Femminicidio, escalation di violenza

Quante volte, negli ultimi tempi, abbiamo sentito utilizzare la parola femminicidio, rimanendo colpiti dalle tristi vicende di cronaca. Questo termine esiste nella lingua italiana solo dal 2001. In precedenza si usava uxoricidio, ossia uccisione della moglie. Le statistiche sul femminicidio non vedono il nostro Paese ai primi posti. E’ la Finlandia la nazione europea in cui si registra il più alto tasso di criminalità verso le donne, sino a quattro o cinque volte superiore a quello italiano. In Italia la maggior parte di questi omicidi avviene tra le mura domestiche ad opera di partner violenti o di ex partner che rifiutano la fine della relazione.

Sono evidenti le responsabilità della legislazione da una parte e delle forme di educazione dall’altra – scolastiche e familiari – che dovrebbero essere maggiormente dirette al rispetto delle differenze tra generi, alla parità della relazione e al concetto che nel rapporto di coppia uno dei partner non è proprietà privata dell’altro, bensì una persona con diritto di vita e di scelta.

Le ricerche criminologiche dimostrano che su dieci femminicidi sette sono preceduti da altre forme di violenza nelle relazioni di intimità. L’uccisione della donna non è che l’ultimo atto di un continuum di violenza di carattere economico, psicologico o fisico. E’ certo che se un uomo è fisicamente violento una volta, lo sarà ancora. E’ importante che la violenza fisica di un marito o di un compagno o di chiunque altro non sia mai sottovalutata perché è sicuro che lo stesso tornerà presto a essere manesco, probabilmente con un’escalation di aggressività. Quando nel rapporto di coppia le discussioni assumono toni violenti, quando il partner distrugge oggetti, urla o manifesta eccessiva gelosia siamo di fronte ad una dinamica relazionale malata e molto pericolosa.

La più ovvia forma di prevenzione è la denuncia e/o la chiusura del rapporto. Se la donna non è dotata di una solida autostima tenderà ad attribuire a sé la responsabilità del comportamento violento interpretandolo erroneamente come un raptus momentaneo o, addirittura, un indice di interesse, di attaccamento e di amore.

Cosa spinge un uomo ad esercitare violenza su una donna? A volte l’aggressione si manifesta a causa di una rabbia più o meno intensa legata ad uno specifico evento, altre senza alcun motivo apparente. L’aggressione è tipica di chi ha difficoltà a controllare gli impulsi e spesso appartiene a soggetti ossessivi, il più delle volte psicopatici con tendenze al sadismo, che cercano di tenere tutto sotto controllo.

Ricordiamo cosa s’intende per psicopatia: questa è un disturbo deviante dello sviluppo, un processo verso la perdita del sentimento umano. Le persone che commettono atti antisociali non sono necessariamente psicopatiche, così come non è corretto pensare che tutti gli psicopatici siano dei folli assassini. Certamente gli psicopatici hanno gravi impulsi antisociali ai quali danno corso non curandosi delle conseguenze delle proprie azioni. L’esempio più evidente è quello dei serial killer. La maggior parte degli psicopatici, tuttavia, appare al mondo come un modello di normalità: sono molto abili a mascherare la loro realtà interiore e a costruirsi una vita all’apparenza felice e ben adattata. Non è detto che commettano delitti. La maggior parte conduce un’esistenza estranea ai circuiti penali ma totalmente priva di principi morali e affetto autentico per gli altri, egocentrica e incentrata su rapporti di manipolazione e sfruttamento.

E’ importante che le donne imparino a riconoscere sin da subito i segnali che nascondono una personalità violenta. La difficoltà a gestire la rabbia e a trattenere gli impulsi sono un campanello di allarme che non va sottovalutato. Al tempo stesso è fondamentale non illudersi di poter cambiare un partner violento. La violenza, unita ad aspetti affettivi degradati e all’assenza di principi morali, è qualcosa di talmente profondo e radicato nella personalità dell’individuo che solo un professionista del settore, attraverso un’adeguata psicoterapia, sarà in grado di contrastare e trasformare.

Dott. Viviana Conti psicologa/psicoterapeuta vivianacontic@gmail.com

Solitudine e dipendenza affettiva

 

Sono in tanti a considerare la solitudine un vuoto obbligatoriamente da riempire, anche rimanendo a tutti i costi in relazioni patologiche con persone nocive anziché imparare a stare bene con se stessi. Diventa in quel caso molto difficile vivere senza una persona accanto e si creano forti dipendenze.

Molte donne si sentono non amabili se non hanno a fianco un compagno. In realtà, nascondono paure inconsce e tanta sfiducia in se stesse. Oggigiorno essere single viene vissuto in senso negativo. Persone apparentemente autosufficienti ed efficaci nella vita lavorativa possono essere fragili ed insicure affettivamente ed accettare rapporti non soddisfacenti pur di non rimanere sole, trasformando la propria relazione da un’oasi felice ad una prigione. Ci si convince che tutto vada bene va anche se non c’é amore per il partner e non si é soddisfatte. L’alternativa della singletudine fa troppa paura, é difficile da gestire e pur di non affrontarla si preferisce trascinare una relazione grigia e poco appagante.

Nei fatti l’incapacità di stare sole equivale all’incapacità di prendersi cura di se stesse. La vita di coppia é un bisogno naturale ma al tempo stesso condizionato da fattori culturali. Sentirsi una donna realizzata prevede anche avere anche una relazione sentimentale, obiettivo obbligato da raggiungere che, se non realizzato, provoca ansia e senso di inadeguatezza. Questa impostazione culturale contribuisce ad alimentare il fenomeno della dipendenza affettiva, una forma patologica di amore caratterizzata da assenza di reciprocità, nella quale il soggetto dipendente vede nel legame con un’altra persona, spesso problematica o sfuggente, l’unico scopo della propria esistenza e la sola modalità di riempimento dei vuoti affettivi.

Non sempre la differenza tra amore e dipendenza affettiva é netta. Spesso i due fenomeni si confondono. La chiave di distinzione sta nel grado di autonomia dell’individuo e nella sua capacità di trovare un senso in se stesso. L’amore vero nasce dall’unione di due unità e non di due metà. Chi é affetto da dipendenza affettiva non riesce a vivere l’amore nella sua profondità. La paura dell’abbandono, della separazione e della solitudine generano profonde e continue tensioni. La presenza dell’altro é indispensabile alla sopravvivenza altrimenti si ha la sensazione di non esistere. A volte il partner del dipendente é un soggetto problematico, con problemi di droga, alcool o gioco d’azzardo che verranno utilizzati come “giustificazione” della propria dedizione. Altre volte è rifiutante, sfuggente, sposato o non interessato alla relazione. La dipendenza cresce con il desiderio di essere amati da chi non ricambia, aumenta con il rifiuto, si annullano i propri desideri e interessi e ci si dedica incondizionatamente all’altro che, non amando, finisce inevitabilmente per provocare nell’individuo dipendente risentimento e sofferenza.

La dipendenza affettiva affonda le sue radici nel rapporto con i genitori nell’infanzia. Bambini cresciuti con la convinzione di non essere degni dell’amore da parte delle figure di riferimento e della scarsa rilevanza dei propri bisogni- si tratta di famiglie in cui le necessità emotive vengono trascurate a favore di quelle materiali-, nella vita di coppia tenderanno a rivestire un ruolo simile cercando di cambiare il finale. La mancanza di quella che la Ainsworth definiva “base sicura” nella teoria dell’attaccamento genera il bisogno di controllo sull’altro, motivazione mascherata dalla tendenza all’aiuto. La rappresentazione di sé che il bambino costruisce sin dai primi mesi di vita dipende dalla percezione che di lui ha il caregiver, espressa in primo luogo da sguardo, cura e attenzione. Se l’interazione tra bambino e figura di riferimento, di solito la madre, nelle primissime fasi di vita presenta elementi di disturbo, il primo svilupperà un’immagine di sé negativa e non degna di attenzioni che riadotterà nelle relazioni della vita adulta. La psicoterapia è in grado di intervenire in questi meccanismi profondi e aiutare l’individuo a ricostruire una corretta immagine di sé.

Dott. Viviana Conti – Roma-  vivianacontic@gmail.com

Figli e ordine di nascita

Il mestiere più difficile del mondo, quello di genitore, diventa ancora più arduo se i figli da crescere sono esposti alla “contaminazione” di un padre psicopatico, narcisista o borderline. Insomma, se sono figli di un individuo fortemente disturbato. Recentemente una lettrice di Relazioni Pericolose ha espresso curiosità a proposito dell’importanza dell’ordine di nascita, fattore che, come sosteneva lo stesso Freud, condiziona enormemente lo sviluppo della personalità dell’individuo. Come ogni mese la psicoterapeuta del blog, dottoressa Viviana Conti, risponderà ai vostri interrogativi.

Premesso che non esiste una formula perfetta, quando una coppia di genitori mi chiede se é meglio avere un solo figlio o più di uno spiego loro che ciascuno dei due casi presenta alcune criticità. Il figlio unico soffre di solitudine mentre i fratelli  soffrono di gelosia. Sono molteplici gli aspetti che influenzano lo sviluppo del bambino: il suo temperamento, più o meno tranquillo, le condizioni di nascita e il decorso della gravidanza, il contesto familiare e quello esterno, il sesso e ovviamente l’ordine di nascita.

Spesso si  pensa che il figlio unico cresca viziato e incapace di relazionarsi in modo corretto con il mondo esterno. Non è vero. Al contrario, il figlio unico raccoglie le caratteristiche del primogenito e dell’ultimogenito. Sa di essere il gioiello dei suoi genitori da cui è molto coccolato, è responsabile e cerca di raggiungere la perfezione. Verso la metà degli anni ’70 la psicologa Toni Falbo, figlia unica e stanca dei pregiudizi verso la sua categoria di appartenenza, ha constatato che il figlio unico possiede i tratti tipici del primogenito, come un’elevata intelligenza e la motivazione al successo ed alcune caratteristiche positive dell’ultimogenito, come l’indipendenza e la lealtà. La Falbo ha dimostrato che i figli unici sono più cooperativi perché cresciuti senza gelosie, più indipendenti dal gruppo, responsabili e con una buona intelligenza. Fa riflettere, comunque, come la maggior parte dei figli unici, da adulti, desideri almeno due figli in quanto consapevole delle criticità di quello status. I figli unici infatti tendono a idealizzare il rapporto fraterno, di cui non hanno esperienza, ignorando che, in realtà, molti fratelli non hanno confidenza, spesso conducono esistenze separate, manifestano contrasti dovuti alle differenze caratteriali, alle gelosie e alle rivalità del rapporto.

Molte persone si stupiscono quando scoprono che il loro modo di pensare e di agire è legato al fatto di essere primogeniti, ultimogeniti o figli unici e quanto questi vissuti siano condivisi da altre persone con lo stesso ordine di genitura. Sulloway sostiene che in tutte le società il primogenito é di solito il preferito dei genitori ed é destinato a rappresentare la famiglia. I primogeniti godono di attenzione esclusiva fino a che non vengono spodestati da una nuova nascita, il che fa scaturire in loro la spinta a lavorare sodo per riagguantare il ruolo di privilegiati. Si impegnano molto per essere bravi, quasi perfetti, fino a sacrificare talvolta la propria indole. Può capitare che quando i genitori sono dotati di poco carattere il primogenito sviluppi tratti tirannici nei loro confronti o verso i fratelli più piccoli. Per Toman, il fratello maggiore ama guidare, assumersi responsabilità di altre persone, si preoccupa del futuro e pensa di essere un leader insostituibile. Diventa un uomo affidabile che ama l’ordine e la disciplina. Sarà un padre premuroso ma considerato troppo severo. Se figlio di un individuo disturbato spesso il primogenito, specie se maschio, subisce le pressioni paterne affinché diventi un Superman, un figlio perfetto che gratifichi l’orgoglio narcisistico del padre. Questi individui infatti si vantano di aver creato un essere a loro immagine e somiglianza e tendono a tenere tutto per loro il merito dei successi della prole.

L’ultimo dei fratelli è sempre il piccolo della famiglia, coccolato da tutti, e rimarrà tale anche a 90 anni. I suoi desideri saranno soddisfatti più velocemente rispetto agli altri fratelli e diventerà più facilmente ottimista ed edonista. Può dunque crescere creativo, molto bravo, quasi geniale nel cercare di emulare il fratello più grande, vivace, brillante, coraggioso e amante delle sfide verso avversari più forti.

I figli di mezzo sono quelli meno facilmente etichettabili, potendo sviluppare caratteristiche tipiche dei primogeniti o degli ultimogeniti. Non hanno mai avuto i genitori tutti per sé ma non sono costretti a subire la pressione delle aspettative concentrate su di loro. Da grandi possono sviluppare un’accesa sensibilità al fatto di essere trascurati o messi da parte e possono diventare degli ottimi negoziatori. Ovviamente gli anni che separano la nascita dei figli incide molto, come è rilevante essere il secondo di tre maschi o di due femmine e un maschio. I figli intermedi allacciano facilmente amicizie a scuola o nel quartiere e hanno una forte predisposizione alla socialità e ad entrare in contatto con gli altri.

Nel caso dei gemelli, se sono gli unici figli in famiglia si comporteranno come primogenito ed ultimogenito. I gemelli di solito hanno uno sviluppo più lento rispetto ad altri bambini, non hanno bisogno di imparare a parlare rapidamente perché tra di loro si capiscono lo stesso, si sentono speciali nel mondo e non hanno bisogno di ulteriori amicizie. Di solito uno dei due gemelli é più avanti e trascina il fratello.

In generale, i figli di un padre disturbato tendono a imitare la figura paterna per dimostrare che l’educazione ricevuta da un genitore così affascinante, perfetto e brillante ha standard elevati. “Non farmi fare brutta figura” é la raccomandazione che ascoltano ogni giorno. Genitori narcisisti perversi seminano zizzania e mettono un figlio contro l’altro. Rendono la prole diffidente e sospettosa. Figli “imperfetti” in quanto nati con qualche disabilità, anche piccola, saranno ignorati sin dalla nascita dal genitore narcisista e caricati sulle spalle dell’altro coniuge.

Ovviamente si tratta di linee guida generali che non contemplano accadimenti come la perdita di un fratello o di un genitore, un handicap che colpisce un fratello o una sorella, la separazione o il divorzio dei genitori, le seconde nozze di questi ultimi e via dicendo.

Dott. Viviana Conti – Roma- vivianacontic @gmail.com

Intoppi nella crescita

 

Alla curiosità di come, quando e a causa di che cosa si forma un personalità narcisistica o borderline risponderò attraverso il lavoro di Margaret Malher, una delle più grandi esperte di psicanalisi del secolo scorso nonché studiosa della psicologia dell’Io. Secondo la Malher la personalità si forma entro il terzo anno di vita del bambino ed eventuali errori da parte della madre in questo delicato periodo potrebbero far sì che nel corso delle cinque fasi di sviluppo qui descritte si verifichi un corto circuito con conseguente “rifugio” del bambino nella fase precedente.

Nei primi due mesi di vita, la cosiddetta fase autistica, il piccolo passa la maggior parte del tempo a dormire e risponde pochissimo agli stimoli esterni. Esiste, in altre parole, una prevalenza dei processi biologici rispetto a quelli psicologici. Il suo pianto é di vera disperazione in quanto al completo benessere avvertito nella pancia della mamma si contrappongono sensazioni come freddo, caldo, fame e mal di pancia. La madre cercherà di consolarlo, tra tentativi ed errori, e di riconoscere i suoi bisogni.

Nel terzo e quarto mese, quelli della fase simbiotica, il bambino é consapevole di essere venuto al mondo ma si sente tutt’uno con la madre che ormai ha imparato a distinguere il suo pianto a seconda del bisogno: fame, sonno, freddo, ecc. Carenze ed errori della mamma in queste due fasi potrebbero portare alla formazione di personalità fortemente disturbate come schizofrenici o individui simbiotici che hanno difficoltà a staccarsi dalla famiglia o dal partner, ad esempio quelli che nelle cronache quotidiane uccidono la moglie perché non accettano la separazione o soggetti che durante la terapia confessano di sognare un partner che li capisca senza parlare e che indovini ogni loro desiderio e bisogno.

Nella fase della differenziazione, che va dal quinto al settimo mese, il bambino ha coscienza di essere separato dalla madre. Infatti ama toccarla, tirarle i capelli, il naso e le orecchie. É il momento in cui se qualcuno gli si avvicina, anche per sorridergli, il piccolo scoppia a piangere perché non riconosce la figura materna. Studi dello psicoanalista austriaco Spitz provarono che bambini abbandonati in orfanotrofio a sette mesi avevano maggiori probabilità di lasciarsi morire dondolandosi, non mangiando e chiudendosi in se stessi rispetto a quelli che venivano abbandonati anche solo due mesi dopo. Madri poco attente in questa fase potrebbero provocare negli adulti carenze di contatto e disturbi schizoidi. Sarebbe quindi opportuno che le mamme tornassero al lavoro un po’ più avanti.

Intorno all’ottavo/nono mese, nella fase della sperimentazione, il bambino inizia a gattonare cercando di esplorare il mondo ed é entusiasta di questa autonomia. Tuttavia non si allontana mai molto dalla madre e si intristisce se la perde di vista. Errori materni in questa fase potrebbero generare adulti paurosi del mondo sia nel caso il desiderio del piccolo di scoprire l’ambiente intorno a sé venga ostacolato sia in quello in cui sia ignorato provocando in lui la sensazione di essere abbandonato.

Nella fase dell’allontanamento, tra i dodici e i diciotto mesi, il bambino impara a camminare, tocca e prende gli oggetti che trova intorno a sé e cerca di allontanarsi, spinto dalla curiosità. In questo momento è raccomandabile che la madre gli permetta di sperimentare pur controllandolo da lontano affinché il piccolo acquisisca fiducia nelle proprie capacità. Una mamma troppo ansiosa potrebbe crescere dei figli insicuri e una poco attenta potrebbe generare adulti senza senso del pericolo.

In quella del riavvicinamento, tra i diciotto e i 24 mesi, il bambino, che ormai cammina con sicurezza e ha esplorato il mondo circostante, decide di riavvicinarsi e tornare tra le braccia della madre. È in questa fase che sono riscontrabili i più comuni errori materni: il piccolo, che andava da solo nella sua camera a prendere i giochi, ora preferisce essere accompagnato per mano dalla mamma e ricomincia a fare i capricci. Se non assecondato, il bambino potrebbe sviluppare sfiducia nelle proprie capacità di legarsi e il timore di allontanarsi e non ritrovare più il suo oggetto d’amore. Sono questi i passaggi cruciali nella formazione delle personalità narcisistiche e borderline che, come è noto, temono i legami, sono diffidenti e non si lasciano andare per la paura dell’abbandono. Nei ripetuti avvicinamenti e allontanamenti non si sentono amati se non vengono inseguiti e tendono a non chiudere mai la porta proprio per il timore di non essere riaccettati.

L’ultima fase della formazione psicologica del bambino va dai ventiquattro ai trentasei mesi ed è quella dell’allontanamento/riavvicinamento: se le fasi precedenti sono state percorse correttamente, il bambino si allontanerà e tornerà dalla madre tranquillo di essere riaccolto e sicuro di essere amato anche se é lontano. Per scongiurare i rischi di disturbi di personalità che coinvolgono l’aspetto relazionale dell’adulto una madre dovrebbe prima di tutto creare nel bambino la certezza di essere amato anche se lontano. E’ questo un punto chiave dello sviluppo infantile cui spesso madri impegnate, o semplicemente distratte, non fanno caso compromettendo inevitabilmente la personalità dei propri figli.

Colgo l’occasione per raccomandare alle mamme cautela e attenzione nella crescita dei loro piccoli e formulare a tutti i lettori di Relazioni Pericolose gli auguri di Buona Pasqua. Al prossimo mese!

Dott.ssa Viviana Conti, Roma vivianacontic@gmail.com

Tutto su sua madre

 

Ruolo e tipologia della figura materna sono fattori determinanti nello sviluppo della personalità di qualsiasi individuo. Il recente articolo Natura contro cultura ha ravvisato le cause scatenanti i disturbi di personalità in fattori genetici e di crescita. Lasciando ad altri il compito di pronunciarsi sul peso dei primi rispetto ai secondi, vorrei soffermarmi sui diversi tipi di madre che possono provocare disfunzioni comportamentali e soprattutto relazionali nei figli, richiamando in primo luogo il concetto di madre sufficientemente buona delineato dallo psicanalista inglese Donald Winnicot, quello a cui tutte le mamme dovrebbero ambire, il punto di equilibrio tra diverse modalità di interazione familiare. La madre di Winnicot è colei che sa rispondere istintivamente alle richieste del figlio. Una figura materna non perfetta ma capace di fare il proprio meglio in ogni circostanza e in grado di mettersi in discussione. Purtroppo disfunzioni educative sono presenti nella maggior parte delle famiglie, non c’è cosa più ardua che dare ai propri figli una formazione equilibrata e metterli nelle migliori condizioni di affrontare le difficoltà del futuro. Descriverò brevemente le principali categorie di madre precisando che si tratta di una suddivisione non rigida dal momento che spesso la figura materna riflette caratteristiche di più gruppi tra quelli descritti.

La madre totale è quella che si sente realizzata con la maternità e che rinuncia a tutto per i propri figli, amicizie, passioni, lavoro, persino al marito, relegato a un ruolo marginale nella famiglia, in cambio della loro dipendenza psicologica. I figli della madre totale potrebbero incontrare difficoltà a separarsi e dare vita con lei a un complicato rapporto di amore/odio. Le femmine cercheranno di emularla oppure si allontaneranno in modo polemico e rancoroso. I maschi soffriranno la scarsa presenza della figura paterna e la trasformeranno nell’incertezza della propria identitá sessuale, avranno difficoltà nei rapporti con le donne e nell’organizzare la loro vita sviluppando probabilmente forme di dipendenza.

La madre nera rimugina sui suoi fallimenti, pensa esclusivamente in negativo e inconsciamente vorrebbe che i propri figli avessero la stessa condanna. É la madre che tinge di nero qualsiasi iniziativa e gioia, che critica e giudica negativamente anche i successi. I figli potrebbero crescere sentendosi inadeguati ed insicuri e portando sempre con sé la sensazione di non essere stati mai amati. Interpretanno l’avversità della madre come un non amore e si sentiranno buoni a nulla e falliti. Potrebbe verificarsi il fenomeno della “profezia che si autoavvera”: qualora la madre creasse le premesse di una vita catastrofica, il figlio potrebbe davvero crederci e costruirsi un avvenire pieno di avversità e tristezza. E’ però possibile una reazione: è il caso dei figli che se ne vanno di casa per costruirsi una vita migliore pur conservando un velo di tristezza e di malinconia.

La madre vittima ama lamentarsi e spera che qualcuno la salvi dal suo triste destino. Sottopone i figli alla violenza psicologica delle sue lamentele, pretendendo di essere compresa, protetta e compatita. Da bambini chiede loro di non crearle problemi e da adulti di proteggerla e aiutarla. I primi cercheranno di comportarsi da adulti per sostenerla impostando un rapporto anomalo in cui il ruolo genitoriale spetta al figlio. Insicurezza, ansia e senso di colpa saranno preponderanti da adulti quando potrebbero soffrire di dipendenza da alcool e droghe.

La madre narcisista vede i propri figli come l’orgoglio di cui vantarsi, ha grandi ambizioni per loro e li esibisce al mondo come i propri gioielli. Succede spesso che essi raggiungano il successo ma in ambiti che non corrispondono ai loro desideri e questo potrebbe  renderli profondamente frustrati. I figli di madri narcisiste diventano con ogni probabilità narcisisti: fin da bambini sentono di non essere amati per quello che sono realmente e imparano che l’amore non è un sentimento libero ma condizionato. Ecco perché i narcisisti hanno bisogno di continue conferme e di rispondere positivamente alle aspettative e ai giudizi degli altri.

La madre isterica si altera per un nonnulla, ha sbalzi d’umore ed evidenti atteggiamenti seduttivi. Aggredisce i figli in modo passivo, con il silenzio, o con rimproveri esagerati per stupidaggini. La loro crescita sarà improntata al terrore di essere puniti per qualsiasi cosa, alla paura e all’incertezza. Impareranno a non fidarsi degli altri e proveranno senso di colpa per il fatto di poter generare reazioni esagerate.

La madre istrionica ama mostrarsi e attirare l’attenzione altrui. Seduce e vuole sembrare più giovane mettendo in imbarazzo i figli con i sui modi stravaganti e maliziosi. Questi si vergogneranno probabilmente di lei e cercheranno di non farsi vedere in pubblico in sua compagnia.

La madre depressa, che conduce una vita priva di significato spesso a causa dell’abbandono dei propri sogni per conformarsi alle esigenze della famiglia, rende malinconici anche i propri figli che si sentono abbandonati da una figura materna priva di energia. Può accadere che anche loro vivano una vita senza interessi, senza passioni, senza gioia, che diventino precocemente adulti per aiutarla o che rimangano infantili e dipendenti da lei.

La madre ansiosa è quella che corre dal pediatra per disturbi insignificanti, che non si fa guidare dal proprio istinto materno e che ha bisogno di sicurezze in un mondo in cui tutto è insicuro e mutevole. I suoi figli potranno diventare tristi e sfiduciati nelle proprie capacità tanto da raggiungere l’apatia.

La madre assente non vuole assumersi il compito di crescere i propri figli. Delegando tutto a figure sostitutive non partecipa alla loro vita, non sta mai con loro e scappa dall’incombenza della figura materna vivendo tuttavia un grande senso di colpa. Spesso chi accudisce al suo posto può diventare molto importante e riparare i danni fatti, altrimenti nei figli  potrebbe generarsi una profonda insicurezza.

E’ bene preservarsi da ansiogeni sensi di colpa. L’importante è essere consapevoli di poter cambiare. Ogni madre dovrebbe avere gli strumenti per individuare errori nel proprio stile comportamentale e correggerli. I problemi vissuti nel rapporto con la figura materna potrebbero sfociare nella dipendenza dai suoi giudizi ed insegnamenti. Insicurezza, senso di colpa, dipendenza da droghe/alcool e disordini alimentari possono essere conseguenza di rapporti disfunzionali con la propria madre. A volte, l’unico modo per spezzare il legame materno si rivela andar via di casa, costruirsi una propria vita e migliorare la propria autostima.

Viviana Conti, psicoterapeuta/vivianacontic@gmail.com

Narcisista o semplicemente bugiardo?

 

Per esperienza più che trentennale nel campo della psicoterapia posso affermare con certezza che la consapevolezza, da parte dei pazienti, che il proprio carnefice sia affetto da patologia mentale è di grande aiuto per la loro guarigione e contribuisce a estirpare una delle prime radici della sofferenza: il senso di colpa.

Vorrei rispondere a una mail che è arrivata alla casella di posta relazionipericololoseblog@gmail.com, a cui vi ricordo di scrivere entro il 20 di ciascun mese per permettermi di rispondere in un articolo che troverà spazio sul blog il primo giovedì del mese successivo, in cui si chiede qual è la linea di confine tra bugiardi, disonesti e semplicemente non innamorati e, invece, individui con un serio disturbo di personalità come narcisismo perverso, borderline e psicopatia.

Il semplice bugiardo mente per evitare il rimprovero, si vergogna di ciò che ha fatto e cerca di scamparla, proprio come il bambino che ha preso un brutto voto a scuola o ha rotto un oggetto in casa. L’obiettivo é sperare di evitare la punizione e far passare quel brutto momento. Mentre il bugiardo si rende conto di aver sbagliato e si sente in colpa, il narcisista/borderline/psicopatico non conosce il senso di responsabilità. Mente per manipolare, sottomettere e perseguitare la propria vittima. Mette in atto una vera e propria azione persecutoria che porta al predominio su chi la subisce. Lo scopo è far sentire in colpa l’altro. Inutile sprecare parole per spiegargli  la sofferenza che infligge: vi farà pesare la “seccatura” di dover ascoltare che spesso sfocia in attacchi di rabbia con minacce fisiche e/o verbali ed insulti. Queste persone ripetono sempre lo stesso copione, non hanno la minima intenzione di cambiare perché si sentono nel giusto e la colpa é degli altri. L’unico modo per vincere, con loro, è andarsene ed abbandonarli. Per la vittima è la sola salvezza e per il carnefice il giusto castigo.

Terminato il lavoro con una preda, di certo il soggetto disturbato ricomincia con un’altra: l’approccerà con le tecniche seducenti di sempre e, una volta conquistata, inizierà l’opera di sottomissione per la definitiva distruzione.  Spesso il carnefice si allontana ma non chiude mai la porta per poi potersi ripresentare e riprendere la sua azione diabolica. Questo meccanismo perverso, di ripetizione della recita del copione con la stessa vittima ad intervalli di tempo, è molto frequente: mi è capitato di avere in cura più persone che hanno lamentato la tendenza al ritorno e alla ricattura da parte dei compagni disturbati. Se la vittima decide di indossare la veste di crocerossina, convinta che il suo amore incondizionato farà cambiare il partner (niente di più sbagliato), il tira e molla può durare anni ed anni e non portare a null’altro che a una totale perdita di autostima e di rispetto di sé. E’ preferibile  chiudere la storia e tagliare tutti i ponti: è questa l’unica possibilità di rinascere.

Viviana Conti vivianacontic@gmail.com

Rapida guarigione

 

Nel dare a tutti voi il bentrovato e nel farvi i nostri migliori auguri per un 2016 pieno di serenità, apriamo il nuovo anno inaugurando la rubrica della nostra psicoterapeuta di fiducia, dott.ssa Viviana Conti, che il primo giovedì di ciascun mese risponderà alle domande pervenute al blog Relazioni Pericolose. I primi quesiti che le abbiamo rivolto riguardano le perplessità più rilevanti manifestate dalla generalità  delle vittime delle relazioni patologiche. Qualora abbiate domande da formulare alla dott.ssa Conti potete farlo inviando una mail a relazionipericoloseblog@gmail.com entro il 20 di ciascun mese.

Dottoressa Conti, si fa spesso confusione tra i vari disturbi di personalità: si tende cioè a parlare di narcisisti patologici, sociopatici e psicopatici senza operare profonde distinzioni dal momento che le caratteristiche di queste patologie sono molto simili.

E’ vero, a volte si fa confusione tra questi tre tipi di personalità, che hanno alcune caratteristiche simili. Secondo il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il c.d. DSM, il narcisista presenta un senso grandioso di importanza o di unicità, ha fantasie di successo illimitato, di potere, prestigio, bellezza ed amore ideale. E’ esibizionista e freddo dal punto di vista emotivo ma capace di covare rabbia, di provare inferiorità, vergogna, umiliazione o vuoto in risposta alla critica, all’indifferenza degli altri o alla sconfitta. La mentalità tipica di questi individui è quella del “tutto é dovuto”. Sono spesso frequenti lo sfruttamento del prossimo e la mancanza di empatia e le relazioni interpersonali sono marchiate da esagerata idealizzazione e svalutazione. Lo psicopatico, che è assimilabile a quello che il DSM  definisce  “antisociale”, prima dei 15 anni di età manifesta comportamenti particolari: problemi scolastici, fughe da casa, menzogne frequenti, furti e vandalismi e violazioni croniche. In età adulta dimostra difficoltà a mantenere un lavoro costante, a funzionare come genitore responsabile, a mantenere un attaccamento duraturo ad un partner, ad onorare gli impegni finanziari ed a pianificare il futuro.

Anche se in Italia si parla di psicopatia quasi esclusivamente con riferimento ai serial killer, lo “psicopatico della porta accanto”, quello che sembra essere il compagno e il marito ideale, esiste realmente?

Purtroppo sì, gli psicopatici possono vivere una vita apparentemente normale, che maschera la loro vera identità.

Perché lo psicopatico cerca la terapia?

Lo psicopatico raramente cerca la psicoterapia e lo fa quando prova un disagio spesso dovuto ad un fallimento nei suoi progetti di manipolazione e/o ad un abbandono affettivo da parte di chi l’ha scoperto ed ha chiuso la relazione.

Si dice che la terapia non è facile in quanto questi soggetti tentano di manipolare anche il proprio analista. Si ripetono in pratica le stesse dinamiche relazionali anche nel rapporto psicoterapeuta/paziente?

Assolutamente sì, questi personaggi tentano sempre di manipolare il terapeuta con forme seduttive e bugie. Inoltre é tipico che interrompano spesso gli incontri per poi ripresentarsi dopo un po’ di tempo, in quanto hanno paura dell’attaccamento che desiderano ma, al tempo stesso, vivono come pericoloso.

La persona a cui viene diagnosticato un disturbo della personalità si rende conto che il fallimento delle sue relazioni dipende in primo luogo da una propria disfunzione?

Non c’é consapevolezza delle proprie responsabilità, le colpe sono sempre degli altri. In questi tipi di personalità, inoltre, é tipico ritrovare il vanto e la soddisfazione di essere riusciti a “fregare” l’altro. Purtroppo è assente il senso di vergogna. Esiste invece la rabbia se si viene scoperti.

Esiste una tipologia ricorrente di vittima?

La vittima ha di solito una personalità fragile, dipendente, bisognosa di simbiosi. Si annulla e si sottomette in tutto e per tutto al proprio partner che percepisce come essere perfetto. Vive una confusione totale. Ricordo, comunque, che gli individui psicopatici amano le sfide e prediligono piegare le resistenze: non di rado le vittime sono personalità  forti, autonome e indipendenti che, indebolite dalla manipolazione, si ritrovano ad accettare situazioni e compromessi estranei alla propria natura.

Quali sono i tempi di guarigione dal trauma da narcisismo?

I tempi di guarigione dipendono dalla capacità di razionalizzazione  e dal tipo di danno subito (fisico e/o mentale). Una volta aiutata a vedere il meccanismo diabolico nel quale era incappata, la vittima trova la forza di liberarsi in tempi relativamente rapidi.

vivianacontic@gmail.com