il verso giusto. Classicamente, dopo una fase di disperazione, la vittima ritorna a dare quanto e più di prima spinta dalla triste utopia che il proprio miglioramento produrrà amore. E invece, genererà soltanto nuovi e più efferati assedi.

Enrico Maria Secci

http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2016/04/28/terroristi-emotivi-riconoscerli-e-combatterli/?doing_wp_cron

Secci e la doppia sfiducia

 

 

Di Enrico Maria Secci

La chiusura del rapporto con un narcisista perverso non è risolutiva della condizione di dipendenza relazionale della vittima, ma certo rappresenta un passo decisivo verso la guarigione. L’elaborazione del lutto è più accidentata per chi subisce la decisione del partner dominante ed è segnata in molto casi da un lungo iter di “ricadute” complicate dalla tendenza del narcisista a ritornare con ostinazione aracnidea, quella del predatore che si assicura che la farfalla non sia volata via dalla ragnatela.

Anche chi trova il coraggio di mettersi in salvo dal manipolatore deve prepararsi a un percorso comunque articolato, caratterizzato da acute crisi di astinenza, mancanza di senso, pensieri di annullamento, fantasie di vendetta, sentimenti di vergogna e di alienazione. Vissuti che spesso necessitano di un supporto psicoterapeutico specifico, mirato e non necessariamente a lungo termine.

Nella gran parte dei casi, la fine del rapporto patologico prelude a un periodo di riabilitazione emotiva della vittima preceduta da una fase di congelamento emotivo che, al di là della sua consapevolezza, è mantenuto dall’impressione pervasiva di non potersi più fidare degli altri e di se stessa.

Ho affrontato il tema della sfiducia post-traumatica da narcisismo nel post https://relazionipericoloseblog.com/2016/03/06/secci-e-la-paura-di-tornare-a-fidarsi/ dove accenno che nel labirinto di specchi del narcisismo maligno e della dipendenza affettiva ogni emozione è polarizzata, amplificata e riflessa invariabilmente nel suo opposto. Così la vittima deve sopportare il duplice peso della sfiducia negli altri e di stessa.

Non fidarsi più di se stessa vuol dire mettere in dubbio le proprie capacità di valutazione in future relazioni sentimentali col risultato di evitarle o di sabotarle sin dal principio, con vissuti di abbandono o condotte iper-controllanti che scoraggerebbero persino  il corteggiatore più appassionato.

La sfiducia per il proprio metro di giudizio rende la persona confusa e insicura nelle relazioni, a volte aggressiva ed incostante perché proietta sul nuovo potenziale partner le sequenze traumatiche della precedente relazione. Questo accade perché sintomi distintivi della dipendenza affettiva sono l’alterazione della funzione empatica e dell’intuizione dovuti all’esposizione prolungata alla comunicazione ambivalente e paradossale col narcisista patologico.

Non è casuale che queste relazioni inizino, con poche eccezioni, con un sottofondo di disagio da parte della futura vittima nei confronti del narciso, con sensazioni e presentimenti negativi silenziati o deliberatamente ignorati, che poi si riveleranno autentiche premonizioni.

Proprio il progressivo blocco dell’empatia e dell’intuizione spinge a lungo la vittima in un modello d’interazione manipolatorio, illusionistico ed artefatto dove il tradimento sistematico, la menzogna e la mancanza di rispetto sono assurte a “verità”, rivendicate come “diritti” e codificate nelle “regole” del rapporto.

Le ferite inferte all’autostima, alla sensibilità e all’istintualità della vittima perdurano oltre la rescissione del legame disfunzionale perché interiorizzate nel corso dell’esperienza traumatica. Così si spiegano le difficoltà di adattamento nel breve e nel medio termine di donne e di uomini che, dopo la storia di dipendenza affettiva, finiscono per non fidarsi più delle proprie sensazioni e rifuggono sistematicamente dal contatto empatico.

Nel libro I Narcisisti Perversi e le unioni impossibili (http://www.amazon.it/I-Narcisisti-Perversi-unioni-impossibili-ebook/dp/B00QBBQO98) racconto le fasi della psicoterapia e descrivo alcuni esercizi terapeutici finalizzati a sostenere la persona nel percorso di riattivazione di quello stato di risorsa inibito dalla passata relazione. Per esempio, uno dei più divertenti ed efficaci è “Le pagelle degli uomini”: il terapeuta invita la persona a compilare una pagella sugli uomini che la circondano e a valutarli in base a diverse caratteristiche. Per molte persone questo “gioco” ha un effetto dirompente, perché in modo indiretto restituisce loro la sensazione di poter scegliere e, in ogni caso, permette di superare attraverso il dialogo terapeutico molti timori e molte inibizioni collegate alla dominanza perversa del partner precedente.

 

Enrico Maria Secci per Relazioni Pericolose

http://enricomariasecci.blog.tiscali.it

 

Secci e la paura di tornare a fidarsi

 

La fine di una relazione patologica provoca nella parte ferita profonda sofferenza e devastazione psicologica. Ansia, depressione, attacchi di panico, disturbi del sonno e dell’alimentazione sono solo alcuni tra gli infiniti sintomi del disturbo post traumatico da stress associato alla chiusura di un rapporto con un narcisista, quello che da più parti viene definito trauma da narcisismo.

Nella sofferenza vanno distinte due fasi, cui corrispondono due differenti sintomatologie. La prima, quella contemporanea o immediatamente successiva alla relazione, è ancora legata a quella fascinazione perversa che, come sostiene lo psicoterapeuta Enrico Maria Secci in Blogtherapy,essendo composta di contraddizioni terribili e di istrioniche dimostrazioni amorose, ha il potere di attrarre e di sfidare allo stesso tempo e funziona come una caleidoscopica slot-machine sentimentale che premia e punisce a casaccio continuando a promettere un premio impossibile. Nel caso la relazione sia ancora in corso e non si riesca a staccare la spina e mantenere il no contact, la sofferenza deriva principalmente dall’intermittenza tra comportamenti marcatamente seduttivi, manipolazione, espulsione e successiva ricattura e dal gioco infinito di soggiogazione cui la vittima sembra essere condannata.

Esiste, tuttavia, un altro tipo di danno, molto più serio a carico delle vittime: quello di sentirsi profondamente “cambiate”, non più in grado di dar vita a felici relazioni di coppia e, soprattutto, insicure delle proprie capacità di giudizio e valutazione.

Come faccio a fidarmi nuovamente di qualcuno?” è un interrogativo ricorrente negli scambi di vedute tra le vittime: in questo blog, nei siti di recupero e negli studi professionali di psicoterapeuti e specialisti del settore che hanno il delicato compito di rimarginare le ferite e far sì che il trauma da narcisismo non comprometta irrimediabilmente stile di vita e salute di chi ha subito gli abusi. Le testimonianze riportate in Women who Love Psychopath di Sandra Brown sono eloquenti:

Non voglio più storie. Non mi fido di nessuno, nemmeno della mia capacità di accorgermi di essere usata o strumentalizzata”.

“Sono passati più di quattro anni dalla fine della relazione e ho ancora attacchi di ansia al pensiero di frequentare qualcuno. Sono ancora single e vivo praticamente da eremita per essere sicura di non incorrere più in pericoli di questo genere”.

“Non riesco più a fidarmi e mi aspetto sempre il peggio dalla gente. Parto con la convinzione che prima o poi mi feriranno e che evidentemente è ciò che mi merito. La cosa più importante è che questa vicenda ha compromesso la fiducia nella mia capacità di scegliere un compagno”.

“Sto subendo un lungo disturbo post traumatico da stress e sono sotto terapia da una vita. Il mio analista mi dice che non ne sono ancora fuori. Quanto durerà ancora?”.

Questi stati mentali sono sicuramente più complessi e difficili da sbrogliare. Letture e conoscenza dei disturbi della personalità sono utilissime per uscire dalla prima fase della sofferenza quando, una volta inquadrato il problema e scrollati di dosso i sensi di colpa per il fallimento di quella che pensavamo fosse la storia della vita, ci si allontana pur a fatica dal soggetto in questione. La seconda tipologia di danno non è così facile da riparare. Servono quantità non indifferenti di energia, lavoro su se stessi e aiuto esterno da parte di un buon professionista del settore. Quanto alla sfiducia nelle proprie capacità di valutazione e di scelta di un buon compagno consiglio sempre di dar retta al proprio intuito, a quelle sensazioni che spesso vengono dalla “pancia” anche se non riusciamo a dar loro una spiegazione razionale. In altre parole, a quella vocina che spesso ci parla all’orecchio avvertendoci di stare alla larga, anche senza evidenti ragioni.

Interpellato da Relazioni Pericolose riguardo al timore delle relazioni future, Secci  ha confidato che in terapia, la paura di intraprendere altri rapporti è tipica nelle ex-vittime e incontra molte resistenze: alcuni pazienti si impegnano, al di là della propria consapevolezza, in una fase di celebrazione del lutto, una sorta di “vedovanza bianca” e per un certo periodo rifiutano le attenzioni di altre persone; a volte sabotano sul nascere l’interesse sincero di uomini o donne sani e la proposta più inoffensiva di una conoscenza sentimentale. Nei casi più difficili, le “vittime” giocano per un po’ a fare i “carnefici” perché hanno interiorizzato uno schema rigido e asimmetrico di relazione e lo ripropongono, anche se a proprio svantaggio, per rinnovare il dolore della dipendenza, che ancora scambiano per amore. E’ doloroso, ma è molto frequente.

Circa la  natura della sospettosità nei confronti di chiunque Secci sostiene che “il timore di non potersi più fidare di nessuno, elemento costante nella fase post-traumatica di una dipendenza affettiva, segna lo svincolo cosciente dal partner perché implica un ampliamento della sensibilità affettiva verso l’esterno ed il futuro, una speranza d’amore dopo il trauma. Ma lo svincolo più profondo necessita di altri passi. I sentimenti ambivalenti di sospettosità e di sfiducia verso nuovi partner delimitano un ultimo confine da superare nell’elaborazione del traumatismo affettivo in quanto, nella forma e nella sostanza, mantengono la vittima in una situazione di stallo troppo simile al limbo in cui tesseva la tela di Penelope per il proprio eroe nel pieno della relazione patogena.

E’ molto interessante un ulteriore significato che Secci dà a questo timore: “Interpreto la paura delle ex-vittime di un narcisista patologico di intessere nuovi rapporti come il tentativo inconscio di non “tradire” il loro persecutore e, quindi, di tenersi sempre libere nel caso l’altro ritorni, che poi è un’ipotesi terribilmente probabile. Lo spiego nel mio libro  I narcisisti perversi e le unioni impossibili (http://www.amazon.it/I-Narcisisti-Perversi-unioni-impossibili-ebook/dp/B00QBBQO98).

La seconda fase dell’uscita dal tunnel, anche se caratterizzata da una sofferenza inferiore a quella della presa di coscienza e dell’acquisizione della consapevolezza, non deve essere comunque sottovalutata. Avverte Secci: “In definitiva, la paura di non riuscire a fidarsi più di nessuno può essere paragonata una sorta di convalescenza post-traumatica, che merita attenzione e cure, tante quante richieste dalle fasi di consapevolezza e di distacco dal narcisista. Ho scritto di recente del trauma da narcisismo su Blog Therapy nel post  Narcisismo e Trauma (http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2016/02/18/narcisismo-e-trauma-il-trauma-da-narcisismo-e-la-dipendenza-affettiva/). Purtroppo, a volte, le vittime credono troppo presto di essersi svincolate. Potrebbero allentare l’attenzione o abbandonare la psicoterapia, perché non riconoscono negli schemi di sfiducia e di inibizione emotiva che le accompagnano  elementi ancora patologici: non vedono con chiarezza l’eredità del trauma lasciato dal partner come “segnaposto”. Così alcune persone reduci da una dipendenza affettiva sospendono praticamente “in quota” il loro cambiamento e rischiano la ricaduta. Avviene perché la sfiducia e la sospettosità verso gli altri sono dimensioni a-sintomatiche, che sono già tantissimo rispetto alla disperazione, alla depressione e all’ossessione della dipendenza affettiva. Ma non bisogna fermarsi alla separazione dal soggetto/oggetto narcisistico. Occorre superare le proprie paura ed andare oltre. Serve sperimentare nuove relazioni, ma con uno sguardo aperto al futuro”.

Anche se accade che“chi viene da un forte trauma emotivo si senta a disagio con chi dimostri interesse autentico, empatia ed amore nei suoi confronti”in quanto “senza un’adeguata consapevolezza le vittime rischiano di diventare carnefici di se stesse di altri” Secci comunque sostiene che la paura di fidarsi degli altri dopo il narcisista può“funzionare come “sentinella”, come un protettore buono, se accostata alla curiosità autentica di cambiare. Mette al riparo da altri brutti incontri e può indirizzare verso esperienze positive. Quindi la paura non è univocamente negativa, purché integrata in un percorso di apertura e di ricerca emozionale, fuori dagli schemi della dipendenza affettiva”.

In conclusione, prestare più attenzione è consigliabile ma chiudersi a riccio “per paura” può essere controproducente. Dedicatevi alle cose che vi riescono meglio, circondatevi di persone genuine, autentiche e di cuore. Cercate di ristabilire un rapporto di fiducia con voi stesse e, soprattutto, siate più indulgenti e perdonatevi. Uno scivolone deve restare uno scivolone e non mettervi ko. Anzi, il recupero e la guarigione possono rendervi più forti e selettive. In altre parole, persone migliori.

Astra

Violenza sulle donne, Secci: contare fino a 1

 

Nel nostro Paese il femminicidio ha da tempo raggiunto le proporzioni di una strage. Non passa giorno senza la notizia del brutale assassinio di una donna e non c’è mai fine allo stupore e all’angoscia di apprendere che l’uccisore è il partner della vittima. La brutalità di questi crimini stordisce e indigna ogni volta come se si trattasse di omicidi improvvisi, di storie sempre nuove e inedite. Eppure, ogni femminicidio contiene, in filigrana uno schema sottostante, un comune denominatore psicologico di dipendenza affettiva e di sottomissione che riconduce a un canovaccio comune.

Sono almeno quattro i passaggi che, all’interno di una relazione di coppia, preludono al tentato omicidio della partner o al femminicidio vero e proprio:

  • il controllo;
  • l’offesa verbale e fisica;
  • la sottomissione della vittima;
  • il tentato distacco.

Il controllo. Ogni storia di violenza sulle donne é attraversata dal crescente bisogno di controllo del partner. Vuole sapere cosa faccia e con chi stia la “sua” donna in ogni momento della giornata, a chi telefoni, chi siano i suoi amici, anche quelli su Facebook, pretende il controllo del cellulare, a volte anche dell’email. A volte, il partner impone le sue pretese in modo diretto ma più spesso ottiene l’obiettivo generando nella vittima il terrore di attuare comportamenti sbagliati e una conseguente sottomissione tacita. Accade cioè che per non urtare la suscettibilità del partner, la ragazza finisca per auto-limitare la propria libertà: rinuncia alle amicizie maschili, evita ogni frequentazione giudicata negativamente dal carnefice e impara a mentire alle persone più care per nascondere la natura vessatoria del la relazione.

La conseguenza più diretta della sottomissione al controllo è l’isolamento sociale della donna, costretta a legarsi sempre più strettamente al partner come unico riferimento affettivo.

Perciò è fondamentale riconoscere le richieste e i tentativi di controllo come seri indicatori di pericolo, farlo il prima possibile e, soprattutto, opporvisi con fermezza rigettando ogni ricatto e ogni giustificazione con cui il partner cercherà di imporre le proprie regole. Occorre riflettere sul fatto che nessuna relazione è sana quando si basa sul sospetto, sulla sfiducia e sul sacrificio, interiorizzare questo principio e affermarlo all’interno della coppia.

L’offesa verbale, l’abuso psicologico e la sopraffazione fisica. Una relazione letale si sviluppa attraverso episodi di offesa accompagnati da atteggiamenti gravemente svalutanti verso la vittima. Ciò avviene inizialmente con gradualità: il partner cerca di capire sin dove può spingersi nella prevaricazione e, quindi, somministra dosi crescenti di insulti e di vessazioni per ottenere l’assuefazione della partner a condotte violente e inaccettabili.

I primi bersagli sono la fisicità e la sessualità della vittima. Commenti sulla forma fisica e sul modo di vestire e attacchi sulla sua disponibilità sessuale costituiscono il prologo di una storia che continua nel l’abuso psicologico e che vede la donna soccombere a offese sempre più pesanti e insistenti sulla sua intelligenza e personalità.

L’esito frequente di questo sistema è che la vittima finisce per convalidare l’immagine negativa di sé fornita dal partner: si convince che, in fondo, lui ha ragione a considerarla una nullità e a comportarsi di conseguenza. Il momento in cui la relazione lambisce pericolosamente il confine dell’aggressione fisica e dell’omicidio, arriva quando la donna é esausta e cerca tardivamente di sottrarsi alla dipendenza dal suo aguzzino, ormai instaurata come un dato di fatto.

Per questo, bisogna bloccare sin dall’inizio ogni forma di insulto verbale e di svalutazione ricevuti dal partner. Imparare a dirsi che nessuno, e meno che mai la persona con cui si intrattiene un rapporto sentimentale, può arrogarsi il diritto di aggredire, di insultare e di colpire. Occorre fermare immediatamente e senza attenuanti il partner e respingerlo senza appello. Invece, l’errore ricorrente negli amori criminali è il tentativo della vittima di “entrare nella mente del compagno”, di cercare a tutti i costi spiegazioni e chiarimenti e di illudersi di poter ricomporre la relazione diventando più comprensiva.

Contare sino a 1. Uno è il numero della salvezza. Contare sino a uno vuol dire che alla prima offesa grave, al primo spintone, schiaffo, pugno o calcio la relazione deve concludersi e la donna deve sottrarsi al ruolo di vittima in modo fermo e inappellabile. Vale lo stesso per condotte di controllo e violente scenate di gelosia: conta sino a 1 e scappa, interrompi ogni contatto, cancella per sempre quella specie di amore. Non ci saranno ‘metà culpa’, lettere, sms, mazzi di rose, regali o promesse, pianti, implorazioni che tengano. Qui il vero nemico della donna è la tendenza a offrire nuove possibilità continuando a dialogare col suo potenziale assassino mentre si auto-illude di un cambiamento possibile.

Cercare aiuto. Contare sino a 1 vuol dire anche cercare aiuto al primo episodio di violenza, parlarne, dichiararlo, raccogliere opinioni e consigli di parenti e amici. Ovvero, evitare di proteggere il partner e cercare di ‘coprirlo’, come invece succede sistematicamente nelle storie di abuso relazionale. Purtroppo, la vittima patisce un’alterazione del senso di realtà, è essa stessa prigioniera di un sistema affettivo distorto che la avviluppa e che la spinge, impulsivamente, a cercare soluzioni diverse dalla totale astinenza dal rapporto. Inoltre, in alcuni casi, la dipendenza psicologica è sostenuta da condizioni di dipendenza economica e, quando la coppia a figli, dal desiderio di proteggere la prole dal trauma della separazione.

Impara a dirti che non sei sola, a ripeterti che non sei tu a sbagliare ma che ci sono uomini che come il tuo ‘tuo’ attivano dinamiche patologiche e ti ammalano, ti infettano. Non é un amore ma una malattia potenzialmente mortale che si può e si deve curare.

Una strage silenziosa. C’è poi una strage silenziosa, certamente più ampia di quanto testimoniato dalle statistiche: per ogni donna assassinata sono centinaia e, forse, migliaia, quelle che sopravvivono alla dipendenza affettiva e si condannano alla morte vivente dell’abuso e del sopruso, del ricatto affettivo e della sottomissione sentimentale.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy

http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2015/11/25/violenza-sulle-donne-e-femminicidio-come-sottrarsi-a-una-relazione-mortale/?doing_wp_cron

 

Secci: “Abbandonate la rabbia, è il guinzaglio psicologico del narcisista”

 

Abbiamo rivolto alcune domande al dottor Enrico Maria Secci, uno degli psicoterapeuti più esperti in tema di narcisismo e relazioni patologiche, nonché autore di volumi importanti in grado di illuminare le vittime e indicare loro metodologie di pensiero e strade da percorrere nel caso si fossero smarrite a causa di rapporti tossici con soggetti disturbati.

Dottor Secci, in Italia si parla soprattutto di narcisismo patologico. Il termine “psicopatia” è solo sfiorato dalle discussioni che ruotano intorno alle relazioni patologiche. Eppure, negli Stati Uniti, sin dal lontano 1940, sono stati scritti fior di libri che descrivono lo psicopatico proprio come il narcisista perverso. Ci aiuta a fare un po’ di chiarezza?

In Italia lo studio sul narcisismo patologico e sulle dipendenze affettive è senza dubbio più recente rispetto agli Stati Uniti innanzitutto, credo, per ragioni culturali. Mi sembra che la società americana sia storicamente propensa ai valori della competizione, della popolarità, del denaro, dell’estetica, dell’auto-realizzazione e dell’aggressività relazionale che, in un certo senso, ricalcano modalità narcisistiche e sono accettate e considerate socialmente desiderabili. Autentiche chiavi del successo. Basti pensare al mito americano del “self-made man“, che è un modello iper-competitivo improntato all’esaltazione di sé. Possiamo sovrapporlo al concetto di “narcisismo sano” e capire così come, a livello culturale, uno standard simile abbia favorito distorsioni affettive e relazioni molto marcate, sconfinanti nella psicopatologia. Quelle che hanno suscitato negli intellettuali americani, sociologi e psicologici soprattutto, l’esigenza di esplicitare gli aspetti problematici del narcisismo e le sue conseguenze affettive e relazionali. Ho parlato di questo sul mio blog, nell’articolo “La Sindrome di Dorian Gray e la cultura del narcisismo” (http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2015/11/05/la-sindrome-di-dorian-gray-e-la-cultura-del-narcisismo/).

In Italia questa urgenza è arrivata molto più tardi e credo non sia un caso, ma sia correlata all’emancipazione delle donne e al cambiamento culturale che lo ha accompagnato. Infatti, a differenza degli Usa, le donne in Italia sono state a lungo educate alla subordinazione e alla dipendenza, cosa che ha reso quasi invisibili le dinamiche di sopraffazione legate al narcisismo perverso. Questo fattore, unito alla diffusione in ambito psicologico e psichiatrico degli approcci sistemi e relazionali, che considera le psicopatologie all’interno delle relazioni e non si limita alla definizione individuale di un disturbo, ha favorito anche nel nostro Paese lo studio del narcisismo perverso e delle dipendenze affettive.

Parliamo di prevenzione: la violenza fisica e quella psicologica, per non parlare dei femminicidi di cui sono piene le cronache, sono espressione di un preciso disturbo della personalità da parte dell’abusante che, se si presta attenzione, può essere identificabile, ravvisabile e smascherabile. Non crede che lavorare sulla diffusione della conoscenza e della consapevolezza del fenomeno possa ridurre il numero delle violenze e quali sarebbero, secondo lei gli strumenti più idonei a fare una buona prevenzione?

La responsabilità sociale di psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, medici e, in generale, dei professionisti della salute è cruciale. Riconoscere sin dai primi segnali una relazione patologica, in particolare quando è coinvolto un narcisista manipolatore, può aiutare le vittime a mettersi in salvo prima che la loro salute mentale e, talvolta, la loro stessa sopravvivenza siano compromesse. Eppure, troppo spesso, ci si ferma alla diagnosi: depressione, attacchi di panico, disturbo di personalità (della vittima!), col rischio di scambiare le conseguenze per le cause ed etichettare sbrigativamente come psicopatologico qualcuno che, invece, è invischiato nel “mal d’amore” e subisce quotidiani abusi emotivi. Una corretta e capillare informazione può prevenire efficacemente lo sviluppo di certe patologie ed evitare le tragedie di cui, purtroppo, ogni giorno abbiamo notizia. Se i media e i social, la stampa e il giornalismo online dedicassero lo stesso spazio che destinano abitualmente a speculare su i delitti a sfondo affettivo a divulgare consapevolezza e nozioni di base sull’affettività sana, saremmo già a un punto di svolta nella prevenzione psico-sociale.

C’è ancora molto da fare a livello istituzionale e nell’ambito dell’istruzione, dove i programmi di “alfabetizzazione emotiva” incontrano ancora molte resistenze e i progetti sul tema sono sporadici. Pare per mancanza di fondi, io credo per mancanza di sensibilità e di coscienza. L’impatto sulla società della diseducazione sentimentale è ancora sottovalutato, a dispetto dei reali bisogni dei cittadini. Mi basta pensare ai milioni di visitatori sul mio blog, Blog Therapy (http://www.enricomariasecci.blog.tiscali.it) e al riscontro della pagina Facebook Blog Therapy, arrivati senza indicizzazioni e pubblicità, o al riscontro del libro “I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi”, best-seller da oltre 11 mesi nel settore psicologia di Amazon, Internet Book Shop e Kobobooks, per capire quanto sia forte in Italia il bisogno di riferimenti e di informazioni sulle dipendenze affettive e sulle forme di narcisismo patologico.

Ricerche e studi clinici ravvisano ragioni genetiche e fisiologiche oltre che di crescita nei disturbi della personalità. Entriamo nel vecchio dibattito “natura contro cultura”: narcisismo, psicopatia e sociopatia quanto sono riconducibili a cause genetiche e quanto, invece, a traumi infantili e condizioni ambientali?

Neuroscienze e neurobiologia, grazie all’integrazione di medicina, fisica, biologia, antropologia, matematica, psichiatria, psicologia e psicoterapia stanno indagando con crescente efficienza sulle modificazioni anatomiche e funzionali del cervello causate da esperienze traumatiche di trascuratezza e/o di abuso psicologico, in età infantile e non solo.  Quello che vediamo ormai con chiarezza è che la comunicazione e la relazione influenzano significativamente lo sviluppo psicologico, incidono fisicamente sull’architettura e sull’organizzazione dinamica del sistema nervoso. Le variabili ambientali rivestono un ruolo decisivo sulla salute mentale. L’ambiente, il “curriculum emotivo”, lo stile di attaccamento marcano nella maggior parte dei casi  la differenza tra il narcisismo sano e quello perverso. Spesso questi pazienti sono stati a propria volta manipolati, utilizzati o abusati in famiglia e hanno trovato nelle modalità narcisistiche un modo per reagire al dolore in contesti di abbandono o di superficialità relazionale successive ai traumi primari nella scuola, tra i pari, sul lavoro.

Se non si può affermare con certezza che la società li crei, penso di possa dire che la società non li aiuti a correggere la gravità del trauma iniziale, che li lasci a se stessi. Per questo, anche in età adulta, rimangono pressoché pazienti invisibili. E gran parte delle osservazioni cliniche sul narcisismo perverso avviene quando le vittime chiedono aiuto o denunciano, o, peggio ancora, quando rimangono violentate e uccise.

Ha fatto riferimento allo stile di attaccamento, a eventuali traumi infantili e al curriculum emotivo: in poche parole, a tutto ciò che è pregresso a livello emozionale. Vorrei soffermarmi sul ruolo della famiglia di origine e in particolare su quello dei genitori. Persone che hanno rapporti distorti con i propri genitori finiscono inevitabilmente con il far pagare le conseguenze alle proprie compagne/i. Quanto conta nel narcisismo e negli altri disturbi della personalità il rapporto madre-figlio?

Di frequente chi sviluppa tratti disfunzionali di narcisismo ha vissuto nell’infanzia la fragilità di una madre che non è riuscita a compensare le mancanze dell’altro genitore, spesso distante e rigido. Non ha saputo difendere se stessa, né il bambino dalla freddezza e dagli atteggiamenti rigidamente normativi e soverchianti del proprio partner. Ne “I narcisisti perversi” indago sulle analogie del mito di Narciso con la storia reale dei narcisisti e ho trovato somiglianze illuminanti tra la famiglia raccontata nel mito e le configurazioni familiari correlate, nella realtà, al disturbo narcisistico. Nella formazione dei disturbi di personalità in genere, il fallimento della relazione genitore-figlio è un fattore patogeno molto forte su cui autori di impostazioni anche molto diverse sono unanimi. Anch’io sono convinto che il passato del narcisista perverso sia certamente esplicativo, ma, come terapeuta, credo fortemente che “spiegazione” non significhi automaticamente “soluzione”. E lo stesso vale per le vittime. Soffermarsi lungamente in terapia sulle distorsioni dei legami pregressi con le figure genitoriali a scapito delle difficoltà e degli schemi attivi nel presente, sino ad intessere intricate trame di memorie traumatiche infantili, rischia di convalidare il vittimismo grandioso tipico in questo disturbo, anziché focalizzare il trattamento sulle dinamiche perverse con i/le partner dell’età adulta.

Nella mia impostazione, il “qui ed ora” è la sola e reale possibilità di cambiamento. Nessuno può cambiare il passato, ma tutti possiamo cambiare il presente. Vale per ognuno di noi, tanto per le vittime, quanto per i carnefici. Perché se c’è una possibilità di cambiamento, questa si coniuga nel tempo presente e, soprattutto in terapia, è importantissimo accompagnare i/le narcisisti/e disfunzionali nell’acquisizione di un’identità adulta salda, maggiormente empatica e consapevolmente responsabile.  Al di là della scoperta e della narrazione delle mancanze subite da bambini, penso sia cruciale sollecitare il tema della responsabilità con cui, come uomini o donne fatti e finiti, i narcisisti (e, talvolta,  le loro vittime) continuano a ripetere nel loro presente, al di là della propria consapevolezza e illudendosi di sentirsi nel “giusto”, schemi mentali di sfiducia e di abuso, di abbandono e di impulsività estrema.

Il trauma da narcisismo è una delle più grandi sofferenze relazionali in cui si possa incorrere. Quali sono i comportamenti da evitare e quelli invece da mettere in atto per uscire dal dolore nel minor tempo possibile e far sì che i danni non siano permanenti?

La sofferenza inferta dalle relazioni patologiche in età adulta anche su persone che, prima del narcisista perverso, non sapevano cosa fossero la depressione, l’ansia, l’angoscia o l’ossessione, deve far riflettere sul fatto che il traumatismo psichico non è necessariamente un’eredità infantile, ma può colpire anche soggetti complessivamente sani e ben adattati. C’è molto lavoro da fare sul trauma affettivo in età adulta. La prima cosa che le vittime fanno è colpevolizzarsi, chiedere chiarimenti, accettare compromessi sconvenienti, umiliarsi, cercare di cambiare se stesse, distruggere la propria autostima. Cercano di “adattarsi” al mondo del narcisista, sino a interiorizzarlo insieme ai suoi disvalori. A volte, diventano a propria volta machiavelliche, manipolatrici e perdono così il contatto con le proprie emozioni. Perdono dignità, si isolano, si annullano. E il manipolatore le aiuta, demolendo le loro famiglie, il loro passato e il loro presente, gli amici, il loro senso morale. Tutto.  Così, si convincono di essere perdute e si consegnano all’amante perverso, come fosse un “salvatore”, quel principe azzurro che le solleverà dalla loro pochezza ed inutilità, che lui stesso ha determinato.

Per quanto riguarda i comportamenti da attuare quando si ha il dubbio di essersi “ammalati d’amore”, la cosa più facile è certamente documentarsi, leggere. Può servire a ridefinire il dolore in una cornice relazionale, cosa che le vittime di solito non fanno, o che fanno molto tardi. Ma la cosa più importante è chiedere una consulenza psicologica, specie quando in corrispondenza all’inizio e all’evoluzione della relazione emergono sintomi significativi: insonnia, irritabilità, tristezza, impulsività, aggressività, pianti improvvisi, esplosioni di rabbia e così via.

Una volta scoperta la causa del problema, se si decide di rimanere con il narcisista/psicopatico/sociopatico vuol dire che anche nella vittima c’è una patologia da curare. Di che patologia si tratta e come si può curare per non ricadere nello stesso errore?

In generale, nei casi in cui la vittima non trova il modo di sottrarsi a una relazione trascurante e/o abusante, il quadro diagnostico di riferimento è la dipendenza affettiva, che non è codificato dai manuali diagnostici, pur essendo molto reale e frequente nella pratica clinica. A questo proposito, è importante fare una diagnosi differenziale, che serve a comprendere se e in che misura la “vittima” possa soffrire di disturbi sottostanti dell’umore o della personalità. In questo caso, la dipendenza affettiva si configura come un disturbo secondario e “reattivo” a nodi, lutti e traumi pregressi che, comunque, a mio avviso devono essere affrontati in terapia parallelamente alla “dipendenza affettiva”. Sarebbe un grave errore aiutare una persona depressa a superare la depressione, senza aiutarla allo stesso tempo a comprendere quanto la relazione con un narcisista patologico amplifichi, alimenti e mantenga il suo problema. Sarebbe come prendersi cura di un bosco infragilito dal terreno arido senza, da prima, metterlo al riparo da un piromane seriale. Per questo ne “I narcisisti perversi” dedico interi capitoli alla spiegazione degli “schemi” dei narcisisti patologici e alle strategie per neutralizzarli. Come dire, mi soffermo sul piromane, più che sulla (eventuale) malattia dell’albero. E credo che questo faccia la differenza rispetto alla gran parte della letteratura sul tema e sia alla base del successo del mio libro.

Rabbia e desiderio di vendetta sono due tra i sentimenti più intensi da parte  della vittima. Si tratta però di forze distruttive che non fanno altro che rallentare il processo di recupero e di guarigione. Come combatterle?

Una tipica reazione della vittima è quella di interiorizzare l’aggressore e diventare a propria volta persecutoria, indaginosa, violenta. Questi sono sintomi di una dipendenza, sono il corrispettivo relazionale dell’astinenza dalla droga dell’affezione perversa. La rimuginazione e la rivalsa vanno intesi come parte stessa della patologia, e trattati delicatamente in terapia.  Può servire comprendere che la rabbia, da sempre, è il guinzaglio psicologico del narcisista, uno dei meccanismi elettivi della dipendenza. Tanto più che quando la vittima si svincola dalla rabbia, il narcisista perverso soffre (a proprio modo) enormemente, avverte una perdita e si equipaggia per sferrare un nuovo attacco. Spesso, paradossalmente, ricorre alla seduzione e al vittimismo e riesce quasi sempre a riconquistare la vittima (a volte dopo mesi o anni), soprattutto quella che non ha maturato strumenti attraverso una psicoterapia mirata e letture specifiche.

Parliamo della terapia: da psicoterapeuta, è più facile trattare un paziente-vittima o un paziente-carnefice?

I pazienti-carnefici non vengono in terapia, meno che mai se sono narcisisti. È una conseguenza della grandiosità implicata dal disturbo: dato che si sentono perfetti, non ammettono che uno “strizzacervelli” possa aiutarli, anzi. Una frase tipica del narcisista è “Io analizzo il mio psicoterapeuta!”.  Quindi se richiedono un aiuto, lo fanno per altri sintomi e solo se molto gravi,per esempio insonnia cronica, abuso di sostanze, dipendenza sessuale, o per stress lavorativo.Ho parlato di recente della terapia con i narcisisti in un post intitolato “Narciso in terapia. Lo specchio spezzato (http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2015/10/07/narciso-in-psicoterapia-lo-specchio-spezzato/), sul mio Blog Therapy.

Lavorare sulle “vittime” è comunque molto più complesso di quanto si creda. Prima di tutto perché, un po’ come i loro partner, chiedono un aiuto per sintomi secondari ormai molto marcati, depressione e attacchi di panico, disturbi alimentari o altro, e di rado sono consapevoli della correlazione tra questi disturbi e la situazione relazione in cui sono invischiate.Rispetto ai narcisisti, però, con le vittime è più agevole creare un ambiente terapeutico autentico e collaborativo. Al di là delle resistenze alla terapia, i/le dipendenti affettivi/e sembrano nutrire nel/la psicoterapia un’aspettativa inconscia di salvezza, quale poi realmente si rivela essere nella maggior parte dei casi.

Non bisogna immaginare necessariamente lunghi anni di sedute, a volte lo svincolo è molto rapido e può richiedere pochi incontri. Ricevo quasi ogni giorno ormai commenti sul blog e email di persone che raccontano di aver mosso passi decisivi solo dopo la lettura del libro, e questo mi convince che siano tantissime le situazioni che grazie a un’informazione incisiva e chiara possano evolvere positivamente, prima che si renda necessaria la psicoterapia.