Saccà: “La vita scorre. Vai oltre”

 

Il numero di persone intrappolate in relazioni tossiche e pericolose si fa sempre più alto. Ogni giorno le pagine di questo blog sono visitate da centinaia e centinaia di vittime in cerca di una risposta al proprio dramma, di un balsamo da massaggiare sulle ferite e, soprattutto, di un sollievo contro i sensi di colpa e i loro devastanti effetti sull’equilibrio psicofisico dell’essere umano. Molti di voi saranno arrivati a leggere queste righe grazie a una frenetica digitazione di parole chiave sui motori di ricerca. Aggettivi, sostantivi e verbi battuti alla cieca sulla stringa di Google in frasi che riassumono l’incubo che si sta vivendo. Si aprono pagine di blog e forum di recupero con testimonianze, descrizioni, pareri di psicologi, articoli di giornali. E, come un puzzle che riesce miracolosamente a ricomporsi, finalmente l’illuminazione. Ciò che viene fuori è una fotografia, nitidissima, del proprio carnefice. E’ proprio luiE’ tale e quale a lei.

La ripresa e la guarigione partono da qui. Ecco perché sono una convinta sostenitrice della potenza dell’informazione. Knowledge is power sostengono gli americani, che tanto hanno da insegnare sulle strategie di uscita dal labirinto di una relazione pericolosa. Anche in Italia ci sono psicologi che trattano l’argomento con preziose pubblicazioni. A volte si tratta di ex vittime di rapporti tossici, come Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta romana, autrice del libro La vita scorre. Vai oltre. Come uscire da una relazione tossica e rinascere emotivamente, 2016, Youcanprint. Lo presenta a Relazioni Pericolose.

Questo testo nasce dal desiderio di aiutare le persone a comprendere se si trovano in un legame malato e a capire come anche loro contribuiscono a mantenerlo in piedi. Il libro offre inoltre utili suggerimenti per mettere il punto a una relazione distruttiva al fine di riprendere in mano la propria vita e rinascere emotivamente. Troppo spesso, quando si parla di dinamiche di dipendenza e manipolazione relazionale, ci si focalizza unicamente sulle caratteristiche del cosiddetto ‘predatore affettivo’. Per quanto sia fondamentale riconoscere i tratti distintivi di un/a personalità disturbata e manipolatrice (ci sono in commercio numerosi e utili libri in merito) è altrettanto prezioso far luce sui processi mentali ed emotivi tipici di chi rimane invischiato dentro dinamiche manipolative, rendendosi corresponsabile di una relazione patologica. Ecco dunque che la finalità primaria di questo testo è di fornire al lettore un’idea dei meccanismi mentali ed emotivi che lo tengono imprigionato in una relazione tossica al fine di riconoscerli, correggerli e imparare a interrompere il legame quando è inevitabile.

Ricordiamoci che cercare unicamente fuori le cause della propria sofferenza distrae la persona da ciò che può fare per gestire quel dolore.

Limitarsi unicamente ad individuare “un” o “il” colpevole non ripara i danni emotivi e affettivi, anzi, può indurre l’individuo in uno stato di lamentazione cronica e di vittimizzazione che prolunga il malessere.

Il titolo del libro contiene un messaggio che invita alla rinascita.

Il titolo del testo nasce da una mia esperienza personale. In un momento di sofferenza dovuta proprio a una relazione tossica mi arrivò un giorno un messaggio che conteneva queste parole ‘La vita scorre. Vai oltre’. In quel momento, pur apprezzando la suggestione di questa frase, non riuscivo a sentirla nel profondo. A livello emotivo non ero ancora pronta. Poi la mia rinascita ha fatto sì che comprendessi a livello più profondo il significato ‘potente’ di quelle parole. Per questo ho deciso di intitolare così il mio libro, per far arrivare alle persone un messaggio forte, quello che la vita scorre e noi dobbiamo utilizzare al meglio il nostro tempo imparando a darci la possibilità di andare oltre e di rinascere ogni volta che è necessario. Per toglierci gli abiti sporchi di cose e persone che non ci appartengono più. Per fluire con la vita che ci può premiare solo quando ci trova puliti dentro.

Dobbiamo imparare a reagire, a rendere la nostra mente flessibile e a lasciare andare. Il libro offre preziosi suggerimenti al riguardo.

Si tratta di una lettura utile a tutte le persone ‘intrappolate’ in una relazione tossica -sia essa sentimentale, familiare o amicale- e che non riescono più ad uscirne. Possiamo considerarlo come una ‘guida’ che permette di riconoscere le principali trappole in cui cade la persona che si annulla nella relazione tossica e non riesce a distaccarsi. In altre parole, di approfondire i vissuti emotivi tipici che si attivano nelle dinamiche di dipendenza e manipolazione affettiva e che possono interferire, se non adeguatamente elaborati, con il processo di chiusura di una relazione malata.

Ampio spazio viene dato anche all’aspetto della ricostruzione personale e vengono evidenziate le tappe fondamentali necessarie per riprendere in mano la propria vita e rinascere emotivamente dopo un distacco. Vengono inoltre fornite linee guida per riconoscere i segnali d’allarme tipici di una relazione malata al fine di tutelarsi ed acquisire nuovi e più funzionali codici ‘affettivi’ che permettano di strutturare relazioni sane.

In cosa consistono i “Pensieri Guida” che accompagnano ciascun capitolo?

Ho selezionato alcuni contributi tra quelli che da circa un anno pubblico quotidianamente sulla mia pagina Facebook ‘Le più belle frasi della Dott.ssa Francesca Saccà ’ con l’obiettivo di valorizzare questo scritto con ‘Pensieri- Guida’ che siano per il lettore come un navigatore utile al fine di promuovere maggiore consapevolezza circa i suoi disagi, far luce sugli errori che non gli permettono di uscire da una relaziona malata e iniziare a orientarsi. I miei pensieri-guida hanno lo scopo di spronare a gettare le basi per una rinascita emotiva, riprendere il cammino e andare oltre il dolore del distacco.

Dentro i miei pensieri c’è sicuramente ‘Francesca’ con il suo viaggio di scoperta, i suoi dolori, le sue gioie ma c’è anche la ‘Dottoressa’, con le storie che ogni giorno bussano alla porta del mio studio, lasciano il segno e offrono ispirazione.

Quotidianamente ricevo messaggi da parte di persone che mi ringraziano perché si identificano con ciò che scrivo e utilizzano i miei contributi per migliorarsi e crescere. Ed è proprio questo il senso della mia attività su Facebook, fornire spunti quotidiani di riflessione che aiutino ad acquisire maggiore consapevolezza circa i propri disagi relazionali ed attivarsi al fine di migliorare la propria condizione.

Ho deciso di inserire i miei Pensieri-Guida nel libro poiché ritengo che comprendere il potere che i nostri pensieri hanno sulle nostre scelte di vita è di estrema importanza. Pensieri sbagliati comportano percorsi sbagliati. Pensieri sani rendono la mente più aperta al cambiamento, alla crescita, al miglioramento.

Quale messaggio vuole far arrivare ai lettori?

Che la vita che abbiamo è una e la dobbiamo vivere a pieno. Purtroppo il male esiste ed esistono persone dannose al nostro benessere. Possiamo innamorarci di loro perché sanno abilmente mascherarci e manipolarci. Ma possiamo riconoscerli e salvaguardarci lavorando su noi stessi riparando la nostra autostima danneggiata e riscoprendo i nostri valori e bisogni più profondi. Se da soli non ce la facciamo possiamo chiedere un aiuto specializzato che di certo permetterà di velocizzare i tempi di ‘rinascita’. Ma il messaggio sostanziale è che dobbiamo imparare a lasciare andare tutto ciò che ci inquina, avere il coraggio di attraversare il dolore e la forza di ricostruire. Si può fare.

Intervista  e commento di Astra

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/la-vita-scorre-vai-oltre.html.

francesca.sacca@gmail.com

Parola di psichiatra: “Gli psicopatici creano danni a non finire”

 

Qualche tempo fa, in cerca di contenuti da condividere con i lettori di Relazioni Pericolose, mi sono imbattuta in un interessante video su Youtube. Si trattava di una lezione tenuta sulla psicopatia presso l’Istituto AT Beck di Roma https://www.youtube.com/watch?v=gNXHauh9cUc dal medico specialista in psichiatria, nonché psicoterapeuta, antropologo ed esperto di fenomeni connessi alla complessità delle società post moderne, Paolo Cianconi. Dal momento che è inusuale sentir parlare di psicopatia in italiano e soprattutto in modo così esaustivo e preciso, ho approfondito la questione contattandolo e ponendogli qualche domanda in chiave relazionale.

Dottor Cianconi, per femminicidio intendiamo l’omicidio compiuto da un uomo che si rifiuta di accettare che sua moglie o la sua compagna non lo voglia più. Con tutto il rispetto per le vittime di questi feroci crimini e per le loro famiglie, va sottolineato che i media non parlano delle forme di “femminicidio indiretto”, quelle perpetrate ad opera di psicopatici invisibili, difficilmente riconoscibili, ma non per questo meno pericolosi, che invece di dar fuoco alla vittima la annientano psicologicamente, poco a poco, provocando in lei serie somatizzazioni, lo sviluppo di patologie importanti, talvolta mortali, o istigandola al suicidio. Non è femminicidio anche questo?

La violenza unita al dispotismo sono sempre una cattiva miscela. Si tratta di fenomeni molto antichi che sembrano ravvivarsi e resistere anche alla costituzione delle democrazie. Tuttavia, parlando in generale, lo Stato di diritto ha sviluppato e reso fruibili per i cittadini strumenti per difendersi. Le singole situazioni nello specifico sono, invece, più difficili da gestire come quando quella donna, in quella casa con quelle determinate condizioni potrebbe non avere molte possibilità, anche se fa parte di una collettività nominalmente protetta. In questo caso le cose possono prendere la piega di disagi psichici di multiforme fattezza. La mia esperienza ha anche incontrato tanti casi di accordi simbiotici perversi, in cui sono incastrate entrambe le parti (dipendenze, paure, incapacità, scarse possibilità esplorative, convenienze reciproche). In questi casi il lavoro sulle coppie prevede una buona esamina delle dinamiche, della volontà di cambiare tali stati di prepotenza e di intrappolamento e delle reali possibilità.

Quando si parla di “psicopatia” la mente va al serial killer, al crimine efferato, eppure esiste anche “la psicopatia non deviante”, quella che resta fuori dal carcere. Ci sono differenze sostanziali tra il cervello di uno psicopatico deviato e uno non deviato in termini di pericolosità dell’individuo in questione?

La psicopatia è molto usata dal modo del cinema e della televisione; compare continuamente nel discorso popolare più ampliamente inteso e nelle preferenze di una certa letteratura di nicchia “noir”. Benché certi prodotti cinematografici debbano rispondere ad esigenze del mercato, è indubbio che una base qualitativa del fenomeno sia, poi, anche reale, o abbia rappresentato la realtà di certi eventi che sono effettivamente accaduti. Quindi io cercherei di essere più circoscritto, poiché tra la fiction e la ricerca scientifica e forense esistono parametri ben diversi. Noi non sappiamo cosa sia ad oggi un qualcosa chiamato “psicopatia”. Non lo sappiamo perché, anche storicamente, il percorso della definizione stessa di psicopatia è assai disorganico. E il presente non lo è da meno: gli studi non sono sufficienti e non c’è accordo scientifico interdisciplinare a tal riguardo. Comunque esistono delle caratteristiche, dei tratti di personalità, dei comportamenti, come anche dei tempi di azione, attivazione e reazione (dinamica) della psicopatia. Esistono attori e vittime. Alcuni studi, tutti da verificare considerato come è la situazione attuale, sostengono che la psicopatia possa anche non manifestarsi con comportamenti di simmetria, antagonismo e violenza; e quindi, se venissero confermati tali studi, sì, ci sono psicopatici non “deviati”, sempre che deviati possa essere il termine giusto. Io userei a seconda dei casi i termini funzionali, integrati, non-attivati. I classici della letteratura sulla psicopatia sostengono che molti psicopatici sono fuori del carcere, anche perché non hanno violato le leggi dello Stato.

Per gli psicoterapeuti è difficile fare una diagnosi certa in quanto la psicopatia è descritta in dettaglio solo nei manuali di psichiatria forense. Nel DSM, quello usato per le diagnosi comuni, non esiste una definizione di psicopatia e la si fa rientrare nel disturbo antisociale di personalità. Ci spiega le differenze?

Come dicevo, cosa sia la psicopatia non ci è dato di sapere. La psicopatia è un fenomeno complesso sul quale esistono già diverse varie ipotesi. La diagnosi è presente nei manuali di psichiatria forense, ma come ci ricorda giustamente Lei, tranne poche eccezioni, non c’è nei testi clinici diagnostici più usati. Sul perché di questa omissione si potrebbe disquisire. Fatto è che, benché non ci sia una diagnosi, la psicopatia è continuamente nominata. Accadendo certi fatti di violenza poco altrimenti spiegabili, quando non si riesce a capire cosa accade o quando lo strumentario diagnostico è insufficiente, si rinvia alla definizione diffusa di psicopatia (anche il DSM-5 fa così). La scelte del DSM-5 di accorpare la psicopatia in una interpretazione di spettro con l’antisocialità ci crea più di un problema. La formazione degli operatori non è perfetta nel nostro Paese e presenta importanti lacune (vedi impreparazioni sulla psicologia delle migrazioni, ad esempio). Non studiando la psicopatia gli psicoterapeuti sono esposti al rischio di non saperla diagnosticare (tuttavia gli addetti ai lavori invece sono preparati a riconoscerla e descriverla). Antisocialità e psicopatia, sia che siano visti alle sponde opposte di una visione di spettro, sia che siano considerate come entità separate, in realtà convergono e divergono. A volte sono fenomeni molto diversi a volte coesistono. Quando coesistono (psicopatico antisociale) sono “bei problemi”.

La difficoltà di fare diagnosi nel caso degli psicopatici non devianti permette a individui molto pericolosi di ottenere comunque l’affidamento congiunto dei figli in caso di separazione. Che danno può creare la vicinanza di un padre o di una madre psicopatica nelle fasi dell’infanzia e dell’adolescenza?

Certo. Gli psicopatici possono sempre creare danni a non finire. Al coniuge o al compagno, ai figli, a se stessi. Anche agli operatori che trattano il loro caso (da tenerlo sempre presente). La psicopatia a differenza dell’antisocialità (che è ad appannaggio maschio femmina 6 a 1), è perfettamente democratica: maschi e femmine 50%. Nel pratico si potrebbe dire che uno psicopatico o una psicopatica sono sempre autocentrati sul proprio concetto di realtà, poco empatici, gli interessano certe cose e null’altro, non hanno confini di distruzione, se attivati.

Lei sostiene che il narcisista maligno è sempre uno psicopatico. Da più parti è sostenuto, al contrario, che tutti gli psicopatici sono narcisisti ma non tutti i narcisisti sono psicopatici. Ci aiuta a fare un po’ di chiarezza?

La definizione di “narcisismo maligno” è emersa nello stesso periodo storico della psicopatologia in cui si dava conformazione ai disturbi di personalità. Considerando che il narcisismo è uscito da quello stesso periodo di studi in modo molto meglio definito della psicopatia, la definizione di narcisismo maligno si è probabilmente perpetuata meglio. La mia opinione è che il termine “maligno” di narcisismo maligno sia in realtà la struttura solida della psicopatia, dove il termine narcisismo sia invece una qualità associata. Nella fenomenologia le ricerche devono poter dire da dove si osservano i fenomeni. Studiando un fenomeno la descrizione dipende da cosa è considerato centrale e cosa consideri accessorio. Qui abbiamo due modi di vedere la cosa: il narcisismo maligno o è un narcisita-psicopatico o è uno psicopatico-narcisista. Concordo assolutamente che la gran parte dei narcisisti non sia psicopatico (di solito sono narcisismi patologici), ma sono anche dell’idea che non tutti gli psicopatici siano narcisisti. L’errore è sul capire cosa sia l’essenza del fenomeno della psicopatia, che continua ad essere confuso con i suoi attributi associati: antisocialità, sociopatia, paranoia, narcisismo eccetera. Se non si arriva all’essenza non capisci le forme. Ne sappiamo ancora troppo poco direi.

All’estremo piacere che lo psicopatico prova nel riuscire a ingannare il prossimo si contrappone una profonda frustrazione e senso di vergogna nell’essere smascherato o a lui non cambia niente?

Direi più che non gli cambia niente.

Come può mettersi al riparo una vittima oltre che fuggendo? Ci sono casi in cui si è obbligati a continuare a interagire con il soggetto disturbato: parlo di quando ci sono figli in comune o interazioni professionali o di tutti quei casi in cui lo psicopatico in questione è un genitore, un fratello, un componente della famiglia.

Quando una diagnosi di psicopatia è fatta correttamente da un addetto ai lavori (diagnosi fatta con evidenze, esperienze e test e non diagnosi “pop”), si apre il capitolo del cosa fare. Qui si potrebbe discutere parecchio. Solitamente io vorrei capire bene con quale tipo di psicopatia si ha a che fare e lo scenario in cui ci si trova. Certo le persone coinvolte (spesso non solo una persona) hanno bisogno di aiuto. Nella mia esperienza clinica le vittime per diverso tempo non hanno avuto la più pallida idea di chi hanno avuto accanto, non li hanno mai capiti. Non di rado psicopatici erano i genitori, il partner di una vita, il capo ufficio, il collega, un’amica, il vicino. Non si sa come comportarsi con la persona in questione, non la si individua, solitamente la si subisce più o meno consapevolmente. Quello che ritengo importante sono quindi gli esiti: la vicinanza con queste persone ha spesso deformato psicologicamente, se non danneggiato, le vittime. Spesso sono le conseguenze che rinviano all’azione di uno psicopatico attivo in un territorio sociale.

Parlando da psichiatra, è più gratificante tentare di curare il danno nella vittima o la patologia nello psicopatico?

Le vittime, traumatologia considerando, sono più semplici da aiutare. Dipende da molti fattori certo (territoriali, psicologici, legali, di legame). Per il soggetto psicopatico posso dire che quando è individuato la sua pericolosità, fenomenologia considerando, è molto attenuata. Una variabile importante, in entrambi, tra vittime e attori, è il tempo.

pcianco@gmail.com

Matone, “C’è un solo modo di cambiare: lasciarlo”

 

Simonetta Matone, sostituto procuratore generale presso la corte d’Appello di Roma, a lungo pubblico ministero presso il Tribunale dei Minori, in passato capo gabinetto del Ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna, opinionista nei salotti televisivi italiani, ha dedicato una vita intera al contrasto della violenza e degli abusi nei confronti delle donne e dei minori.

Relazioni Pericolose abbandona per una volta le argomentazioni psicologiche e si rivolge a un magistrato per abbracciare quelle istituzionali. In particolare, chiediamo alla dottoressa Matone di quali strumenti, soprattutto legislativi, necessiterebbe la magistratura per combattere la violenza contro le donne in modo più efficace e risolutivo.

Gli strumenti legislativi ci sono e non intravedo la necessità di ritocchi. Il problema è semmai quello della prescrizione, che matura inesorabilmente e garantisce l’impunità ad autentici farabutti. La soluzione sarebbe celebrare questo tipo di processi celermente, con una corsia preferenziale, ma non è quasi mai possibile.

Per 17 anni, dal 1991 al 2008, è stata sostituto procuratore presso il Tribunale dei Minori di Roma. Le relazioni patologiche assumono un significato ancora più inquietante quando coinvolgono minori costretti ad assistere a fenomeni di violenza e a subire un clima familiare irrespirabile. Le donne non si separano per il bene dei figli o, nel caso si arrivi alla separazione, spesso i bambini sono utilizzati come strumento di manipolazione. Come si dovrebbe comportare una donna per proteggerli al meglio?

Le donne non si separano per problemi psicologici (legami malati che non si è in grado di spezzare) e per problemi economici (assenza di lavoro,crisi generale,disoccupazione ecc.).Uno Stato degno di questo nome dovrebbe avere strutture sociali in grado di accogliere e sostenere. Cosa che non accade. E i centri di aiuto alle vittime della violenza combattono da anni contro l’indifferenza delle istituzioni, in primis economica.

L’affidamento esclusivo viene concesso solo qualora sia riscontrabile un serio pregiudizio per il minore e la legge addirittura punisce il genitore che chiede questa misura al giudice senza fornire adeguate motivazioni. Infatti, se il giudice riterrà la richiesta manifestamente infondata, potrà valutare se estromettere quel genitore dall’affidamento e se condannarlo al risarcimento del danno. Non sarebbe il caso di allargare le maglie delle disposizioni sull’affidamento esclusivo e rendere più facile la concessione di questa misura, per lo meno per incutere nel padre manipolatore e violento il timore di perdere i figli?

La soluzione sarebbe istruire con estrema accuratezza i procedimenti sulla ‘scelta’ del genitore affidatario, che non potrà mai essere quello violento, persecutore, manipolatore e incombente, anche se solo nei confronti dell’altro.

Per la violenza psicologica è difficile configurare una fattispecie di reato anche se essa, qualora inflitta a lungo, può provocare nella vittima serie conseguenze psicosomatiche e gravi patologie – prima tra tutte il cancro-, insomma può dar vita lo stesso a un femminicidio, seppur indiretto e non imputabile. Cosa si può fare per contrastare un fenomeno così mascherato, difficilmente dimostrabile ma pur sempre pericoloso e pregiudizievole?

E’ inesatto affermare che la violenza psicologica non sia sanzionata nel nostro paese. Nella fattispecie dei maltrattamenti vi rientra pienamente, se dimostrata, così come vi rientra l’annientamento anche solo psicologico dell’altro.

Usciamo per un momento dal campo delle relazioni interpersonali. In un libro pubblicato qualche settimana fa da Franco Angeli Isabella Merzagora, Guido Travaini e Ambrogio Pennati si chiedono se la colpa della grave crisi economica che sta interessando il mondo intero non sia riconducibile al fatto che ai vertici di molte grandi aziende, soprattutto finanziarie, vi siano persone egocentriche, prive di capacità empatiche e di identificazione negli altri, spregiudicate, manipolatorie, machiavelliche, incapaci di rimorso, narcisiste, disoneste, menzognere, che gli autori definiscono “psicopatici”. Cosa ne pensa?

Non concordo con la conclusione che questi soggetti siano degli psicopatici, che sono un’altra cosa. Le caratteristiche elencate sono indubbiamente negative, ma sono purtroppo la chiave del successo,in un mondo di squali.

Da ricerche effettuate sulle immagini neurologiche degli psicopatici è emerso che il cervello di questi soggetti ha livelli metabolici inferiori rispetto al normale, soprattutto nelle zone deputate al controllo degli impulsi e all’aggressività. Le cause di questa patologia sarebbero pertanto riscontrabili in fattori genetici e biologici, oltre che culturali e ambientali. E’ dimostrato che se cresciuto in un ambiente violento e abusante il soggetto nato con un “difetto cerebrale” come quello descritto può dar vita a sua volta a episodi di violenza ed aggressività incontrollata. In sede processuale, negli Stati Uniti, le difese dei killer puntano su queste “attenuanti” per ammorbidire le posizioni dei propri assistiti. Non teme che prima o poi succederà anche da noi?

Temo di sì, anche se da sempre sono un’accanita sostenitrice del libero arbitrio, quindi della possibilità di scegliere tra il bene e il male,anche per chi vanta presunti,molto presunti difetti cerebrali. Affrontiamo il tema della cattiveria umana,grande tabù della nostra epoca.

Provi a togliersi per un momento la toga di magistrato: in veste di moglie e madre attenta a difendere il proprio nucleo familiare quali consigli si sentirebbe di dare alle donne che vivono relazioni pericolose caratterizzate da abusi e violenze prima che sia troppo tardi?

Di scappare da situazioni ingombranti, opprimenti, ossessive, violente, prima possibile. E che c’è un solo modo per cambiare: lasciarlo.

Intervista a cura di  Astra

Lo shock della scoperta

 

Le confessioni e la rocambolesca storia di un professore di psichiatria dell’Università della California, James Fallon – riportate nel libro The Psychopath Inside: a Neuroscientist’s Personal Journey into the Dark Side of the Brain-che ho scoperto in rete alla ricerca di materiale interessante da pubblicare in Relazioni Pericolose, sono meritevoli di attenzione e lettura per farsi un quadro preciso di ciò che si nasconde dietro al bizzarro mondo della psicopatia.

Nel 2005 Fallon sta eseguendo degli studi sulle immagini neurologiche di criminali psicopatici americani e, parallelamente, una ricerca sull’Alzheimer cui prende parte, come gruppo di controllo, la sua famiglia. Una risonanza magnetica con segnali tipici della psicopatia, e cioè una limitata attività metabolica nella corteccia cerebrale, zona deputata alla regolazione delle emozioni e degli impulsi e pertanto alla moralità e all’aggressività, finisce misteriosamente nel faldone dell’Alzheimer. Le scansioni sono deliberatamente anonime per non influenzare i ricercatori e si procede alla decrittazione del codice per risalire al paziente e reinserire l’immagine nel corretto gruppo di ricerca. Il risultato è strabiliante e viene ripetuta la verifica. Non ci sono dubbi.Il cervello fotografato dalla risonanza magnetica è proprio quello di Fallon.

Dopo aver scoperto di avere le caratteristiche cerebrali di uno psicopatico, Fallon studia l’albero genealogico della sua famiglia, scopre che un antenato nel 1667 aveva compiuto matricidio e parla con colleghi e gli amici per verificare che il proprio comportamento non rispecchi le immagini che ha di fronte: sono pochi invece a rimanere colpiti dalla scoperta. Riportiamo la traduzione di brani delle interviste concesse a Judith Ohikuare e Roc Morin, rispettivamente pubblicate sui siti The Atlantic e Vice Media, nonché di passaggi dell’articolo dello stesso Fallon su The Guardian.

Professor Fallon, ha sempre ritenuto che la psicopatia fosse per l’80% riconducibile a fattori genetici e per il restante 20% all’ambiente. Dopo questa scoperta ha cambiato idea?

Sono sempre stato uno scienziato convinto che la genetica svolga un ruolo dominante in chi siamo e cosa diventeremo. La biologia, che comprende la genetica, è un fattore primario ma non mi ero mai reso conto di quanto potesse essere condizionante l’ambiente in cui si cresce.

Mentre scrivevo il libro mia madre mi raccontò cose che non aveva mai detto né a me né a mio padre. Mi parlò di quanto fossi strano in certi momenti della mia giovinezza pur essendo un ragazzino spensierato. Mentre crescevo tutti quelli che mi conoscevano dicevano che avrei potuto diventare un boss della mafia. I genitori di alcuni miei amici vietavano ai figli di uscire con me. Ancora si chiedono come abbia fatto a non finire in prigione e a diventare un padre di famiglia e un professionista di successo. C’erano segni evidenti che qualcosa non quadrava ma si finiva con il ricollegarlo a tratti caratteriali vivaci, gli stessi che mi fecero diventare il “pagliaccio” della classe. Ero atletico, simpatico e piacevole e spesso mi è stato chiesto di assumere ruoli di comando, dalla scuola di ieri all’università di oggi. Mi hanno sempre detto che c’era qualcosa di diabolico in me. Me ne sono sempre fregato. Dopo tutto, sapevo che manipolare costantemente gli altri e le situazioni mi divertiva.

Ho chiesto a chiunque mi conoscesse da tempo, psichiatri e genetisti compresi, cosa ne pensassero. Quando combinavo qualcosa dicevano: “E’ psicopatico”. Ho chiesto loro perché non me lo avessero mai detto e mi hanno risposto: “Te lo abbiamo detto, te lo diciamo tutti”. Risposi che dicevano che fossi “pazzo” e loro: “No, abbiamo sempre detto che sei psicopatico”.

Ho scoperto di avere una serie di alleli genetici, chiamiamoli geni ribelli, che hanno a che fare con la serotonina e che sono ritenuti un fattore di rischio per l’aggressività, la violenza e l’empatia emotiva e interpersonale qualora si cresca in un ambiente violento. Ma se si viene su in un ambiente sano possono neutralizzare gli effetti negativi di altri geni. Vidi specialisti della genetica e psichiatri che non mi conoscevano e riportai loro tutti i disturbi che avevo avuto nel corso della mia vita. Si trattava di forme leggere di ansia che corrispondevano alla mia genetica. Gli scienziati mi dissero che avrei potuto anche non nascere: mia madre aveva abortito diverse volte ed evidentemente c’erano in ballo disfunzioni genetiche. Dissero anche che se non fossi stato trattato bene probabilmente avrei fatto una brutta fine: mi sarei suicidato o finito ammazzato perché sarei stato sicuramente una persona violenta.

Come ha reagito sentendo tutte queste cose?

Mi sono detto: “Chissenefrega”. E loro hanno risposto: “Questo prova che i suoi livelli di psicopatia sono elevati”. Agli scienziati non piace sbagliarsi e a me, che sono narcisista, meno che meno ma quando la risposta è quella devi rassegnarti, ammetterlo e voltare pagina. Non ci puoi fare niente. Ho reagito in modo narcisistico dicendo: “Okay, scommetto che batterò anche la psicopatia. Migliorerò”. Poi ho realizzato che era il narcisismo a provocare questa reazione.

Chi mi conosce pensa: “E’ un tipo divertente, magari un pò chiacchierone, uno sbruffone narcisista”, ma credo che dica anche: “Dopotutto è una persona stimolante e sveglia”. Tutti i miei amici più stretti, anche quelli che non si conoscono tra loro, dicono che ho sempre fatto cose abbastanza irresponsabili: sin da piccolo costruivo bombe artigianali e mi divertivo a girare con gli amici a bordo di macchine rubate. Ogni volta che la polizia ci fermava ero il primo a essere rilasciato perché non mi agitavo mentre gli altri venivano trattenuti e interrogati. Sicuramente avevo qualcosa di diabolico ma si trattava di un diavolo tollerabile e amabile. Gli scherzi, le manipolazioni e i casini alle feste divennero sempre più rischiosi ma la cosa preoccupante è che iniziai a mettere in pericolo anche la vita degli altri,  risucchiandoli nel vortice dei miei giochi diabolici.

Per esempio?

Anni fa lavoravo all’Università di Nairobi e alcuni dottori, parlando del virus di Marburg, mi raccontarono che un ragazzo che perdeva sangue dal naso e dalle orecchie probabilmente aveva contratto il virus nelle grotte di Kitum sul Monte Elgon, al confine tra il Kenia e l’Uganda. Ho pensato: “E’ il posto dove vanno gli elefanti”. Dovevo andarci. Lo avrei fatto da solo ma era lì mio fratello che mi era venuto a trovare da New York. Gli dissi che si trattava di un’escursione epica nelle grotte dove gli elefanti vanno a rifornirsi di minerali e non aggiunsi altro. Arrivammo lì e quella notte ci circondammo di fuochi perché c’erano leoni e altri animali. Saltavamo nel buio e mostravamo loro i bastoni infuocati. Mio fratello stava impazzendo e io scherzavo: “Metto la testa dietro alla tua perché io ho famiglia e tu no, così se viene un leone e ci attacca al collo prende te”. La prendevo alla leggera ma eravamo davvero in pericolo. Il giorno seguente camminammo all’interno delle grotte dove si potevano vedere le rocce spostate dagli elefanti. C’era anche l’odore del letame di quegli animali e capii che fu così che il ragazzo contrasse il Marburg. I medici non sapevano se fosse stato il letame o i pipistrelli a trasmettere il virus. Qualche tempo dopo mio fratello lesse un articolo sul New Yorker che parlava del Marburg, mi chiese se lo sapessi e risposi: “Sì, non è stato eccitante? Nessuno si azzardava a fare quella gita”. Si infuriò e disse: “Proprio eccitante non direi. Potevano contrarre il virus e morire”. Non credo che si fidi più di me dopo quella vicenda.

Questi schemi di comportamento, nel corso della mia vita, sono stati dei segni rivelatori. Li giustificavo, e lo faccio tuttora, con l’argomentazione che mi è sempre piaciuto il pericolo. Dei 20 tratti di psicopatia della Checklist di Hare ho raggiunto un punteggio alto in quelli associati al narcisismo aggressivo e alla cosiddetta temerarietà. Sono caratteristiche che si riscontrano spesso negli amministratori delegati di successo e nei leader mondiali. Uno studio effettuato sui Presidenti degli Stati Uniti li ha individuati anche in Kennedy, Roosevelt e Clinton.

Dopo tutte queste ricerche ho pensato di sfruttare questa opportunità e farne qualcosa di buono: trasformare i difetti, come il narcisismo, in vantaggi.

Come ha fatto?

Ho iniziato con cose semplici, relative alle interazioni con mia moglie, mia sorella e mia madre. Anche se mi sono sempre state vicine non le ho mai trattate tanto bene. Tratto bene gli sconosciuti e la gente tende ad apprezzarmi appena mi conosce ma mi comporto con la mia famiglia come fossero persone che incontro al bar. Non riservo loro attenzioni speciali. E’ questo il problema. Mi dicono: “Ti diamo amore e tu non ricambi”. Lo dicono tutti e la cosa sicuramente non mi fa piacere.

Volevo provare a cambiare. Così, ogni volta che interagivo con qualcuno mi fermavo, riflettevo e mi chiedevo: cosa farebbe una persona per bene in questa circostanza? Notavo che il mio istinto era sempre fare la cosa più egoistica. E’ stato ciò che ho provato a fare per un anno e mezzo e mi sembrava che agli altri non dispiacesse. Mia moglie ha iniziato a notare qualcosa e dopo due mesi mi ha chiesto: “Cosa ti sta succedendo?”. Quando le dissi che stavo provando a usare il mio narcisismo per dimostrare che potevo, nonostante tutto, battere la psicopatia, disse che apprezzava lo sforzo anche se il comportamento non era spontaneo e sincero. Questa risposta mi sorprese e mi sorprende tuttora. La trovo allucinante. Non capisco come si faccia ad accettare la falsità. Evidentemente la gente vuole solo essere trattata con finto rispetto e falsa gentilezza.

Dan Waschbusch, un ricercatore dell’Università della Florida, ha studiato i bambini anaffettivi nella speranza di trovare una cura. Lei non crede che la gente possa migliorare?

Negli anni 70 quando ero ancora un giovane professore ho iniziato a lavorare con gli psichiatri e i neurologi che mi dicevano di essere in grado di identificare un probabile psicopatico a 2 o 3 anni di età. Chiesi loro perché non lo dicessero ai genitori e mi risposero che non si deve rivelare a nessuno:prima di tutto non puoi esserne certo. Secondo, puoi distruggere la vita del bambino, terzo: i media e la famiglia ti aspetterebbero sotto casa con bastoni e coltelli. La psicopatia può essere riconosciuta molto, molto presto, sicuramente prima dei 9 anni ma la questione di dare l’allarme è molto delicata. Il passaggio dall’essere uno psicopatico pro-sociale che non si comporta in modo violento all’essere un criminale non è chiaro.

Per quanto mi riguarda, penso di essere stato protetto dall’ambiente medio alto in cui sono cresciuto, con un’istruzione adeguata e una solida famiglia alle spalle. C’è indubbiamente convergenza tra ambiente e genetica. Ma cosa sarebbe successo se avessi perso la famiglia o il lavoro, cosa sarei diventato? Questo è il punto. Le persone che hanno la base biologica- la genetica, il cervello fatto in un certo modo- se subiscono abusi e vengono trascurati crescono con un senso di rivalsa: “Non mi importa del mondo perché io sto peggio”. Ma gli psicopatici veri e propri sono solo predatori che non hanno bisogno di essere arrabbiati. Fanno queste cose semplicemente per mancanza di connessione con la razza umana e con gli individui. Chi ha denaro, sesso, rock and roll e qualsiasi cosa voglia può essere psicopatico ma si limita a manipolare e usare le persone, non le uccide. Può ferire gli altri ma non in modo violento. Ecco perché dico a mia madre, che ha 97 anni, che il libro che ho scritto e che parla di un giovane che poteva diventare un vero pericolo per la società ma che in realtà si limita a batterti a Scrubble o a portarti in una grotta non è su di me ma su di lei.

Che tipo di psicopatico crede di essere?

Quello che ho realizzato è che per me è tutta una questione di potere. Riuscire a manipolare le persone e far loro fare cosa voglio mi dà grande soddisfazione. Mi basta sapere che posso farlo. E’ un gioco che faccio in qualsiasi stanza entri: conto sul fascino e ottengo tutto ciò che desidero. Non sono bello: sono vecchio e grasso. Ma la gente pensa che io sia speciale. E questo mi dà ciò di cui ho bisogno. A volte parlando faccio intenzionalmente delle pause per sembrare più sincero, altre faccio finta di sbagliarmi: dico qualcosa di errato solo per poter tornare indietro e rendermi più avvicinabile e credibile.

Mento per scopi precisi: ad esempio, se pesco un tonno da dieci chili, dico di averne preso uno da cinque; così poi qualcun altro dirà, “No, era molto più grosso.” Queste sono tecniche di manipolazione. Mi ricordo un libro molto divertente che ho letto negli anni Settanta, intitolato “Come Barare a Tennis”. Un campo da tennis dovrebbe essere un rettangolo perfetto, ma lo si può manipolare—ad esempio ridipingendone le linee per renderlo un parallelogramma—e fregare tutti gli altri. Poi, chiaramente, fai le cose più ovvie: ad esempio, all’inizio della partita, se la palla finisce fuori dici che era dentro. Così, potrai far sì che l’avversario faccia la stessa cosa più tardi, quando servirà. Io faccio così. È solo un gioco, in un certo senso, ma stai comunque fregando gli altri. Però non l’ho mai fatto con malizia. Sempre e solo per divertirmi.

E’ divertente anche per l’altro giocatore?

Non sempre. È un po’ come il bullismo intellettuale, come se stessi giocando con la mente degli altri. Ha i suoi lati oscuri. Negli ultimi due anni ho realizzato quanto spesso faccio cose del genere. Ma non ho mai approfittato dei miei avversari. Sono sportivo e gioco in modo leale.

È una posizione morale? È difficile immaginare che possa esistere la moralità in assenza di qualsiasi forma di empatia. Da dove viene il suo senso morale?

Dalla mia educazione cattolica, dall’essere cresciuto circondato da preti, suore e i miei genitori, non ho mai fatto niente di male. Mentire, barare, palpare il sedere delle ragazze: non ho fatto niente di tutto ciò. Ma non lo facevo perché soffrivo di un disturbo ossessivo-compulsivo. Pensavo che il mio comportamento dovesse essere impeccabile e in sintonia con l’universo. Dovevo tenere tutto in perfetto ordine.

Nel libro si parla dell’importanza del “quarto trimestre”, dei mesi cioè seguenti alla nascita quando si forma il legame di attaccamento. Quali sono gli altri periodi critici in cui ci si può accorgere del rischio e la convergenza di genetica e ambiente diventa determinante?

Ci sono alcuni periodi critici nello sviluppo dell’essere umano. Per l’epigenetica il primo momento è quello del concepimento, quando la genetica è molto vulnerabile alla metilazione e quindi agli effetti di un ambiente negativo: la madre sotto stress, che assume farmaci, fa uso di alcool e cose di questo genere. Il secondo momento delicato è quello della nascita e ovviamente ci sono il terzo e quarto trimestre. Dopo di che la curva di suscettibilità inizia ad abbassarsi. I primi due anni di vita sono critici se ci riferisce a quelli che sono definiti i comportamenti adattivi. Quando si nasce si ha una programmazione genetica naturale. Per esempio, un bambino manifesta un tipo preciso di paura verso alcune persone, come gli sconosciuti. Poi c’è l’accettazione degli altri. Persino ridere e sorridere sono comportamenti adattivi, emergono spontanei e automatici, non c’è bisogno che ci vengano insegnati. Nei primi 3 anni sono ben 350 i comportamenti adattivi che si susseguono in sequenza. Se in qualche modo questa sequenza viene interrotta sarà colpito e danneggiato il comportamento che sta per emergere. Può succedere a un anno e mezzo, a 3 mesi o a 12 mesi. Dopo di che gli effetti dell’ambiente iniziano a calare. Prima della pubertà la maggior parte del cervello ha a che fare con la corteccia orbitale e l’amigdala, deputata al controllo emotivo, al senso morale degli individui e all’apprendimento delle regole del gioco, cioè l’etica. Prima di allora l’identità di un ragazzino normale si basa su attività come mangiare, bere, anche relazionarsi ma è estremamente moralistica. Nell’adolescenza, dai 17 ai 20 anni, avviene una trasformazione. Ciò che succede è che la parte superiore del cervello, il lobo frontale e le sue connessioni, maturano. E’ un momento critico in cui possono emergere la schizofrenia, alcune forme di depressione e i disturbi psichiatrici più importanti.

I bambini psicopatici hanno la genetica predisposta già dal terzo trimestre e la cosa può essere riscontrabile molto presto, intorno ai 2 – 3 anni. Ecco perché dobbiamo prestare la massima attenzione, si tratta infatti di una minaccia per l’intera società. Uno psicopatico non sarà necessariamente pericoloso ma se riscontriamo il rischio in un bambino dobbiamo dirlo ai genitori affinchè lavorino sui suoi comportamenti e si assicurino che non venga sottoposto a episodi di bullismo a scuola, che stia lontano dalla violenza di strada e così via.

Ha scritto molto sul possibile incremento dei geni aggressivi nei luoghi di conflitto. Funziona anche al contrario? L’aggressione può essere estirpata in una società occidentale stabile? 

Penso di sì. Qui in California, non voglio chiamarla femminilizzazione, ma sembra che a forza di andare tanto d’accordo non esista più la competizione. Io la vedo come una forza molto negativa, in termini di specie. C’è sempre questa dinamica che suddivide ciò che fa bene alla specie e cosa fa bene all’individuo. Questi due concetti entrano in conflitto. In un certo senso, abbiamo bisogno della psicopatia. Non abbiamo bisogno di stronzi psicopatici in piena regola, ma la prevalenza di tratti psicopatici è da sempre associata alla leadership. Vale per i presidenti, i primi ministri e per le persone che prendono rischi. Fanno cose per proteggersi dagli aggressori. 

Quindi lo fanno per se stessi, ma finiscono per proteggere anche la società?

 È per questo che le persone come Jimmy Carter non rientrano nel discorso. Anche Obama, è un po’ bloccato.

È troppo buono?

Non è abbastanza psicopatico. Quasi tutti i più grandi leader hanno alti livelli di tratti psicopatici. Se dovessero fare il ‘Psychopatic Personality Inventory’, otterrebbero un punteggio piuttosto elevato. Comunque non sono sufficientemente qualificato per poterne parlare, ma lei sì. 

 In che senso?

Vede? L’ho manipolata. Non credo davvero che lei sia la persona più qualificata per parlare di cose del genere, ma l’ho detto comunque. 

Traduzione di passaggi delle interviste concesse a Judith Ohikuare e Roc Morin, rispettivamente pubblicate sui siti The Atlantic e Vice Media, e dell’articolo dello stesso Fallon sul The Guardian,  ad opera di Astra.

Lezioni di contromanipolazione

Il no contact e il definitivo allontanamento del soggetto patologico, sebbene costituiscano la strada più facile per leggere con lucidità i segnali di una relazione tossica e dannosa per il proprio benessere psicofisico, non sono sempre realizzabili. A volte si è costretti a interagire con l’ex partner psicopatico/narcisista/borderline, come nel caso di figli in comune o di professioni svolte nello stesso ufficio o ambiente di lavoro o, peggio ancora, di rapporti professionali gerarchici. In questi casi bisogna stringere i denti e andare avanti, proteggersi, difendersi e mettere in atto tutte le possibili strategie per arginare la sua malvagità e non permettergli di annientarci.

Tra queste la più importante è la contromanipolazione. Abbiamo chiesto alla psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale Francesca Saccà, esperta in problematiche di dipendenza affettiva (http://www.francescasacca.it http://www.dipendenzaffettivaroma.it), in cosa consista questa tattica.

La contromanipolazione è quella strategia verbale e non verbale di autoprotezione adottata per difendersi. E’ un meccanismo di tutela e difesa che possiamo utilizzare al fine di proteggere la nostra persona e non permettere al manipolatore di attaccare la nostra autostima e denigrarci. Rendersi insensibili al suo potere di creare emozioni destabilizzanti, infatti, è il modo migliore per indurlo a interrompere il processo di manipolazione.

Si può imparare a contromanipolare?  E se sì, come?

Non è di certo facile esercitare la contromanipolazione ma si può imparare. C’è una serie di tecniche che si possono acquisire ma l’aspetto fondamentale su cui lavorare è quello di sviluppare la capacità di vedersi come persone che meritano rispetto, recuperare la propria dignità e curare l’autostima danneggiata. Soprattutto, di fronte a casi gravi, è fondamentale fare un buon percorso di psicoterapia che rafforzi l’individuo e gli insegni i concetti di ‘tutela’ e ‘rispetto’ per la propria persona. Chi è già a buon punto o ha già fatto un percorso di terapia e vuole allenarsi ad imparare le tecniche di contromanipolazione può leggere qualche buon testo al riguardo come I serial Killer dell’anima di Cinzia Mammoliti, L’arte di non lasciarsi manipolare di Isabelle Nazare-Aga e Non mi puoi manipolare di Stern Robin. Consiglio altresì di frequentare gruppi di aiuto dove ci si esercita su questi temi. Nell’esperienza con i gruppi che conduco ho notato quanto è importante l’allenamento pratico.

Può fornirci alcuni suggerimenti pratici?

La contromanipolazione richiede fermezza, calma e capacità di autocontrollo. Le frasi devono essere brevi, non dobbiamo dare troppe spiegazioni né tantomeno giustificarci quando non necessario. Vanno usate frasi semplici, è bene utilizzare la forma impersonale “si” (Es: Lo si può pensare, lo si può credere…). Se ne siamo capaci è utile fare dell’umorismo ed essere autoironici. Dobbiamo assolutamente evitare l’aggressività ed essere educati. E’ fondamentale lavorare sulla capacità di gestire la rabbia e mantenere l’autocontrollo quando le emozioni negative prendono il sopravvento. Una buona contromanipolazione prevede anche un comportamento non verbale e paraverbale adeguato: ad esempio, lo sguardo deve incontrare quello del manipolatore, senza essere di sfida, e dobbiamo cercare di evitare di guardare in basso o da altre parti.  La posizione del corpo deve essere eretta, piedi a terra, schiena dritta. Il tono della voce va tenuto alto ma senza esagerare. Bisogna evitare assolutamente gesti aggressivi come sbattere i pugni, puntare il dito o lanciare oggetti. E’ fondamentale praticare l’autocontrollo sulle proprie emozioni negative prima di iniziare a contromanipolare. Dobbiamo esercitarci a fare in modo che il nostro comportamento sia quello di una persona ‘indifferente’. Il fine della contromanipolazione, infatti, è rispondere ‘come se’ foste indifferenti. Quando il manipolatore non sa più come convincervi e si rende conto che non ha potere su di voi, lascia perdere.

Adottando la contromanipolazione chi abbiamo di fronte cambierà il suo comportamento nei nostri confronti?

Molte persone vogliono imparare a contromanipolare nella speranza di essere capite da colui/colei che esercita la manipolazione. Questo è un errore dal momento che un manipolatore professionista non possiede sane abilità relazionali e comunicative. Per prima cosa dobbiamo capire che imparare a contromanipolare serve non a far cambiare l’altro ma a tutelare noi stessi. Dobbiamo smettere di illuderci che sia possibile una comunicazione sana con un manipolatore/manipolatrice. Questo ci aiuterà a non aspettarci più alcun tipo di cambiamento e a finirla di alimentare false illusioni-la speranza profonda, ricordiamolo, è sempre quella di riuscire a far ammettere al manipolatore che sbaglia e che deve cambiare-che, alla lunga, generano unicamente sofferenza, stress e gravi sintomi a carattere fisico e psicologico.

Ci può fare un esempio di contromanipolazione?

Certo. Posso farvi un esempio di tipico ‘ricatto affettivo’: alla frase “Non posso vivere senza di te! Se mi lasci morirò!”, un’ottima risposta contromanipolativa potrebbe essere: “Capisco di sembrarti indispensabile, ma tu sei perfettamente in grado di sbrigartela senza di me. Infatti prima di conoscermi te la cavavi benissimo!”. Notiamo che la risposta è educata, non aggressiva né passiva. La persona che ha subito il ricatto affettivo non è rimasta schiacciata dai sensi di colpa, tipici nei ricatti emotivi, e si è tutelata.

Ricordo che il ricorso a tattiche di contromanipolazione è un rimedio estremo e dettato da situazioni di necessità. L’unica via percorribile per uscire definitivamente da una relazione tossica e devastante è quella di dar fine alla mano di poker, chiudere le carte e abbandonare il tavolo. E’ il sistema più efficace per uscire definitivamente dalla sofferenza, dall’umiliazione, dal gioco dei tradimenti e delle menzogne, dalla serie infinita di sparizioni e riavvicinamenti e di riacquistare autostima, fiducia e rispetto di sé.

Astra

Secci e la paura di tornare a fidarsi

 

La fine di una relazione patologica provoca nella parte ferita profonda sofferenza e devastazione psicologica. Ansia, depressione, attacchi di panico, disturbi del sonno e dell’alimentazione sono solo alcuni tra gli infiniti sintomi del disturbo post traumatico da stress associato alla chiusura di un rapporto con un narcisista, quello che da più parti viene definito trauma da narcisismo.

Nella sofferenza vanno distinte due fasi, cui corrispondono due differenti sintomatologie. La prima, quella contemporanea o immediatamente successiva alla relazione, è ancora legata a quella fascinazione perversa che, come sostiene lo psicoterapeuta Enrico Maria Secci in Blogtherapy,essendo composta di contraddizioni terribili e di istrioniche dimostrazioni amorose, ha il potere di attrarre e di sfidare allo stesso tempo e funziona come una caleidoscopica slot-machine sentimentale che premia e punisce a casaccio continuando a promettere un premio impossibile. Nel caso la relazione sia ancora in corso e non si riesca a staccare la spina e mantenere il no contact, la sofferenza deriva principalmente dall’intermittenza tra comportamenti marcatamente seduttivi, manipolazione, espulsione e successiva ricattura e dal gioco infinito di soggiogazione cui la vittima sembra essere condannata.

Esiste, tuttavia, un altro tipo di danno, molto più serio a carico delle vittime: quello di sentirsi profondamente “cambiate”, non più in grado di dar vita a felici relazioni di coppia e, soprattutto, insicure delle proprie capacità di giudizio e valutazione.

Come faccio a fidarmi nuovamente di qualcuno?” è un interrogativo ricorrente negli scambi di vedute tra le vittime: in questo blog, nei siti di recupero e negli studi professionali di psicoterapeuti e specialisti del settore che hanno il delicato compito di rimarginare le ferite e far sì che il trauma da narcisismo non comprometta irrimediabilmente stile di vita e salute di chi ha subito gli abusi. Le testimonianze riportate in Women who Love Psychopath di Sandra Brown sono eloquenti:

Non voglio più storie. Non mi fido di nessuno, nemmeno della mia capacità di accorgermi di essere usata o strumentalizzata”.

“Sono passati più di quattro anni dalla fine della relazione e ho ancora attacchi di ansia al pensiero di frequentare qualcuno. Sono ancora single e vivo praticamente da eremita per essere sicura di non incorrere più in pericoli di questo genere”.

“Non riesco più a fidarmi e mi aspetto sempre il peggio dalla gente. Parto con la convinzione che prima o poi mi feriranno e che evidentemente è ciò che mi merito. La cosa più importante è che questa vicenda ha compromesso la fiducia nella mia capacità di scegliere un compagno”.

“Sto subendo un lungo disturbo post traumatico da stress e sono sotto terapia da una vita. Il mio analista mi dice che non ne sono ancora fuori. Quanto durerà ancora?”.

Questi stati mentali sono sicuramente più complessi e difficili da sbrogliare. Letture e conoscenza dei disturbi della personalità sono utilissime per uscire dalla prima fase della sofferenza quando, una volta inquadrato il problema e scrollati di dosso i sensi di colpa per il fallimento di quella che pensavamo fosse la storia della vita, ci si allontana pur a fatica dal soggetto in questione. La seconda tipologia di danno non è così facile da riparare. Servono quantità non indifferenti di energia, lavoro su se stessi e aiuto esterno da parte di un buon professionista del settore. Quanto alla sfiducia nelle proprie capacità di valutazione e di scelta di un buon compagno consiglio sempre di dar retta al proprio intuito, a quelle sensazioni che spesso vengono dalla “pancia” anche se non riusciamo a dar loro una spiegazione razionale. In altre parole, a quella vocina che spesso ci parla all’orecchio avvertendoci di stare alla larga, anche senza evidenti ragioni.

Interpellato da Relazioni Pericolose riguardo al timore delle relazioni future, Secci  ha confidato che in terapia, la paura di intraprendere altri rapporti è tipica nelle ex-vittime e incontra molte resistenze: alcuni pazienti si impegnano, al di là della propria consapevolezza, in una fase di celebrazione del lutto, una sorta di “vedovanza bianca” e per un certo periodo rifiutano le attenzioni di altre persone; a volte sabotano sul nascere l’interesse sincero di uomini o donne sani e la proposta più inoffensiva di una conoscenza sentimentale. Nei casi più difficili, le “vittime” giocano per un po’ a fare i “carnefici” perché hanno interiorizzato uno schema rigido e asimmetrico di relazione e lo ripropongono, anche se a proprio svantaggio, per rinnovare il dolore della dipendenza, che ancora scambiano per amore. E’ doloroso, ma è molto frequente.

Circa la  natura della sospettosità nei confronti di chiunque Secci sostiene che “il timore di non potersi più fidare di nessuno, elemento costante nella fase post-traumatica di una dipendenza affettiva, segna lo svincolo cosciente dal partner perché implica un ampliamento della sensibilità affettiva verso l’esterno ed il futuro, una speranza d’amore dopo il trauma. Ma lo svincolo più profondo necessita di altri passi. I sentimenti ambivalenti di sospettosità e di sfiducia verso nuovi partner delimitano un ultimo confine da superare nell’elaborazione del traumatismo affettivo in quanto, nella forma e nella sostanza, mantengono la vittima in una situazione di stallo troppo simile al limbo in cui tesseva la tela di Penelope per il proprio eroe nel pieno della relazione patogena.

E’ molto interessante un ulteriore significato che Secci dà a questo timore: “Interpreto la paura delle ex-vittime di un narcisista patologico di intessere nuovi rapporti come il tentativo inconscio di non “tradire” il loro persecutore e, quindi, di tenersi sempre libere nel caso l’altro ritorni, che poi è un’ipotesi terribilmente probabile. Lo spiego nel mio libro  I narcisisti perversi e le unioni impossibili (http://www.amazon.it/I-Narcisisti-Perversi-unioni-impossibili-ebook/dp/B00QBBQO98).

La seconda fase dell’uscita dal tunnel, anche se caratterizzata da una sofferenza inferiore a quella della presa di coscienza e dell’acquisizione della consapevolezza, non deve essere comunque sottovalutata. Avverte Secci: “In definitiva, la paura di non riuscire a fidarsi più di nessuno può essere paragonata una sorta di convalescenza post-traumatica, che merita attenzione e cure, tante quante richieste dalle fasi di consapevolezza e di distacco dal narcisista. Ho scritto di recente del trauma da narcisismo su Blog Therapy nel post  Narcisismo e Trauma (http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2016/02/18/narcisismo-e-trauma-il-trauma-da-narcisismo-e-la-dipendenza-affettiva/). Purtroppo, a volte, le vittime credono troppo presto di essersi svincolate. Potrebbero allentare l’attenzione o abbandonare la psicoterapia, perché non riconoscono negli schemi di sfiducia e di inibizione emotiva che le accompagnano  elementi ancora patologici: non vedono con chiarezza l’eredità del trauma lasciato dal partner come “segnaposto”. Così alcune persone reduci da una dipendenza affettiva sospendono praticamente “in quota” il loro cambiamento e rischiano la ricaduta. Avviene perché la sfiducia e la sospettosità verso gli altri sono dimensioni a-sintomatiche, che sono già tantissimo rispetto alla disperazione, alla depressione e all’ossessione della dipendenza affettiva. Ma non bisogna fermarsi alla separazione dal soggetto/oggetto narcisistico. Occorre superare le proprie paura ed andare oltre. Serve sperimentare nuove relazioni, ma con uno sguardo aperto al futuro”.

Anche se accade che“chi viene da un forte trauma emotivo si senta a disagio con chi dimostri interesse autentico, empatia ed amore nei suoi confronti”in quanto “senza un’adeguata consapevolezza le vittime rischiano di diventare carnefici di se stesse di altri” Secci comunque sostiene che la paura di fidarsi degli altri dopo il narcisista può“funzionare come “sentinella”, come un protettore buono, se accostata alla curiosità autentica di cambiare. Mette al riparo da altri brutti incontri e può indirizzare verso esperienze positive. Quindi la paura non è univocamente negativa, purché integrata in un percorso di apertura e di ricerca emozionale, fuori dagli schemi della dipendenza affettiva”.

In conclusione, prestare più attenzione è consigliabile ma chiudersi a riccio “per paura” può essere controproducente. Dedicatevi alle cose che vi riescono meglio, circondatevi di persone genuine, autentiche e di cuore. Cercate di ristabilire un rapporto di fiducia con voi stesse e, soprattutto, siate più indulgenti e perdonatevi. Uno scivolone deve restare uno scivolone e non mettervi ko. Anzi, il recupero e la guarigione possono rendervi più forti e selettive. In altre parole, persone migliori.

Astra

Rapida guarigione

 

Nel dare a tutti voi il bentrovato e nel farvi i nostri migliori auguri per un 2016 pieno di serenità, apriamo il nuovo anno inaugurando la rubrica della nostra psicoterapeuta di fiducia, dott.ssa Viviana Conti, che il primo giovedì di ciascun mese risponderà alle domande pervenute al blog Relazioni Pericolose. I primi quesiti che le abbiamo rivolto riguardano le perplessità più rilevanti manifestate dalla generalità  delle vittime delle relazioni patologiche. Qualora abbiate domande da formulare alla dott.ssa Conti potete farlo inviando una mail a relazionipericoloseblog@gmail.com entro il 20 di ciascun mese.

Dottoressa Conti, si fa spesso confusione tra i vari disturbi di personalità: si tende cioè a parlare di narcisisti patologici, sociopatici e psicopatici senza operare profonde distinzioni dal momento che le caratteristiche di queste patologie sono molto simili.

E’ vero, a volte si fa confusione tra questi tre tipi di personalità, che hanno alcune caratteristiche simili. Secondo il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il c.d. DSM, il narcisista presenta un senso grandioso di importanza o di unicità, ha fantasie di successo illimitato, di potere, prestigio, bellezza ed amore ideale. E’ esibizionista e freddo dal punto di vista emotivo ma capace di covare rabbia, di provare inferiorità, vergogna, umiliazione o vuoto in risposta alla critica, all’indifferenza degli altri o alla sconfitta. La mentalità tipica di questi individui è quella del “tutto é dovuto”. Sono spesso frequenti lo sfruttamento del prossimo e la mancanza di empatia e le relazioni interpersonali sono marchiate da esagerata idealizzazione e svalutazione. Lo psicopatico, che è assimilabile a quello che il DSM  definisce  “antisociale”, prima dei 15 anni di età manifesta comportamenti particolari: problemi scolastici, fughe da casa, menzogne frequenti, furti e vandalismi e violazioni croniche. In età adulta dimostra difficoltà a mantenere un lavoro costante, a funzionare come genitore responsabile, a mantenere un attaccamento duraturo ad un partner, ad onorare gli impegni finanziari ed a pianificare il futuro.

Anche se in Italia si parla di psicopatia quasi esclusivamente con riferimento ai serial killer, lo “psicopatico della porta accanto”, quello che sembra essere il compagno e il marito ideale, esiste realmente?

Purtroppo sì, gli psicopatici possono vivere una vita apparentemente normale, che maschera la loro vera identità.

Perché lo psicopatico cerca la terapia?

Lo psicopatico raramente cerca la psicoterapia e lo fa quando prova un disagio spesso dovuto ad un fallimento nei suoi progetti di manipolazione e/o ad un abbandono affettivo da parte di chi l’ha scoperto ed ha chiuso la relazione.

Si dice che la terapia non è facile in quanto questi soggetti tentano di manipolare anche il proprio analista. Si ripetono in pratica le stesse dinamiche relazionali anche nel rapporto psicoterapeuta/paziente?

Assolutamente sì, questi personaggi tentano sempre di manipolare il terapeuta con forme seduttive e bugie. Inoltre é tipico che interrompano spesso gli incontri per poi ripresentarsi dopo un po’ di tempo, in quanto hanno paura dell’attaccamento che desiderano ma, al tempo stesso, vivono come pericoloso.

La persona a cui viene diagnosticato un disturbo della personalità si rende conto che il fallimento delle sue relazioni dipende in primo luogo da una propria disfunzione?

Non c’é consapevolezza delle proprie responsabilità, le colpe sono sempre degli altri. In questi tipi di personalità, inoltre, é tipico ritrovare il vanto e la soddisfazione di essere riusciti a “fregare” l’altro. Purtroppo è assente il senso di vergogna. Esiste invece la rabbia se si viene scoperti.

Esiste una tipologia ricorrente di vittima?

La vittima ha di solito una personalità fragile, dipendente, bisognosa di simbiosi. Si annulla e si sottomette in tutto e per tutto al proprio partner che percepisce come essere perfetto. Vive una confusione totale. Ricordo, comunque, che gli individui psicopatici amano le sfide e prediligono piegare le resistenze: non di rado le vittime sono personalità  forti, autonome e indipendenti che, indebolite dalla manipolazione, si ritrovano ad accettare situazioni e compromessi estranei alla propria natura.

Quali sono i tempi di guarigione dal trauma da narcisismo?

I tempi di guarigione dipendono dalla capacità di razionalizzazione  e dal tipo di danno subito (fisico e/o mentale). Una volta aiutata a vedere il meccanismo diabolico nel quale era incappata, la vittima trova la forza di liberarsi in tempi relativamente rapidi.

vivianacontic@gmail.com

Moscovici: “La miglior vendetta è vivere bene”

 

Siamo giunti alla fine del nostro primo anno insieme. In realtà, si tratta solo di poco più di due mesi visto che il blog Relazioni Pericolose è online da 75 giorni. In così poco tempo abbiamo superato 100.000 visualizzazioni; centomila piccoli passi verso la presa di coscienza di un fenomeno sempre più dilagante, pericoloso e dannoso per il benessere di tantissime donne e tanti uomini che, nei momenti di smarrimento, possono sempre contare su di noi per una parola di conforto, un consiglio, un confronto; per una semplice lettura in grado di restituire loro il sorriso e la forza della speranza. Il messaggio che vogliamo dare è che da questo incubo, prima o poi, si esce.

Cinque anni fa Claudia Moscovici ha iniziato a divulgare questo messaggio negli Stati Uniti d’America. Il suo blog, con più di 4 milioni di visite, ha contribuito a fare uscire dal tunnel della sofferenza centinaia di migliaia di zombie che barcollavano nel buio, pieni di sensi di colpa, convinti/e di aver sbagliato tutto o quasi nella relazione ma finalmente illuminati sui ragionamenti da seguire per dare una spiegazione a ciò che, purtroppo, era molto difficile razionalizzare. Proprio in occasione del Natale e dell’avvicinamento del nuovo anno abbiamo contattato la scrittrice americana, dal cui blog sono tratti molti dei nostri articoli, affinché rispondesse alle domande dei followers della nostra pagina Facebook.

L’alto numero di visite raggiunto da Relazioni Pericolose in un così breve periodo di tempo, la diffusione e la vendita di tanti libri su narcisismo e psicopatia non solo in Italia ma anche all’estero e il sempre maggiore ricorso al supporto terapeutico per problemi relazionali farebbero pensare a una percentuale di soggetti disturbati superiore rispetto a quella indicata (tra l’1 e il 4%). Forse commettiamo l’errore di qualificare come psicopatici semplici fedifraghi e bugiardi?

A volte può capitare. Tuttavia, dobbiamo tenere sempre presente che gli psicopatici  sono molto socievoli e sessualmente promiscui. Un solo psicopatico può avere tante partner sessuali e fingere serio coinvolgimento e amore con molte di esse. Un solo soggetto disturbato pertanto può toccare moltissime esistenze. Quando raggiungono il potere nella vita pubblica, come nei casi di Hitler, Stalin e Mao e altri dittatori, la loro politica può influenzare il comportamento di popolazioni intere, degradando e distruggendo un intero sistema di valori. Così, a volte, bastano pochi psicopatici per colpire negativamente decine di milioni di vite.

Uscire dalla trappola della relazione psicopatica può essere difficile quando ci sono figli di mezzo. Come si può proteggerli dalla manipolazione e dall’abuso da parte dell’altro e cosa si deve fare per evitare che crescano come il genitore psicopatico?

La psicopatia può essere genetica, nel qual caso non c’è molto che si possa fare. Bambini che crescono nell’amore possono diventare psicopatici più avanti anche se è più frequente che lo diventino a seguito di traumi, abusi e cattivo esempio. Se un genitore riconosce un disturbo di personalità nell’altro, la miglior soluzione per il bene dei bambini è divorziare, cercare di ottenere il pieno affidamento e fare in modo che il contatto tra i bambini e la persona disturbata sia ridotto al minimo. La vicinanza di un genitore patologico non può creare nulla di buono. Il rischio di abuso è alto e anche qualora il soggetto disturbato non operasse alcuna violenza sessuale o fisica, i figli sarebbero comunque soggetti alla manipolazione e al lavaggio del cervello che sono dannosi nella stessa misura.

In relazione alle misure da adottare per contrastare il fenomeno, non sarebbe il caso di coinvolgere scuole e altre istituzioni oltre che puntare sui mass media, sui blog e sui libri? Negli Stati Uniti cosa si sta facendo?

Sicuramente aumentare la conoscenza di questo fenomeno contando sulle scuole e approntando una valida disciplina legislativa sarebbe auspicabile. Negli Stati Uniti abbiamo fatto qualcosa di simile: mi riferisco alle campagne antibullismo organizzate dalle scuole pubbliche. Bisognerebbe mettere in evidenza le azioni nocive degli psicopatici proprio come è stato fatto per le azioni dei bulli alcuni dei quali, nei fatti, sono psicopatici. E’ più facile identificare un comportamento sbagliato che fare una diagnosi di psicopatia. Più che etichettare le persone dovremmo essere consapevoli dei sintomi ma soprattutto concentrarci sulle azioni nocive.

Uno dei problemi più importanti è l’atteggiamento delle vittime: molte restano aggrappate alla relazione anche dopo aver scoperto la patologia e aver capito qual è la causa di tutti i mali. Sono perfettamente consapevoli che lo psicopatico non cambierà ma non riescono a lasciarlo. Se vengono lasciate sentono la sua mancanza. Sembra quasi che la dipendenza affettiva sia più grave della psicopatia. Quali sono le debolezze su cui la vittima deve lavorare per non incorrere più in un predatore sociale?

Bella domanda. Non abbiamo alcun controllo sullo psicopatico ma possiamo controllare le nostre scelte e i nostri comportamenti. Gli psicopatici creano dipendenza affettiva e sessuale. Hanno un approccio aggressivo, ci riempiono di lusinghe e ci promettono quello che vorremmo ci fosse promesso. All’inizio tendono a essere molto più romantici, seducenti e dolci degli uomini normali. Ma è tutta una tattica per guadagnare potere su di noi, prendere il comando della nostra vita e disporre delle nostre cose. Una volta che capiamo questa dinamica dobbiamo imparare a lasciar andare il passato e riflettere su quali possano essere le nostre lacune interiori che lo psicopatico sembrava perfetto a riempire. Perché abbiamo bisogno di romanticherie esagerate, o sesso iperintenso, o regali e complimenti? Perché ci innamoriamo delle persone che offrono queste cose? Liberarsi da questo genere di legame comporta sì una riflessione sui tratti patologici dello psicopatico ma anche sulla nostra inclinazione a sentirci attratti da alcuni di essi.

E’ possibile che uno psicopatico sia freddo, spietato, falso e distante nei confronti delle storie extraconiugali e invece premuroso con la moglie e i figli?

Uno psicopatico lascia trasparire la propria parte vera, quella gelida, manipolatoria e ingannevole a quelli di cui ha meno bisogno. Se moglie e figli sono utili a proteggere la propria immagine, si sforzerà di indossare la maschera del buon padre e del buon marito. Quando avrà intenzione di divorziare, dimostrerà la propria parte orribile, quella vera. Sia in un caso che nell’altro uno psicopatico finge di essere buono solo con quelli che servono in quel momento. Nessuna qualità positiva, compresa quella di fare l’altruista, è reale.

Quando è smascherato prova vergogna, nostalgia della vittima o desiderio di vendicarsi?

Di solito prova rabbia e cerca di ridicolizzare la vittima. Uno psicopatico non conosce la vergogna. Può fingere di provarla in alcune circostanze, quando fa comodo, ma non la sente. Quanto alla nostalgia, a volte può sentire bisogno dello sfruttamento di quella determinata persona ma non si tratta della mancanza dell’essere umano, che per lui è solo una figura.

Come dovrebbe comportarsi la vittima in caso incontri lo psicopatico per caso?

Se la vittima è stata brava a rispettare il no contact, le suggerirei di continuare su questa linea e di comportarsi come se non lo avesse mai conosciuto e non avesse mai fatto parte della sua vita.

E’ molto comune che la vittima senta una gran sete di vendetta. Qual è la miglior vendetta e come si fa a superare questo desiderio?

Il desiderio di giustizia è naturale e ragionevole. Quello di vendetta, invece, è autodistruttivo. E’ in grado di divorare le vittime, le tiene ancorate al passato doloroso e paradossalmente allo psicopatico. Si deve fare tutto il possibile per ottenere giustizia nelle sedi più opportune senza alimentare sentimenti di vendetta. La miglior rivincita è tornare a vivere bene.

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2015/11/05/my-answers-to-common-questions-about-psychopathy/

L’obiettivo da raggiungere nell’anno che sta per arrivare potrebbe essere proprio quello di vivere bene e liberi dal legame malato. E’ ciò che Relazioni Pericolose augura a tutti coloro che ci seguono. Ci sono ancora tante cose da scrivere e torneremo a farlo, più carichi di sempre, dopo la pausa natalizia.

Arrivederci al 2016 e tanti auguri di Buone Feste!

Astra & Claudia Moscovici

 

Mammoliti: “La corsa all’uomo aumenta il narcisismo maschile”

Una lettrice del blog e della pagina Facebook ci ha suggerito di trattare in questa sede, oltre al ritratto dello psicopatico, anche i comportamenti e gli atteggiamenti negativi che possono assumere alcune donne, rendendosi talvolta corresponsabili e complici di una relazione patologica. “Il rischio di un approccio unidirezionale – si legge nel messaggio– è quello che le persone non cerchino le cause delle proprie sofferenze in se stesse ma continuino ad attribuirle all’esterno. Il vittimismo non ha mai aiutato nessuno. Se vogliamo cambiare la nostra vita e le nostre relazioni, dobbiamo partire da noi”.

Ne parliamo con Cinzia Mammoliti, criminologa, esperta di manipolazione relazionale e violenza psicologica, autrice de “I serial killer dell’anima” e “Il manipolatore affettivo e le sue maschere”, due saggi illuminanti ai fini dello smascheramento della relazione patologica e della guarigione della vittima.

Dottoressa Mammoliti, non crede che l’opera di contrasto alla violenza sulle donne debba accompagnarsi a un generale rafforzamento della coscienza femminile, nel senso che la donna dovrebbe prima di tutto imparare a sentirsi realizzata anche senza la presenza di una figura maschile accanto?

Assolutamente sì. Uno dei problemi strettamente correlati alla dipendenza affettiva, che la stragrande maggioranza delle volte sta alla base dei fenomeni di violenza psicologica, riguarda proprio l’incapacità di molte donne di realizzarsi e vivere autonomamente prescindendo dalla presenza di un uomo. E’ tale il bisogno fusionale e di appartenenza di molte che piuttosto che rimanere da sole preferiscono avere accanto soggetti maltrattanti o comunque negativi.

Ci sta dicendo che la dipendenza affettiva è legata alla sensazione di inadeguatezza conseguente alla mancanza di un “ruolo”, che sia quello di madre, di moglie o di compagna. Smontare questa costruzione è molto complesso: è una mentalità formatasi attraverso secoli e secoli di storia. 

Credo che, per quanto riguarda principalmente il mondo femminile, si tratti del male dei nostri giorni che affonda le proprie radici sicuramente nel passato e, soprattutto, nel ruolo svolto dall’educazione. Nasciamo programmate per accoppiarci, procreare e realizzarci nella coppia e nella famiglia, anche laddove vi siano famiglie emancipate ed evolute questa sorta di atavico programma viene trasmesso di generazione in generazione e si installa fin dentro le nostre cellule. Ecco perché é così difficile smontarlo. Dovremmo tutte quante deprogrammarci. Io l’ho fatto.

La “corsa all’uomo” e il corteggiamento insistente da parte delle donna, che non sono più rari come una volta, possono determinare una corresponsabilità nello sbilanciamento delle relazioni sentimentali, prima ancora di arrivare alla violenza fisica e psicologica?

Io credo che in questi anni la donna abbia perso molto sotto il profilo dell’orgoglio e della dignità. La “corsa all’uomo” cui si riferisce si è trasformata in vera e propria caccia senza più etica né regole. Le donne si pestano i piedi tra di loro, si fanno la guerra, si soffiano il potenziale compagno che spesso, scava scava, è un uomo che non vale nemmeno un’unghia del loro piede. E tutto questo non fa, ovviamente, che contribuire ad aumentare il narcisismo maschile.

Le vittime delle relazioni patologiche, una volta che capiscono che il problema del rapporto è un disturbo della personalità del proprio compagno, invece di mollare il colpo sperano di guarirlo. Perchè?

Perchè la “sindrome della crocerossina” colpisce molte di noi e, piuttosto che mollare la presa entriamo nel vaneggiamento di poter in qualche modo salvare chi é affetto da un disturbo della personalità. Io vedo dietro a questo tipo di sindrome una sorta di delirio di onnipotenza, una forma altra di narcisismo camuffata da altruismo.

Dopo uno,dieci, venti tradimenti e dopo una, dieci, venti bugie sono più innamorate di prima invece che di meno.C’è una spiegazione?

Piuttosto che mettere in discussione l’oggetto della loro idealizzazione preferiscono di gran lunga crearsi un mondo illusorio, fittizio, raccontarsi favole, giustificare. Il prezzo da pagare rimettendo in discussione tutto sarebbe per loro troppo alto: la solitudine.

E’ molto difficile, in base alla sua esperienza con le vittime di narcisismo, far capire a una donna che il senso di colpa che l’individuo disturbato le procura per il malfunzionamento della relazione va trasformato in “senso di responsabilità” per aver scelto un compagno sbagliato?

E’ una delle parti più difficili del mio lavoro. Ma a quel punto il mio mestiere termina e rimando le vittime a psicoterapeuti che possano adeguatamente supportarle nel percorso di autoconsapevolezza.

Non crede che tolleranza e malleabilità, se portate all’estremo, possano “rovinare” il mercato portando l’uomo alla logica “qualcuna che non rompe la trovo perchè è pieno di donne che non aspettano altro“?

Assolutamente sì.

Il movimento femminista, l’emancipazione e l’indipendenza economica raggiunte ormai da molte donne avrebbero dovuto costituire validi strumenti di contrasto alla sopraffazione e al predominio da parte dell’uomo che una volta era l’unico a mandare avanti la famiglia. Così non è stato. Perchè sono sempre più frequenti i casi di donne forti e autonome che, pur contribuendo al mantenimento familiare, sono vittime di abusi, violenze e angherie?

Credo si tratti di un altro retaggio ancestrale più o meno collegato a quello di cui parlavamo prima: il senso di colpa. Il senso di colpa per non essere riuscite a sottostare alla programmazione predefinita, per esserci affrancate e rese indipendenti, per non aver accettato condizionamenti e stereotipi, per aver deciso di dedicare il tempo alla carriera e agli interessi personali piuttosto che alla famiglia e ai figli ed ecco allora scattare forse un inconscio bisogno di punizione o redenzione.  

www.cinziamammoliti.it

Secci: “Abbandonate la rabbia, è il guinzaglio psicologico del narcisista”

 

Abbiamo rivolto alcune domande al dottor Enrico Maria Secci, uno degli psicoterapeuti più esperti in tema di narcisismo e relazioni patologiche, nonché autore di volumi importanti in grado di illuminare le vittime e indicare loro metodologie di pensiero e strade da percorrere nel caso si fossero smarrite a causa di rapporti tossici con soggetti disturbati.

Dottor Secci, in Italia si parla soprattutto di narcisismo patologico. Il termine “psicopatia” è solo sfiorato dalle discussioni che ruotano intorno alle relazioni patologiche. Eppure, negli Stati Uniti, sin dal lontano 1940, sono stati scritti fior di libri che descrivono lo psicopatico proprio come il narcisista perverso. Ci aiuta a fare un po’ di chiarezza?

In Italia lo studio sul narcisismo patologico e sulle dipendenze affettive è senza dubbio più recente rispetto agli Stati Uniti innanzitutto, credo, per ragioni culturali. Mi sembra che la società americana sia storicamente propensa ai valori della competizione, della popolarità, del denaro, dell’estetica, dell’auto-realizzazione e dell’aggressività relazionale che, in un certo senso, ricalcano modalità narcisistiche e sono accettate e considerate socialmente desiderabili. Autentiche chiavi del successo. Basti pensare al mito americano del “self-made man“, che è un modello iper-competitivo improntato all’esaltazione di sé. Possiamo sovrapporlo al concetto di “narcisismo sano” e capire così come, a livello culturale, uno standard simile abbia favorito distorsioni affettive e relazioni molto marcate, sconfinanti nella psicopatologia. Quelle che hanno suscitato negli intellettuali americani, sociologi e psicologici soprattutto, l’esigenza di esplicitare gli aspetti problematici del narcisismo e le sue conseguenze affettive e relazionali. Ho parlato di questo sul mio blog, nell’articolo “La Sindrome di Dorian Gray e la cultura del narcisismo” (http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2015/11/05/la-sindrome-di-dorian-gray-e-la-cultura-del-narcisismo/).

In Italia questa urgenza è arrivata molto più tardi e credo non sia un caso, ma sia correlata all’emancipazione delle donne e al cambiamento culturale che lo ha accompagnato. Infatti, a differenza degli Usa, le donne in Italia sono state a lungo educate alla subordinazione e alla dipendenza, cosa che ha reso quasi invisibili le dinamiche di sopraffazione legate al narcisismo perverso. Questo fattore, unito alla diffusione in ambito psicologico e psichiatrico degli approcci sistemi e relazionali, che considera le psicopatologie all’interno delle relazioni e non si limita alla definizione individuale di un disturbo, ha favorito anche nel nostro Paese lo studio del narcisismo perverso e delle dipendenze affettive.

Parliamo di prevenzione: la violenza fisica e quella psicologica, per non parlare dei femminicidi di cui sono piene le cronache, sono espressione di un preciso disturbo della personalità da parte dell’abusante che, se si presta attenzione, può essere identificabile, ravvisabile e smascherabile. Non crede che lavorare sulla diffusione della conoscenza e della consapevolezza del fenomeno possa ridurre il numero delle violenze e quali sarebbero, secondo lei gli strumenti più idonei a fare una buona prevenzione?

La responsabilità sociale di psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, medici e, in generale, dei professionisti della salute è cruciale. Riconoscere sin dai primi segnali una relazione patologica, in particolare quando è coinvolto un narcisista manipolatore, può aiutare le vittime a mettersi in salvo prima che la loro salute mentale e, talvolta, la loro stessa sopravvivenza siano compromesse. Eppure, troppo spesso, ci si ferma alla diagnosi: depressione, attacchi di panico, disturbo di personalità (della vittima!), col rischio di scambiare le conseguenze per le cause ed etichettare sbrigativamente come psicopatologico qualcuno che, invece, è invischiato nel “mal d’amore” e subisce quotidiani abusi emotivi. Una corretta e capillare informazione può prevenire efficacemente lo sviluppo di certe patologie ed evitare le tragedie di cui, purtroppo, ogni giorno abbiamo notizia. Se i media e i social, la stampa e il giornalismo online dedicassero lo stesso spazio che destinano abitualmente a speculare su i delitti a sfondo affettivo a divulgare consapevolezza e nozioni di base sull’affettività sana, saremmo già a un punto di svolta nella prevenzione psico-sociale.

C’è ancora molto da fare a livello istituzionale e nell’ambito dell’istruzione, dove i programmi di “alfabetizzazione emotiva” incontrano ancora molte resistenze e i progetti sul tema sono sporadici. Pare per mancanza di fondi, io credo per mancanza di sensibilità e di coscienza. L’impatto sulla società della diseducazione sentimentale è ancora sottovalutato, a dispetto dei reali bisogni dei cittadini. Mi basta pensare ai milioni di visitatori sul mio blog, Blog Therapy (http://www.enricomariasecci.blog.tiscali.it) e al riscontro della pagina Facebook Blog Therapy, arrivati senza indicizzazioni e pubblicità, o al riscontro del libro “I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi”, best-seller da oltre 11 mesi nel settore psicologia di Amazon, Internet Book Shop e Kobobooks, per capire quanto sia forte in Italia il bisogno di riferimenti e di informazioni sulle dipendenze affettive e sulle forme di narcisismo patologico.

Ricerche e studi clinici ravvisano ragioni genetiche e fisiologiche oltre che di crescita nei disturbi della personalità. Entriamo nel vecchio dibattito “natura contro cultura”: narcisismo, psicopatia e sociopatia quanto sono riconducibili a cause genetiche e quanto, invece, a traumi infantili e condizioni ambientali?

Neuroscienze e neurobiologia, grazie all’integrazione di medicina, fisica, biologia, antropologia, matematica, psichiatria, psicologia e psicoterapia stanno indagando con crescente efficienza sulle modificazioni anatomiche e funzionali del cervello causate da esperienze traumatiche di trascuratezza e/o di abuso psicologico, in età infantile e non solo.  Quello che vediamo ormai con chiarezza è che la comunicazione e la relazione influenzano significativamente lo sviluppo psicologico, incidono fisicamente sull’architettura e sull’organizzazione dinamica del sistema nervoso. Le variabili ambientali rivestono un ruolo decisivo sulla salute mentale. L’ambiente, il “curriculum emotivo”, lo stile di attaccamento marcano nella maggior parte dei casi  la differenza tra il narcisismo sano e quello perverso. Spesso questi pazienti sono stati a propria volta manipolati, utilizzati o abusati in famiglia e hanno trovato nelle modalità narcisistiche un modo per reagire al dolore in contesti di abbandono o di superficialità relazionale successive ai traumi primari nella scuola, tra i pari, sul lavoro.

Se non si può affermare con certezza che la società li crei, penso di possa dire che la società non li aiuti a correggere la gravità del trauma iniziale, che li lasci a se stessi. Per questo, anche in età adulta, rimangono pressoché pazienti invisibili. E gran parte delle osservazioni cliniche sul narcisismo perverso avviene quando le vittime chiedono aiuto o denunciano, o, peggio ancora, quando rimangono violentate e uccise.

Ha fatto riferimento allo stile di attaccamento, a eventuali traumi infantili e al curriculum emotivo: in poche parole, a tutto ciò che è pregresso a livello emozionale. Vorrei soffermarmi sul ruolo della famiglia di origine e in particolare su quello dei genitori. Persone che hanno rapporti distorti con i propri genitori finiscono inevitabilmente con il far pagare le conseguenze alle proprie compagne/i. Quanto conta nel narcisismo e negli altri disturbi della personalità il rapporto madre-figlio?

Di frequente chi sviluppa tratti disfunzionali di narcisismo ha vissuto nell’infanzia la fragilità di una madre che non è riuscita a compensare le mancanze dell’altro genitore, spesso distante e rigido. Non ha saputo difendere se stessa, né il bambino dalla freddezza e dagli atteggiamenti rigidamente normativi e soverchianti del proprio partner. Ne “I narcisisti perversi” indago sulle analogie del mito di Narciso con la storia reale dei narcisisti e ho trovato somiglianze illuminanti tra la famiglia raccontata nel mito e le configurazioni familiari correlate, nella realtà, al disturbo narcisistico. Nella formazione dei disturbi di personalità in genere, il fallimento della relazione genitore-figlio è un fattore patogeno molto forte su cui autori di impostazioni anche molto diverse sono unanimi. Anch’io sono convinto che il passato del narcisista perverso sia certamente esplicativo, ma, come terapeuta, credo fortemente che “spiegazione” non significhi automaticamente “soluzione”. E lo stesso vale per le vittime. Soffermarsi lungamente in terapia sulle distorsioni dei legami pregressi con le figure genitoriali a scapito delle difficoltà e degli schemi attivi nel presente, sino ad intessere intricate trame di memorie traumatiche infantili, rischia di convalidare il vittimismo grandioso tipico in questo disturbo, anziché focalizzare il trattamento sulle dinamiche perverse con i/le partner dell’età adulta.

Nella mia impostazione, il “qui ed ora” è la sola e reale possibilità di cambiamento. Nessuno può cambiare il passato, ma tutti possiamo cambiare il presente. Vale per ognuno di noi, tanto per le vittime, quanto per i carnefici. Perché se c’è una possibilità di cambiamento, questa si coniuga nel tempo presente e, soprattutto in terapia, è importantissimo accompagnare i/le narcisisti/e disfunzionali nell’acquisizione di un’identità adulta salda, maggiormente empatica e consapevolmente responsabile.  Al di là della scoperta e della narrazione delle mancanze subite da bambini, penso sia cruciale sollecitare il tema della responsabilità con cui, come uomini o donne fatti e finiti, i narcisisti (e, talvolta,  le loro vittime) continuano a ripetere nel loro presente, al di là della propria consapevolezza e illudendosi di sentirsi nel “giusto”, schemi mentali di sfiducia e di abuso, di abbandono e di impulsività estrema.

Il trauma da narcisismo è una delle più grandi sofferenze relazionali in cui si possa incorrere. Quali sono i comportamenti da evitare e quelli invece da mettere in atto per uscire dal dolore nel minor tempo possibile e far sì che i danni non siano permanenti?

La sofferenza inferta dalle relazioni patologiche in età adulta anche su persone che, prima del narcisista perverso, non sapevano cosa fossero la depressione, l’ansia, l’angoscia o l’ossessione, deve far riflettere sul fatto che il traumatismo psichico non è necessariamente un’eredità infantile, ma può colpire anche soggetti complessivamente sani e ben adattati. C’è molto lavoro da fare sul trauma affettivo in età adulta. La prima cosa che le vittime fanno è colpevolizzarsi, chiedere chiarimenti, accettare compromessi sconvenienti, umiliarsi, cercare di cambiare se stesse, distruggere la propria autostima. Cercano di “adattarsi” al mondo del narcisista, sino a interiorizzarlo insieme ai suoi disvalori. A volte, diventano a propria volta machiavelliche, manipolatrici e perdono così il contatto con le proprie emozioni. Perdono dignità, si isolano, si annullano. E il manipolatore le aiuta, demolendo le loro famiglie, il loro passato e il loro presente, gli amici, il loro senso morale. Tutto.  Così, si convincono di essere perdute e si consegnano all’amante perverso, come fosse un “salvatore”, quel principe azzurro che le solleverà dalla loro pochezza ed inutilità, che lui stesso ha determinato.

Per quanto riguarda i comportamenti da attuare quando si ha il dubbio di essersi “ammalati d’amore”, la cosa più facile è certamente documentarsi, leggere. Può servire a ridefinire il dolore in una cornice relazionale, cosa che le vittime di solito non fanno, o che fanno molto tardi. Ma la cosa più importante è chiedere una consulenza psicologica, specie quando in corrispondenza all’inizio e all’evoluzione della relazione emergono sintomi significativi: insonnia, irritabilità, tristezza, impulsività, aggressività, pianti improvvisi, esplosioni di rabbia e così via.

Una volta scoperta la causa del problema, se si decide di rimanere con il narcisista/psicopatico/sociopatico vuol dire che anche nella vittima c’è una patologia da curare. Di che patologia si tratta e come si può curare per non ricadere nello stesso errore?

In generale, nei casi in cui la vittima non trova il modo di sottrarsi a una relazione trascurante e/o abusante, il quadro diagnostico di riferimento è la dipendenza affettiva, che non è codificato dai manuali diagnostici, pur essendo molto reale e frequente nella pratica clinica. A questo proposito, è importante fare una diagnosi differenziale, che serve a comprendere se e in che misura la “vittima” possa soffrire di disturbi sottostanti dell’umore o della personalità. In questo caso, la dipendenza affettiva si configura come un disturbo secondario e “reattivo” a nodi, lutti e traumi pregressi che, comunque, a mio avviso devono essere affrontati in terapia parallelamente alla “dipendenza affettiva”. Sarebbe un grave errore aiutare una persona depressa a superare la depressione, senza aiutarla allo stesso tempo a comprendere quanto la relazione con un narcisista patologico amplifichi, alimenti e mantenga il suo problema. Sarebbe come prendersi cura di un bosco infragilito dal terreno arido senza, da prima, metterlo al riparo da un piromane seriale. Per questo ne “I narcisisti perversi” dedico interi capitoli alla spiegazione degli “schemi” dei narcisisti patologici e alle strategie per neutralizzarli. Come dire, mi soffermo sul piromane, più che sulla (eventuale) malattia dell’albero. E credo che questo faccia la differenza rispetto alla gran parte della letteratura sul tema e sia alla base del successo del mio libro.

Rabbia e desiderio di vendetta sono due tra i sentimenti più intensi da parte  della vittima. Si tratta però di forze distruttive che non fanno altro che rallentare il processo di recupero e di guarigione. Come combatterle?

Una tipica reazione della vittima è quella di interiorizzare l’aggressore e diventare a propria volta persecutoria, indaginosa, violenta. Questi sono sintomi di una dipendenza, sono il corrispettivo relazionale dell’astinenza dalla droga dell’affezione perversa. La rimuginazione e la rivalsa vanno intesi come parte stessa della patologia, e trattati delicatamente in terapia.  Può servire comprendere che la rabbia, da sempre, è il guinzaglio psicologico del narcisista, uno dei meccanismi elettivi della dipendenza. Tanto più che quando la vittima si svincola dalla rabbia, il narcisista perverso soffre (a proprio modo) enormemente, avverte una perdita e si equipaggia per sferrare un nuovo attacco. Spesso, paradossalmente, ricorre alla seduzione e al vittimismo e riesce quasi sempre a riconquistare la vittima (a volte dopo mesi o anni), soprattutto quella che non ha maturato strumenti attraverso una psicoterapia mirata e letture specifiche.

Parliamo della terapia: da psicoterapeuta, è più facile trattare un paziente-vittima o un paziente-carnefice?

I pazienti-carnefici non vengono in terapia, meno che mai se sono narcisisti. È una conseguenza della grandiosità implicata dal disturbo: dato che si sentono perfetti, non ammettono che uno “strizzacervelli” possa aiutarli, anzi. Una frase tipica del narcisista è “Io analizzo il mio psicoterapeuta!”.  Quindi se richiedono un aiuto, lo fanno per altri sintomi e solo se molto gravi,per esempio insonnia cronica, abuso di sostanze, dipendenza sessuale, o per stress lavorativo.Ho parlato di recente della terapia con i narcisisti in un post intitolato “Narciso in terapia. Lo specchio spezzato (http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2015/10/07/narciso-in-psicoterapia-lo-specchio-spezzato/), sul mio Blog Therapy.

Lavorare sulle “vittime” è comunque molto più complesso di quanto si creda. Prima di tutto perché, un po’ come i loro partner, chiedono un aiuto per sintomi secondari ormai molto marcati, depressione e attacchi di panico, disturbi alimentari o altro, e di rado sono consapevoli della correlazione tra questi disturbi e la situazione relazione in cui sono invischiate.Rispetto ai narcisisti, però, con le vittime è più agevole creare un ambiente terapeutico autentico e collaborativo. Al di là delle resistenze alla terapia, i/le dipendenti affettivi/e sembrano nutrire nel/la psicoterapia un’aspettativa inconscia di salvezza, quale poi realmente si rivela essere nella maggior parte dei casi.

Non bisogna immaginare necessariamente lunghi anni di sedute, a volte lo svincolo è molto rapido e può richiedere pochi incontri. Ricevo quasi ogni giorno ormai commenti sul blog e email di persone che raccontano di aver mosso passi decisivi solo dopo la lettura del libro, e questo mi convince che siano tantissime le situazioni che grazie a un’informazione incisiva e chiara possano evolvere positivamente, prima che si renda necessaria la psicoterapia.

A colloquio con Claudia Moscovici

 

 

Con più di ventimila visite in un mese il nuovo blog italiano Relazioni Pericolose si sta rivelando, come è successo negli Stati Uniti d’America, un valido strumento di aiuto per le vittime di relazioni patologiche. Abbiamo rivolto a Claudia Moscovici, autrice del libro da cui sono tratti alcuni articoli del blog, le domande che spesso le vittime continuano a farsi senza riuscire a darsi risposta. Si tratta di quesiti ricorrenti nei forum di recupero da questo tipo di disagi relazionali.

Perché si parla così poco di psicopatia?

La psicopatia è un problema serio, provoca danni in decine di milioni di vite, ovunque nel mondo. Anche se gli psicopatici costituiscono una piccola percentuale della popolazione – tra l’uno e il quattro per cento, a seconda delle statistiche di riferimento dei diversi Paesi, sono persone molto socievoli e, confondendosi facilmente tra la gente comune, toccano (e devastano) molte esistenze. La credenza diffusa è che siano serial killer o assassini. La maggior parte di noi, quindi, si sente relativamente al sicuro e confida di non finire sotto le loro grinfie. In realtà, invece, sono pochi quelli che uccidono. Non ci si rende conto che la probabilità di interagire con psicopatici “più normali”, e cioè traditori, truffatori e bugiardi seriali, è molto alta, sicuramente superiore a quella di incappare in un serial killer. I blog che tengono conto di studi e ricerche, come quello americano www.psycopathyawarness.wordpress.com e la neo-nata versione italiana, Relazioni Pericolose, possono raggiungere milioni di lettori perché portano nelle case la realtà della psicopatia. E’ possibile che le relazioni patologiche tocchino anche la tua vita. Se ti sei trovata in un rapporto abusivo, è plausibile che sia stato con uno psicopatico. Poche persone sono immuni ai legami nocivi. L’informazione può aiutare tutti a identificare le relazioni pericolose, come si intitola il mio libro in inglese (Dangerous Liaisons). Perché, diciamolo con tutta franchezza, i rapporti più tossici sono le relazioni sentimentali con i predatori. Il danno che possono procurarci è inimmaginabile, ma la conoscenza del fenomeno ci può far guarire e voltare pagina.

L’ossessione che lo psicopatico sviluppa nei confronti di una preda che si è prefissato di conquistare è simile a quella che la vittima prova per lui. Possiamo definirlo un dipendente emotivo?

Sì e no. Lo psicopatico (o la psicopatica, in caso sia una lei), è in primo luogo un predatore emotivo. Si ubriaca del senso di potere che deriva dal controllare gli altri e vederli dipendenti da lui. E’ ossessionato dalla conquista di nuove vittime e può investire un sacco di energia per fare in modo che credano ai suoi teatrini: che le ami, che tenga a loro e che darà loro tutto quello che desiderano (che sia felicità, amore, ricchezza ecc.). Le emozioni dello psicopatico sono comunque molto superficiali: non è in grado di formare attaccamenti autentici, disinteressati e profondi. Pertanto, anche nelle ossessioni, e quindi nei picchi emotivi tipici di quando è in fase di conquista di una nuova vittima, sarà superficiale ed effimero: passerà da una vittima all’altra, da un fremito all’altro.

Quali sono i fattori scatenanti la noia, che è uno dei tratti caratteriali di queste personalità?

La noia dello psicopatico è determinata dal fatto che non ha profondità emotiva. Non può importargli tanto degli altri non avendo legami durevoli e basati sul rispetto e interessi reciproci. Ciascuna interazione umana per lo psicopatico è un gioco di potere, che vuole a tutti i costi vincere. Le persone normali combattono la noia dando un senso alle proprie relazioni personali, avendo cura delle persone care, tenendo ai propri lavori e alle proprie iniziative di vita. Niente del genere è in grado di far presa sullo psicopatico, che sarà sempre in cerca di nuove relazioni, nuovi lavori e nuovi posti dove andare, nuove fonti di divertimento e gratificazione che, prima o poi, lo stancheranno comunque.

Cosa determina la durata delle tre fasi della relazione?

Ci sono molte variabili che determinano lo svolgimento del processo di idealizzazione, svalutazione e scarto nella relazione con uno psicopatico: per esempio, se si tratta di un soggetto sufficientemente carismatico da trovare nuove vittime; se la vittima costituisce una sfida o se, invece, è facile da conquistare; quanto a lungo la vittima è a lui utile e quanto è disposta a tollerare. Alcune non lasciano mai lo psicopatico, indipendentemente da quanto lui si comporti male: il legame tossico diviene troppo forte; la loro autostima è stata seriamente danneggiata e, senza lo psicopatico, si sentono una nullità. Ci sono anche alcune che iniziano ad adottare tratti psicopatici (mancanza di empatia, superficialità emotiva, piacere nel ferire gli altri) o perché già presentavano queste tendenze o perché lo psicopatico incoraggia comportamenti del genere.

Cosa significa la felicità per uno psicopatico e, soprattutto, riesce a provarla?

Se la felicità implica profondità di emozioni e avere cura degli altri allora no, lo psicopatico non può provarla. Ma spesso prova fremiti o picchi emotivi quando raggiunge i suoi scopi, mette a segno una nuova conquista o un risultato oppure quando riesce ad avere la meglio in qualche controversia con gli altri.

Perché gli psicopatici ripetono sempre gli stessi errori, relazione dopo relazione, e non imparano mai?

Gli psicopatici non imparano perché non vogliono imparare dai propri errori; non si considerano sbagliati. Sono individui profondamente narcisisti e amorali che non si prendono le colpe dei propri misfatti. Se qualcosa non funziona, colpevolizzano gli altri; se mortificano le proprie vittime, è su di loro che scaricano la responsabilità. Spesso far stare male gli altri procura loro una grande soddisfazione. A volte ricorrono alla terapia per “migliorare” una relazione, ma ciò avviene solo quando hanno un egoistico interesse a rimanere in quella relazione e comunque si tratta di un’astuzia (prendono in giro le proprie compagne, il terapista, le loro famiglie nel far loro credere che possono e vogliono cambiare).

A relazione finita, gli psicopatici si ricordano delle emozioni che hanno provato, seppur si tratti di proto-emozioni, o sono in grado di cancellarle del tutto?

Possono ricordare il senso di euforia dell’inizio della relazione ma non provano alcun attaccamento reale e profondo verso l’artefice di quello stato. In altre parole, ricordano caldamente il proprio entusiasmo ma non la relazione o la compagna. Ecco perché gli psicopatici cercano sempre qualcuno di nuovo in grado di provocare la stessa euforia mentre si dimenticano di coloro che li hanno fatti sentire entusiasti in passato.

Ci sono differenze sostanziali tra gli psicopatici e i narcisisti patologici?

Ci sono differenze nel senso che tutti gli psicopatici sono narcisisti (egocentrici ed egoisti) ma non tutti i narcisisti sono psicopatici (giocatori di emozioni, bugiardi patologici ecc.). I narcisisti patologici, comunque, sono contraddistinti da un narcisismo talmente estremo da assicurare loro un posto molto vicino agli psicopatici nella gamma psicologica.

Cosa prova lo psicopatico quando una preda si dà alla fuga?

Molto spesso, rabbia. Collera. Ecco perché il periodo più pericoloso per una vittima è quello immediatamente successivo alla fuga dallo psicopatico o da qualsiasi tipo di abusante quando, molto probabilmente, lui sarà furioso che una sua preda, o qualcuno che controllava, ha avuto il coraggio di lasciarlo.

Quando tenta una ricattura è sempre in malafede o spera che le cose possano cambiare?

Uno psicopatico può sentire che è nel suo immediato interesse fare qualche cambiamento per andare incontro alla propria compagna, alla famiglia, agli amici ecc. Ma quei cambiamenti sono passeggeri, a breve scadenza ed egoistici. Non sono in alcun modo rivolti agli altri. Quindi,mi sento di rispondere che gli psicopatici non cambieranno mai in modo durevole per il bene di nessuno.

Durante la fase dell’idealizzazione lo psicopatico già sa come andranno a finire le cose o spera di aver trovato “quella giusta”?

I sentimenti degli psicopatici sono solo temporanei. A un certo punto possono sentirsi talmente innamorati da credere di aver trovato la donna giusta. Ma, allo stesso tempo, sono sempre strategici e manipolatori e i sentimenti molto superficiali. Quindi “quella giusta” di un giorno, un mese o un anno non sarà la stessa del giorno, del mese o dell’anno successivo. Il concetto di “quella giusta” o di amore vero non ha senso per uno psicopatico perché non è in grado di amare veramente.

Qual è l’effetto dello smascheramento e cosa prova quando le carte vengono scoperte?

Rabbia e derisione. Infatti, è comune che uno psicopatico ricorra a campagne preventive di denigrazione in grado di demolire la reputazione della vittima presso conoscenti e amici in modo che, quando lei racconterà agli altri dei suoi comportamenti, non sarà creduta.

Il blog Relazioni Pericolose ha superato abbondantemente ventimila visite in un mese di vita. Sembra che in Italia le donne facciano sempre più ricorso a strumenti di supporto come la psicoterapia, le letture e i confronti sui forum di recupero. Qual è la strada più veloce e sicura per uscire dalla sofferenza provocata dallo psicopatico?

Il mio consiglio alle donne italiane è prima di tutto cercare documentazione dettagliata sulle relazioni abusive, sulla psicopatia e sul narcisismo nei blog e sui libri che siano affidabili. Senza queste informazioni è facile “cronicizzare” l’abuso. Nel caso degli psicopatici carismatici, è semplice ricordare l’euforia della fase della luna di miele, collegarla all’amore romantico e poi ricondurre le cause della sua evaporazione e del successivo abuso a se stessi invece che ai propri compagni disturbati. Nelle culture latine, come in Italia, in Francia e nel mio Paese, la Romania, è facile confondere i tratti negativi come la gelosia, la possessività e la natura dominante degli psicopatici con la passione. Ma “il Don Giovanni” è attraente solo nell’opera e nella fiction. Nella vita reale questi personaggi sono portatori di guai. E’ molto importante accettare che la fase romantica della relazione patologica non è mai girata intorno all’amore e nemmeno alla passione, ma solo alla conquista, all’inganno e al nuovo trip dello psicopatico. Poi, quando ci si informa e si capisce di essersi imbattute in un partner patologico, si fugge e si stabilisce un serrato “no contact”. Qualsiasi contatto offre allo psicopatico l’opportunità di riacciuffarti, manipolarti e farti ancora del male, spesso più di prima. Questo non vuol dire vivere nella paura ma solo lasciarlo dietro le spalle e non coinvolgersi mai più con un altro dalla personalità simile. Trovare forum di discussione e confrontarsi con altre persone che sono passate attraverso un’esperienza così dolorosa può essere molto d’aiuto ma raccomanderei una certa cautela; dopo un periodo di tempo, esiste il pericolo di “avvitamento” e di “elucubrazione”: rimuginare, giorno dopo giorno, mese dopo mese e anno dopo anno la stessa brutta esperienza del passato, condividerla e commiserarla con le altre vittime. E’ importante trovare persone che sono passate attraverso questo trauma ma è altrettanto essenziale provare a curare altri aspetti della tua vita e non rimanere mentalmente incollata al trauma del passato. Dopotutto, non vorrai mica che questa brutta esperienza condizioni il tuo presente e il tuo futuro. Detto ciò, le vittime guariscono in modi e tempi diversi. Ci sono molti fattori in ballo: la loro infanzia, la loro personalità, il loro sistema di supporto; quanto lo psicopatico è riuscito a isolarle e a ferirle. Ma ricorda sempre che, alla fine, l’obiettivo è quello di guarire e stare bene, non far ruotare la propria vita intorno a una brutta esperienza.

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2015/11/05/my-answers-to-common-questions-about-psychopathy/

Traduzione Astra