Secci e “Gli uomini amano poco”

 

Sette tipologie di uomini che amano poco e sette tipologie di donne che fanno altrettanto. E’ un trattato sul mal d’amore “Gli uomini amano poco” di Enrico Maria Secci (https://www.amazon.it/Gli-uomini-amano-poco-dipendenza-ebook/dp/B01EKOSJ6I), psicoterapeuta e specialista di disagi psico-relazionali, firma prestigiosa di Relazioni Pericolose nonché rifugio e ancora di salvezza per migliaia e migliaia di persone intrappolate in dinamiche di dipendenza affettiva, legami tossici ed assuefazioni malate. Quasi 300 pagine di preziose analisi, descrizioni, storie vissute. Vicende di “donne intrappolate nei labirinti di uomini che non solo non le amano, ma non amano affatto, né loro né nessuna”. Di “uomini imprigionati nel deserto affettivo di compagne iper-controllanti e frustranti che non li amano, ma non amano affatto, né loro né nessuno”. E di “uomini e donne che semplicemente non si innamorano e non amano, oppure che si innamorano ma non amano, o, infine, che amano ma non si innamorano”.

E’ un manuale sulla dinamica del sentimento, quello di Secci. Un affresco dove trovano spazio i colori netti e sgargianti di un rapporto sano e pulito e quelli più ibridi e cupi di una relazione sbilanciata dove però, sottolinea l’autore, non bisogna pensare a tutti costi “che la mancanza di attitudine al sentimento d’amore, inteso nella sua accezione romantica più comune, sia il sintomo di una patologia, l’esito di un trauma o la conseguenza di una qualche deviazione dalla norma. Esistono persone che non si innamorano per quanto si sforzino di farlo e per quanto siano amate dall’altro; esistono non come espressione di patologia in una frazione infinitesima della casistica generale, ma come variante fisiologica e relativamente frequente dell’affettività umana”.

Attenzione, questo è un punto straordinariamente importante. Ci sono molte donne e uomini che, non rassegnandosi al rifiuto da parte dell’altro, scambiano il disinteresse per qualcosa di patologico. Si arrovellano, si incastrano, si addentrano nei meandri più tortuosi della dipendenza affettiva. In totale solitudine. In completa autonomia. Parliamoci chiaro: in questi casi l’unica patologia è la propria. Spiega Secci: “Ci sono persone del tutto normali che non hanno bisogno d’amore, non lo cercano e, anzi, lo sfuggono e combattere contro la loro modalità di relazione vuol dire lottare contro mulini a vento”.

Sono le persone che amano poco. Uomini, ma non solo. Accanto alle sette tipologie maschili di chi ama poco (l’uomo in multiproprietà, il narcisista perverso, l’uomo diviso, l’eterosessuale omoaffettivo, l’indifferente sessuale, l’omosessuale irrisolto e il possessivo distruttivo) Secci individua sette tipologie femminili (la seduttrice impenitente, la profuga rassegnata, l’inquisitrice, la psicologa mancata, la sposa bambina, la romantica tradita e la martire familiare). “Il circolo vizioso delle dipendenze affettive- scrive Secci– può travolgere anche gli uomini con modalità simili e altrettanto deflagranti, ma è meno facile individuare e descrivere il problema perché i maschi sono restii a chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta e dunque costituiscono una casistica apparentemente meno numerosa rispetto alle femmine.” Due capitoli del libro, tra gli altri, sono dedicati al mal d’amore e alla dipendenza affettiva maschile, uno al tradimento, uno agli amori passati. In particolare, Secci si sofferma sui rapporti irrisolti: “Molte persone intraprendono nuove relazioni senza aver portato emotivamente a termine una storia precedente. Come si dice, “ripiegano” su un nuovo partner nell’ingenua strategia di superare una separazione oggettiva che non è stata soggettivamente accettata e interiorizzata. In questo modo, gettano le premesse per un altro rapporto instabile, in cui il nuovo partner vive l’ex come una minaccia quando è presente come “amico”, o come presenza ostacolante anche quando non c’è”.

In relazione alle “coppie ricomposte” e alle situazioni “sospese nel tempo in una sorta di stand-by emozionale che, da un momento all’altro, si sblocca”, Secci sottolinea come i due ex si ricongiungono “con slancio tale che sembra rimettere in gioco la volontà di stare di nuovo insieme con migliori propositi, mentre, in realtà, consiste, prosaicamente nell’esigenza di negare il cambiamento e risponde a logiche di possesso più che di legame”.

Il viaggio di Secci attraverso le dinamiche relazionali non può non passare dalla “resilienza di coppia” definibile come “la competenza condivisa di reagire ai cambiamenti con flessibilità e dinamismo. Questa capacità è il frutto di una combinazione, sempre originale e differente da caso a caso, tra i partner: si tratta cioè di una qualità emergente dalla coppia, qualcosa che i singoli potrebbero non possedere e che deriva dal particolare modo in cui interagiscono”.

“Gli uomini amano poco” è un faro in mezzo al mare. Un manuale in grado di illuminare a giorno le nostre debolezze relazionali, un incoraggiamento alla guarigione dalla dipendenza affettiva e all’acquisizione della piena consapevolezza di sé e di chi amiamo al fine di vivere un rapporto sano, sereno, costruttivo e soprattutto di crescita reciproca.

Astra

Saccà: “La vita scorre. Vai oltre”

 

Il numero di persone intrappolate in relazioni tossiche e pericolose si fa sempre più alto. Ogni giorno le pagine di questo blog sono visitate da centinaia e centinaia di vittime in cerca di una risposta al proprio dramma, di un balsamo da massaggiare sulle ferite e, soprattutto, di un sollievo contro i sensi di colpa e i loro devastanti effetti sull’equilibrio psicofisico dell’essere umano. Molti di voi saranno arrivati a leggere queste righe grazie a una frenetica digitazione di parole chiave sui motori di ricerca. Aggettivi, sostantivi e verbi battuti alla cieca sulla stringa di Google in frasi che riassumono l’incubo che si sta vivendo. Si aprono pagine di blog e forum di recupero con testimonianze, descrizioni, pareri di psicologi, articoli di giornali. E, come un puzzle che riesce miracolosamente a ricomporsi, finalmente l’illuminazione. Ciò che viene fuori è una fotografia, nitidissima, del proprio carnefice. E’ proprio luiE’ tale e quale a lei.

La ripresa e la guarigione partono da qui. Ecco perché sono una convinta sostenitrice della potenza dell’informazione. Knowledge is power sostengono gli americani, che tanto hanno da insegnare sulle strategie di uscita dal labirinto di una relazione pericolosa. Anche in Italia ci sono psicologi che trattano l’argomento con preziose pubblicazioni. A volte si tratta di ex vittime di rapporti tossici, come Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta romana, autrice del libro La vita scorre. Vai oltre. Come uscire da una relazione tossica e rinascere emotivamente, 2016, Youcanprint. Lo presenta a Relazioni Pericolose.

Questo testo nasce dal desiderio di aiutare le persone a comprendere se si trovano in un legame malato e a capire come anche loro contribuiscono a mantenerlo in piedi. Il libro offre inoltre utili suggerimenti per mettere il punto a una relazione distruttiva al fine di riprendere in mano la propria vita e rinascere emotivamente. Troppo spesso, quando si parla di dinamiche di dipendenza e manipolazione relazionale, ci si focalizza unicamente sulle caratteristiche del cosiddetto ‘predatore affettivo’. Per quanto sia fondamentale riconoscere i tratti distintivi di un/a personalità disturbata e manipolatrice (ci sono in commercio numerosi e utili libri in merito) è altrettanto prezioso far luce sui processi mentali ed emotivi tipici di chi rimane invischiato dentro dinamiche manipolative, rendendosi corresponsabile di una relazione patologica. Ecco dunque che la finalità primaria di questo testo è di fornire al lettore un’idea dei meccanismi mentali ed emotivi che lo tengono imprigionato in una relazione tossica al fine di riconoscerli, correggerli e imparare a interrompere il legame quando è inevitabile.

Ricordiamoci che cercare unicamente fuori le cause della propria sofferenza distrae la persona da ciò che può fare per gestire quel dolore.

Limitarsi unicamente ad individuare “un” o “il” colpevole non ripara i danni emotivi e affettivi, anzi, può indurre l’individuo in uno stato di lamentazione cronica e di vittimizzazione che prolunga il malessere.

Il titolo del libro contiene un messaggio che invita alla rinascita.

Il titolo del testo nasce da una mia esperienza personale. In un momento di sofferenza dovuta proprio a una relazione tossica mi arrivò un giorno un messaggio che conteneva queste parole ‘La vita scorre. Vai oltre’. In quel momento, pur apprezzando la suggestione di questa frase, non riuscivo a sentirla nel profondo. A livello emotivo non ero ancora pronta. Poi la mia rinascita ha fatto sì che comprendessi a livello più profondo il significato ‘potente’ di quelle parole. Per questo ho deciso di intitolare così il mio libro, per far arrivare alle persone un messaggio forte, quello che la vita scorre e noi dobbiamo utilizzare al meglio il nostro tempo imparando a darci la possibilità di andare oltre e di rinascere ogni volta che è necessario. Per toglierci gli abiti sporchi di cose e persone che non ci appartengono più. Per fluire con la vita che ci può premiare solo quando ci trova puliti dentro.

Dobbiamo imparare a reagire, a rendere la nostra mente flessibile e a lasciare andare. Il libro offre preziosi suggerimenti al riguardo.

Si tratta di una lettura utile a tutte le persone ‘intrappolate’ in una relazione tossica -sia essa sentimentale, familiare o amicale- e che non riescono più ad uscirne. Possiamo considerarlo come una ‘guida’ che permette di riconoscere le principali trappole in cui cade la persona che si annulla nella relazione tossica e non riesce a distaccarsi. In altre parole, di approfondire i vissuti emotivi tipici che si attivano nelle dinamiche di dipendenza e manipolazione affettiva e che possono interferire, se non adeguatamente elaborati, con il processo di chiusura di una relazione malata.

Ampio spazio viene dato anche all’aspetto della ricostruzione personale e vengono evidenziate le tappe fondamentali necessarie per riprendere in mano la propria vita e rinascere emotivamente dopo un distacco. Vengono inoltre fornite linee guida per riconoscere i segnali d’allarme tipici di una relazione malata al fine di tutelarsi ed acquisire nuovi e più funzionali codici ‘affettivi’ che permettano di strutturare relazioni sane.

In cosa consistono i “Pensieri Guida” che accompagnano ciascun capitolo?

Ho selezionato alcuni contributi tra quelli che da circa un anno pubblico quotidianamente sulla mia pagina Facebook ‘Le più belle frasi della Dott.ssa Francesca Saccà ’ con l’obiettivo di valorizzare questo scritto con ‘Pensieri- Guida’ che siano per il lettore come un navigatore utile al fine di promuovere maggiore consapevolezza circa i suoi disagi, far luce sugli errori che non gli permettono di uscire da una relaziona malata e iniziare a orientarsi. I miei pensieri-guida hanno lo scopo di spronare a gettare le basi per una rinascita emotiva, riprendere il cammino e andare oltre il dolore del distacco.

Dentro i miei pensieri c’è sicuramente ‘Francesca’ con il suo viaggio di scoperta, i suoi dolori, le sue gioie ma c’è anche la ‘Dottoressa’, con le storie che ogni giorno bussano alla porta del mio studio, lasciano il segno e offrono ispirazione.

Quotidianamente ricevo messaggi da parte di persone che mi ringraziano perché si identificano con ciò che scrivo e utilizzano i miei contributi per migliorarsi e crescere. Ed è proprio questo il senso della mia attività su Facebook, fornire spunti quotidiani di riflessione che aiutino ad acquisire maggiore consapevolezza circa i propri disagi relazionali ed attivarsi al fine di migliorare la propria condizione.

Ho deciso di inserire i miei Pensieri-Guida nel libro poiché ritengo che comprendere il potere che i nostri pensieri hanno sulle nostre scelte di vita è di estrema importanza. Pensieri sbagliati comportano percorsi sbagliati. Pensieri sani rendono la mente più aperta al cambiamento, alla crescita, al miglioramento.

Quale messaggio vuole far arrivare ai lettori?

Che la vita che abbiamo è una e la dobbiamo vivere a pieno. Purtroppo il male esiste ed esistono persone dannose al nostro benessere. Possiamo innamorarci di loro perché sanno abilmente mascherarci e manipolarci. Ma possiamo riconoscerli e salvaguardarci lavorando su noi stessi riparando la nostra autostima danneggiata e riscoprendo i nostri valori e bisogni più profondi. Se da soli non ce la facciamo possiamo chiedere un aiuto specializzato che di certo permetterà di velocizzare i tempi di ‘rinascita’. Ma il messaggio sostanziale è che dobbiamo imparare a lasciare andare tutto ciò che ci inquina, avere il coraggio di attraversare il dolore e la forza di ricostruire. Si può fare.

Intervista  e commento di Astra

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/la-vita-scorre-vai-oltre.html.

francesca.sacca@gmail.com

Narcisismo e dintorni

 

Un video di Alessandro Pedrazzi postato su Youtube può chiarire le idee sui punti chiave della personalità narcisistica, sui motivi per i quali questi soggetti sfuggono ai nostri radar, su quali siano le persone più a rischio di cadere nella loro trappola e su come gestire un rapporto con personaggi così disturbati. Riportiamo i passi salienti dell’intervento di Pedrazzi che, in apertura di intervento,non manca di sottolineare come gli unici segreti siano quelli di evitare di iniziare un rapporto con una persona di questo genere e di non frequentarla.

Perché i narcisisti sfuggono ai nostri radar e non riusciamo a capirli in tempo? In primo luogo, abbiamo delle idee stereotipate ed errate riguardo il narcisismo e la psicopatologia, idee spesso propagandate dal cinema e dalla letteratura, che dipingono queste persone come folli che si potrebbero intercettare a miglia di distanza. La realtà è ben diversa.

In secondo luogo sono profondamente diversi da noi per deficit empatico e per bassa capacità di introspezione. Stiamo parlando di persone difficili da capire sulle prime proprio per questa loro diversità. 

C’è poi il fattore del “fascino del male”. Nella nostra società, che sta andando incontro alla deriva narcisistica, certi modelli propagandati legati al potere sociale e alla bellezza (un altro tipo di potere sociale) ci spingono a sottostimare i rischi insiti nel cercare una persona estremamente brillante e vincente (o che così appare). Così finiamo per cercare e bramare persone che in seguito ci chiedono conto psicologicamente di tutta una serie di vantaggi che pensiamo di poter trarre da loro.

Esiste poi il semplice principio psicologico del “non può succedere a me”, che è lo stesso principio degli incidenti stradali. Siamo portati a pensare che certe cose brutte, certe relazioni d’amore particolarmente negative non possano accadere a noi. E’ cioè plausibile che le cose negative possano accadere agli altri ma non è normale che accadano a noi.

Un’altra cosa che tendiamo a sottostimare è il tipo di danno inflitto. Mi spiego: per molti il fatto che una persona non sia violenta fisicamente ma lo sia “solo” psicologicamente è qualcosa che può essere più facilmente perdonabile, accettabile, giustificabile. Motivo per cui le persone violente psicologicamente hanno molto più campo libero rispetto a coloro che agiscono la loro aggressività in modo fisico.

Chi è più a rischio di finire con un partner narcisista?

In primo luogo persone che a loro volta hanno tratti narcisistici. Infatti il soggetto narcisista può scegliere un partner che sia sostanzialmente una proiezione eterosessuale del proprio lato idealizzato. Ecco quindi che persone ambiziose in modo narcisistico, sceglieranno solo persone che assomigliano a loro, semplicemente perché  rappresentano una loro proiezione narcisistica nell’altro sesso. Come dire: “Io non accetto nessuno che non sia al mio livello”.

Abbiamo poi i soggetti narcisisti-masochisti, persone che soddisfano il loro narcisismo distorto tramite atteggiamenti masochistici, cioè facendosi offendere, sottomettere, sperando inconsciamente nel fallimento delle loro relazioni affettive. Il loro narcisismo, nascosto dietro una parvenza di umiltà e sfortuna, si rivela proprio dal desiderio di essere riconosciuti come i più sfortunati, persone assolutamente incomprese. Si capisce che c’è dietro un fattore narcisistico, proprio per la forte presenza superegoica presente anche nel narcisismo. Queste persone cioè hanno una componente di giudizio interiore severo e feroce che li porta a dei severi sensi di colpa e a profondi stati depressivi.

Ci sono poi le persone dipendenti, la cui necessità di trovare un “helper” e la cui insicurezza e tendenza a ipervalutare il partner colludono e sono complementari all’atteggiamento svalutatitivo del narcisista. Questi soggetti, più di altri, trasformano il terapeuta in un “gabinetto”, cioè vanno in terapia (o anche da amici) lamentandosi terribilmente del proprio partner ma non prendono nessun provvedimento per liberarsi della situazione.

Abbiamo poi  i soggetti francamente masochisti che sono attratti dalla falsa sicurezza del narcisista e naturalmente colludono con il suo desiderio  di vedere nel partner una persona totalmente sottomessa. Tra l’altro il masochista, per il suo modo di essere, delude costantemente le aspettative idealizzate del narcisista che scarica su di lui la sua rabbia in un ciclo continuo che non fa altro che rinforzare la patologia di coppia.

Infine, abbiamo le persone non patologiche che hanno la sfortuna di incappare in un partner narcisista. La tipica percezione di tossicodipendenza, che spesso si manifesta nell’incapacità di allontanarsi dal narcisista nascondendosi dietro scuse tipo “Non vorrei vederlo ma è lui a cercarmi…” (ricordo che abbiamo la libertà di chiudere le saracinesche ma non lo facciamo e quindi esiste una vera e propria incapacità di allontanarci),  è collegata al fatto che il questo soggetto ha la capacità di legarci proprio perchè parla al nostro stesso narcisismo. Spesso il narcisista si rivolge alle nostre stesse ferite narcisistiche ed è proprio tramite queste chiavi di volta che fa breccia nei nostri cuori. Magari in un passato più o meno remoto ci siamo sentiti poco valutati, poco belli, poco apprezzati, poco particolari, poco femminili, poco virili. Il narcisista ha la capacità di ipervalutare tutti i nostri lati feriti e ci farà sentire molto femminili, irresistibili, essenziali, necessari, quando magari ci siamo sentiti inutili e svuotati. La verità è che non è tanto difficile abbandonare il narcisista quanto l’idealizzazione che lui è riuscito a creare in noi stessi. E’ questo un problema che va affrontato. Si tratta di un percorso doloroso ma assolutamente possibile per una persona che, pur non avendo una patologia o un disturbo di personalità, ha avuto nella propria vita delle ferite narcisistiche. Partiamo dunque dal presupposto che spesso è tutto un gioco di narcisismo su narcisismo. 

Come possiamo gestire la relazione quando stiamo con una persona narcisista?

Prima di tutto rispondete con la mente e non con le emozioni: non avete bisogno di confrontarvi con una persona così disturbata per far valere le vostre ragioni.

Ripeto una cosa  che ho già sostenuto: quando uscite a cena con questo soggetto non guardate come tratta voi ma come tratta il cameriere. Il narcisista rivela il proprio carattere quando può approfittare di persone che, per qualche motivo, hanno un ruolo subordinato. Quindi fate attenzione a come tratta i bambini, gli animali, le persone che hanno un ruolo di servizio. Non concentratevi solo su come venite trattati voi per poi dire: “Voi non lo capite, come me è dolcissimo!”. Sì, con voi è dolcissimo, però con gli altri come si comporta?

Una persona che sta avendo un cattivo rapporto con un narcisista inizierà a sviluppare sentimenti di rabbia, di ostilità, fantasie suicidarie, che non devono spaventare ma che sono semplicemente indice di un desiderio di fuga. Si possono sviluppare anche idee di morte verso il narcisista, il che non è altro che un modo di interrompere una situazione dolorosa senza doverci mettere mano ma sperando in una soluzione magica e fatalistica.

Non giocate a fare i salvatori. Non cercate di salvare chi non vuole essere salvato. Date il giusto peso al libero arbitrio. 
Mi diverte sentire la frase: “Devo passare un periodo da solo. Devo imparare a stare da solo prima di stare bene con gli altri!”. Non funziona così. Non si impara a stare con gli altri stando da soli, così come non si impara a stare da soli stando con gli altri. Se volete imparare a conoscere nuove e migliori persone, se volete imparare nuovi modelli di relazione, lo imparerete attraverso delle relazioni. Il valore della psicoterapia  è proprio questo: si impara a stare con le altre persone perché per un certo periodo si affronta una relazione bonificata, migliore e controllata, che è quella col terapeuta. Ciò che avviene all’interno dello studio di uno psicologo è, di fatto, una relazione umana che porta a migliori relazione umane. Non ripiegatevi pertanto su voi stessi chiudendovi in casa e sperando di imparare qualcosa che non si può imparare da soli.

Ultimo step. Imparate a sostituire l’amarezza con il perdono. Una cosa molto complicata ma anche molto gratificante che di fatto vi pone ad un livello superiore rispetto al narcisista. Non si tratta di un gioco di potere, ma di una superiorità profondamente umana e spirituale nei confronti di chi vi ha vessato.

E infine, una piccolissima curiosità per concludere. E’ stato creato un questionario a risposta singola, denominato SINS (Single Item Narcissism Scale) finalizzato ad intercettare i soggetti narcisisti.  La domanda è : “Sei narcisista?”. I narcisisti tendono a rispondere affermativamente. Quindi, la prossima volta che andate a cena con qualcuno e pensate che possa essere una persona narcisista, un po’ strana, invece di fare domande che non servono a niente, ridendo e scherzando chiedetegli: “Sei narcisista?”. Se risponde di sì iniziate a drizzare le antenne!

Dott. Alessandro Pedrazzi- Milano

http://www.psicologoinrete.com/vittima-del-narcisista.html

Ritratto del narcisista

 

Il narcisismo è un elemento ineliminabile della psiche umana ed ha una sua utilissima funzione, quella che potremmo definire con parole un pò semplici dell’amor proprio, della capacità di darsi un valore e di curare il proprio interesse, tuttavia non trascurando l’impatto che questo amor proprio ha sulle persone circostanti; quindi non trascurando il valore dell’empatia che è la capacità di mettersi idealmente nei panni dell’altro, di sentirlo. Una capacità che abbiamo tutti tranne il narcisista patologico, nel quale si rileva proprio un limite empatico o, nei casi più gravi, una mancanza di empatia. Quindi il narcisismo patologico si gioca soprattutto nella qualità delle sue relazioni interpersonali e dal rapporto superficiale con il proprio mondo interno, perché dietro questa maschera di grandiosità, di arroganza, di sicurezza, di desiderio di essere riconosciuto come una persona degna di privilegi, dietro questo Falso Sè, abbiamo un Vero Sè interno profondamente fragile.

E’ importante sapere che lo stereotipo del narcisista, per come si usa il termine comunemente, cioè l’egocentrico esibizionista ed accentratore, è solo un tipo di narcisista riconosciuto dalla clinica. Gabbard ad esempio differenzia fra Narcisista IPERVIGILE e INCONSAPEVOLE. Il secondo è quasi del tutto sovrapponibile allo stereotipo del narcisista magniloquente ed egocentrico, in cerca di attenzione e di una bella vita. L’inconsapevole invece apparentemente timido e ritirato ma, da una posizione periferica, esprime risentimento tramite un continuo paragonarsi agli altri, cosa che lo fa apparire come livoroso, rancoroso e ovviamente invidioso.D’altra parte Millon, parlando di narcisismo, ha elencato il narcisista SENZA PRINCIPI (tipo antisociale):amorale, truffatore, arrogante, vendicativo, sfruttatore, con coscienza deficitaria. Il narcisista COMPENSATIVO (tratti negativistici, evitanti): compensa una profonda percezione d’inferiorità e inadeguatezza facendo della vita una ricerca di traguardi e compensazioni; come un evitante è molto sensibile al giudizio altrui. Il narcisista ELITARIO (variante del modello indicato nel DSM): si sente un privilegiato ma la sua facciata ha poco a che fare con la realtà, cerca una vita facilitata e agiata; la paura maggiore è quella di essere “normale”. Il narcisista SEDUTTIVO (variante istrionica): sessualmente seducente, attraente, intelligente, evita la vera intimità. Indulge nei piaceri materiali; adesca i bisognosi e gli ingenui, mente patologicamente.

ETIOPATOGENESI

Prima ho parlato di Vero Sé e Falso Sé, come dire il vero volto e la maschera, per capire bene cosa intendo dobbiamo spiegare quelli che per la psicodinamica sono le ipotesi di come si origini questa patologia, cioè con una parola complessa, l’eziopatogenesi.

1. PRIMA SITUAZIONE. Abbiamo un genitore freddo e indifferente, persino aggressivo e sprezzante verso il figlio. Il genitore può supplire a questa incapacità affettiva “trovando” nel figlio un qualche talento eccezionale (il “genio” di famiglia), una prospettiva che, per il figlio stesso, diventa rifugio per un pervasivo senso d’inadeguatezza; la creazione di un Sé grandioso e narcisistico allora diventa la soluzione più probabile anche perché è l’unica che il genitore dimostra di accettare. Il narcisismo patologico fungerebbe da enorme meccanismo di difesa che va a compensare un deficit nell’integrazione delle rappresentazioni positive e negative di Sé e degli altri, però a differenza del borderline che continua a oscillare tra idealizzazione e svalutazione, il narcisista si garantisce una sufficiente tenuta tramite la fusione del Sé con la parte idealizzata della propria personalità. Tuttavia il senso di perfezione del narcisista è a “tutto o nulla”, cioè: se non si è perfetti allora si è imperfetti, e se si è imperfetti allora non si vale nulla. Benché il narcisista spesso si mostri come una persona che non ha bisogno di nessuno (la cosa lo farebbe sentire incompleto), paradossalmente ha un estremo bisogno dell’ammirazione dell’altro per poter mantenere intatta la propria immagine grandiosa: l’altro è così sia un amato salvatore sia un odiato rivale! Le rappresentazioni negative vengono proiettate all’esterno; ciò rende impossibile un coinvolgimento profondo nelle relazioni interpersonali poiché l’altro viene continuamente svalutato e questa proiezione è ciò che spiegherebbe l’atteggiamento paranoide del narcisista che, dopo una prima idealizzazione, finisce per usare il partner come discarica psichica delle sue immagini negative e persecutorie. [Kernberg]

2. SECONDA SITUAZIONE. I genitori hanno trasmesso al figlio una sopravvalutazione della sua importanza, lo hanno viziato, non hanno contenuto il suo naturale narcisismo infantile. “Sua maestà il Bambino” viene dis-educato ed i genitori mettono in secondo piano i loro bisogni di adulti per soddisfare ed anticipare quelli del pargolo, il bambino capisce che gli altri non hanno una loro legittima identità e che essa possa necessitare di attenzione. L’assenza di regole e di un certo grado di severità impedisce al bambino di comprendere che le proprie azioni hanno conseguenze sugli altri, il che porta a egocentrismo e mancanza di empatia e, in età adulta, a diventare rabbiosi ogni volta che le proprie necessità non vengono soddisfatte subito. Da notare che, in questo quadro educativo, non è raro che il genitore trasmetta un soggiacente timore di “caduta dallo stato di grazia” con un’enfasi sulla perfezione; il genitore ammira il figlio ma non gli permette errori, come dire: “Sei perfetto e ti amiamo per questo, ma non rovinare tutto sennò è finita!”. [Benjamin]

3. TERZA SITUAZIONE. Lo sviluppo psicologico ha inizio in una fase d’indifferenziazione definita “narcisismo primario” in cui il Sé non esiste. La madre soddisfa inizialmente le necessità del neonato in modo pieno, perfetto; il bambino peraltro inizia a capire che tali gratificazioni vengono dall’esterno. Poiché nessuna madre è capace di un perfetto accudimento, diversi bisogni del bambino vengono comunque frustrati causando nel bambino vissuti di vulnerabilità che lui compenserà richiamando mentalmente quel perfetto stato di gratificazione precedente, in cui erano presenti un Sé onnipotente e un’idea di madre perfetta (un oggetto interno). Il narcisismo quindi non sarebbe una condizione patologica ma una normale fase evolutiva, infatti l’educazione all’empatia di coloro che si prendono cura del bambino (caregivers) gli farebbe nel tempo abbandonare questa posizione narcisistica. Tuttavia, se avvenisse una grossolana mancanza di empatia da parte dei caregivers, allora il bambino si arresterebbe a questa fase evolutiva e il Sé grandioso perdurerebbe come difesa verso un mondo sostanzialmente incerto e minaccioso. [Kohut]

 

IL NARCISISTA NELLA RELAZIONE DI COPPIA e CON GLI ALTRI

NELLA RELAZIONE AFFETTIVA:

Mostra uno charm disinvolto e superficiale: indossa una maschera (Falso Sé) socialmente accettabile o vincente con la quale accattivarsi le persone.

Non tutte le forme di manipolazione del narcisista sono arroganti e “grandiose”. Non cascate nel tranello del: “No, ma voi non lo conoscete in privato! E’ dolcissimo, tenerissimo, è che ha avuto una vita difficile!”. Il narcisista si vende spesso con parole che sollecitano empatia (motivo per cui incastrano facilmente persone sensibili) tanto da spingere gli altri ad aiutarli con favori speciali, regali o altro; usano il trucco del “povero me”, la persona  che non è mai stata capita, amata, è stata abbandonata o sfruttata (tipico del quadro narcisistico-masochista Self-Defeating Personality Disorder).

La relazione passerà velocemente dall’idillio a una dimensione di possesso, controllo e isolamento (se non fisico, psicologico), peraltro il narcisista tende ad alternare fin da subito un sottofondo sentimentale precoce ad azioni malvagie.

L’eccessiva cura estetica suoni come un campanello d’allarme quando essa dovrebbe essere subordinata ad altri fattori, soprattutto se questi sono connessi all’affettività e al legame.

Fate molta attenzione alla tecnica del “gaslighting” termine che deriva dall’opera teatrale “Gas Light” (1938); in essa si trattava di un marito che cercava di portare la moglie alla pazzia manipolando piccoli elementi dell’ambiente e insistendo che la moglie si sbagliasse o si ricordasse male quando notava questi cambiamenti.

Con il narcisista preparatevi invariabilmente a essere usati come “discarica psichica” per ogni sua possibile ferita narcisistica e per la sua incolmabile rabbia.

RAPPORTO CON GLI ALTRI:

Cerca di mostrare un Sé ipertrofico che, il più delle volte, va di pari passo alle sue mete e ambizioni. In alcuni casi, può dichiarare di non avere alcun sogno o ambizione … in modo da non dover mai affrontare la frustrazione di fallire.

Crede di essere più potente e soprattutto intelligente di quello che è … questo è un suo grande punto debole!

Di fatto ha difficoltà o gli è impossibile entrare in sintonia emotiva con gli altri, quindi reagisce al dolore degli altri con freddezza o con un cinismo non sdrammatizzante ma definibile piuttosto negativistico o svalutante.

NEL COMPORTAMENTO:

Molti di questi soggetti, maschi e femmine, hanno uno stile di vita parassitario, cioè sfruttano gli altri economicamente, emotivamente o in altri modi.

Attenti ai soggetti con uno scarso controllo degli impulsi, ricerca di sensazioni forti (sensation-seeker), una vita sessuale promiscua (brevi rapporti tutti naufragati e magari figli in giro) e precoci problemi comportamentali, sono indicatori di soggetti narcisisti psicopatici.

Il narcisista mostra una scarsa risposta emotiva ad eventi che generalmente negli altri suscitano pena, dolore, preoccupazione, etc.

MORALE:

La sua ambizione amorale lo porta spesso a imboccare la strada dell’illecito: non occorre pensare a crimini violenti, il narcisista (molto più strutturato di uno psicopatico disorganizzato) viola ed elude la legge in modi più sottili.

Scaltrezza e tendenza a giustificare atti negativi possono essere buoni indicatori di amoralità di stampo narcisistico: si raccontano come buoni cittadini ma allo stesso tempo violano le norme sociali senza offrire troppe scuse e sono soddisfatti che gli sia andata bene.

Ha uno scarso (o assente) senso di colpa e si difende tramite una forte razionalizzazione: il mondo apparente del narcisista sembra solido, sicuro e intelligente, tuttavia piuttosto che essere strutturato su ideali e principi, esso si rivela conveniente e opportunistico; la moralità e i valori infatti risultano dei limiti per i desideri del narcisista, il quale, sempre per una sua intolleranza all’informazione reale, riuscirà a piegare la lettura degli accadimenti che lo vedono sfruttatore fino al punto di farsi percepire come vittima.

dott. Alessandro Pedrazzi

Potrete trovare il video integrale su Youtube (https://www.youtube.com/watch?v=3T4ujnXY87s&feature=youtu.be) o alla pagina www.psicologoinrete.com/narcisista.html

Matone, “C’è un solo modo di cambiare: lasciarlo”

 

Simonetta Matone, sostituto procuratore generale presso la corte d’Appello di Roma, a lungo pubblico ministero presso il Tribunale dei Minori, in passato capo gabinetto del Ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna, opinionista nei salotti televisivi italiani, ha dedicato una vita intera al contrasto della violenza e degli abusi nei confronti delle donne e dei minori.

Relazioni Pericolose abbandona per una volta le argomentazioni psicologiche e si rivolge a un magistrato per abbracciare quelle istituzionali. In particolare, chiediamo alla dottoressa Matone di quali strumenti, soprattutto legislativi, necessiterebbe la magistratura per combattere la violenza contro le donne in modo più efficace e risolutivo.

Gli strumenti legislativi ci sono e non intravedo la necessità di ritocchi. Il problema è semmai quello della prescrizione, che matura inesorabilmente e garantisce l’impunità ad autentici farabutti. La soluzione sarebbe celebrare questo tipo di processi celermente, con una corsia preferenziale, ma non è quasi mai possibile.

Per 17 anni, dal 1991 al 2008, è stata sostituto procuratore presso il Tribunale dei Minori di Roma. Le relazioni patologiche assumono un significato ancora più inquietante quando coinvolgono minori costretti ad assistere a fenomeni di violenza e a subire un clima familiare irrespirabile. Le donne non si separano per il bene dei figli o, nel caso si arrivi alla separazione, spesso i bambini sono utilizzati come strumento di manipolazione. Come si dovrebbe comportare una donna per proteggerli al meglio?

Le donne non si separano per problemi psicologici (legami malati che non si è in grado di spezzare) e per problemi economici (assenza di lavoro,crisi generale,disoccupazione ecc.).Uno Stato degno di questo nome dovrebbe avere strutture sociali in grado di accogliere e sostenere. Cosa che non accade. E i centri di aiuto alle vittime della violenza combattono da anni contro l’indifferenza delle istituzioni, in primis economica.

L’affidamento esclusivo viene concesso solo qualora sia riscontrabile un serio pregiudizio per il minore e la legge addirittura punisce il genitore che chiede questa misura al giudice senza fornire adeguate motivazioni. Infatti, se il giudice riterrà la richiesta manifestamente infondata, potrà valutare se estromettere quel genitore dall’affidamento e se condannarlo al risarcimento del danno. Non sarebbe il caso di allargare le maglie delle disposizioni sull’affidamento esclusivo e rendere più facile la concessione di questa misura, per lo meno per incutere nel padre manipolatore e violento il timore di perdere i figli?

La soluzione sarebbe istruire con estrema accuratezza i procedimenti sulla ‘scelta’ del genitore affidatario, che non potrà mai essere quello violento, persecutore, manipolatore e incombente, anche se solo nei confronti dell’altro.

Per la violenza psicologica è difficile configurare una fattispecie di reato anche se essa, qualora inflitta a lungo, può provocare nella vittima serie conseguenze psicosomatiche e gravi patologie – prima tra tutte il cancro-, insomma può dar vita lo stesso a un femminicidio, seppur indiretto e non imputabile. Cosa si può fare per contrastare un fenomeno così mascherato, difficilmente dimostrabile ma pur sempre pericoloso e pregiudizievole?

E’ inesatto affermare che la violenza psicologica non sia sanzionata nel nostro paese. Nella fattispecie dei maltrattamenti vi rientra pienamente, se dimostrata, così come vi rientra l’annientamento anche solo psicologico dell’altro.

Usciamo per un momento dal campo delle relazioni interpersonali. In un libro pubblicato qualche settimana fa da Franco Angeli Isabella Merzagora, Guido Travaini e Ambrogio Pennati si chiedono se la colpa della grave crisi economica che sta interessando il mondo intero non sia riconducibile al fatto che ai vertici di molte grandi aziende, soprattutto finanziarie, vi siano persone egocentriche, prive di capacità empatiche e di identificazione negli altri, spregiudicate, manipolatorie, machiavelliche, incapaci di rimorso, narcisiste, disoneste, menzognere, che gli autori definiscono “psicopatici”. Cosa ne pensa?

Non concordo con la conclusione che questi soggetti siano degli psicopatici, che sono un’altra cosa. Le caratteristiche elencate sono indubbiamente negative, ma sono purtroppo la chiave del successo,in un mondo di squali.

Da ricerche effettuate sulle immagini neurologiche degli psicopatici è emerso che il cervello di questi soggetti ha livelli metabolici inferiori rispetto al normale, soprattutto nelle zone deputate al controllo degli impulsi e all’aggressività. Le cause di questa patologia sarebbero pertanto riscontrabili in fattori genetici e biologici, oltre che culturali e ambientali. E’ dimostrato che se cresciuto in un ambiente violento e abusante il soggetto nato con un “difetto cerebrale” come quello descritto può dar vita a sua volta a episodi di violenza ed aggressività incontrollata. In sede processuale, negli Stati Uniti, le difese dei killer puntano su queste “attenuanti” per ammorbidire le posizioni dei propri assistiti. Non teme che prima o poi succederà anche da noi?

Temo di sì, anche se da sempre sono un’accanita sostenitrice del libero arbitrio, quindi della possibilità di scegliere tra il bene e il male,anche per chi vanta presunti,molto presunti difetti cerebrali. Affrontiamo il tema della cattiveria umana,grande tabù della nostra epoca.

Provi a togliersi per un momento la toga di magistrato: in veste di moglie e madre attenta a difendere il proprio nucleo familiare quali consigli si sentirebbe di dare alle donne che vivono relazioni pericolose caratterizzate da abusi e violenze prima che sia troppo tardi?

Di scappare da situazioni ingombranti, opprimenti, ossessive, violente, prima possibile. E che c’è un solo modo per cambiare: lasciarlo.

Intervista a cura di  Astra

Lo shock della scoperta

 

Le confessioni e la rocambolesca storia di un professore di psichiatria dell’Università della California, James Fallon – riportate nel libro The Psychopath Inside: a Neuroscientist’s Personal Journey into the Dark Side of the Brain-che ho scoperto in rete alla ricerca di materiale interessante da pubblicare in Relazioni Pericolose, sono meritevoli di attenzione e lettura per farsi un quadro preciso di ciò che si nasconde dietro al bizzarro mondo della psicopatia.

Nel 2005 Fallon sta eseguendo degli studi sulle immagini neurologiche di criminali psicopatici americani e, parallelamente, una ricerca sull’Alzheimer cui prende parte, come gruppo di controllo, la sua famiglia. Una risonanza magnetica con segnali tipici della psicopatia, e cioè una limitata attività metabolica nella corteccia cerebrale, zona deputata alla regolazione delle emozioni e degli impulsi e pertanto alla moralità e all’aggressività, finisce misteriosamente nel faldone dell’Alzheimer. Le scansioni sono deliberatamente anonime per non influenzare i ricercatori e si procede alla decrittazione del codice per risalire al paziente e reinserire l’immagine nel corretto gruppo di ricerca. Il risultato è strabiliante e viene ripetuta la verifica. Non ci sono dubbi.Il cervello fotografato dalla risonanza magnetica è proprio quello di Fallon.

Dopo aver scoperto di avere le caratteristiche cerebrali di uno psicopatico, Fallon studia l’albero genealogico della sua famiglia, scopre che un antenato nel 1667 aveva compiuto matricidio e parla con colleghi e gli amici per verificare che il proprio comportamento non rispecchi le immagini che ha di fronte: sono pochi invece a rimanere colpiti dalla scoperta. Riportiamo la traduzione di brani delle interviste concesse a Judith Ohikuare e Roc Morin, rispettivamente pubblicate sui siti The Atlantic e Vice Media, nonché di passaggi dell’articolo dello stesso Fallon su The Guardian.

Professor Fallon, ha sempre ritenuto che la psicopatia fosse per l’80% riconducibile a fattori genetici e per il restante 20% all’ambiente. Dopo questa scoperta ha cambiato idea?

Sono sempre stato uno scienziato convinto che la genetica svolga un ruolo dominante in chi siamo e cosa diventeremo. La biologia, che comprende la genetica, è un fattore primario ma non mi ero mai reso conto di quanto potesse essere condizionante l’ambiente in cui si cresce.

Mentre scrivevo il libro mia madre mi raccontò cose che non aveva mai detto né a me né a mio padre. Mi parlò di quanto fossi strano in certi momenti della mia giovinezza pur essendo un ragazzino spensierato. Mentre crescevo tutti quelli che mi conoscevano dicevano che avrei potuto diventare un boss della mafia. I genitori di alcuni miei amici vietavano ai figli di uscire con me. Ancora si chiedono come abbia fatto a non finire in prigione e a diventare un padre di famiglia e un professionista di successo. C’erano segni evidenti che qualcosa non quadrava ma si finiva con il ricollegarlo a tratti caratteriali vivaci, gli stessi che mi fecero diventare il “pagliaccio” della classe. Ero atletico, simpatico e piacevole e spesso mi è stato chiesto di assumere ruoli di comando, dalla scuola di ieri all’università di oggi. Mi hanno sempre detto che c’era qualcosa di diabolico in me. Me ne sono sempre fregato. Dopo tutto, sapevo che manipolare costantemente gli altri e le situazioni mi divertiva.

Ho chiesto a chiunque mi conoscesse da tempo, psichiatri e genetisti compresi, cosa ne pensassero. Quando combinavo qualcosa dicevano: “E’ psicopatico”. Ho chiesto loro perché non me lo avessero mai detto e mi hanno risposto: “Te lo abbiamo detto, te lo diciamo tutti”. Risposi che dicevano che fossi “pazzo” e loro: “No, abbiamo sempre detto che sei psicopatico”.

Ho scoperto di avere una serie di alleli genetici, chiamiamoli geni ribelli, che hanno a che fare con la serotonina e che sono ritenuti un fattore di rischio per l’aggressività, la violenza e l’empatia emotiva e interpersonale qualora si cresca in un ambiente violento. Ma se si viene su in un ambiente sano possono neutralizzare gli effetti negativi di altri geni. Vidi specialisti della genetica e psichiatri che non mi conoscevano e riportai loro tutti i disturbi che avevo avuto nel corso della mia vita. Si trattava di forme leggere di ansia che corrispondevano alla mia genetica. Gli scienziati mi dissero che avrei potuto anche non nascere: mia madre aveva abortito diverse volte ed evidentemente c’erano in ballo disfunzioni genetiche. Dissero anche che se non fossi stato trattato bene probabilmente avrei fatto una brutta fine: mi sarei suicidato o finito ammazzato perché sarei stato sicuramente una persona violenta.

Come ha reagito sentendo tutte queste cose?

Mi sono detto: “Chissenefrega”. E loro hanno risposto: “Questo prova che i suoi livelli di psicopatia sono elevati”. Agli scienziati non piace sbagliarsi e a me, che sono narcisista, meno che meno ma quando la risposta è quella devi rassegnarti, ammetterlo e voltare pagina. Non ci puoi fare niente. Ho reagito in modo narcisistico dicendo: “Okay, scommetto che batterò anche la psicopatia. Migliorerò”. Poi ho realizzato che era il narcisismo a provocare questa reazione.

Chi mi conosce pensa: “E’ un tipo divertente, magari un pò chiacchierone, uno sbruffone narcisista”, ma credo che dica anche: “Dopotutto è una persona stimolante e sveglia”. Tutti i miei amici più stretti, anche quelli che non si conoscono tra loro, dicono che ho sempre fatto cose abbastanza irresponsabili: sin da piccolo costruivo bombe artigianali e mi divertivo a girare con gli amici a bordo di macchine rubate. Ogni volta che la polizia ci fermava ero il primo a essere rilasciato perché non mi agitavo mentre gli altri venivano trattenuti e interrogati. Sicuramente avevo qualcosa di diabolico ma si trattava di un diavolo tollerabile e amabile. Gli scherzi, le manipolazioni e i casini alle feste divennero sempre più rischiosi ma la cosa preoccupante è che iniziai a mettere in pericolo anche la vita degli altri,  risucchiandoli nel vortice dei miei giochi diabolici.

Per esempio?

Anni fa lavoravo all’Università di Nairobi e alcuni dottori, parlando del virus di Marburg, mi raccontarono che un ragazzo che perdeva sangue dal naso e dalle orecchie probabilmente aveva contratto il virus nelle grotte di Kitum sul Monte Elgon, al confine tra il Kenia e l’Uganda. Ho pensato: “E’ il posto dove vanno gli elefanti”. Dovevo andarci. Lo avrei fatto da solo ma era lì mio fratello che mi era venuto a trovare da New York. Gli dissi che si trattava di un’escursione epica nelle grotte dove gli elefanti vanno a rifornirsi di minerali e non aggiunsi altro. Arrivammo lì e quella notte ci circondammo di fuochi perché c’erano leoni e altri animali. Saltavamo nel buio e mostravamo loro i bastoni infuocati. Mio fratello stava impazzendo e io scherzavo: “Metto la testa dietro alla tua perché io ho famiglia e tu no, così se viene un leone e ci attacca al collo prende te”. La prendevo alla leggera ma eravamo davvero in pericolo. Il giorno seguente camminammo all’interno delle grotte dove si potevano vedere le rocce spostate dagli elefanti. C’era anche l’odore del letame di quegli animali e capii che fu così che il ragazzo contrasse il Marburg. I medici non sapevano se fosse stato il letame o i pipistrelli a trasmettere il virus. Qualche tempo dopo mio fratello lesse un articolo sul New Yorker che parlava del Marburg, mi chiese se lo sapessi e risposi: “Sì, non è stato eccitante? Nessuno si azzardava a fare quella gita”. Si infuriò e disse: “Proprio eccitante non direi. Potevano contrarre il virus e morire”. Non credo che si fidi più di me dopo quella vicenda.

Questi schemi di comportamento, nel corso della mia vita, sono stati dei segni rivelatori. Li giustificavo, e lo faccio tuttora, con l’argomentazione che mi è sempre piaciuto il pericolo. Dei 20 tratti di psicopatia della Checklist di Hare ho raggiunto un punteggio alto in quelli associati al narcisismo aggressivo e alla cosiddetta temerarietà. Sono caratteristiche che si riscontrano spesso negli amministratori delegati di successo e nei leader mondiali. Uno studio effettuato sui Presidenti degli Stati Uniti li ha individuati anche in Kennedy, Roosevelt e Clinton.

Dopo tutte queste ricerche ho pensato di sfruttare questa opportunità e farne qualcosa di buono: trasformare i difetti, come il narcisismo, in vantaggi.

Come ha fatto?

Ho iniziato con cose semplici, relative alle interazioni con mia moglie, mia sorella e mia madre. Anche se mi sono sempre state vicine non le ho mai trattate tanto bene. Tratto bene gli sconosciuti e la gente tende ad apprezzarmi appena mi conosce ma mi comporto con la mia famiglia come fossero persone che incontro al bar. Non riservo loro attenzioni speciali. E’ questo il problema. Mi dicono: “Ti diamo amore e tu non ricambi”. Lo dicono tutti e la cosa sicuramente non mi fa piacere.

Volevo provare a cambiare. Così, ogni volta che interagivo con qualcuno mi fermavo, riflettevo e mi chiedevo: cosa farebbe una persona per bene in questa circostanza? Notavo che il mio istinto era sempre fare la cosa più egoistica. E’ stato ciò che ho provato a fare per un anno e mezzo e mi sembrava che agli altri non dispiacesse. Mia moglie ha iniziato a notare qualcosa e dopo due mesi mi ha chiesto: “Cosa ti sta succedendo?”. Quando le dissi che stavo provando a usare il mio narcisismo per dimostrare che potevo, nonostante tutto, battere la psicopatia, disse che apprezzava lo sforzo anche se il comportamento non era spontaneo e sincero. Questa risposta mi sorprese e mi sorprende tuttora. La trovo allucinante. Non capisco come si faccia ad accettare la falsità. Evidentemente la gente vuole solo essere trattata con finto rispetto e falsa gentilezza.

Dan Waschbusch, un ricercatore dell’Università della Florida, ha studiato i bambini anaffettivi nella speranza di trovare una cura. Lei non crede che la gente possa migliorare?

Negli anni 70 quando ero ancora un giovane professore ho iniziato a lavorare con gli psichiatri e i neurologi che mi dicevano di essere in grado di identificare un probabile psicopatico a 2 o 3 anni di età. Chiesi loro perché non lo dicessero ai genitori e mi risposero che non si deve rivelare a nessuno:prima di tutto non puoi esserne certo. Secondo, puoi distruggere la vita del bambino, terzo: i media e la famiglia ti aspetterebbero sotto casa con bastoni e coltelli. La psicopatia può essere riconosciuta molto, molto presto, sicuramente prima dei 9 anni ma la questione di dare l’allarme è molto delicata. Il passaggio dall’essere uno psicopatico pro-sociale che non si comporta in modo violento all’essere un criminale non è chiaro.

Per quanto mi riguarda, penso di essere stato protetto dall’ambiente medio alto in cui sono cresciuto, con un’istruzione adeguata e una solida famiglia alle spalle. C’è indubbiamente convergenza tra ambiente e genetica. Ma cosa sarebbe successo se avessi perso la famiglia o il lavoro, cosa sarei diventato? Questo è il punto. Le persone che hanno la base biologica- la genetica, il cervello fatto in un certo modo- se subiscono abusi e vengono trascurati crescono con un senso di rivalsa: “Non mi importa del mondo perché io sto peggio”. Ma gli psicopatici veri e propri sono solo predatori che non hanno bisogno di essere arrabbiati. Fanno queste cose semplicemente per mancanza di connessione con la razza umana e con gli individui. Chi ha denaro, sesso, rock and roll e qualsiasi cosa voglia può essere psicopatico ma si limita a manipolare e usare le persone, non le uccide. Può ferire gli altri ma non in modo violento. Ecco perché dico a mia madre, che ha 97 anni, che il libro che ho scritto e che parla di un giovane che poteva diventare un vero pericolo per la società ma che in realtà si limita a batterti a Scrubble o a portarti in una grotta non è su di me ma su di lei.

Che tipo di psicopatico crede di essere?

Quello che ho realizzato è che per me è tutta una questione di potere. Riuscire a manipolare le persone e far loro fare cosa voglio mi dà grande soddisfazione. Mi basta sapere che posso farlo. E’ un gioco che faccio in qualsiasi stanza entri: conto sul fascino e ottengo tutto ciò che desidero. Non sono bello: sono vecchio e grasso. Ma la gente pensa che io sia speciale. E questo mi dà ciò di cui ho bisogno. A volte parlando faccio intenzionalmente delle pause per sembrare più sincero, altre faccio finta di sbagliarmi: dico qualcosa di errato solo per poter tornare indietro e rendermi più avvicinabile e credibile.

Mento per scopi precisi: ad esempio, se pesco un tonno da dieci chili, dico di averne preso uno da cinque; così poi qualcun altro dirà, “No, era molto più grosso.” Queste sono tecniche di manipolazione. Mi ricordo un libro molto divertente che ho letto negli anni Settanta, intitolato “Come Barare a Tennis”. Un campo da tennis dovrebbe essere un rettangolo perfetto, ma lo si può manipolare—ad esempio ridipingendone le linee per renderlo un parallelogramma—e fregare tutti gli altri. Poi, chiaramente, fai le cose più ovvie: ad esempio, all’inizio della partita, se la palla finisce fuori dici che era dentro. Così, potrai far sì che l’avversario faccia la stessa cosa più tardi, quando servirà. Io faccio così. È solo un gioco, in un certo senso, ma stai comunque fregando gli altri. Però non l’ho mai fatto con malizia. Sempre e solo per divertirmi.

E’ divertente anche per l’altro giocatore?

Non sempre. È un po’ come il bullismo intellettuale, come se stessi giocando con la mente degli altri. Ha i suoi lati oscuri. Negli ultimi due anni ho realizzato quanto spesso faccio cose del genere. Ma non ho mai approfittato dei miei avversari. Sono sportivo e gioco in modo leale.

È una posizione morale? È difficile immaginare che possa esistere la moralità in assenza di qualsiasi forma di empatia. Da dove viene il suo senso morale?

Dalla mia educazione cattolica, dall’essere cresciuto circondato da preti, suore e i miei genitori, non ho mai fatto niente di male. Mentire, barare, palpare il sedere delle ragazze: non ho fatto niente di tutto ciò. Ma non lo facevo perché soffrivo di un disturbo ossessivo-compulsivo. Pensavo che il mio comportamento dovesse essere impeccabile e in sintonia con l’universo. Dovevo tenere tutto in perfetto ordine.

Nel libro si parla dell’importanza del “quarto trimestre”, dei mesi cioè seguenti alla nascita quando si forma il legame di attaccamento. Quali sono gli altri periodi critici in cui ci si può accorgere del rischio e la convergenza di genetica e ambiente diventa determinante?

Ci sono alcuni periodi critici nello sviluppo dell’essere umano. Per l’epigenetica il primo momento è quello del concepimento, quando la genetica è molto vulnerabile alla metilazione e quindi agli effetti di un ambiente negativo: la madre sotto stress, che assume farmaci, fa uso di alcool e cose di questo genere. Il secondo momento delicato è quello della nascita e ovviamente ci sono il terzo e quarto trimestre. Dopo di che la curva di suscettibilità inizia ad abbassarsi. I primi due anni di vita sono critici se ci riferisce a quelli che sono definiti i comportamenti adattivi. Quando si nasce si ha una programmazione genetica naturale. Per esempio, un bambino manifesta un tipo preciso di paura verso alcune persone, come gli sconosciuti. Poi c’è l’accettazione degli altri. Persino ridere e sorridere sono comportamenti adattivi, emergono spontanei e automatici, non c’è bisogno che ci vengano insegnati. Nei primi 3 anni sono ben 350 i comportamenti adattivi che si susseguono in sequenza. Se in qualche modo questa sequenza viene interrotta sarà colpito e danneggiato il comportamento che sta per emergere. Può succedere a un anno e mezzo, a 3 mesi o a 12 mesi. Dopo di che gli effetti dell’ambiente iniziano a calare. Prima della pubertà la maggior parte del cervello ha a che fare con la corteccia orbitale e l’amigdala, deputata al controllo emotivo, al senso morale degli individui e all’apprendimento delle regole del gioco, cioè l’etica. Prima di allora l’identità di un ragazzino normale si basa su attività come mangiare, bere, anche relazionarsi ma è estremamente moralistica. Nell’adolescenza, dai 17 ai 20 anni, avviene una trasformazione. Ciò che succede è che la parte superiore del cervello, il lobo frontale e le sue connessioni, maturano. E’ un momento critico in cui possono emergere la schizofrenia, alcune forme di depressione e i disturbi psichiatrici più importanti.

I bambini psicopatici hanno la genetica predisposta già dal terzo trimestre e la cosa può essere riscontrabile molto presto, intorno ai 2 – 3 anni. Ecco perché dobbiamo prestare la massima attenzione, si tratta infatti di una minaccia per l’intera società. Uno psicopatico non sarà necessariamente pericoloso ma se riscontriamo il rischio in un bambino dobbiamo dirlo ai genitori affinchè lavorino sui suoi comportamenti e si assicurino che non venga sottoposto a episodi di bullismo a scuola, che stia lontano dalla violenza di strada e così via.

Ha scritto molto sul possibile incremento dei geni aggressivi nei luoghi di conflitto. Funziona anche al contrario? L’aggressione può essere estirpata in una società occidentale stabile? 

Penso di sì. Qui in California, non voglio chiamarla femminilizzazione, ma sembra che a forza di andare tanto d’accordo non esista più la competizione. Io la vedo come una forza molto negativa, in termini di specie. C’è sempre questa dinamica che suddivide ciò che fa bene alla specie e cosa fa bene all’individuo. Questi due concetti entrano in conflitto. In un certo senso, abbiamo bisogno della psicopatia. Non abbiamo bisogno di stronzi psicopatici in piena regola, ma la prevalenza di tratti psicopatici è da sempre associata alla leadership. Vale per i presidenti, i primi ministri e per le persone che prendono rischi. Fanno cose per proteggersi dagli aggressori. 

Quindi lo fanno per se stessi, ma finiscono per proteggere anche la società?

 È per questo che le persone come Jimmy Carter non rientrano nel discorso. Anche Obama, è un po’ bloccato.

È troppo buono?

Non è abbastanza psicopatico. Quasi tutti i più grandi leader hanno alti livelli di tratti psicopatici. Se dovessero fare il ‘Psychopatic Personality Inventory’, otterrebbero un punteggio piuttosto elevato. Comunque non sono sufficientemente qualificato per poterne parlare, ma lei sì. 

 In che senso?

Vede? L’ho manipolata. Non credo davvero che lei sia la persona più qualificata per parlare di cose del genere, ma l’ho detto comunque. 

Traduzione di passaggi delle interviste concesse a Judith Ohikuare e Roc Morin, rispettivamente pubblicate sui siti The Atlantic e Vice Media, e dell’articolo dello stesso Fallon sul The Guardian,  ad opera di Astra.

Colletti bianchi

Nella cultura popolare l’immagine dello psicopatico è ricollegata a quella del serial killer. In realtà, in giro per il mondo ce ne sono milioni che la domenica non mancano una Messa e che tutte le mattine si svegliano, indossano giacca e cravatta e vanno al lavoro, magari dopo aver adempiuto al ruolo di mariti e padri modello, baciato le mogli ed accompagnato i bambini a scuola. Bisogna quindi liberarsi dall’immagine più diffusa, anche dai media, dello psicopatico come soggetto crudele, incapace di contenimento istintuale e fatalmente destinato ad incappare nelle maglie della giustizia.

Il nemico invisibile, così mi piace definirlo, occupa posizioni di prestigio, è un uomo di successo, si nutre e vive dell’asimmetria relazionale che impone ai subalterni, della soggezione e paura che essi nutrono nei suoi confronti nonché dell’ammirazione e dell’adorazione che manifestano per lui. Esempi di tali asimmetrie sono riscontrabili, oltre che nelle relazioni sentimentali, nei rapporti tra un medico psicopatico e i pazienti, tra un insegnante e gli studenti, tra il leader, il guru, l’opinionista e i suoi sostenitori, tra un tycoon, un capo-azienda o un dirigente di successo e i subordinati. E’ facile che queste interazioni, basate sul flusso unidirezionale e unilaterale di energia narcisistica, sconfinino nell’abuso. Per assicurarsi la collaborazione delle proprie vittime nell’estrazione dell’energia che necessita così a dismisura, lo psicopatico/narcisista patologico/borderline può ricorrere all’estorsione emotiva, al ricatto morale, alla violenza o all’uso distorto della propria autorità.

Le tentazioni, diciamolo con franchezza, sono universali. Come scrive Sam Vaknin in Malignant Self Love, “Nessun medico è immune al fascino femminile, né sono asessuati i professori universitari. Ciò che li trattiene dall’abuso immorale, cinico, spietato e sistematico della propria posizione sono i principi etici acquisiti attraverso il processo di socializzazione e la capacità di provare empatia. Hanno imparato la differenza tra giusto e sbagliato e, avendola interiorizzata, scelgono il giusto quando si trovano di fronte a un dilemma morale. Empatizzano con gli altri, si mettono nei loro panni e si trattengono dal fare ciò che non vorrebbero venisse fatto loro”.

La mancanza di empatia, derivante in primo luogo dalla problematica elaborazione del processo di socializzazione, dovuta a sua volta a disfunzioni relazionali della prima e seconda infanzia, non permettendo agli individui disturbati di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda degli altri, non consente loro nemmeno di sviluppare una solida consapevolezza morale, almeno a livello emotivo. Distinguendo ciò che è giusto da ciò che è sbagliato ma solo sulla carta, visto che sono privi di coscienza sociale, non si fanno fermare da scrupoli o rimorsi. Sono questi due termini che non trovano spazio nel loro glossario personale. In mancanza di fermi principi morali, un chirurgo psicopatico potrebbe lasciar morire un paziente piuttosto che far trasparire la propria incompetenza, un uomo di affari sarebbe disposto a portare al fallimento la propria azienda e alla rovina finanziaria i dipendenti e le loro famiglie, un banchiere alla devastazione dei correntisti e dei risparmiatori, un leader politico alla crisi economica e industriale del proprio Paese. L’annichilimento emotivo e il trauma da narcisismo in cui possono incorrere le vittime di relazioni patologiche sono niente in confronto ai danni che questi personaggi sono in grado provocare su larga scala.

In Colpevoli della Crisi?, Psicologia e psicopatologia del criminale dal colletto bianco, un recente ed interessantissimo saggio di criminologia e psicologia edito da Franco Angeli e che fa luce su eventuali responsabilità individuali e caratteriali del cataclisma economico e finanziario che ha colpito il mondo intero, Isabella Merzagora, Guido Travaini e Ambrogio Pennati affrontano il tema della presenza, nei settori dell’economia e della finanza, di persone egocentriche, prive di capacità empatiche e di identificazione con gli altri, spregiudicate, manipolatorie, machiavelliche, incapaci di rimorso, narcisiste, disoneste, menzognere. In pratica, psicopatici”.

La distinzione risalente allo psichiatra americano Benjamin Karpman già a metà Novecento tra psicopatici primari e secondari (i primi contrassegnati da audacia, irresponsabilità, bisogno di gratificazione immediata, mancanza di ansia e i secondi, c.d.criminali, più centrati sull’aggressività impulsiva e reattiva che sortisce facilmente nella carriera delinquenziale) conduce a una diversa riuscita nella vita: gli psicopatici primari, ipercompetitivi, avrebbero più successo. Ad essa corrisponde la distinzione coniata nel 1977 dalla psicologa Cathy Widom tra “psicopatici non di successo” e “psicopatici di successo” dove il successo di questi ultimi consisterebbe, tra l’altro, nel non finire in prigione anche grazie alla loro freddezza e al sufficiente self-control.

Secondo la psicologa Jennifer Skeem  gli psicopatici secondari sono svantaggiati nella competizione sociale anche per la loro appartenenza a classi sociali inferiori; gli psicopatici primari è più probabile che appartengano alle classi sociali superiori. Nella stessa direzione si colloca Robert Hare, secondo cui un individuo con una combinazione di tratti di personalità psicopatici che cresce in una famiglia stabile e ha accesso a risorse sociali e formative positive può diventare un truffatore o un criminale dal colletto bianco, o anche un imprenditore o un politico o un professionista senza scrupoli. Un altro individuo, con gli stessi tratti di personalità ma proveniente da un ambiente deprivato e disturbato, può diventare un rapinatore, un mercenario o un criminale violento.

La figura dello psicopatico aziendale, creata nel 2005 da Clive Boddy in Corporate Psychopaths, si richiama a quella degli Psicopatici dai colletti bianchi di  Hare. Boddy attribuisce (parte) dell’attuale crisi finanziaria globale alla presenza ai vertici di molte grandi aziende,  in particolare di quelle finanziarie, di persone con numerose caratteristiche degli psicopatici. Secondo questo autore alcuni sono violenti e finiscono in carcere, altri costruiscono le loro carriere nelle aziende. A detta di Simon ed Eitzen lo studio degli psicopatici dovrebbe cominciare da Wall Street e secondo Hare dalla Borsa di Vancouver.

Quali psicopatici di successo, quelli aziendali– è scritto in Colpevoli della Crisi?- sono affascinanti, raffinati, carismatici, estroversi, insinuanti, sicuri di sé, machiavellici, narcisisti, parassiti, bugiardi, arroganti, inaffidabili, manipolatori, incapaci di rimorso. Sono “fondamentalmente dei predatori”, aggiunge Boddy, ma in grado di controllarsi…e di controllare gli altri che sono visti come semplici oggetti, buoni solo per raggiungere i loro scopi…Tra le loro caratteristiche ci sono la condotta sessuale promiscua, la propensione a imbarcarsi in relazioni di breve durata, il che in ambito lavorativo può tradursi in tentativi di seduzione facendo leva sul loro potere, quindi in molestie sessuali, nell’infliggere sofferenze psicologiche, o comunque in complicazioni a non finire a tutto detrimento del buon andamento delle aziende.

E ancora: Sono conversatori loquaci e brillanti, in grado di raccontare di sé storie convincenti e che li mettono in una luce positiva, anche se talora esagerano, fornendo l’impressione di recitare una parte. Data l’inclinazione alla menzogna, inoltre, si presentano nella migliore, anche se fasulla, luce possibile già ai primi colloqui di assunzione. E siccome sono abili nel manipolare gli altri, già a questi colloqui dicono quello che l’interlocutore vuole sentirsi dire. Si aggiunga che sono camaleontici, che hanno uno speciale talento per leggere le persone e modellarsi rapidamente sull’interlocutore… La dialettica incisiva, l’abilità nel manipolare gli altri, l’ascendente di cui godono, la ipertrofica consapevolezza del loro valore li fanno apprezzare soprattutto nelle aziende in crisi che sentono il bisogno di un leader forte; e qui forse vale la pena di riflettere non solo circa il contributo degli psicopatici aziendali alla crisi economica, ma anche sui pericoli per la democrazia qualora l’azienda in crisi sia lo Stato.

Nella rivisitazione della Checklist di Robert Hare del 2003 si riportano le parole di uno psicopatico intervistato dallo psichiatra canadese: “Quando sono all’opera, la prima cosa che faccio è studiarti bene. Cerco un appiglio a cui agganciarti, mi immagino di cosa hai bisogno e te lo do. Poi viene il momento di saldare il conto, con gli interessi”.

Il libro edito da Franco Angeli pone una domanda e fornisce una risposta: “Ma voi affidereste i vostri denari a persone così? Sì, ciò accade perché sono affascinanti, raffinati, carismatici, estroversi, insinuanti, sicuri di sé, machiavellici”. Se è questa la risposta che darebbero i risparmiatori dopo una vita di sacrifici, è lecito che la fiducia possa essere accordata agli psicopatici anche da donne mature, affermate, consapevoli, intelligenti, sicure di sé e desiderose di affidare a un compagno, al posto dei denari, il proprio benessere sentimentale ed emotivo.

Astra

Fallo di sottomissione

 

L’intervento che ha accompagnato, lo scorso 30 gennaio, la salita sul palco di Costanza Miriano in occasione del Family Day al Circo Massimo di Roma nel quale, rivolta alle donne, ha gridato “Riprendiamoci questo ruolo che stiamo dimenticando per emanciparci, torniamo ad essere vere donne capaci di accoglienza, e se lo faremo i nostri uomini torneranno a essere capaci di grandezza” – e i due milioni di applausi che sono seguiti, mi hanno fatto venire la curiosità di leggere il suo best seller, “Sposati e sii sottomessa”. Il libro è edito da Sonzogno, lo stesso che non ha nemmeno risposto alla proposta editoriale di pubblicare Relazioni Pericolose di  Claudia Moscovici in italiano, iniziativa motivata dall’acceso interesse che sta riscuotendo questo blog e dalle 170.000 visualizzazioni registrate in pochi mesi di vita.

Il testo della Miriano ha venduto 150 mila copie. Come sottolinea Riccardo Lestini sulla sua pagina Facebook, “lo stesso numero di copie che otteniamo sommando cinque (cinque!) recenti pubblicazioni che denunciano la violenza sulle donne e, soprattutto, denunciano lo strisciante e incredibile maschilismo che ancora permea la nostra società”. Il libro è uscito tradotto in Francia, Olanda, Polonia e nella cattolicissima Spagna ad opera dell’Arcivescovado di Granada, provocando nel Paese proteste a non finire e manifestazioni da parte delle associazioni impegnate in prima linea a combattere la violenza contro le donne, che hanno indotto il Ministro della Sanità e delle Pari Opportunità, Ana Maio, a chiederne il ritiro dalle librerie in quanto “inappropriato e irrispettoso nei confronti del genere femminile”.

In “Sposati e sii sottomessa”, La Miriano sdrammatizza i problemi relazionali ed invita alla loro facile risoluzione sostenendo: “Di solito la mia risposta a qualsiasi problema è una a scelta tra le seguenti: ha ragione lui; sposalo; fate un figlio; obbediscili; fate un altro figlio; trasferisciti nella sua città; perdonalo; cerca di capirlo e, infine, fate un altro figlio”, oppure: “Se una donna decide di essere accogliente, di stare lealmente dalla parte di suo marito, di avere un pregiudizio positivo nei suoi confronti, guardandolo con gli occhi di chi vuol vedere il buono, l’uomo non le resiste, si trasforma. D’altra parte amare è proprio svelare all’altro la sua bellezza vera, che a volte lui non sa vedere da solo”. “Per smussare gli angoli”, sostiene la Miriano, “c’è solo un modo:  dovrai imparare a essere sottomessa, come dice San Paolo. Cioè messa sotto, perché tu sarai la base della vostra famiglia. Tu sarai le fondamenta. Tu sosterrai tutti, tuo marito e i figli, adattandoti, accettando, abbozzando, indirizzando dolcemente. Basta con le femmine alfa e i maschi omega. Dovrai imparare a mollare le redini, a rinunciare alla tentazione dell’ipercontrollo. Non potrai dirigere tutto, dovrai fare questo atto estremo di umiltà e fiducia, e lasciar fare a tuo marito. Anche quando scommetteresti dieci a uno che hai ragione tu. Prova. E non dire “non mi viene”. Morditi la lingua e abbi il coraggio di stare a vedere che cosa succede se il mondo deve privarsi di un tuo parere. Le cose non saranno eseguite a modo tuo, ma, incredibilmente, il mondo se ne farà una ragione. E lui comincerà a chiedere il tuo parere, visto che non glielo vuoi imporre. Rinunciare al controllo vuol dire anche che è lui il ministro delle Finanze, e, dal momento che ti fidi di lui, devi resistere alla tentazione di controllare i conti”.

Mi domando se lo stesso valga anche quando gli angoli da smussare consistano in tradimenti seriali, menzogne sistematiche, violenze psicologiche e spesso fisiche, abusi, manipolazioni, gasligthing, rivoltamenti di frittate, sparizioni e abbandoni,triangolazioni, gelosie indotte, insicurezze trasmesse, follia e paranoia gratuitamente addebitate, minacce, inganni, truffe emotive, sfruttamento delle nostre vulnerabilità, invidia, disprezzo, insulti, partenze in quarta e improvvise retromarce, contraddizioni, incoerenze, perversioni sessuali, idealizzazioni e rapide svalutazioni e mille altri comportamenti del genere.

Sono sicura che no, non può essere così perché se la Miriano, giornalista del TG3 distaccata a Rai Vaticano, immaginasse minimamente cosa significhi per l’anima e la psiche di qualunque donna subire abusi di tal portata, se sapesse cosa spinge in piazza milioni di persone a manifestare contro la violenza di genere e quante sono le donne che finiscono trucidate non solo direttamente, ma anche in modo indiretto, e cioè ammalandosi seriamente a causa di sofferenza e stress prolungati o anche suicidandosi, si sarebbe fatta qualche scrupolo a consigliare di sposarsi e sottomettersi, anche qualora committente e main sponsor del libro fosse il Vaticano e la sua difesa dell’immagine della famiglia.

In un’intervista rilasciata a Stefano Lorenzetto e pubblicata su Il Giornale del  5 gennaio 2014, la Miriano sosteneva: “ Sto incontrando fuori casa migliaia di donne che hanno salvato il matrimonio o messo in cantiere un figlio grazie ai miei libri”. Non vorrei che quelle migliaia di donne fossero finite, due anni dopo, ad affollare i corridoi del nostro blog e si fossero unite alle oltre 65.000 persone che, grazie a  Relazioni Pericolose, stanno trovando una via di uscita dalla propria sofferenza.

Astra

Violenza sulle donne, Secci: contare fino a 1

 

Nel nostro Paese il femminicidio ha da tempo raggiunto le proporzioni di una strage. Non passa giorno senza la notizia del brutale assassinio di una donna e non c’è mai fine allo stupore e all’angoscia di apprendere che l’uccisore è il partner della vittima. La brutalità di questi crimini stordisce e indigna ogni volta come se si trattasse di omicidi improvvisi, di storie sempre nuove e inedite. Eppure, ogni femminicidio contiene, in filigrana uno schema sottostante, un comune denominatore psicologico di dipendenza affettiva e di sottomissione che riconduce a un canovaccio comune.

Sono almeno quattro i passaggi che, all’interno di una relazione di coppia, preludono al tentato omicidio della partner o al femminicidio vero e proprio:

  • il controllo;
  • l’offesa verbale e fisica;
  • la sottomissione della vittima;
  • il tentato distacco.

Il controllo. Ogni storia di violenza sulle donne é attraversata dal crescente bisogno di controllo del partner. Vuole sapere cosa faccia e con chi stia la “sua” donna in ogni momento della giornata, a chi telefoni, chi siano i suoi amici, anche quelli su Facebook, pretende il controllo del cellulare, a volte anche dell’email. A volte, il partner impone le sue pretese in modo diretto ma più spesso ottiene l’obiettivo generando nella vittima il terrore di attuare comportamenti sbagliati e una conseguente sottomissione tacita. Accade cioè che per non urtare la suscettibilità del partner, la ragazza finisca per auto-limitare la propria libertà: rinuncia alle amicizie maschili, evita ogni frequentazione giudicata negativamente dal carnefice e impara a mentire alle persone più care per nascondere la natura vessatoria del la relazione.

La conseguenza più diretta della sottomissione al controllo è l’isolamento sociale della donna, costretta a legarsi sempre più strettamente al partner come unico riferimento affettivo.

Perciò è fondamentale riconoscere le richieste e i tentativi di controllo come seri indicatori di pericolo, farlo il prima possibile e, soprattutto, opporvisi con fermezza rigettando ogni ricatto e ogni giustificazione con cui il partner cercherà di imporre le proprie regole. Occorre riflettere sul fatto che nessuna relazione è sana quando si basa sul sospetto, sulla sfiducia e sul sacrificio, interiorizzare questo principio e affermarlo all’interno della coppia.

L’offesa verbale, l’abuso psicologico e la sopraffazione fisica. Una relazione letale si sviluppa attraverso episodi di offesa accompagnati da atteggiamenti gravemente svalutanti verso la vittima. Ciò avviene inizialmente con gradualità: il partner cerca di capire sin dove può spingersi nella prevaricazione e, quindi, somministra dosi crescenti di insulti e di vessazioni per ottenere l’assuefazione della partner a condotte violente e inaccettabili.

I primi bersagli sono la fisicità e la sessualità della vittima. Commenti sulla forma fisica e sul modo di vestire e attacchi sulla sua disponibilità sessuale costituiscono il prologo di una storia che continua nel l’abuso psicologico e che vede la donna soccombere a offese sempre più pesanti e insistenti sulla sua intelligenza e personalità.

L’esito frequente di questo sistema è che la vittima finisce per convalidare l’immagine negativa di sé fornita dal partner: si convince che, in fondo, lui ha ragione a considerarla una nullità e a comportarsi di conseguenza. Il momento in cui la relazione lambisce pericolosamente il confine dell’aggressione fisica e dell’omicidio, arriva quando la donna é esausta e cerca tardivamente di sottrarsi alla dipendenza dal suo aguzzino, ormai instaurata come un dato di fatto.

Per questo, bisogna bloccare sin dall’inizio ogni forma di insulto verbale e di svalutazione ricevuti dal partner. Imparare a dirsi che nessuno, e meno che mai la persona con cui si intrattiene un rapporto sentimentale, può arrogarsi il diritto di aggredire, di insultare e di colpire. Occorre fermare immediatamente e senza attenuanti il partner e respingerlo senza appello. Invece, l’errore ricorrente negli amori criminali è il tentativo della vittima di “entrare nella mente del compagno”, di cercare a tutti i costi spiegazioni e chiarimenti e di illudersi di poter ricomporre la relazione diventando più comprensiva.

Contare sino a 1. Uno è il numero della salvezza. Contare sino a uno vuol dire che alla prima offesa grave, al primo spintone, schiaffo, pugno o calcio la relazione deve concludersi e la donna deve sottrarsi al ruolo di vittima in modo fermo e inappellabile. Vale lo stesso per condotte di controllo e violente scenate di gelosia: conta sino a 1 e scappa, interrompi ogni contatto, cancella per sempre quella specie di amore. Non ci saranno ‘metà culpa’, lettere, sms, mazzi di rose, regali o promesse, pianti, implorazioni che tengano. Qui il vero nemico della donna è la tendenza a offrire nuove possibilità continuando a dialogare col suo potenziale assassino mentre si auto-illude di un cambiamento possibile.

Cercare aiuto. Contare sino a 1 vuol dire anche cercare aiuto al primo episodio di violenza, parlarne, dichiararlo, raccogliere opinioni e consigli di parenti e amici. Ovvero, evitare di proteggere il partner e cercare di ‘coprirlo’, come invece succede sistematicamente nelle storie di abuso relazionale. Purtroppo, la vittima patisce un’alterazione del senso di realtà, è essa stessa prigioniera di un sistema affettivo distorto che la avviluppa e che la spinge, impulsivamente, a cercare soluzioni diverse dalla totale astinenza dal rapporto. Inoltre, in alcuni casi, la dipendenza psicologica è sostenuta da condizioni di dipendenza economica e, quando la coppia a figli, dal desiderio di proteggere la prole dal trauma della separazione.

Impara a dirti che non sei sola, a ripeterti che non sei tu a sbagliare ma che ci sono uomini che come il tuo ‘tuo’ attivano dinamiche patologiche e ti ammalano, ti infettano. Non é un amore ma una malattia potenzialmente mortale che si può e si deve curare.

Una strage silenziosa. C’è poi una strage silenziosa, certamente più ampia di quanto testimoniato dalle statistiche: per ogni donna assassinata sono centinaia e, forse, migliaia, quelle che sopravvivono alla dipendenza affettiva e si condannano alla morte vivente dell’abuso e del sopruso, del ricatto affettivo e della sottomissione sentimentale.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy

http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2015/11/25/violenza-sulle-donne-e-femminicidio-come-sottrarsi-a-una-relazione-mortale/?doing_wp_cron

 

Intervista a un narcisista perverso

Un bastardo, un predatore, uno sciacallo senza scrupoli che ha bisogno di usare e spremere fino al midollo le proprie prede. Un animale da letto, un trasformista, un vampiro assetato di sangue che ha bisogno di vedere gli altri soffrire per stare bene” così si definisce Paolo G., il protagonista del nuovo libro della criminologa Cinzia Mammoliti, Intervista a un narcisista perverso, Runa Editrice, pag.131, Euro 14,00. Dopo I serial killer dell’anima e Il manipolatore affettivo e le sue maschere, la Mammoliti, una delle maggiori esperte italiane in materia di manipolazione relazionale e violenza psicologica, torna ad affrontare l’argomento della pericolosità dei rapporti con narcisisti e psicopatici. Lo fa con un’intervista a un soggetto sadico e seriale, non solo consapevole ma anche orgoglioso della propria crudeltà.

E’ un dialogo profondo, puntuale, coinvolgente quello che ripercorre le tappe della relazione tra Paolo e Arianna, dall’amore immacolato della giovinezza alle prime violenze, alle rotture seguite da puntuali riconciliazioni, alla svalutazione, ai tradimenti, alle bugie, alle manipolazioni, fino allo sconcertante epilogo che terrà i lettori con il fiato sospeso.

Le vicende narrate toccano tutti i tratti del disturbo di personalità dei soggetti in questione: la misoginia, la mancanza di stima e rispetto per le donne considerate ostacoli nell’imposizione della propria grandiosità, la loro oggettivazione (“…oggetti e basta, corpi su cui sfogare la mia rabbia e frustrazione per poi gettarli via”), la distinzione tra sante e puttane (“Il sesso migliore riesco a farlo con donne di cui non mi importa nulla perché con loro mi posso sfogare liberamente e far fare cose che non farei mai fare alla donna che amo”); il richiamo a un’infanzia tormentata e a una madre assente e l’intenso coinvolgimento con le due donne più importanti della sua vita, definite “…il preciso contrario di mia madre…come la madre che avrei sempre voluto avere”.

Come per tutti i narcisisti la colpa è sempre dell’altro quando le cose iniziano a non funzionare: Arianna “ormai non c’era più- dice il protagonista-. Era completamente assorbita dalle sue cose, dai suoi studi, dalle sue amiche. Non mi vedeva più…non cucinava più…e fu esattamente allora che iniziai a innervosirmi”.

La consapevolezza e la lucidità delle tecniche di manipolazione che questi soggetti utilizzano per uscire dall’angolo emergono con assoluta insolenza. Confessa Paolo: “Quando una donna ti mette con le spalle al muro e inizia a chiedere risposte che tu ovviamente non le puoi dare, nega e gettale addosso il dubbio che non sia sana di mente per i sospetti che nutre…devi iniziare a mettere in discussione ogni cosa che dice e che fa, farle credere il contrario di quella che è la realtà, farla dubitare in continuazione delle sue percezioni e della sua memoria, mandarle messaggi contraddittori per disorientarla”.

Con questo avvincente libro la Mammoliti ci illumina ancora una volta sulla pericolosità delle relazioni tossiche e si addentra nei meandri della mente di narcisisti patologici e psicopatici mettendo a nudo debolezze e perversioni di tali soggetti. Va ricordato però che “la corsa all’uomo”, fenomeno diffuso nella società odierna, non fa che aumentare il narcisismo di individui disturbati ponendo spesso le donne in posizioni di corresponsabilità. “Ho visto fare alle donne le cose più folli per tenersi accanto un uomo- dichiara Paolo-. La maggior parte di loro non guarda in faccia niente, accetta umiliazioni, tradimenti, botte, anche l’abuso dei propri figli pur di non farsi mollare da chi hanno accanto… Chiamano mostri quelli come me ma non si rendono conto che il più delle volte sono loro a trasformarci in peggio, a farci venire fuori lo schifo che abbiamo dentro, a farci perdere ogni tipo di considerazione nei loro confronti”.

Con tutta la disistima e la repulsione verso individui così sadici e crudeli, in assoluta solidarietà con le vittime di violenza fisica e psicologica da parte di soggetti così riprovevoli e nel rispetto di tutte le sofferenze provocate da condotte abusive, credo comunque che l’ultimo virgolettato del Signor Paolo G. imponga una riflessione profonda da parte di tutti noi.

Astra