Narciso, psicopatico, borderline o istrionico?


Nel corso della lettura del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, la Bibbia di chi è chiamato a fare una diagnosi, ho potuto appurare ancora una volta come i tratti di personalità “disordinate” di cui si parla in questo blog siano intrecciati e ingarbugliati in un nodo che tocca più disturbi e non solo quello narcisistico.

Secondo il DSM un disturbo di personalità è un pattern costante di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, è pervasivo e inflessibile, esordisce nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e determina disagio e menomazione. Per potersi parlare di disturbo di personalità, questo deve manifestarsi in due o più delle seguenti aree:

  • cognitività, ossia modi di percepire e interpretare se stessi, gli altri e gli avvenimenti;
  • affettività, cioè varietà, intensità, labilità e inadeguatezza della risposta emotiva;
  • funzionamento interpersonale;
  • controllo degli impulsi.

I disturbi di personalità sono raccolti in tre gruppi in base ad analogie descrittive. Quello di nostro interesse, che comprende il disturbo antisociale, il borderline, l’istrionico e il narcisistico, riguarda individui amplificativi, emotivi ed imprevedibili.

A chi crede di aver avuto a che fare con un soggetto narcisista, consiglio la lettura del DSM: troverete molto probabilmente comorbilità tra più disturbi ed appurerete nel soggetto la presenza di più aspetti compromessi.

Iniziamo con l’antisociale, in cui rientra la psicopatia. Per poterlo diagnosticare, occorre che l’individuo abbia almeno 18 anni, che sia presente un disturbo della condotta con esordio prima dei 15 anni di età, e che siano presenti tre o più dei seguenti elementi:

  • incapacità di conformarsi alle norme sociali per quanto riguarda il comportamento legale, come indicato dal ripetersi di atti passibili di arresto;
  • disonestà, come indicato dal mentire ripetutamente, usare falsi nomi o truffare gli altri, per profitto o per piacere personale;
  • impulsività o incapacità di pianificare;
  • irritabilità ed aggressività, come indicato da scontri e aggressioni fisiche;
  • noncuranza sconsiderata della sicurezza di sé o degli altri;
  • irresponsabilità abituale, come indicato da ripetuta incapacità di sostenere un’attività lavorativa continuativa o far fronte a obblighi finanziari;
  • mancanza di rimorso, come indicato dall’essere indifferenti o dal razionalizzare dopo aver danneggiato, maltrattato o derubato un altro.

Secondo il DSM, gli individui con disturbo antisociale di personalità frequentemente mancano di empatia e tendono a essere indifferenti, cinici e sprezzanti nei confronti dei sentimenti, dei diritti e delle sofferenze degli altri. Possono avere un’autostima ipertrofica e arrogante e possono essere eccessivamente testardi, sicuri di sé o presuntosi. Possono avere un fascino disinvolto, superficiale, essere piuttosto volubili e verbalmente brillanti. Questi individui possono essere anche irresponsabili e profittatori nelle relazioni sessuali, avere nella loro storia numerose partner sessuali e non aver mai sostenuto una relazione monogama. Spesso hanno caratteristiche che soddisfano i criteri per altri disturbi di personalità, particolarmente i disturbi borderline, istrionico e narcisistico:

  • con il narcisistico condividono la tendenza ad essere brutali, disinvolti, superficiali profittatori e non empatici. Tuttavia, il disturbo narcisistico non include caratteristiche di impulsività, aggressività e disonestà. Inoltre, gli individui con disturbo antisociale possono non essere così bisognosi dell’ammirazione e dell’invidia degli altri e gli individui con disturbo narcisistico di solito non hanno un’anamnesi di disturbo di condotta nell’infanzia o di comportamento criminale nell’età adulta;
  • con l’istrionico condividono la tendenza a essere impulsivi, superficiali, alla ricerca di situazioni eccitanti, avventati, seduttivi e manipolativi, ma gli individui con disturbo istrionico tendono ad essere emotivamente più esagerati e caratteristicamente non mettono in atto comportamenti antisociali;
  • con il borderline condividono la tendenza ad essere manipolativi ma lo fanno per profitto, potere o altre gratificazioni materiali mentre i borderline lo fanno per ottenere considerazione.

Gli elementi necessari affinchè possa essere diagnosticato il disturbo borderline, che è caratterizzato oltre che da impulsività, anche dall’instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore, sono cinque o più tra i seguenti:

  • sforzi disperati per evitare un reale o immaginario abbandono;
  • un pattern di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzato dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione;
  • alterazione dell’identità con un’immagine o percezione di sé marcatamente e persistentemente instabile;
  • impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente pericolose per il soggetto (es. spese sconsiderate, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate);
  • ricorrenti comportamenti, gesti o minacce suicidari, o comportamento automutilante;
  • instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (es. episodica intensa disforia, irritabilità o ansia, che di solito durano poche ore o soltanto raramente più di pochi giorni);
  • sentimenti cronici di vuoto;
  • rabbia inappropriata, intensa, o difficoltà a controllare la rabbia;
  • ideazione paranoide transitoria, associata allo stress, o gravi sintomi dissociativi.

Ciò che caratterizza questo disturbo è un pattern di boicottaggio di se stessi nel momento in cui l’obiettivo sembra essere realizzato, come distruggere una buona relazione proprio quando è chiaro che potrebbe durare. L’alternanza tra idealizzazione e svalutazione del partner è tipica del disturbo borderline più che degli altri.  Con il disturbo istrionico condivide la ricerca di attenzione, il comportamento manipolativo e l’emotività rapidamente variabile. Tuttavia, il borderline si distingue per l’autodistruttività, la rottura con rabbia di relazioni e sentimenti cronici di profondo vuoto e solitudine. Con il disturbo narcisistico condivide le reazioni di rabbia per stimoli minori, ma nel narcisismo sono assenti l’autodistruttività, l’impulsività e i timori di abbandono.

Affinchè possa essere diagnosticato il disturbo istrionico, caratterizzato da un pattern pervasivo di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione, devono essere presenti cinque o più dei seguenti elementi:

  • disagio in situazioni nelle quali non si è al centro dell’attenzione;
  • interazione con gli altri spesso caratterizzata da inappropriato comportamento sessualmente seduttivo o provocante;
  • espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale;
  • utilizzo dell’aspetto fisico per attirare l’attenzione su di sé;
  • stile dell’eloquio eccessivamente impressionistico e privo di dettagli;
  • autodrammatizzazione, teatralità ed espressione esagerata delle emozioni;
  • suggestionabilità ed influenzabilità;
  • considerazione delle relazioni più intime di quanto non siano realmente.

Con il disturbo narcisistico condivide il desiderio per l’attenzione degli altri. Tuttavia, mentre i narcisisti pretendono lodi per la loro superiorità, gli istrionici sono disposti ad apparire fragili o dipendenti se questo serve a ottenere l’ammirazione.ù

E infine, affinchè possa essere diagnosticato il disturbo narcisistico, caratterizzato da un pattern pervasivo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia, devono essere presenti cinque o più dei seguenti elementi:

  • senso grandioso di importanza;
  • fantasie di successo, potere, fascino, bellezza illimitati o di amore ideale;
  • crede di essere speciale e unico/a e di poter essere capito/a solo da, o di dover frequentare altre persone speciali o di classe sociale elevata;
  • richiede eccessiva ammirazione;
  • ha un senso di diritto, cioè l’irragionevole aspettativa di speciali trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative;
  • sfrutta i rapporti interpersonali, cioè approfitta delle persone per i propri scopi;
  • manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;
  • è spesso invidioso/a degli altri o crede che gli altri lo/la invidino;
  • mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti, presuntuosi.

E’ davvero difficile distinguere un disturbo dall’altro. Spesso sono tutti e quattro concomitanti e il DSM lo dice chiaramente: se un individuo presenta caratteristiche di personalità che soddisfano i criteri per uno o più disturbi, possono essere tutti diagnosticati.

Astra

Il prezzo di mentire a se stessi

 

La cosa più difficile per uscire da una trappola sentimentale è accorgersi di esservi dentro con tutte le scarpe. Per una volta non parliamo di narcisisti o di psicopatici, né di mariti, fidanzati, partner, trombamici, compagni occasionali o altro. Parliamo di chi nella trappola continua a passare il proprio tempo, in primo luogo perché, non riconoscendola, non è consapevole di esservici finito. La può scambiare per divertimento, spasso, necessità di svago e leggerezza. In altre parole, capita che la confonda con una normale e fisiologica fase di transizione, in attesa che qualcosa o qualcuno di migliore si affacci all’orizzonte. La sottovalutazione del rischio, dettata in gran parte da meccanismi di difesa, potrebbe comportare inutili perdite di tempo, di energie personali davvero preziose, nonché l’assottigliamento della consapevolezza del proprio valore con conseguente abbassamento dell’autostima. Negare a se stessi che non si sta correndo alcun pericolo e, al contrario, rassicurarsi sul fatto che tutto sia sotto il proprio e pieno controllo, comporta l’accettazione di dinamiche che in realtà, se non si fosse coinvolti dal punto di vista emotivo, farebbero storcere il naso. Tutti cerchiamo rispecchiamento, è inutile negarlo. A tutti fa piacere ricevere affetto, riconoscimento e conferme. Suscitare indifferenza non fa gioire nessuno. Eppure, sono frequenti i casi in cui, chiudendo occhi, orecchie, cuore e cervello, si decide di nascondersi dietro a schemi difensivi e rimandare a un ipotetico domani la neutralizzazione della dissonanza cognitiva, costrutto che lo psicologo sociale Festinger è stato così bravo a identificare e teorizzare. Ci si racconta balle, questa è la verità. Si giustifica l’ingiustificabile cambiando le carte in tavola, dando un’interpretazione della realtà più morbida, malleabile, adattabile a ciò che non ci piace affrontare e risolvere con raziocinio. Quando si è in presenza di un conflitto intrapsichico – ossia di una dinamica in cui si registrano spinte contrastanti – e in particolare quando il contrasto è tra una tendenza avversativa (non mi piacciono i comportamenti che qualcuno tiene nei miei riguardi) e un’altra appetitiva (mi piace chi mette in atto quel comportamento, lo trovo intrigante, brillante, affascinante e sexy), sono tre le modalità in cui si tenta di neutralizzare disaccordo e divergenza: producendo un cambiamento nell’ambiente, modificando il proprio comportamento, oppure correggendo il proprio modo di vedere le cose, ovvero il sistema delle proprie rappresentazioni cognitive. E’ questa la via più comoda e facile da seguire, quella che ci porta a giustificare l’ingiustificabile. E’ mettendo mano al sistema delle proprie convinzioni, parametri di giudizio, valori, regole e standard morali che si riesce a convivere con cose che non quadrano, ad accettare quello che non piace, a mandare giù bocconi amari, a ricorrere alla negazione, a credere che in fondo non si vuole una cosa tanto diversa da quella che si sta vivendo. E’ bene però sottolineare come il prezzo da pagare, in casi come questo, possa rivelarsi molto alto: accontentarsi di ciò che passa il convento ricorrendo all’automenzogna e cambiando le proprie convinzioni ed aspettative sulla relazione uomo-donna, sull’amicizia o amore che sia, rischia di farci perdere l’orientamento, la fiducia che riponiamo in noi, l’autostima, l’autoefficacia e il senso di realtà. Ne vale la pena?

Astra

Come il narcisista ti migliora la vita

Il timore che si avverte in molte persone è quello di diventare aride, anaffettive, ciniche ed egoiste dopo aver incontrato un narcisista e aver condiviso con lui mesi o anni di vita. Non è così. Mettete da parte questa paura, tenete il cuore aperto e godetevi il futuro che la vita è pronta a riservarvi. Quando si esce definitivamente dal tunnel, a patto che l’esperienza sia stata elaborata e valutata con attenzione, introspezione e – cosa più importante- tempo, ci si ritrova profondamente cambiati. Maturati. Cresciuti. Evoluti. In altre parole, trasformati. Come tutte le esperienze, anche quella con chi ci ha a lungo vampirizzato può rinnovare il proprio senso di identità, l’autoconsapevolezza, il conoscersi e, attraverso un processo di empowerment – cioè di rafforzamento delle risorse- può farci acquisire fiducia nelle proprie capacità, competenze e potenzialità, rendendoci più forti ed immuni da un’eventuale ri-vittimizzazione.

Non è vero che si diventa aridi. Si diventa impermeabili alle tossine. E’ diverso. Si riconosce ciò che è nocivo con largo anticipo e lo si tiene a distanza di sicurezza. Dal punto di vista relazionale, le criticità delle situazioni vengono inquadrate in modo nitido e senza tentennamenti. Facendo ricorso ad automatismi percettivi, emotivi e di pensiero, facilitati da un nuovo, affinato senso dell’intuito e da uno sviluppatissimo istinto di protezione, chi è passato dalla narci-strettoia si ritroverà a snobbare situazioni che in un momento diverso avrebbero catturato intensamente il proprio interesse e, al contrario, ad apprezzare persone ed atteggiamenti che mai e poi mai avrebbero acceso in noi attenzione e curiosità. Si tratta di un passaggio evolutivo importantissimo. Non sottovalutatelo. Anche se pensiamo di non aver più nulla da imparare, è un chiaro segno di crescita. E’ la prova di come grazie a un’esperienza negativa si possa migliorare, mettersi al riparo dai pericoli e affrontare la giungla della vita con autodeterminazione e autoefficacia.

Non ringrazierò mai abbastanza le vicende della vita che mi hanno reso quella che sono, compresa l’esperienza devastante con un narcisista. Oggi vedo le cose con altre lenti e aiuto gli altri. Non solo grazie alla conoscenza approfondita della psicologia. Riesco a farlo anche grazie a ciò che ho vissuto, alle dinamiche attraversate, ai pesanti momenti di dissonanza cognitiva che contraddistinguono queste relazioni.

Il fatidico punto in cui si apprezza ciò che un tempo non sarebbe mai stato in grado di essere apprezzato e si ignora ciò che invece avrebbe entusiasmato, è la prova del nove: non solo si è definitivamente guariti, fuori dal tunnel e pronti a godere il meglio che la vita ha da offrire, ma si è anche riusciti a trasformare il negativo in positivo. Una svolta decisiva della propria esistenza.

Astra

La violenza psicologica riguarda entrambi i sessi ma è l’anticamera del femminicidio

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Pochi giorni fa un amico di vecchia data, che ha condiviso con me la nascita di quella salvifica consapevolezza che trasforma la vittima di violenza psicologica in un/una sopravvissuto/a, mi ha fatto notare come io abbia ormai abbracciato la difesa delle donne spostando l’asse della tutela a loro favore e mi ha ricordato come tanti uomini soffrano problematiche simili.

Ha ragione. Il mio amico dice il vero. Peccato però che una donna ogni due giorni muore per opera di chi dovrebbe amarla di più. E questo agli uomini non capita.

Ecco perché abbraccio la difesa delle donne vittime di violenza. E cerco con tutta me stessa di prevenire l’abuso psicologico, ricordando come questo sia il preludio di quello fisico, anticamera a sua volta dei crudeli episodi di femminicidio che riempiono le cronache dei nostri notiziari. Non a caso Fabio Roia, magistrato da anni impegnato nel contrasto alla violenza di genere, nel suo “Crimini contro le donne. Politiche, leggi, buone pratiche” edito da Franco Angeli, scrive sapientemente di violenza psicologica in un testo che fa la differenza nel caos del pericoloso professionismo dell’antiviolenza femminile. “La causa della violenza psicologica è, spesso, un disturbo della personalità di tipo narcisistico dell’autore delle condotte violente, il quale mette in atto dapprima un meccanismo di seduzione al quale segue un comportamento di squalificazione sistematica dell’altro/a che si manifesta mediante cinismo eccessivo, violenza verbale, comportamenti che sono finalizzati a mettere in ridicolo le convinzioni e le capacità di giudizio del partner e continue denigrazioni in pubblico o in privato. A seguito di queste condotte reiterate nel tempo, le conseguenze sul piano psicologico della vittima sono devastanti in termini di perdita di autostima e di privazione dell’autodeterminazione. A differenza dei casi di violenza fisica, nei quali l’idea della responsabilità della vittima viene smentita dalla illiceità palese del comportamento dell’autore, nei casi di violenza psicologica, nei quali la condotta dell’autore è caratterizzata da diverse sfumature, vi è il rischio che la vittima non riesca a trovare un supporto esterno, soprattutto perché non compresa dalle istituzioni, prima la polizia giudiziaria poi l’autorità giudiziaria”.

In questi anni ho letto di tutto. E non contenta ho conseguito una laurea magistrale in psicologia per meglio comprendere come difendermi e come aiutare gli altri a difendersi.  La violenza psicologica colpisce indistintamente uomini e donne rovinandoli e mettendo a serio rischio benessere e integrità psicofisica.  Non solo minando fiducia e sicurezza in sé, ma anche bombardando le proprie difese immunitarie, provocando disordini, prima di tutto il disturbo post traumatico da stress, in grado di generare nel  genoma pericolosi cambiamenti per il nostro organismo e per quello dei nostri figli.

Bisogna rafforzare la propria autostima e la propria autodeterminazione per combattere la violenza psicologica e rendersi impermeabili. Mentre gli uomini lo devono fare in nome del proprio benessere, le donne sono chiamate a proteggersi per salvarsi la vita.  Non bisogna mai dimenticare che se è vero che alla violenza psicologica non necessariamente segua quella fisica, è vero anche il contrario: il femminicidio non è un gesto isolato ma l’atto conclusivo di un’escalation di violenza in cui l’abuso psicologico è sempre presente.

Titti Damato

 

E’ violenza anche il tradimento seriale

 

Considero il tradimento seriale una forma di violenza. E’ indice di mancanza di rispetto, di sopraffazione, di de-umanizzazione dell’individuo e dei suoi sentimenti. E’ segno di noncuranza delle emozioni e degli stati mentali altrui. E’ un chiaro messaggio di fungibilità e di interscambiabilità dell’essere umano, prova della sua oggettivazione, comportamento deplorevole, meschino e patologico.

Il tradimento seriale esce dai canoni della semplice infedeltà. Il traditore o la traditrice seriale non è solo una persona infedele. E’ un individuo ossessionato dalla conquista, dalla conferma, dalla collezione, dal controllo, dallo scavalcamento di regole e principi morali, dall’annientamento dell’altro a proprio vantaggio. E’ un essere spregevole che percepisce la vittoria solo e a patto che questa comporti sconfitta, devastazione, annichilimento, lacrime, sofferenza e senso di impotenza a carico di chiunque si confronti con lui .

Un criceto che corre nella ruota, ecco cos’è. Chilometri a vuoto, prede schiacciate sotto un’andatura veloce e senza meta, menzogne per coprire menzogne, illusioni fantasiose che sfumano con la velocità della luce. Innamoramenti veloci, insalate verbali, frasi sentite nei film riformulate e rielaborate all’occorrenza. Nient’altro che accumulo, accumulo, accumulo. Lo svilimento del rapporto umano, l’azzeramento della soggettività, della differenziazione, dell’unicità individuale.

Tutto questo non è violenza? Non è un’azione volontaria esercitata da un soggetto su un altro in modo da agire contro la sua volontà? Non è un comportamento che vìola, che oltrepassa il limite dell’accondiscendenza di un altro essere umano?

Secondo me sì.

Astra

Il narcisismo spiegato da Kohut

Più volte nel corso dei miei studi di psicologia ho pensato a Relazioni pericolose e a quanto possano essere utili i contributi dei pilastri di questa scienza del pensiero. In particolare, la spiegazione del narcisismo che dà Heinz Kohut, caposcuola della psicologia del sé, è quella che ritengo più chiara e convincente.

Il pensiero di Kohut è importante ai fini della comprensione delle relazioni che un soggetto narcisista instaura con il mondo che lo circonda. Come per Freud, anche per Kohut esiste un narcisismo caratteristico dello stadio infantile ma la visione dei due è molto diversa.

Per Freud la pulsione libidica dapprima è investita su di sé (narcisismo primario) senza che bambino entri in relazione con l’altro. Soltanto dopo il complesso edipico essa viene investita su un oggetto esterno, l’oggetto d’amore. Nel caso in cui questo processo di investimento pulsionale verso l’oggetto esterno non vada a buon fine, il soggetto tenderebbe a reinvestire su di sé l’energia libidica (narcisismo secondario). Mentre il narcisismo primario è fisiologico, quello secondario, che impedisce al soggetto di investire sull’altro e quindi di creare relazioni con altri individui, è una dimensione disfunzionale e patologica.

Kohut è d’accordo nel ritenere che a un certo punto gli oggetti esterni vengano percepiti come separati da sé ed investiti pulsionalmente, ma al tempo stesso sostiene che una forma di narcisismo permanga tutta la vita. L’individuo pertanto avrà da una parte relazioni di investimento pulsionale libidico su oggetti esterni – la c.d. libido oggettuale– e dall’altra darà vita a un investimento pulsionale di tipo narcisistico verso oggetti-sé, i genitori, che non sono separati, ma estensioni del proprio sé. I tre oggetti-sé individuati da Kohut sono l’oggetto-sè speculare, l’imago parentale idealizzato e l’oggetto-sé gemellare.

L’oggetto- sé speculare svolge la funzione di appagamento del sé grandioso e onnipotente del bambino. E’ fondamentale che i genitori siano in grado di rispondere empaticamente ai suoi bisogni dandogli conferma della propria unicità, perché è proprio da queste prime esperienze che si formano le prime configurazioni del sé. Questo rispecchiamento consentirà al bambino di sviluppare tutta una serie di capacità, di qualità e di caratteristiche che hanno a che fare con una buona autonomia, una corretta autostima e una discreta fiducia in se stesso.

L’imago parentale idealizzato svolge la funzione di appagamento del bisogno del bambino di doversi conformare a un modello ideale che verrà introiettato nel corso della propria crescita ai fini di uno sviluppo psichico sano e funzionale.

L’oggetto-sé gemellare, infine, nasce dall’interiorizzazione di un modello considerato degno di amore e di cura da parte degli altri. Attraverso questo oggetto il bambino appagherebbe il bisogno di sentirsi simile ad un altro essere umano sufficientemente amabile e amato. Si tratta di un bisogno corrispondente all’area intermedia tra il polo delle ambizioni e quello delle mete idealizzate, relativo ai talenti e alle abilità.

Questi tre oggetti-sé conducono a un accrescimento sano del sé in termini di coesione, stabilità e armonia. Un’iniziale fase di completa empatia da parte dei genitori nei confronti del bambino renderà quest’ultimo capace di tollerare progressivamente le frustrazioni e i limiti propri, dei genitori e degli altri. Ciò permetterà un progressivo ritiro degli investimenti narcisistici dagli oggetti-sé e un’interiorizzazione trasmutante delle funzioni prima svolte dai genitori, con il conseguente sviluppo di strutture interne proprie che hanno la funzione di regolazione delle emozioni e di adattamento all’ambiente circostante.

Quando l’esperienza con gli oggetti-sé non è soddisfacente ed empatica, lo sviluppo narcisistico non si completa, i bisogni espressi rimangono arcaici, l’individuo sviluppa un senso di fragilità e di vulnerabilità del sé e da adulto sarà alla continua ricerca di qualcuno capace di fornirgli rispecchiamento della propria grandiosità.

Astra

L’amore e il buon senso di un piccolo centro antiviolenza

Se su tutto il territorio nazionale impiegassero l’entusiasmo e l’energia che ho toccato con mano nei giorni scorsi a Olbia nella guerra contro la violenza di genere, credo che il nostro Paese guadagnerebbe un posto di eccellenza nelle politiche di contrasto a questa allarmante piaga sociale. Prospettiva Donna è un piccolo centro antiviolenza, uno di quelli che per operare conta sull’empatia e il sentimento, oltre che sui fondi della Regione Sardegna. Con l’amore, la competenza e la passione di Patrizia Desole, che ne è alla guida, e con l’impegno di donne straordinarie come Domenica Mura, Piera Bisson, Carla Concas, Antonella Debertolo e Giuliana Angotzi, questo centro sta dando il suo prezioso apporto alla battaglia contro la sopraffazione, la violenza e gli abusi contro le donne.

Il week end che sta per concludersi ha visto due giornate di convegni con al centro il delicato tema della vittimizzazione secondaria, l’ulteriore condizione di sofferenza ed umiliazione che la donna è costretta a vivere quando le istituzioni e la società non riconoscono la violenza da lei subita. Che sia per negligenza di magistratura e forze dell’ordine, per disattenzione e noncuranza degli operatori socio-sanitari, per colpevolizzazione della vittima da parte dei media o per mancata comprensione della portata dell’abuso – soprattutto nei casi di violenza psicologica – da parte degli amici e familiari, la vittimizzazione secondaria moltiplica la sofferenza e il disagio di un essere umano, rende difficile la tutela dei suoi diritti e rallenta la ripresa di chi ha avuto la sfortuna di subire un trauma devastante come quello provocato da una violenza.

Tra i temi emersi, l’importanza della specializzazione e della formazione degli operatori. Lo sosteniamo da sempre: finché gli operatori che entrano in contatto con la vittima non vengono formati a conoscere, riconoscere, contrastare e prevenire la violenza, non andiamo lontano. Vale per i magistrati, le forze dell’ordine, gli psicologi, gli avvocati e gli assistenti sociali; vale per i media e i giornalisti, che troppo spesso ricorrono a un codice narrativo sbagliato, distorto e pericoloso; vale per il personale ospedaliero, con il pronto soccorso che sempre più spesso è chiamato a lanciare l’allarme e mobilitare la rete preposta a garantire alla vittima protezione e giustizia.

E ancora: il ruolo della cultura e del suo cambiamento. L’importanza della scuola, della divulgazione della cultura della non violenza, della famiglia, della prevenzione della violenza assistita.

Non è solo una questione di leggi che mancano o che non funzionano. E’ anche questione di buon senso, di amore e di rispetto reciproco. Di motivazione. Di continuare a lottare per ottenere. Di non sentirsi mai stanchi. Di voler costruire una società migliore, meno violenta e più sana.

Tutte cose che ho letto negli occhi e nei gesti delle donne di un piccolo centro antiviolenza della Sardegna.

Grazie Prospettiva Donna.

Titti Damato

Moscovici e abusi: “Per non cadere nella rete occorre un forte senso di identità e principi solidi”

Celebriamo il milione di visualizzazioni raggiunte dal blog Relazioni Pericolose pubblicando i passaggi centrali dell’audio-intervista rilasciata da Claudia Moscovici al podcast della psicoterapeuta californiana Andrea Schneider, specializzata nel recupero da relazioni patologiche ed autrice dell’e-book Soul Vampires: Reclaming Your Lifeblood After Narcissistic Abuse.

SCHNEIDER: Buongiorno Signora Moscovici. Lei è considerata una pioniera nella diffusione della consapevolezza quando parliamo di abuso relazionale da parte di psicopatici. Il suo blog è una fonte di informazioni preziose per coloro che si stanno riprendendo dall’esperienza di un trauma relazionale. Come sono nate le sue iniziative editoriali?

MOSCOVICI: Sono caduta nella trappola di uno psicopatico, ovviamente senza saperlo. Non me ne sono resa conto per un anno intero. Bugie e nient’altro che bugie che, una volta scoperte, mi hanno indotto a pensare di non aver mai incontrato un individuo simile prima di allora. Tanta gente mente, alcuni dicono bugie bianche, alcuni lo fanno ogni tanto. Ma questa persona mentiva sistematicamente, anche in assenza di una ragione, si comportava in modo incomprensibile e il grado di tradimento è stato semplicemente devastante. Non avevo gli strumenti per gestire la situazione e capire perché un essere umano potesse fare una cosa del genere. Allora ho iniziato a fare una ricerca sui sintomi: la menzogna patologica, la personalità Dottor Jekyll/Mr Hyde, le doppie vite. Ho scoperto il sito lovefraud.com di Donna Anderson e ho iniziato a leggere blog di psicologi che scrivevano sul suo sito. Ecco come ho scoperto che si trattava semplicemente di una specie particolare di esseri umani, con un nome preciso: psicopatici.

SCHNEIDER: Così, il fatto che abbia provato l’abuso psicopatico sulla sua pelle e che sia a riuscita a trovare tutte queste informazioni l’hanno portata a dar vita al suo blog.

MOSCOVICI: In un certo modo le circostanze hanno fatto sì che questa storia capitasse a una persona abituata a studiare. Sono una studiosa – certo, in un settore diverso come quello della letteratura comparata – ma ho affrontato la situazione con lo stesso approccio. Ho letto un centinaio di libri sull’argomento per capire cosa mi fosse capitato. Ho divorato blog di psicologia e ho lasciato che le informazioni che avevo appreso sedimentassero consentendomi di mettere a fuoco la situazione con una doppia lente: quella della vittima ma anche quella di chi è abituato a studiare, a leggere un sacco di roba e a saperla spiegare facilmente e con chiarezza.

SCHNEIDER: Il suo modo di scrivere è chiaro e comprensibile alla maggioranza di persone che ho invitato a leggere il suo blog. E’ un sito pieno di informazioni che aiutano le vittime a orientarsi nella dissonanza cognitiva che si manifesta dopo un abuso, psicopatico o narcisista che sia. Sul suo blog si trovano davvero informazioni valide, anche dal punto di vista scientifico. Apprezzo molto ciò che ha fatto: è un lavoro davvero inestimabile e un prezioso aiuto per le vittime. E’ difficile da accettare l’idea che ci siano persone del genere che camminano indisturbate sulla terra. Quanti crede siano gli psicopatici?

MOSCOVICI: Robert Hare in Without Conscience, che è il testo più affidabile, sostiene che il 4% degli uomini e l’1% delle donne siano psicopatici. Ma le persone con accentuate tendenze narcisistiche sono molte di più e sono nocive nella stessa misura.

SCHNEIDER: Ha citato il lavoro di Hare che è indiscutibilmente il libro da leggere sugli psicopatici e la loro maschera di sanità. Perché secondo lei la maggior parte delle persone non è informata su questo tipo di abuso?

MOSCOVICI: I media si occupano di chi è noto e celebre. Le storie più sensazionali riguardano solo un sottotipo di psicopatici, come il serial killer Ted Bundy o altre famose personalità narcisistiche. I media però non considerano che “psicopatico” può essere anche l’uomo della porta accanto, quello di tutti i giorni. E che la maggioranza degli psicopatici non uccide e non fa parte dei serial killer. Quelli costituiscono una percentuale minima. La gente quindi non si rende conto che probabilmente, nel corso della propria vita, ha incontrato e fatto la conoscenza di psicopatici non noti ma non per questo meno pericolosi. Non bisogna per forza essere serial killer o assassini per fare danni.

SCHNEIDER: Si tratta di persone molto ingannevoli con indosso una maschera di sanità che nasconde la reale natura predatoria. Se ne è tanto parlato negli ultimi tempi: questo tipo di comportamento rientra nel fenomeno delle molestie sessuali, così di moda a Hollywood, o nelle abitudini di molti leaders politici, di cui non faccio nomi. Si tratta di fatti che stanno venendo sempre più alla luce. Sembra che siano molti gli ambienti a essere nella bufera, cinema e politica in primis. Era ora che le vittime iniziassero a parlare, a dar voce alle proprie esperienze, a dire cosa accade.

MOSCOVICI: Abitudini predatorie si registrano nell’ambiente dei media, a Hollywood e in altri campi, come la moda. Non riguarda solo i ricchi e i famosi. Non sono solo loro a essere narcisisti e predatori. Possono esserlo anche le persone che incontriamo nella vita di tutti i giorni.

SCHNEIDER: E’ proprio questo il punto. Può essere chiunque. Non bisogna per forza essere famoso. Solo che quelli famosi fanno notizia. Quando si parla di narcisisti, psicopatici e di altri individui che rientrano nello spettro di “abusanti”, si deve tener conto che lo schema di comportamento è molto simile: gaslighting, sparizioni, bugia chiaramente patologica, proiezioni e così via. Ciò non significa che tutti i narcisisti sono persone “abusanti”. Lo sono i narcisisti maligni, quelli estremi, che si avvicinano alla psicopatia. Cosa ne pensa?

MOSCOVICI: Non è facile distinguere un narcisista maligno da uno psicopatico perché il grado di controllo che vogliono esercitare è molto simile e le tecniche di manipolazione e inganno che usano per controllare e intimidire sono analoghe.

SCHNEIDER: Ha parlato del libro Without Coscience e dell’importanza che ha rivestito per lei. Cos’altro consiglia di leggere a coloro che sentono di aver subito un abuso da uno psicopatico o da un narcisista maligno per capire cosa sia loro successo?

MOSCOVICI: Sociopath Next Door di Martha Stout. E poi c’è un altro ottimo libro che affronta il tema da un punto di vista psicologico. Chi per primo ha studiato il fenomeno e ha scoperto che gli psicopatici indossano una vera e propria maschera di sanità dalle sembianze normali e addirittura migliori del normale è stato Hervey Cleckley con il suo Mask of Sanity, ultimamente rivisto e ripubblicato. E’ decisamente un’opera fondamentale.

SCHNEIDER: Ci prova a descrivere sinteticamente la natura ambigua dei narcisisti maligni o degli psicopatici e il modo in cui un predatore può sedurre una preda così facilmente?

MOSCOVICI: Ciò che queste persone mettono in atto è un processo di inganno e di adescamento. Sarebbero veramente in pochi a essere attratti da qualcuno che dal primo incontro appare pieno di sé, ipocrita, che vuole controllarti e manipolarti. Se gli psicopatici mostrassero i loro veri colori dall’inizio, nessuno cadrebbe nella loro rete. Ciò che fanno è indossare una maschera che li fa sembrare perfettamente normali. La loro particolarità è che sono estremamente carismatici e seduttivi. Non si tratta di seduzione prettamente sessuale. Anche i loro parenti, i collaboratori o i colleghi possono cadere nella rete e venir persuasi di avere a che fare con persone meravigliose, altruiste, buone d’animo. Per esempio, possono essere molto generosi. Ma è tutto strumentale all’acquisizione di potere e controllo su chi gode delle loro cortesie. La cosa particolare è che sembrano non solo nella media, ma addirittura migliori della media, diciamo “troppo belli per essere veri”. Lo sono con chi vogliono controllare. Se è in politica che vogliono affermarsi, sembreranno persone forti e affidabili. Se parliamo di relazioni sentimentali, allora sapranno essere super romantici regalando fiori, gioielli e dicendo proprio le cose che l’altro vuole sentirsi dire. L’adulazione è gestita e dosata alla perfezione e sembra credibile e autentica. In altre parole, non è tanto importante cosa dicono ma come lo dicono, in quale modo e momento. Danno realmente l’impressione di essere stra-innamorati. Poi, ciò che accade è che iniziano a spingersi oltre, a superare i limiti. Ma lo fanno nel gioco della passione, con la scusa di una storia davvero unica e speciale e danno l’impressione di essere ancora più coinvolti di prima. Una volta che hanno conquistato la fiducia – di solito occorre qualche mese- iniziano a macchinare per assumere il controllo della tua vita. Cominciano a chiederti di fare delle cose strane e contemporaneamente ti isolano dalla tua famiglia e dai tuoi amici in modo che tu non disponga più di una rete sociale di supporto in grado di farti vedere la realtà per quella che è.

SCHNEIDER: Questo può creare molta confusione alla vittima. Molto probabilmente è sotto effetto del gaslighting, delle proiezioni e dell’abuso. Perde lucidità e senso di realtà. E’ in piena dissonanza cognitiva. Ecco come si resta incastrati in questo tipo di relazioni, che sia un rapporto di lavoro, un rapporto sentimentale o una relazione familiare.

MOSCOVICI: E più a fondo vai, più ti ritrovi isolata dalla famiglia e dagli amici e più diventa difficile tirarsi fuori dal fango.

SCHNEIDER: Sentendosi così isolata la vittima non ha più la certezza di cosa le stia accadendo. Da una parte sente che sta subendo un abuso, ma dall’altra parte è intrappolata in una sorte di trauma bond, di legame traumatico con il proprio carnefice.

MOSCOVICI: Soprattutto quando il predatore è diventato il fulcro della sua vita. E’ quello il pericolo quando si è così isolati e privi di strumenti per difendersi. Il processo è molto subdolo e sottile. Possono occorrere anni per isolarti a tal modo. Ci si ritrova ad annaspare in qualcosa di simile alle sabbie mobili.

SCHNEIDER: Si parla molto di legame traumatico, di Sindrome di Stoccolma e di come ci si può sentire dipendenti dalla conferma e dalla validazione di chi sta compiendo ai nostri danni un abuso senza per questo dover essere per forza etichettati co-dipendenti. Tendo a preferire il termine legame traumatico e a sottolineare che, in caso di abuso, non esiste nessuna colpa a carico della vittima. Non credo sia una buona idea far sentire la vittima traumatizzata la seconda volta. La vittimizzazione secondaria attraverso l’utilizzo di etichette, come co-dipendente, borderline o altro, che non sempre si adattano alla situazione, non mi piace. Ci sono tante vittime che si vergognano o si sentono in colpa. Vengono fatte a loro carico diagnosi discutibili, quando ciò che hanno è semplicemente una forma di disturbo post traumatico da stress, o un disturbo acuto da stress o un trauma da narcisismo. Forse dovremmo introdurre nel DSM una sindrome da psicopatia. Si tratta comunque di una forma di shock, di un trauma relazionale che la vittima ha incassato ed essere etichettata come disturbata, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in lei per aver subìto un abuso, è sbagliato. E’ un secondo trauma.

MOSCOVICI: Gli psicopatici funzionano in modo diverso. Nella Sindrome di Stoccolma all’abuso iniziale segue una sorta di rinforzo positivo nel quale la vittima si ritrova intrappolata. Si tratta dello schema classico di questa sindrome, che trae origine dall’episodio in cui alcune persone sono state tenute in ostaggio in una banca a Stoccolma nel 1970. Poi c’è il fenomeno che ha appena descritto, il legame traumatico, che è quello si subisce con gli psicopatici. La maggior parte delle storie con questi individui non inizia con un abuso. Il processo di adescamento e di seduzione è graduale. Gran parte delle vittime degli psicopatici non soffre della Sindrome di Stoccolma ma di un legame traumatico. Le ragioni possono essere molteplici. Lei ha ragione quando dice che non si deve necessariamente etichettare la vittima diagnosticando a carico di questa un disturbo di personalità. Forse alcuni lo fanno. E’ però molto importante, una volta che ci è resi conto di essere cadute nelle grinfie di un individuo del genere, guardarsi dentro e chiedersi cosa di noi lo abbia attratto. In altre parole, volgere l’analisi su di sé e capire perché si è scivolati nella trappola.

SCHNEIDER: Allora parliamo di cosa prendono di mira gli psicopatici e in base a cosa scelgono il bersaglio. E’ vero che le vittime sono scelte, come scrive Sandra Brown in Women Who Love Psychopaths, per alcuni tratti specifici in grado di fornire energia narcisistica, e cioè empatia e un sufficiente grado di profondità emotiva? Si parla molto di empatia. Non è un termine diagnostico ma ricomprende individui intuitivi e che hanno un alto quoziente di intelligenza emotiva. Narcisisti e psicopatici non dispongono di quelle qualità interiori profonde come la compassione, l’empatia, la reciprocità, l’autenticità – è come se dentro di loro avessero un vuoto, un buco nero. Alcuni sostengono che il predatore cerca in altri le qualità che a lui mancano.

MOSCOVICI: Secondo me dipende dalla vittima. Sono d’accordo con Sandra Brown quando sostiene che gli psicopatici tendono a essere attratti da persone empatiche, specialmente quando utilizzano il gioco della compassione come strumento per agguantarle, per esempio descrivendo la crudeltà della moglie durante il divorzio, ecc. Ma credo che il modo in cui si è presi di mira la dice lunga tanto di noi quanto dello psicopatico. Se lui decide di giocare la carta della compassione allora cercherà persone empatiche. Se invece gioca quella dell’adulazione e della corte serrata, allora cercherà una donna con un’autostima debole o bisognosa di conferme. La strategia di adescamento cambia in funzione del tipo di vittima che è a portata di mano.

SCHNEIDER: Si tratta di un punto cruciale. La gente ha bisogno di sapere come potersi proteggere e chi si sta riprendendo di fare introspezione e capire cosa li abbia attratti al predatore e viceversa. C’è un sacco di materiale online sulla co-dipendenza. Si tratta di un’etichetta che viene spesso stampata addosso alle vittime e come ho detto prima non sempre è giusto. Forse alcuni soffriranno pure di una forma di co-dipendenza ma la maggior parte dei pazienti che mi sono capitati ha un alto quoziente di intelligenza emotiva, molti punti di forza, qualità fantastiche ed è decisamente sana. Ci andrei molto cauta ad affibbiare il titolo di codipendenti alle vittime. Cosa ne pensa in proposito?

MOSCOVICI: Nei commenti sul mio blog e nella mia esperienza di vita ho riscontrato solo un chiaro caso di co-dipendenza in cui la persona ha preferito rimanere con lo psicopatico piuttosto che tenersi stretto il lavoro e la propria autonomia. Era un caso estremo, in cui l’abuso valeva a suo modo di vedere più del proprio futuro professionale. Il grado di dipendenza era talmente alto che sosteneva e influenzava l’intera visione del mondo della vittima. Ma la maggior parte delle persone non ha una co-dipendenza così accentuata.

SCHNEIDER: La descrizione che ha fatto del legame traumatico e della sindrome di Stoccolma calza a pennello alle vittime. Tornando alla strategia dello psicopatico, la maggior parte delle persone che ho avuto modo di incontrare è presa dal fascino e dalle qualità seduttive di questi Casanova, soprattutto il love bombing. E’ come una flebo di dopamina che non risparmia nessuno: anche donne intelligenti rimangono intrappolate nella rete. Che ne pensa?

MOSCOVICI: E’ il tipo di psicopatico che è capitato a me e che ho decritto nel romanzo The Seducer. Non si tratta di comuni seduttori. Sono molto più intriganti e accattivanti della media. Sono molto meno banali dei personaggi dei romanzi e sembrano davvero autentici. Sanno esattamente su cosa far leva e sanno diminuire le dosi se si dimostra di non gradire una corte così serrata. Sanno come dosare un abuso che alla fine ti ritrovi non solo ad accettare ma anche talvolta a volere, in modo lento e graduale. Sanno perfettamente cosa vuoi di più dalla vita ed è proprio quello che promettono di darti. Sanno leggere nelle nostre menti e adattarsi alle circostanze, visto che non tutti cerchiamo le stesse cose. Sono camaleonti, si trasformano in quello che desideri e che hai sempre sognato.

SCHNEIDER: Direi…persone molto abili.

MOSCOVICI: Hanno un senso dell’intuito molto sviluppato. Non hanno bisogno di documentarsi sui libri sulla seduzione. Sanno leggerti nella mente perché concentrano la maggior parte delle loro energie nella vittimizzazione del prossimo. Imparano a individuare le debolezze e i desideri degli altri meglio di quanto riesca a fare una persona normale.

SCHNEIDER: E’ davvero inquietante e sconcertante che alcuni abbiano l’abilità di scrutare il prossimo sotto la lente della predazione, strumentalizzarlo ed usarlo come carburante per il proprio ego attraverso potere e controllo.

MOSCOVICI: Esatto. Mettono in atto una sorta di stalking psicologico, a volte anche fisico se rompi con loro. Purtroppo non ci si accorge che si tratta di stalking se a essere scrutati sono gli aspetti più profondi e intimi della nostra personalità, come cosa vogliamo dalla vita, quali sono i nostri sogni e le nostre insicurezze. Lo psicopatico usa tutto questo contro di noi.

SCHNEIDER: Quando psicopatici o narcisisti maligni sono nelle posizioni di comando, utilizzano la professione proprio per estrarre quell’energia che serve ad alimentare il proprio ego: parliamo di politici, dottori, avvocati, psichiatri, ruoli che possono essere strumentali all’esercizio di forme di abuso. Il tutto con indosso una maschera di altruismo che copre la vera natura predatoria.

MOSCOVICI: Esatto. Spesso cercano un lavoro in relazione alla vittimizzazione: per esempio, se preferiscono vittime giovani di solito fanno gli insegnanti, gli allenatori, i coach. Se prediligono il potere allo stato grezzo possono entrare a far parte delle forze dell’ordine. Se lo amano raffinato si buttano in politica. Se vogliono visibilità, diventano registi o attori. Scelgono la professione in base all’ambiente che vogliono vittimizzare.

SCHNEIDER: Terribile. Dobbiamo ricordarci però che la maggior parte degli abitanti del pianeta non è psicopatica, grazie a Dio! Ma anche quella percentuale che lo è, il 3-4%, è un sacco di gente. Ed è in grado di infiltrarsi in ruoli di potere e mietere tante vittime. E’ davvero preoccupante.

MOSCOVICI: Se vedi le cose dal punto di vista statistico non ci sono molti psicopatici al mondo. Tre o quattro per cento non è una cifra altissima. Ma un predatore, anche quelli di cui si parla in questi ultimi tempi con riferimento alle molestie sessuali, vittimizza centinaia di donne, se non migliaia, nel corso degli anni. Quindi, anche se sono pochi, gli psicopatici fanno un sacco di danni. E sono alla continua, costante ricerca di vittime. La caccia e la conquista è per loro la parte più intrigante di tutta questa dinamica perversa. Una volta che ti hanno, si annoiano. E lo fanno random. Non sanno chi cadrà e chi no. Ci provano con cento donne, magari cadono in dieci o in quattro. Vanno per tentativi e per prove ed errori.

SCHNEIDER: E rifiniscono tattiche, strategie e copioni in corso d’opera, probabilmente. Se qualcuno riesce a scorgere attraverso la maschera se la danno a gambe? Spariscono?

MOSCOVICI: A volte spariscono ma spesso si prendono solo una pausa. Quando sentono che il loro ego è minacciato.

SCHNEIDER: Una sorta di ferita narcisistica?

MOSCOVICI: Proprio così. E quindi fuggire diventa molto delicato. Quando si lascia uno psicopatico, le prime settimane o i primi mesi sono molto pericolosi.

SCHNEIDER: Ecco perché per le vittime è vitale e importante cercare tutela e mettere in atto una strategia difensiva per proteggersi fisicamente.

MOSCOVICI: Esattamente. La vittima deve pensare a un piano di fuga ben organizzato perché lo psicopatico può riagguantarla e punirla per essere scappata.

SCHNEIDER: Quindi quando parliamo di idealizzazione, svalutazione e scarto e dei cicli di abuso, spesso ci sono tentativi di ri-adescamento volti a riagguantare la vittima e trascinarla di nuovo nella relazione, promettendole il sole, la luna e le stelle. E poi ciò cui si assiste è uno scarto ancora peggiore del precedente e l’abuso (verbale e in alcuni casi anche fisico) è così brutale che lascia la vittima più a terra che mai.

MOSCOVICI: Purtroppo sì. Ecco perché è così importante abbandonare la nave quando si è pronti e non quando non si è più che decisi. Devi essere sicura e pronta a nasconderti se si tratta di uno psicopatico aggressivo.

SCHNEIDER: Come si fa a proteggersi da questi predatori? Cosa può fare la gente? Abbiamo parlato di cosa si deve fare una volta che si è dentro la relazione e bisogna uscirne. E’ necessario mettere a punto un valido piano di fuga e seguirlo alla lettera per riuscire a sfilarsi indenni dalla situazione e proteggersi soprattutto quando ci sono bambini di mezzo. Ma come fa la gente a proteggersi prima di entrare nella relazione? Come fa a evitare di cadere nella rete?

MOSCOVICI: Proteggersi è un processo che prevede l’esistenza di solide basi di partenza: un lavoro, una casa, una rete di supporto fatta di amici e familiari. E’ molto difficile proteggersi da soli o quando non si ha una fonte di sostegno economico. Molto difficile. Una volta che disponi di tutte queste cose, la prima cosa da fare è il No Contact. Non aprire le mail, non rispondere alle sue telefonate, non fare ricerche su Google perché anche il solo cercare notizie su questi individui vuol dire che sono psicologicamente presenti nella tua mente e non è ciò che vuoi. Vuoi solo che quella persona esca dalla tua testa, dal tuo cuore e dalla tua vita. Per non cadere nella sua rete bisogna avere un forte senso di identità e solidi principi. Non permettergli di invaderli perché è un campanello di allarme ed è proprio in quel modo che riesce a farti cadere. Non farti allontanare dai tuoi amici e dalla tua famiglia. Non permettere a nessuno di isolarti. Non esistono ragioni valide per farti prendere le distanze dai tuoi cari. E’ un gesto cattivo fatto apposta per accrescere il proprio potere su di te. Potrebbe sembrare che isolarti sia un gesto di amore perché non può stare senza di te nemmeno un’ora mentre tu sei in compagnia dei tuoi amici, ma non è quella la vera ragione. Una persona che ti ama ti lascia avere amici ed è felice se hai una buona vita sociale.

SCHENIDER: Stiamo parlando di cose che dovrebbero entrare nei programmi scolastici. Non so come funziona in Europa, ma so che negli Stati Uniti siamo un pò indietro nell’educazione sentimentale e relazionale dei ragazzi. Anche se alcune scuole pubbliche stanno mettendo in atto valide campagne contro il bullismo, credo che sia necessaria un’istruzione che parta dalle scuole elementari e che consenta di fare chiarezza su cosa sia una relazione sana, una relazione tossica, un confine. Tutte queste cose sono fondamentali. Sa se ci sono sistemi educativi del genere in Romania o nel resto di Europa?

MOSCOVICI: I Paesi dove il mio libro è stato pubblicato, Italia e Romania, sono addirittura indietro rispetto agli Stati Uniti perché sono Paesi latini e il comportamento dello psicopatico spesso è scambiato per romantico e passionale. Comunque, con riferimento alle campagne antibullismo e antistupro, esse sono utili ma intervengono solo sul comportamento. Non fanno luce sulle cause psicologiche che sono alla base di quel comportamento. Invece è così che si dovrebbe lavorare sulle tendenze narcisistiche dei bulli e dei predatori sessuali. Quindi, se ragionare sul loro comportamento e su come sia inaccettabile è utile, ciò di cui abbiamo bisogno è individuare il problema psicologico sottostante, le psicopatologie che portano al bullismo o alla predazione sessuale. Nelle scuole non si è ancora fatto nulla al riguardo.

SCHNEIDER: Torniamo al modello di protezione. La conoscenza, soprattutto di se stessi, può proteggere. Conoscere il significato della parola confine e saperlo salvaguardare. Essere consapevoli del proprio valore, difendere la propria autostima. Prima ha parlato dei suoi lavori in Europa e come laggiù la concezione degli psicopatici sia diversa. La psicopatia è vista come una forma di machismo o di qualcosa di passionale e non patologico.

MOSCOVICI: I Paesi che conosco meglio da questo punto di vista sono l’Italia e la Romania, che è il mio Paese di origine. Spesso i Paesi latini hanno questo modello ideale e romantico del latin lover: un individuo molto passionale, romantico, sensuale. Si tratta di un modello fuorviante. E’ facile confondere questi stereotipi con i predatori che violano i confini. Per esempio, molti psicopatici adorano fare sesso in luoghi assurdi e ti mettono le mani addosso davanti a tutti. Per loro è eccitante. Hanno costantemente bisogno di violare principi e spingersi oltre le regole. Non si limitano a sedurre, lo devono fare in qualsiasi posto ed abbattendo paletti, etici o sociali che siano. Sono amanti del rischio. Un comportamento del genere a volte è scambiato per quello di un semplice latin lover. In realtà, la maschera di latin lover è solo uno schermo che nasconde una natura predatoria e psicopatica.

SCHNEIDER: Quindi una storia molto intensa, che parte eccessivamente romantica e passionale, può essere un importante campanello di allarme. Soprattutto in quelle culture in cui questi segnali possono essere scambiati per sentimento autentico.

MOSCOVICI: Può sembrare che lo psicopatico non riesca a tenere le mani a posto, non possa fare a meno di toccarti. Invece c’è qualcosa di più serio dietro queste manifestazioni. Ciò che vuole è manifestare la sua passione davanti a tutti. E’ questo che non riesce a trattenere. Non sei tu a essere irresistibile, è l’idea di farti andare contro i tuoi principi che è irresistibile, di invadere i tuoi confini. E’ questo che lo eccita terribilmente, non sei tu in quanto persona. Ma la confezione di questo “pacchetto” è fuorviante: la vittima pensa che lui non riesce a tenere le mani lontano da lei.

SCHNEIDER: La vittima cioè è inebriata e gratificata dal fatto di essere l’oggetto del desiderio di chi ha accanto, ma in realtà non sa che è un predatore che sta solo cercando di estrarre da lei la benzina che consente al proprio ego di alimentarsi e sopravvivere inscenando una manifestazione di passione davanti a tutti, come il fare sesso su un treno per esempio, o qualcosa del genere. Per lui è un’iniezione di adrenalina, ma solo perché qualcuno potrebbe vederli. Invece la vittima pensa “mi vuole da morire, lo eccito terribilmente, mi sta praticamente divorando in metropolitana”.

MOSCOVICI: Esatto, è proprio così. Se esci con qualcuno che ti fa sentire irresistibile e ti porta a violare i tuoi principi, presta molta attenzione.

http://www.blogtalkradio.com/thesavvyshrink/2017/11/20/psychopathy-awareness-with-claudia-moscovici

Traduzione di Astra

Imparare ad amarsi

Vi sono situazioni in cui il confine tra l’amore verso se stessi e quello per chi in teoria dovrebbe amarci e proteggerci, ma che invece demolisce in modo sistematico la nostra identità, si assottiglia al punto che siamo proprio noi a offrirgli su un piatto d’argento tutte le armi e gli strumenti per colpirci, destabilizzarci e farci stare male.

Che la persona con cui abbiamo a che fare sia disturbata o meno – perché ricordo che si sta diffondendo l’abitudine di dare del narcisista, borderline, antisociale o psicopatico anche a chi semplicemente non ci desidera nel modo in cui vorremmo- capita di frequente che siamo noi a metterla nelle condizioni di affossarci.

Ciò che ho capito in questi due anni di vita del blog dal racconto delle vostre esperienze – ma soprattutto dagli studi di psicologia che mi appresto a terminare nei primi mesi dell’anno che viene – è il ruolo dei meccanismi di difesa che, quando si innescano, ci rendono complici del nostro destino.

Parlo della negazione, del diniego, delle giustificazioni, del perdono motivato dall’assunzione di inesistenti responsabilità. Proteggendoci dietro lo scudo dei meccanismi di difesa siamo portati a dare agli altri chances infinite di fare ciò che vogliono, di moltiplicare gli abusi- se di abusi si tratta- o semplicemente di continuare a vivere la relazione secondo le proprie regole, senza impegno e senza un programma, liberi e legittimati di andare dritti per la propria strada, che resta semplicemente parallela alla nostra senza intersecarvisi mai.

E’ proprio la messa in atto dei meccanismi di difesa che consente all’altra persona l’abbattimento dei nostri confini, quelli che mi piace chiamare “paletti”, essendo spesso intimoriti dal fatto di essere considerati, nel migliore dei casi, rompiscatole. Dico nel migliore dei casi perché talvolta si è addirittura accusati di essere paranoici, mitomani, disturbati e pazzi con evidente tentativo, da parte di questi individui, di proiezione sull’altro di un problema che riguarda in primo luogo la propria persona.

Credo che la messa in atto dei meccanismi di difesa sia legata al costrutto di autostima. Più forte è il rispetto che abbiamo nei confronti di noi stessi, più siamo consapevoli di ciò che di buono siamo in grado di fare, in altre parole “più ci piacciamo” per come siamo, per come ragioniamo, per come siamo in grado di reagire agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno, con ogni probabilità meno saremmo disposti a scendere a compromessi, a permettere che siano abbattuti confini, barriere e paletti e conseguentemente ridimensionati saranno gli scudi dietro ai quali nascondersi. Non ci sarà spazio per la negazione, non avremo paura di guardare in faccia la realtà e leggere lucidamente come stanno le cose. Smetteremo di giustificare bugie che non stanno in piedi, argomentazioni assurde e manipolazioni subdole perché con l’autostima a posto non temeremo di rimanere da soli. La linea di confine tra l’amor proprio e quello per l’altro tornerà a essere netta e decisa e la sicurezza nelle proprie capacità ci consentirà di ritrovare la strada.

Per questo sento di raccomandare a tutti di diventare un po’ più narcisi in senso buono e autentico: guardarsi allo specchio e piacersi, non lasciarsi andare, costruire il proprio destino, alimentare il rispetto di sé. Che sia attraverso il raggiungimento di una somma di traguardi banali o la riuscita di un obiettivo più impegnativo, che sia il conseguimento di un titolo di studio, la vincita di un concorso, la creazione di qualcosa di gioioso dal punto di vista artistico, non fa differenza: l’importante è dimostrare a noi stessi di valere, di riuscire, di essere migliori di quanto ci voglia far credere la persona cui abbiamo permesso di calpestare le nostre potenzialità e le nostre risorse.

Con i miei più affettuosi auguri di Buon Natale a tutti i lettori del blog.

Astra

Briciole di veleno

Si può morire per colpa di due briciole? Si può litigare letteralmente “a morte” per un rimprovero? Ma cosa sta accadendo agli esseri umani? Ormai quella di una donna che ogni due giorni muore per mano del proprio compagno è una media ottimistica che non lascia spazio alla speranza di liberare le pagine dei nostri giornali dalle notizie sempre più ricorrenti di questi orrendi crimini sanguinari.

Il caso di Lu Fraili mi aveva colpito più degli altri perchè in estate passo davanti a quella casa ogni giorno: per andare al mare, per fare la spesa, per comprare i giornali e le sigarette. Ci passo di giorno, di sera e di notte, da anni. Una piccola, modestissima casa sulla strada, una di quelle che quando ci passi davanti ti chiedi come fanno a dormirci, dato il passaggio continuo di macchine e camion, motorini e trasportatori sulla via di accesso principale alle splendide spiagge color borotalco della Sardegna.

Questa volta il cielo non si è tinto di nero solo per il fumo degli incendi che scoppiano qui intorno quasi ogni giorno, vuoi per il dolo di qualcuno, vuoi per l’ira di un vento, il maestrale, così amico dei velisti e così inclemente con il fuoco e con la devastazione di ettari ed ettari di distese di macchia mediterranea. Questa volta non c’è stato bisogno del fuoco e di un Canadair in volo per lanciare l’allarme, ma sono bastate due briciole: le briciole di pane che la povera Erika Preti aveva rimproverato al suo uomo di lasciare sul tavolo. E’ stata semplicemente questa “sgridata” a mandare Dimitri Fricano su tutte le furie, a fargli appiccare il fuoco, questa volta della lite, e a mettere fine alla giovane vita della sua compagna.

Sarà stata l’abitudine a scrivere di questi argomenti e a leggere articoli e articoli di giornale ormai identici l’uno all’altro a farmi pensare subito al peggio. Ma la mattina del 12 giugno, quando sono passata davanti a quella casa di Lu Fraili con ancora il corpo della povera Erika dentro, mi è bastato vedere le tute bianche dei RIS per farmi pensare “Ci risiamo”.

Volevo scriverne sul blog ma in fondo al cuore mi auguravo che la fantasiosa storia della rapina e dell’aggressione che Dimitri Fricano andava raccontando fosse vera. La frase sul profilo Facebook di Erika “Dicono di me…ragazza socievole, generosa, a volte lunatica, timida e tanto innamorata di Dixiiii” mi aveva illuso che la verità potesse essere un’altra ma, conoscendo a memoria questo posto, temevo che il castello di menzogne fosse destinato a crollare.  Nessuno si sarebbe introdotto in una modesta casa sulla strada alle undici di mattina, con le ricchissime ville di Puntaldia da rapinare e svaligiare a poche centinaia di metri.

La confessione di Dimitri Fricano ci ha risparmiato un altro caso irrisolto e Porta a Porta, Quarto Grado e Chi l’ha Visto potranno fare a meno di occuparsi del “delitto di Lu Fraili”. Ma l’amarezza resta. Per la famiglia di Erika, per quella di Dimitri e per tutte le donne del mondo. Non si può morire per due briciole di pane.

Titti Damato

In ricordo di Erika Preti pubblichiamo una poesia estratta dal volume edito da Aletti editore “Il sole non ha ombra” di Milena Bacciu, amica della Sardegna.

come sabbia nata sulla costa baciata dal sole

accarezzata dal mare

corteggiata dalla luna

ammaliata dalle stelle…

e illusa dai tuoi passi

che dolci su me

a pugni mi hanno portata via…

mi hai dato le forme più belle

mi hai tenuta in bottiglie di cristallo

poi hai detto che ero il tuo tempo

e mi hai messa in una clessidra

poi mi sono ritrovata tra le tue mani

che si sono aperte all’improvviso facendomi

scivolare via via via

ora non vedo più il mare, il sole le mie stelle

e temo i passi che sento arrivare.

Milena Bacciu

 

Secci, Amori Supernova e la psicoanalisi “al contrario”

Enrico Maria Secci ha salvato più esistenze dilaniate da disagi e sofferenze relazionali di quanto un’aspirina possa salvare dal mal di gola. Con i suoi testi illuminanti, da I Narcisisti Perversi e le unioni impossibili: Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi, a Gli uomini amano poco – Amore, coppia, dipendenza, con ore ed ore di psicoterapie efficaci per coloro che hanno la fortuna di vivere in Sardegna, con workshop e corsi di aggiornamento e milioni di visite al suo blog Therapy, si pone come uno degli studiosi più esperti di relazioni tossiche e disagi relazionali. Mia personale ancora di salvezza, insieme a Cinzia Mammoliti, nel caos lasciato dall’esperienza distruttiva che ha segnato la mia esistenza qualche anno fa, Secci è al primo posto nella classifica degli articoli di Relazioni pericolose. Con quasi 60.000 visualizzazioni, la sua intervista di qualche tempo fa continua a richiamare l’attenzione di tutti coloro che approdano al blog e vi trovano conforto. Recentemente ha scritto Amori Supernova, psico-soccorso per cuori spezzati senza un perché, che spiega perché una relazione può interrompersi di colpo lasciando nella vittima un trauma psicologico profondo.

Dottor Secci, partiamo dal titolo del suo libro: in astronomia il termine Supernova si riferisce a un’esplosione stellare in grado di liberare una quantità di energia superiore a quella del Sole. Cosa l’ha indotta a utilizzare lo stesso termine per definire quelle personalità in grado di metter fine a una relazione apparentemente solida e appagante senza un motivo, senza una parabola discendente, senza riuscire a dare spiegazioni, in altre parole abbandonando brutalmente e crudelmente un altro essere umano?

 Comunemente usiamo metafore ‘astronomiche’ per definire il comportamento umano. Per esempio, diciamo che qualcuno è una ‘meteora’ per riferirci a chi si sofferma brevemente in un rapporto per poi sparire senza lasciare traccia. Usiamo espressioni come ‘essere solare’ o ‘avere la luna storta’ per connotare i nostri stati d’animo. Così in Amori Supernova, ricalcando il linguaggio comune, ho trovato che niente come le Supernove possa spiegare in modo intuitivo e profondo gli amori disastrosi descritti nel libro, il trauma da abbandono catastrofico e la struttura di personalità che provoca tutto questo dolore.

Quello delle relazioni troncate senza motivi apparenti è un ambito inesplorato in psicologia, anche se nelle mia esperienza clinica si tratta di uno dei fattori di stress patologici e patologizzanti più frequenti in età adulta. Chi viene lasciato al culmine di una relazione appagante, autentica e progettuale subisce una mutilazione gravissima e assolutamente imprevedibile. Il trauma che ne deriva è paragonabile a un cataclisma, infatti le vittime delle Personalità Supernova sviluppano tutti i sintomi del disturbo da stress post-traumatico e hanno bisogno di essere protette, comprese e supportate.

Invece, è comune l’idea colpevolizzante e superficiale che se uno viene abbandonato senza un perché, in fondo ‘se la sia cercata’ … che ne sia responsabile. Questo stereotipo appone sulle vittime uno stigma sociale che aggrava la condizione disperata, prossima alla malattia e al suicidio, di chi incolpevolmente ha subito l’esplosione della/del partner dovuta a fattori di personalità, schemi disfunzionali e psicopatologie latenti come il narcisismo e la depressione. Perciò nel libro inquadro una struttura di personalità chiamata Personalità Supernova.

A parte la metafora, nessuno dei disturbi di personalità noti soddisfa i criteri diagnostici delle persone Supernova, perciò ho dovuto concettualizzare una cornice diagnostica completamente nuova e, allo stesso tempo, inventare un linguaggio per dare un nome, un senso e un perché ad abusi emotivi sino ad oggi banalizzati o razionalizzati con leggerezza.

Chi di noi non ha vissuto o ha assistito alla distruzione esplosiva e immotivata di un rapporto sano e bellissimo? Chi di noi vive o ha accanto persone emotivamente devastate da questo fenomeno relazionale dell’esplosione di un amore percepito sino a un momento prima come un posto sicuro? Supernova, dunque, è la parola giusta per descrivere l’immanenza, la potenza e la brutalità traumatizzante con cui certi amori finiscono e le persone Supernova agiscono compiendo, loro malgrado, un crimine relazionale ai danni di una persona innamorata e inerme.

La questione ‘Amori Supernova’ è molto seria. Nel libro ho omesso casi cruenti: suicidi, ictus, malattie autoimmuni gravissime susseguenti all’abbandono radicale. Di crimini affettivi ci si ammala e si muore per davvero. Ho preferito raccontare storie drammatiche ma non letali, per non spaventare.

 I partner Supernova escono dalla cornice psicopatologica del narcisismo perverso ma sono comunque personalità con conflitti interiori e un equilibrio psichico disfunzionale. Non essendo presenti inganni, invidie e menzogne e non essendo queste persone incostanti e inattendibili, riconoscerle e salvarsi diventa ancora più difficile. Esiste una qualche forma di prevenzione? Quali potrebbero essere i campanelli d’allarme?

Nel libro descrivo minuziosamente il profilo delle persone Supernova. Sono individui incapaci di tollerare il conflitto, fragilissimi, ansiosi, ossessivi, disorientati. Usano l’innamoramento come uno psicofarmaco e sono incapaci di provare amore perché non tollerano la frustrazione di scoprire che l’altro è diverso da sé.

I principali campanelli d’allarme sono tre. In primis, la tendenza a rappresentarsi e agire come ‘santi’, sempre, qualunque cosa succeda. Le Supernove vogliono apparire ostinatamente ‘buone’ e ricevere dall’esterno il riconoscimento unanime di ‘correttezza, affidabilità, serietà’.

Un secondo segnale, importantissimo, sono i disturbi psico-somatici ricorrenti: mal di schiena, emicranie, problemi gastro-esofagei, disturbi posturali, respiratori, sindromi dermatologiche. Nelle Personalità Supernova questi problemi si presentano sin dall’inizio della relazione in corrispondenza di situazioni emotive, positive e negative.

Il terzo segnale é l’inibizione emotiva, indicata da una comunicazione grigia, neutra: mai critiche, mai conflittuali, ma mai ‘ti amo’, o quasi. Mai ‘mi piaci’, ‘voglio fare l’amore con te’, ‘ti desidero’. Anche nella sfera della sessualità questi soggetti risultano rigidi, procedurali e, molto presto, instaurano regole a letto: divieti, silenzi, scarso desiderio. Le Supernove giustificano la propria inappetenza sessuale con i sintomi psico-somatici o appongono la semplice insegna ‘Io sono fatto/a così’. Prendere o lasciare.

  A differenza dell’abbandono da parte di un narcisista o uno psicopatico, che scarica tutte le responsabilità sull’altro/a provocando in questo/a dolorosissimi sensi di colpa, la fine improvvisa di un rapporto Supernova è caratterizzata dall’assoluzione piena della vittima e dell’assunzione di responsabilità da parte di chi lascia. “Non ti amo più e non so perché” è la frase d’ordinanza di queste separazioni. Qual è questo misterioso perché?

 Questo ‘misterioso perché’ lo svelo nel libro, dove mi baso su molti casi clinici e documento anche la mia storia. Come psicoterapeuta penso sia stato fondamentale includere la mia storia, unirla a quella delle persone con cui lavoro. Perché ogni psicoterapeuta è un caso clinico a propria volta e lavora costantemente su se stesso, se parliamo di professionisti seri.

Nel saggio entro ed esco di continuo, per me è stata una terapia, un movimento tra persona e ruolo, una danza, che ogni professionista della salute mentale, e non solo, dovrebbe apprendere.

Il ‘misterioso perché’ dell’abbandono radicale, delle Personalità Supernova e del trauma che provocano emerge nel saggio come in un romanzo. Volevo essere delicato, ma rigoroso. Ho cercato di mettere insieme il romanzo e il saggio psicologico. Spero di esserci riuscito, almeno in parte. Per ora, le recensioni sono emozionanti e ‘Amori Supernova’ è già in classifica nei principali store online come Amazon, Internet Book Shop, Kobo e Mondadori.

  Lei sostiene che in queste conclusioni improvvise la sofferenza, la confusione e il danno psicologico riguardano entrambi i partner, che il danno esistenziale creato da una relazione felice conclusa d’impeto colpisce sempre e drammaticamente anche chi abbandona e che sia una credenza errata ritenere che chi ha interrotto il legame proseguirà la sua vita sereno nel sollievo del distaccoDavvero?

 Davvero, sì. Molti miei pazienti sono Supernove. Vengono in studio, piangono, si disperano: hanno escluso dalla propria vita la persona migliore che abbiano incontrato e non sanno il perché; si sentono annullati, ovattati, delusi di se stessi, falliti. Lavorare con le Supernove è molto difficile, perché hanno sviluppato un falso Sé immane, prevaricante e desiderano, anche in terapia, che il terapeuta convalidi questa identità falsata.

È drammatico pensare che le Supernove riescano a manipolare anche i terapeuti, ottenendo non un cambiamento, ma la mera e drammatica validazione della loro inautenticità. Se il terapeuta è impreparato sulle tematiche della dissociazione, del narcisismo nascosto e della depressione latente, la terapia ruota per anni e anni intorno a sintomi multiformi (somatizzazioni, fobie, ansia), mentre ‘consacra’ il Santo.

In altre parole, la sofferenza delle persone Supernova non viene compresa e, anzi, c’è il rischio che la loro ‘bontà’ si cronicizzi … sino all’esplosione, congegnata affinché, di fondo, danneggi un altro, sebbene anche chi abbandona immotivatamente stia malissimo e si accorga (troppo tardi) di aver solo peggiorato la propria vita.

Nella mia esperienza, con una psicoterapia adeguata, mirata, la Personalità Supernova può accedere a un sistema di significati nuovo, riparare al dolore, all’amputazione relazione praticata su di sé e sulla/sul partner. Nei capitoli conclusivi del mio libro ho raccontato come si sono evoluti i casi. Alcune coppie hanno superato l’esplosione e sono ‘atterrate’ sul pianeta Amore.

 Il blog Relazioni pericolose si arricchisce sempre più di commenti di vittime che denunciano la scarsa efficacia della psicoterapia nel recupero e nella guarigione dal trauma da abbandono. La base della psicoanalisi è la ricerca della causa della sofferenza psichica in qualcosa che è successo nell’infanzia. Che senso ha, nel recupero e nella riabilitazione da questo genere di traumi, rinvangare e scavare nel passato di chi soffre? Impegnarsi in sedute e sedute di terapia senza vedere miglioramenti non fa perdere alla vittima ulteriore fiducia in sé?

 Sono convinto che una terapia funzioni dal primo incontro e comunque entro le prime dieci sedute. Personalmente, interrompo le terapie ‘statiche’ -quelle non produttive, le ‘chiacchierate’- perché credo che, da un punto di vista etico, sia scorretto continuare un percorso quando un paziente non migliora.

La mia modalità è fare solo sedute necessarie, mai una di più, né una di meno all’interno di un setting terapeutico rigoroso che prevede un piano terapeutico specifico e condiviso. Scavare nel passato della vittima non ha alcun senso quando l’anamnesi è ‘specchiata’, ovvero quando l’evento traumatico, di fatto, appartiene al presente.

Capita più spesso di quanto si pensi che uomini e donne scoprano da adulti cosa siano la depressione, l’ansia, l’angoscia. Capita nelle storie d’amore disfunzionali. Tutti noi possiamo in ogni momento metterci a rischio, diventare vulnerabili indipendentemente dall’amore che i nostri genitori ci hanno dato, indipendentemente dal nostro passato felice. I narcisisti e i ‘supernova’, in questo senso, rappresentano autentici kamikaze emotivi. Esplodono, devastano, annientano. I nostri genitori e il nostro passato spesso c’entrano poco o niente nel momento in cui siamo ridotti alla condizione di bambole spezzate, di rottami emotivi …

 Non crede che ci sia un problema di formazione degli operatori? Mi spiego meglio: le dinamiche sociali e relazionali sono cambiate tantissimo negli ultimi 30-40 anni. Ci si conosce in rete, ci si lascia su Whatsapp, addirittura ci sono psicopatologie e dipendenze che sfociano nell’uso incontrollato di social network e siti di incontro online. Eppure si continua a curare le vittime facendo ricorso a protocolli psicoterapeutici del passato e un analista che ha in cura pazienti affetti da disordini alimentari spesso si occupa anche di disturbi post traumatici da stress. E’ come andare da un dermatologo per la gastrite, non le pare?

 C’è ancora molto da fare sulla formazione degli psicoterapeuti in terapie specifiche per i traumi emotivi in età adulta come gli Amori Supernova. Io faccio la mia parte attraverso il blog, i libri, le docenze nelle scuole di psicoterapia. Riscontro ancora molta reticenza e paura nel mio ambito. Pochi di noi terapeuti, per ora, sono disposti ad accettare che il ‘dogma’ freudiano della responsabilità assoluta della persona circa i drammi del suo passato, presente e futuro sia una superstizione, o quasi. “I narcisisti perversi e le unioni impossibili” ha avuto un successo inspiegabile per me, finché non ho capito una cosa: utilizzo un modello che ribalta completamente le fasi della psicoterapia. Prima di tutto mi concentro sugli schemi disadattivi dell’altro/a percepiti dalla/dal paziente. Innanzitutto sostengo i pazienti nella costruzione di una narrazione del rapporto coerente con l’indifferenza, gli abusi, i silenzi e i sintomi del/della partner. Insomma, faccio una psicoanalisi al contrario. Parto dal presente, attraverso il passato e stimolo scenari futuri.

Analizzo da prima l’altro … così come è rappresentato nel vissuto traumatico della vittima. Funziona molto bene. Applico lo stesso metodo in “Amori Supernova”. Parti dall’altro, da quello che l’altro fa, da come lo percepisci e arriverai alla necessità di difenderti, ritrovarti, guarirti. È un metodo che attiva rapidamente risorse e promuove profondi insight su se stessi.

 Torniamo all’affascinante metafora cosmica delle Supernova: le esplosioni galattiche non producono solo antimateria, distruzione e buchi neri. Il sistema solare, la nascita della Terra, la stessa Vita ha avuto origine da un’immensa esplosione. Quella che chiamiamo “fine” può rappresentare l’inizio di qualcosa di più bello e appagante?

 Secondo gli astronomi le Supernove sono all’origine della Vita. Per quanto appaia incredibile, l’orrore e il dolore, la vergogna, la non amabilità e l’abulia derivanti da un abbandono radicale, anche in ambito psicologico, possono costituire un’occasione cruciale per aprirsi alla vita, attivare nuove risorse, cambiare, migliorare e crescere. Questo vale soprattutto per le ‘vittime’.

Purtroppo le personalità supernova tendono a mantenere un assetto letargico, depressivo, pseudo-adattivo molto a lungo. Il loro modo è rifugiarsi nella mediocrità.

Dopo il crimine dell’abbandono la loro vita non migliora, a meno di una terapia mirata.

Una cosa che chiedo ai miei pazienti è sempre: “Qual è il valore del tuo dolore oggi?”. In molti convengono sul fatto che, tutto considerato, hanno vissuto un amore bellissimo. Riconoscono che il loro dolore è valido, valoroso. Arrivano a capire che la sofferenza prolungata che affronteranno somiglia alle complicazioni della frattura scomposta di un arto: richiede tempo, pazienza, tolleranza. Prevede l’immobilità e una lunga convalescenza. La psicoterapia, nel frattempo, svolge la funzione capitale di sostenere le vittime nei momenti più difficili e accompagnarle verso una consapevolezza nuova, integrata e completa del trauma subito.

 Le faccio un’ultima domanda, ma rispondere ovviamente non è obbligatorio: nel libro fa esplicito riferimento alla sua Supernova. Anche uno psicoterapeuta bravo e navigato come lei può incorrervi. Quanto cose ha imparato, quanto è cresciuto Enrico Maria Secci a causa o grazie alla sua Supernova e, soprattutto, come ha fatto?

 Quando la mia supernova è esplosa ho fatto tre cose.

La prima è stata tornare urgentemente in psicoterapia. Chi fa seriamente il mio lavoro non ha paura di essere un paziente e si rivolge a un collega in situazioni critiche anche se ha già fatto psicoterapie negli anni di formazione. Tornare in terapia è stata la mia salvezza.

La seconda cosa è stata sottrarmi ai ‘giochi’, quelli descritti nel libro: il gioco del Santo, la celebrazione dell’ucciso, la micro-colpevolizzazione, il ‘gioco degli amici’, ecc … È stata la mia salvezza, è stata la salvezza per tanti, tantissimi ‘casi supernova’. Disinvischiarsi, disintossicarsi, lasciare andare. È quello che ho imparato.

La terza e ultima cosa che ho fatto è scrivere un libro: ‘Amori Supernova. Psico-soccorso per cuori spezzati senza un perché’. Un libro sull’amore, sull’abbandono e sulla salvezza. E poi mi sono ripetuto ogni giorno: QUALUNQUE COSA TI ACCADA NON CHIUDERE IL TUO CUORE.

Intervista di Titti Damato

Il “gioco” dello stupro di gruppo

In che anno siamo, in che Paese viviamo?” si domanda Francesca Puglisi, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno del femminicidio, commentando la frase choc del sindaco un paesino del napoletano, che definisce “una bambinata” lo stupro di gruppo da parte di un gruppo di minorenni nei confronti di una bambina di 15 anni. Il commento di Michele Palummo, primo cittadino di Pimonte, fa riflettere e si incastra a perfezione con l’indifferenza della comunità: “Nun sapimm niente e nun interess niente” commenta una donna intervistata a La7.
Il sindaco in questione non è degno del ruolo che ricopre, continua Francesca Puglisi. Uno stupro di gruppo è un reato odioso e molto grave, non una bambinata.

La bufera scatenata dalle affermazioni del sindaco riaprono l’annoso tema del ruolo istituzionale nel contrasto alla violenza di genere. Fin tanto che le istituzioni non prendono rigide e severe posizioni contro la violenza sulle donne, poco si riuscirà a fare per combatterla efficacemente. Ci domandiamo se un sindaco del genere possa restare alla guida di un comune, seppur di 6.000 anime. E soprattutto se sia giusto che quei 14 ragazzi autori dello stupro camminino indisturbati per le strade del paese mentre la povera vittima è stata costretta a trasferirsi in Germania per combattere l’isolamento a cui era stata confinata dopo l’accaduto. Roba da pazzi, lasciatemelo dire.

Astra

Mi piego ma non mi spezzo

Esistono persone che dopo essere sopravvissute al cancro lo definiscono la miglior cosa che sia loro successa. Cure, fortuna ma anche determinazione consentono di guarire da malattie funeste come tumori: dopo una diagnosi di cancro, due operazioni rischiosissime con probabilità di sopravvivenza del 50% e durissime sessioni di chemioterapia, il ciclista Lance Armstrong sarebbe riuscito a vincere per sei volte di fila il Tour de France se L’Unione Ciclistica Internazionale non avesse successivamente annullato i suoi titoli in seguito a un’inchiesta che accertò da parte dello sportivo l’utilizzo di sostanze dopanti.

Se persino una diagnosi di cancro può rivelarsi, nel lungo termine, un’occasione di resistenza e resilienza, può farlo senza ombra di dubbio un trauma emotivo come quello conseguente all’incontro e alla relazione con una persona che destabilizzando il nostro sistema nervoso e minando la nostra autostima e le nostre certezze ci fa sentire una nullità.

In psicologia si sta sempre più diffondendo un’area di ricerca che fa luce sugli aspetti positivi del trauma: si chiama adversarial growth, crescita post-traumatica, e si colloca nel campo della psicotraumatologia, quella branca della scienza psicologica che si occupa delle reazioni umane agli eventi traumatici e delle modalità per affrontarli.

Negli anni 50 Alfred Adler elabora il concetto di compensazione, in virtù della quale la persona che scopre in sé un difetto può sentire una spinta molto forte a compensare la propria mancanza attraverso lo sviluppo eccezionale di altre abilità.

Nella teoria di Erik Erikson la crescita è possibile solo affrontando e risolvendo le otto crisi inerenti ad ogni stadio di vita che segnano il passaggio da un’età ad un’altra.

Successivamente, la Dohrenwend elabora il modello dello stress psicosociale secondo il quale i mediatori psicologici e situazionali interagiscono con gli eventi di vita stressanti producendo tre possibili esiti: psicopatologia, nessun cambiamento o crescita.

Negli anni 80 e 90 si diffonde un’area di ricerca che indaga gli aspetti positivi conseguenti ad eventi negativi, come diagnosi di gravi malattie, lutti, incidenti, abusi sessuali, disastri, calamità naturali.

Negli ultimi 10 anni, Tedeschi, Park e Calhoun hanno definito la crescita postraumatica un processo cognitivo conseguente a un trauma in cui la devastazione e il senso di confusione forniscono un’opportunità per costruire nuove opportunità, modalità di vita e di pensiero in tre aree principali: cambiamento della percezione di sé, nelle relazioni interpersonali e nella filosofia di vita. Secondo gli autori, un senso di potenziamento nelle proprie capacità come risultato di crescita non comporta che le persone si sentano di fare a meno del supporto sociale, ma, al contrario, le rende più assertive nel chiedere sostegno. Il cambiamento nelle relazioni sociali si riferisce a una maggiore vicinanza ed apertura con il partner e la famiglia. Il senso di vulnerabilità, inoltre, può aumentare l’espressione di emozioni, l’accettazione di un aiuto, l’empatia, la compassione e l’altruismo per altri che vivono simili situazioni.

Il dono del trauma è una conoscenza così profonda a livello affettivo dell’evento che nessun altro può avere. Fornire aiuto ad altri può essere salutare e può rinforzare il senso di competenza. Il trauma può rendere le persone più sagge, nel senso di un maggiore apprezzamento per la vita, di un migliore considerazione sulle sue priorità, di un migliore rapporto con gli altri, di una più efficace gestione delle difficoltà e di un aumentato senso di spiritualità.

O’Leary e Ickovics sostengono che quando un’avversità colpisce l’individuo a livello fisico o psicologico sono possibili quattro esiti: nel primo caso si ha un continuo aumento degli effetti dannosi fino al punto in cui la persona soccombe; nel secondo la persona riporta ferite ma sopravvive; nel terzo caso la persona ritorna ad un livello di funzionamento simile a quello precedente lo stressor; nel quarto, infine, la persona non solo ritorna al livello precedente ma lo supera. In questo caso di parla di thriving. A differenza della resilienza, che consente il semplice ritorno omeostatico, nel thriving c’è un miglioramento delle condizioni precedenti. L’evento traumatico sarebbe così percepito come una sfida piuttosto che una minaccia, poiché il concetto di sfida indica che c’è qualcosa da guadagnare.

La Bugental prende in considerazione studi su animali e umani per dimostrare che il processo di immunizzazione allo stress è in grado di predire una salute fisica migliore. In particolare cuccioli o bambini che hanno avuto delle complicazioni fisiche durante la nascita o la prima infanzia presentano un migliore adattamento allo stress ed una migliore salute fisica.

Dalle prime rilevazioni di una ricerca sulla crescita post-traumatica effettuate da Tedeschi e Calhoun è emerso che una media di 50-60% di sopravvissuti a traumi riporta di aver conseguito qualche tipo di beneficio. In uno studio condotto da McMillen su 154 donne abusate sessualmente nell’infanzia, il 47% delle intervistate indica almeno un beneficio come conseguenza dell’abuso.

Come riportato dallo studio effettuato da Gabriele Prati dell’Università di Bologna, dalla rassegna della letteratura scientifica emerge che non sarebbe l’evento di per sé a condurre alla crescita ma il grande sforzo teso a contrastarlo, vissuto internamente nella ruminazione. Essa indica un processo in cui pensieri legati al trauma e alle sue conseguenze si ripresentano continuamente in maniera intrusiva durante le attività quotidiane. L’aspetto costruttivo della ruminazione include la ricerca di un significato e l’attenzione ai cambiamenti del sé, entrambi legati allo sviluppo di crescita post-traumatica. Un altro elemento importante in questo senso è il carattere spirituale o esistenziale della ruminazione. Il processo di ruminazione può essere automatico o deliberato. Quello automatico si verifica nel momento del disimpegno, cioè nel momento i cui avviene una battaglia interna fra vecchi e nuovi schemi, a carattere intrusivo e a forti tonalità emotive. Quando comincia ad affievolirsi il bisogno di disimpegno, il processo di ruminazione deliberato prende il posto di quello automatico coinvolgendo l’accettazione, il lasciarsi andare attivamente e la considerazione di obiettivi e credenze alternativi.

In altre parole, trasformare una tragedia in un trionfo non è solo possibile, ma una possibilità più che concreta.

ASTRA

Femminicido, non si muore di sole coltellate: la violenza psicologica arriva all’attenzione dei poteri dello Stato

La violenza psicologica arriva all’attenzione del terzo Palazzo dello Stato, dopo Quirinale e Senato. La presentazione di Relazioni pericolose alla Camera dei deputati ha dato l’opportunità di portare all’attenzione del potere legislativo e di quello giudiziario il tema degli abusi psicologici, spesso preludio di quelli fisici e causa di femminicidi indiretti ma putroppo imperseguibili e impunibili. Non si muore solo di coltellate e colpi di arma da fuoco. Ci si ammala e si muore anche a causa del lento stillicidio che una persona disturbata mette in atto nei confronti di chi gli vive accanto. Ricatti morali, minacce mascherate e manipolazioni mettono a dura prova l’equilibrio psicofisico dell’essere umano, provocano stress, malattie e possono persino istigare al suicidio. E’ necessario che anche la violenza psicologica venga disciplinata e configurata come condotta illecita. E’ solo il primo passo del grande lavoro che questo blog sta portando avanti anche grazie al contributo dei suoi lettori.

_BAT1862Potete seguire il video integrale della presentazione di Relazioni pericolose alla Camera dei deputati cliccando qui.

Astra

Relazioni pericolose e il confronto con le istituzioni

Chi l’avrebbe mai detto? Un blog “artigianale” si trasforma in un libro e riesce a entrare in una delle principali istituzioni del nostro Paese, la Camera dei deputati.

E’ alla Camera, domani, che presenteremo le istanze di centinaia di migliaia di persone che hanno affollato in questi mesi il blog Relazioni pericolose, le loro riflessioni, i loro suggerimenti, frutto della loro sofferenza e delle loro difficoltà ad uscire da una relazione tossica e pericolosa. Tutto ciò che è emerso in tanti mesi di confronto sul blog e sulla pagina Facebook ha contribuito a illuminarci su cosa andrebbe fatto, a livello istituzionale, per combattere questo allarmante fenomeno.

Punteremo l’attenzione sulla violenza psicologica, sempre preludio di quella fisica, al fine di indurre le istituzioni parlamentari, preposte all’approvazione delle leggi, a una riflessione sull’opportunità di intervenire sul codice penale e prevedere una norma che disciplini quegli abusi che sono diretti a minare l’autostima della donna per meglio controllarla, dominarla e tenerla sotto scacco. Cinzia Mammoliti è una delle massime esperte italiane di manipolazione relazionale. Sarà un piacere ascoltarla.

Rifletteremo sulle eventuali responsabilità delle istituzioni e sul perché una donna che denuncia e si libera dalla stretta di un rapporto violento e pericoloso non riesce a ottenere la giusta protezione da parte dello Stato. Ci confronteremo con il potere legislativo e con quello giudiziario per capire se è lo strumento legislativo adeguato a mancare o se quello strumento esiste e va solo applicato in altro modo. Sarà presente la neopresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno del femmicidio, Francesca Puglisi, e il sostituto procuratore Francesca Passaniti, componente del pool di magistrati costituito appositamente presso la Procura della Repubblica di Roma per contrastare il fenomeno della violenza di genere e dei reati connessi ai maltrattamenti in famiglia e alla libertà sessuale.

Tireremo in ballo il ruolo della cultura, la necessità di scalfire e smantellare quella visione patriarcale del mondo che vede una donna realizzata solo in quanto moglie e madre inducendola spesso ad accettare la vicinanza di un compagno sbagliato e violento pur di avere accanto qualcuno.

Parleremo del ruolo della scuola e della formazione dei nostri figli. Dell’importanza cioè di insegnare agli adolescenti a relazionarsi con le altre persone senza far ricorso all’uso della violenza. Di insegnare alle ragazze ad aver rispetto di sé, a dire NO all’aggressività dell’altro sesso, ad acquisire consapevolezza del proprio valore indipendentemente dalle conferme esterne, ad amarsi e rispettarsi a prescindere dal ruolo ricoperto. Ce lo ha chiesto l’Europa di insegnare queste cose a scuola. E’ scritto nella convenzione di Istanbul. E’ ora di muoversi.

Affronteremo il tema delle lacune formative degli operatori chiamati, prima di tutti, a dare sostegno psicologico alla donna vittima di abusi. Troppe volte la psicoterapia non è efficace e la donna è costretta a ricorrere al self help, alla ricerca spasmodica su Internet di materiale da leggere in grado di alleviare la sua sofferenza e illuminarla su ciò che di drammatico sta capitando alla sua vita. Paolo Cianconi, psichiatra del carcere Regina Coeli di Roma, antropologo e psicoterapeuta, nonché contributore del blog Relazioni pericolose, ci illuminerà sulla questione culturale e sui problemi derivanti dalla dipendenza affettiva della donna vittima di violenza.

Parleremo di questo e di altro. Grazie anche a voi, lettori. Grazie alle vostre riflessioni, ai vostri contributi, alle richieste di aiuto che avete espresso su queste pagine. Per la prima volta Relazioni pericolose si pone come strumento di interlocuzione istituzionale. Potrete seguirlo in streaming su  la WebTV della Camera e su Radio Radicale. Chi fosse interessato a partecipare all’evento  contatti il blog a relazionipericoloseblog@gmail.com.

Vi aspettiamo.

Astra

http://www.radioradicale.it/scheda/509661/presentazione-del-libro-relazioni-pericolose-di-claudia-moscovici-edizioni-sonda

Gli eccessi del femminismo

Il post Facebook in cui mi sono permessa di criticare l’abbigliamento di Belen Rodriguez alla deposizione nel processo Corona ha scatenato un putiferio e fatto infuriare decine di donne che si sono sentite offese nella loro libertà sessuale e minacciate nel loro sacrosanto diritto di vestirsi e porsi come desiderano.

Molte hanno tolto il like alla pagina e altrettante lo faranno dopo questo articolo. La considero tuttavia una sorta di selezione, perché ritengo giusto e democratico che ciascuno difenda i propri valori e le proprie convinzioni partecipando a gruppi e comunità di aiuto in cui si riconosce.

Qui si sta conducendo una battaglia prima di tutto culturale e ideologica contro l’oggettivazione sessuale e la violenza di genere. Non si grida soltanto all’uomo bastardo e cattivo. Si cerca al contrario di individuare quali possano essere le nostre responsabilità al fine di correggere il tiro e far trovare ai nostri figli e nipoti uno scenario sociale diverso, un rapporto uomo/donna più equilibrato e una società più sana e libera da questo inquietante fenomeno.

Che il femminismo abbia esagerato non sono io la prima a dirlo. Oltre all’indiscutibile merito di aver fatto raggiungere alla donna traguardi miliari ai fini della propria libertà e della propria autoaffermazione, ha contribuito anche a fomentare pretese, come quella di sentirsi “libere a prescindere”, in diritto di fare ciò che si vuole, relazionarsi con chi si vuole, atteggiarsi come si vuole, girare nude senza essere desiderate, anzi essere desiderate senza che questo possa minacciare qualsivoglia libertà, volute ma non toccate, osservate ma non ignorate. Il risultato di tutto questo lavaggio del cervello è evidente nei commenti al post in questione: sono stata accusata di sessismo, di invidia, di follia, di aver sbattuto la testa, di chiusura mentale, di demenza, di essere da querela, di bigottismo, di maschilismo, di amare il gossip e persino di avere interessi economici dietro al blog e al libro Relazioni pericolose.

E’ dalla nascita del blog che invito le donne a rispettare se stesse e gli altri al fine di pretendere il rispetto da parte di chiunque. Sono la prima a consigliare a tutte severità e rigidità verso l’uomo. Relazioni pericolose incoraggia a non perdonare, ad abbandonare la nave al primo abuso, a ritrovare il proprio equilibrio indipendentemente dalle conferme esterne e dall’approvazione del proprio compagno. A impermeabilizzarsi, a non cedere ai ricatti emotivi, a sentirsi sicure di sé e del proprio valore, a coltivare e difendere la propria autostima, pilastro psicologico del sistema di difesa dell’essere umano.

Ma ciò presuppone che non si smarrisca il decoro e il buon senso. Che si rispettino certe regole. Se permetti a un uomo di trattarti male, è ovvio che le tue accuse si svuotano di significato e perdono sostanza. Sei tu l’agente di te stessa, sempre e comunque. Il concetto di autoefficacia, così sapientemente elaborato dallo psicologo Albert Bandura, si adatta a perfezione alle dinamiche relazionali e al recupero della propria autostima. Sei tu la responsabile del corso della tua vita, delle scelte che fai e delle conseguenze che ne derivano. Iniziamo con il rispettare le regole e poi passiamo alle pretese. Cominciamo noi donne. Almeno possiamo dire di averci provato.

Astra

Quando la psicoterapia non guarisce

Uscire dal trauma è difficile principalmente perché siamo arrabbiati con noi. E’ difficile perché sappiamo che la colpa è per il 70% nostra. Non abbiamo voluto vedere le red flags, ossia dar retta ai campanelli di allarme che suonavano all’impazzata durante la relazione. Questa rabbia rivolta a noi, che accompagna quella provata nei confronti dell’autore del danno, compare nella seconda fase della sofferenza, quando ormai abbiamo ricomposto i pezzi del puzzle e ci siamo resi conto di essere stati truffati, al pari dei vecchietti che aprono la porta di casa a un ladro credendolo un angelico impiegato che deve prendere la lettura del gas.

In tanti mesi di blog, di confronto con le vittime, di lettura e di studi di psicologia, ho realizzato che guarire da questa tipologia di sofferenza è molto complicato. Siamo più clementi con chi ci fa del male che con noi stessi. Giustifichiamo tradimenti, perdoniamo maltrattamenti, soprassediamo alle menzogne più eclatanti e irrispettose ma quando si tratta di assolverci naufraghiamo in un bicchier d’acqua.

Forse è una forma di narcisismo nascosto, di esagerato amor proprio, di senso di superiorità violato e denigrato. Vero è che la cicatrice conseguente a questo tipo di sofferenza è profonda e difficile da far sparire.

Ecco che dovrebbe venir in aiuto la psicoterapia. Ma non quella che cerca a tutti i costi di rinvangare nel nostro passato per scovare i traumi infantili. E nemmeno quella interminabile di decine e decine di sedute volte a ricercare la ferita dell’Ego che ha consentito al “germe” di entrare nel proprio sistema di difesa emotiva, infettare tutto e farlo a pezzi. Serve qualcuno che spieghi cosa si abbia subito, come funzionano le menti di questi personaggi così deviati e cosa si nasconde dietro a questo disturbo del comportamento. In altre parole, perché “loro” sono così diversi da “noi”.

“Non possiamo evitare ciò che non riconosciamo e non possiamo guarire da ciò che non possiamo identificare” scrive Sandra L.Brown. Niente di più vero. Il primo passo verso la guarigione è proprio prendere atto di ciò che ci è capitato, studiarlo e sviscerarlo nei minimi particolari. Solo in un secondo momento si può pensare di individuare cosa in noi non ha funzionato, concentrarsi sulla falla del proprio “sistema immunitario emotivo”, fortificarsi e fare in modo che non accada più.

Purtroppo sono pochi gli psicoterapeuti che sanno trattare questo problema. Sono pochi soprattutto perché non glielo insegna nessuno. Si esce dalle facoltà di psicologia di questo Paese senza avere la minima idea di cosa si nasconda dietro alla piaga sociale della violenza di genere. Di quali possano essere le cause primarie della violenza fisica e psicologica contro le donne. E di quali possano essere i rimedi contro il narcisismo, il protagonismo, l’egocentrismo, la sociopatia e la psicopatia degli esseri umani.

Fino a che non insegneranno al medico a curare il proprio paziente, il malato e le sue vittime non guariranno mai.

Astra

Lettera a un’amica

 

I pensieri e le riflessioni sul narcisismo e la violenza spopolano nei social, ma questa lettera, che contiene passaggi di un articolo di Marina Marconato sul blog http://www.contattozero.com, è davvero un gioiello. La pubblichiamo.

“Regalo di compleanno scomodo” ad un’Amica, nonché lettera aperta a tutte le mie sorelle Donne. Anche a me stessa. 🌹
[Per te, F.]

“Riflessioni sul narcisista patologico e sul suo agire violento.”

Mia CARA,
nessuna relazione al mondo potrebbe ridurre la partner nello stato di disgregazione psichica in cui la riduce un narcisista patologico. Nessuna.
Neppure il più immaturo, ‘stronzo’, traditore, parassita degli esseri umani ti ridurrà in uno stato di ‘deprogrammazione’. Lui ti resetta.
Alcune relazioni sono difficili o dolorose, soprattutto tra adulti, quando si è già almeno ‘al secondo giro’ coi tentativi di credere nella costruzione di un progetto condiviso. Ok. Quella con un narcisista patologico, però, produce questo effetto: lo psicopatico snatura, “trasforma”.
Trasforma tutto.
Trasforma una storia agli esordi in una favola ideale e te in una eroina.
Trasforma poi, improvvisamente ed a volte quasi impercettibilmente, la storia in una cosa via via sempre più altalenante, dalla trama incomprensibile.
Così, alla fine trasforma te [e addirittura nella tua stessa percezione di te] in un essere riprovevole, moralmente innanzitutto.
Presenza-assenza-presenza-assenza…;
programmi-abbattimento dei programmi-ridisegno dei programmi-smantellamento dei programmi…;
lodi-insulti-lodi-insulti…
“Cosa accade?!”…, ti domandi.
“Sono una visionaria…?”, penserai.
Telefoni muti, accesso bloccato, bannata sui suoi profili social, silenzi e poi tempeste di chiamate e messaggi, edificatori e demolitori.
Attore superbo, piange a comando; recita il sesso, se gli serve, per negarsi il giorno dopo o rimproverarti perché ti neghi tu.
Nulla sembra avere una spiegazione logica.

Alla fine, ti percepirai ‘sbagliata’. ‘Matta’, addirittura.
Ecco: da questo punto in avanti, puoi cambiare nome. Scollati di dosso l’etichetta col tuo e attaccati sul petto quella con scritto ‘vittima’.
Ora sei ‘ufficialmente’ in una relazione con un narcisista patologico con questo bel ruolo, ci sei dentro fino al collo.
Prendi a parlare di te, chiamandoti col nome che ora è il tuo, allora, come si fa nei manuali di scienze criminologiche o psichiatriche, avanti! Tanto l’altra, quella di prima, non esiste più e questa che sei ora è un’entità ectoplasmatica.

Cominciamo dalla conclusione, ché è più comodo seguire poi ‘sto ragionamento pesantone…
La relazione con un narcisista patologico, in ogni caso, è destinata a trasformarsi in una discesa verso l’inferno. Punto.

Conclusa la fase dell’idealizzazione, infatti, si aprirà il secondo atto di quella tragica farsa che è il rapporto sentimentale o interpersonale che ha deciso di vivere con te: la svalutazione.

Così…, mentre ti starà in qualche modo tradendo, per cercare vanamente conferme-tappabuchi alle sue insicurezze-voragini, ti sentirai dire: “Se non ti fidi è un problema tuo”.
Ti ripeterà che sei un’incapace.
Ti porterà a dubitare di te stessa, verrai “deprogrammata”, offesa e umiliata costantemente.
Ti porterà allo stremo.
Ti griderà contro orrende parole che ascolterai piangendo, incredula, scioccata e inerme.
Ti lascerà indietro, camminando per strada, o addirittura ti lascerà sola in qualsiasi posto vi troviate, andandosene via con fare teatrale, come una vecchia soubrette decaduta.
Ti osserverà talvolta con disprezzo e sarcasmo e tu, alla fine, inizierai a credere che abbia ragione, che tu non valga nulla, che forse sei pazza, incapace, brutta o ‘puttana’ e, alla fine, quando la collera frutto della sua frustrazione lo avrà fatto esplodere e ti avrà gridato il suo odio, se ne andrà, lasciando il silenzio a ferirti in ogni istante.
In quell’abbandono sprezzante crederai di affogare, di soffocare e spererai in un ritorno, spererai che possa avvicinarsi di nuovo; non ricorderai distintamente i tormenti che ti ha inflitto, perché nulla ti fa più male in quel momento, quanto l’essere diventata invisibile.
Allo psicopatico, la violenza serve giusto a questo, a poter dimostrare controllo e potere e, dopo essersi dato questa dimostrazione, lui saprà di esistere e si sentirà bene.
Lui. Tu no.

In determinati periodi, si allontanerà per dedicarsi ad altre vittime, ma saprà comunque che lo stai aspettando, piegata e contorta e rannicchiata nella tua vita piena ormai di macerie e solitudine, quelle che ‘lui’ ha creato!
Tornerà, però, e tu sarai ferma dove ti ha lasciato, con i segni del tempo e del dolore che hanno inciso e deturpato la tua pelle e ferito dentro la tua carne, un tempo integre.

Ora, torniamo a te.
Sveglia, amica mia!
Te lo presento: è un vampiro energetico ed è il tuo carnefice.
Riconosci i segnali di questa brutta favola che ti sto ‘raccontando’?
Allora, continua a leggere ‘sto papiro, soprattutto perché i segnali della fase della svalutazione si manifestano in modo subdolo e i suoi accenni iniziali sono impercettibili e io vorrei aiutarti un pochino nella loro lettura.

Naturalmente, se tu, mia cara ‘vittima’, assistessi al cambiamento integrale del partner come fosse un grafico disegnato su carta millimetrata o come fossi seduta di fronte alla proiezione di un film, tu ti allontaneresti immediatamente ed il predatore ti perderebbe; perderebbe l’oggetto prescelto piuttosto in fretta.
Forse, non ti avrebbe proprio mai…

Tuttavia, lui sa che deve procedere per gradi, strategico e attendista, perché lo scopo del narcisista patologico è lo sfruttamento delle qualità della vittima e la realizzazione di un rapporto di totale dominio e controllo, per potersene alimentare; l’amore della preda, la corruzione del suo carattere, il riuscire ad indurla a compiere atti che abbassano la sua dignità e le sue iniziali qualità umane, l’enorme dolore che sa di provocare, gli procurano una soddisfazione ed un nutrimento, dei quali lui non può fare a meno.

Questo pericoloso soggetto non può permettersi di sbagliare strategia. Freddo ‘predatore intraspecie’, il narcisista patologico inizierà a svalutare la vittima lentamente e, solo allorquando ella sarà stata privata della capacità di discernimento, dell’autonomia di pensiero, quando sarà ‘dipendente’ dal suo giudizio, nel momento in cui ogni aspetto della sua esistenza vacillerà, allora il narcisista perverso toglierà la maschera e ‘scaricherà’ ogni forma di abuso e violenza morale e psicologica e, a volte, anche fisica sulla vittima, la quale, paralizzata e ‘deprogrammata’ a causa di mesi di manipolazione, rimarrà immobile a subire attacchi alla sua identità, via via più violenti…

La svalutazione, come ti dicevo, tesoro caro, inizia in modo silente, con sguardi di disprezzo, mutismo, freddezza, allusioni destabilizzanti, osservazioni scortesi o eccessivamente cortesi ad altre donne in tua presenza, quando non allusive e ammiccanti che, tuttavia, da parte tua, vittima non ancora consapevole, difficilmente vengono ricondotti ad una strategia premeditata e violenta e demolitiva.
La vittima, cioè ‘tu’, anzi, tenta di scusare, un po’ incredula, il narcisista maligno, nel quale ancora vede il principe azzurro o l’uomo sofferente ed un po’ complicato da aiutare.
In questo volerlo giustificare a oltranza, comunque, ti do un’attenuante, rappresentata dal fatto che, alle umiliazioni e alle fughe improvvise e insensate, agli atteggiamenti incomprensibili e scostanti, lo psicopatico alterna momenti, benché sempre più rari, di dolcezza e vicinanza.

Siamo al c.d. ‘periodo del bastone e della carota’, mia cara: la preda viene ora considerata, ora ignorata o criticata, senza che vi sia una plausibile spiegazione né dell’uno né dell’altro comportamento.
Il predatore, con lo sguardo freddo, le invia critiche velate e la osserva infastidito trasformarsi, divenire ansiosa e angosciata, tesa e distratta in qualsiasi altro ambito della propria vita.

Vuoi le fasi successive, in sintesi estrema, tesoro?
Eccole, amica mia carissima.

▪️Comunicazione paradossale. Iniziano i discorsi paradossali, adottati ad arte dallo psicopatico per annichilire la vittima: la ‘comunicazione paradossale’ consiste nell’esprimere, a livello verbale, una cosa e tuttavia, a livello non verbale, viene espresso l’opposto.
Così la preda comincia a trascorrere ore a riflettere su ciò che aveva voluto intendere il perverso, sul perché dica una cosa e ne faccia un’altra opposta, ma non può [non vuole] trovare risposta alcuna, giacché l’unica risposta vera sarebbe che lui le sta facendo violenza psicologica.
Vani risultano i tentativi della vittima di avere spiegazioni, di ricevere chiarimenti: il narcisista patologico non risponderà, eluderà le domande, si chiuderà nel silenzio o attaccherà la preda con frasi del tipo “Ma cosa vuoi, ché mi tormenti tanto? Cosa ho fatto di strano? Non ti sta mai bene nulla? Sei insopportabile!”, lasciandola sempre più confusa e ingenerando in lei un progressivo stato di incertezza.
Peraltro, la vittima da un lato percepisce la distanza emotiva del partner, dall’altro teme di esserne responsabile; inizia così a subire passivamente gli attacchi dello psicopatico, che la colpevolizza di essere petulante, di non essere più leggera e solare come all’inizio.
E te credo…

▪️Triangolazione.
A questo punto si intravedono le ‘triangolazioni’, altro strumento dell’arsenale di manipolazione e distruzione del narcisista patologico: egli ti mette in competizione con altre figure femminili.
Pur vantando la più pura fedeltà, ovviamente falsa, il narciso psicopatico lascerà indizi, avrà telefoni cellulari perennemente attaccati addosso, suonerie spente o riceverà o scriverà sms ad ore strane o farà cenni espliciti ad altre donne, siano esse ex partner o nuove conoscenze, che asserisce di avere come semplici ‘amiche’ o di essere oggetto respingente delle loro attenzioni e ‘corteggiamenti’.

La vittima vive ormai nell’ansia e nel timore di essere abbandonata, cercherà di prodigarsi e di pesare ogni parola ogni gesto, allo scopo di non scatenare nello psicopatico la freddezza o la critica o l’abbandono per una donna migliore di lei.
Naturalmente, il narcisista patologico ha sempre tradito ed anzi ha un vero harem a disposizione fatto di ex, di nuove conquiste e di future prede che tiene d’occhio, essendo per lui la seduzione questione di pura sopravvivenza. Tuttavia, a questo stadio la vittima, che sei ‘tu’, ancora non ne è consapevole.

▪️Violenza manifesta.
Queste modalità distruttive, che rendono la preda dipendente affettivamente e priva sempre più delle risorse psichiche, emotive e sociali che possedeva prima della relazione, diventano più manifeste. Lo psicopatico narcisista perverso ha bisogno di riversare, di proiettare la negatività sulla partner.
Tuttavia, per lui sostenere a lungo la maschera è impossibile.
Siamo giunti, quindi, alla violenza morale apertamente agita.
La vittima è ormai trattata in modo esplicito come fosse un oggetto, viene usata sessualmente come una discarica, viene criticata per i suoi capelli, per il suo fisico, per gli abiti che sceglie, per come tiene la casa o come cucina: del seduttore affascinate non è rimasto nulla.
Lo sguardo di ghiaccio o ipnotico, la voce fredda, il tono tagliente, gli sbalzi umorali, le colpevolizzazioni, funzionali a giustificare le fughe sempre più frequenti, sono le uniche manifestazioni riservate alla preda.
I rarissimi momenti di tregua e falsa delicatezza sono concessi solo per evitare il crollo della vittima.
Gli insulti divengono molto pesanti, le proiezioni [come gli scatti di gelosia assurdi del narcisista patologico, che invece sta tradendo davvero], le improvvise sparizioni gettano nel caos e nella disperazione la preda che, paralizzata, subisce un colpo dietro l’altro, senza più riuscire a difendersi ed anzi, paradossalmente, prende ad attaccarsi morbosamente al suo aguzzino.

▪️La bugia patologica.
Tutti gli esseri umani si sono trovati a mentire, ma per questo psicopatico mentire è come respirare, è un sistema di vita.
Il narcisista da D.S.M. mente a chiunque, senza preoccuparsi minimamente di essere scoperto o della possibile sofferenza che provoca nell’altro individuo.
La bugia è una modalità presente in ogni sua relazione, soprattutto quando il soggetto è anche assuntore di sostanze [alcool, stupefacenti eccitanti] e il binomio menzogna-tossicodipendenza, si sa, è una costante.
La menzogna e l’inganno dello psicopatico sono fredde, premeditate, congegnate alla perfezione e strategiche ed assolvono alla funzione di consentirgli di realizzare i propri obiettivi.
La bugia viene raccontata in modo sereno, convincente, la partner viene guardata fissa negli occhi, il tono è inizialmente tranquillo; persino quando le sue menzogne vengono scoperte, lo psicopatico narcisista ne nega l’evidenza, generando rabbia, incredulità e insicurezza e destabilizzazione nella preda, che ad un certo punto finisce per credergli e comportarsi ‘lei’ in modo scomposto.

Come sostiene Marietan “lo psicopatico mente con tutto il corpo, è un attore eccellente; dice le sue menzogne con assoluta naturalezza, può fingere tenerezza, solidarietà, pentimento; può piangere a comando”.

Il narcisista patologico ha sempre molte cose da nascondere, dal conto in banca che prosciuga senza controllo, a doppie triple quadruple vite sentimentali o relazioni anche solo virtuali parallele, a titoli di studio inesistenti.
L’inganno esiste sin dall’inizio della relazione; il perverso crea ad arte una rete fittissima di bugie, le quali, se vengono intraviste dalla vittima, determinano in lui esplosioni di rabbia o sarcasmo [“Ma cosa stai insinuando? Non stai bene, vedi lucciole per lanterne! Stai diventando paranoica! Sei visionaria. Tu sei pazza!”].

▪️Vittimismo.
Un’altra arma frequentemente utilizzata è il vittimismo.
Lo psicopatico si erge a vittima di presunti o veri traumi infantili o giovanili, verso i quali, in realtà non prova alcuna emozione reale, fatta eccezione per l’invidia rabbiosa che le proprie frustrazioni gli procurano verso gli altri individui del gruppo sociale in cui si muove.
Questi racconti sono strumentalizzati, all’unico scopo di suscitare compassione nella preda e la conclamazione in lei, di tendenze latenti all’accudimento da ‘crocerossina’: l’ ‘io ti salverò’ miete più vittime di una bomba atomica, perché porta fatalmente la vittima a subire ogni forma di angheria, pur di salvare e guarire l’abusante.
Il narcisista psicopatico, se necessario al fine di realizzare la strategia, piange singhiozzando, proferisce giuramenti…
“La mia vita senza di te non ha senso, sento il cuore andare in mille pezzi. So di aver sbagliato, forse avevo paura di amare, non sono mai stato amato, non ho mai amato prima di te, ma sono cambiato. Se non vuoi darmi un’altra chance, lo capirò, voglio solo il tuo bene, ti amerò per sempre, perdonami amore mio”.
Queste frasi, in una persona empatica ‘innamorata’, provocano una grave destabilizzazione, ma paradossalmente mantengono vivo il legame. Fanno sentire la partner in colpa, perché non è capace di dare ancora una possibilità a chi, sì, le ha fatto molto male…, ma che sembra ora mettersi in discussione.
La vittima empatica è in grado di mettersi nei panni dell’altro e sa capire cosa si provi, ad avere il cuore a pezzi ed essere disperata, sa che tutti sbagliano e crede che tutti possano cambiare in meglio.
Per queste ragioni, gli darà ancora chances che, naturalmente, in brevissimo tempo, porteranno la situazione a livelli peggiori di prima…

▪️Gaslighting.
La violenza del narcisista patologico si attua prevalentemente attraverso la comunicazione.
Mira alla distruzione dell’autostima e della personalità della vittima e, nel perseguire tale obiettivo, tra gli strumenti più utilizzati e pericolosi cui fa ricorso, in grado potenzialmente di far perdere il senno alla preda, c’è il ‘gaslighting’.
Il termine venne coniato dagli studiosi intorno agli anni ’50. Si trasse spunto da un film di quel periodo, ispirato ad un’opera teatrale del 1938 “Gas light” e da altri adattamenti cinematografici successivi del 1940 e 1944 [il più noto é conosciuto in Italia con il titolo “Angoscia”].
La trama racconta di un marito che cerca di portare la moglie alla follia, manipolando piccoli elementi dell’ambiente e insistendo che la moglie si sbaglia o si ricorda male, quando nota dei cambiamenti. Il titolo richiama il graduale affievolimento delle luci a gas, pianificato dal marito proprio con l’obiettivo di aggredire la struttura di autostima della protagonista, che la donna nota, ma che lui insiste essere solo frutto dell’immaginazione di lei.
Il manipolatore fa proprio questo: compie affermazioni false, che minano la percezione della realtà della partner e della sua capacità mnemonica; sposta oggetti, negando di averlo fatto; sostiene di aver detto frasi mai dette o, al contrario, nega di aver detto parole in realtà dette; imputa discorsi alla vittima, che lei non ha mai pronunciato [“Possibile che non ricordi? Ho messo le chiavi nel cassetto, eri davanti a me e tu mi hai visto!” -e invece non è vero- oppure “Ti ho detto che sarei andato alla riunione, ecco perché ho spento il cellulare, prima di uscire te ne ho parlato!” -e non è vero-].
È una tecnica molto pericolosa ed insidiosa, che pian piano contribuisce a far sì che la preda non si fidi più di se stessa, dei propri ricordi, della propria capacità di giudizio e percezione…

▪️Sottrazione al confronto, attraverso il silenzio o la fuga.
Altro strumento di violenza e manipolazione è il sottrarsi al confronto, con il silenzio o con la fuga improvvisa.
Lo psicopatico non risponde ai messaggi pieni di sofferenza e speranza o risponde dopo ore ed in modo freddo; si nega al telefono, rinvia appuntamenti oppure scompare completamente e improvvisamente.
Alla vittima sembrerà di impazzire, come se lui le avesse tolto la voce, la possibilità di esistere.
Piegata dalla dipendenza affettiva e dalle torture da costui agite sino a quel momento, la preda non avrà reazioni di difesa, non vedrà nel manipolatore il suo aguzzino, starà così male da augurarsi soltanto che possa tornare e, nel momento in cui lo farà, lei accetterà ancora a lungo ogni sorta di violenza morale, pur di non vederlo sparire ancora.
Naturalmente, la violenza attuata dal silenzio è una strategia ben strutturata ed assolve a tre funzioni: asservire e dominare la vittima; concederle una tregua dai colpi ricevuti, affinché essa recuperi un po’ di energia, senza la quale non potrebbe dare quel nutrimento di cui lo psicopatico ha vitale bisogno per alimentare il suo debole ego; renderla docile e dunque esposta e ‘permeabile’ alla successiva dose di violenza.
Il silenzio, inoltre, concede al manipolatore spazio di azione maggiore, per occuparsi delle altre prede, soprattutto nelle prime fasi, quella di ‘idealizzazione’ e quella successiva di ‘svalutazione’.

La domanda sorge in chiunque si trovi ad osservare queste dinamiche o legga descrizioni del genere, quindi anche in me, amica mia: come può un essere umano compiere un simile scempio su un’altra persona? E perché?
La risposta la fornisce con esaustiva chiarezza, tra gli altri, Robert Hare, uno tra i più ‘meticolosi’ studiosi di narcisisti patologici. “Questi psicopatici sono predatori intraspecie, che usano fascino, manipolazione, intimidazione e violazione, per controllare il prossimo e soddisfare i propri egoistici bisogni; mancando di morale ed empatia, riescono freddamente a prendere e a fare ciò che vogliono, violando norme e divieti sociali, senza il minimo senso di colpa o rimpianto”.
I tratti caratteristici di tali personalità psicopatiche, infatti, sono egoismo, egocentrismo, desiderio di controllo delle situazioni ‘ad ogni costo’, anaffettività, cinismo, assenza di empatia e, conseguentemente, di senso del rimorso o del ravvedimento, postumi all’agito psicologicamente o fisicamente violento.
Gli altri, nella visione di questi soggetti, sono ridotti a ‘oggetti’, da utilizzare esclusivamente per la soddisfazione ed il raggiungimento dei propri obiettivi di autoaffermazione.

Molto interessante è il profilo neuroanatomico di questa tipologia di psicopatico, senti qua, bella fanciulla: attraverso studi effettuati con ausilio radiodiagnostico [risonanza magnetica, in particolare], è stato visto che alti punteggi di psicopatia sono correlati a significative riduzioni di materia grigia nella corteccia temporale anteriore, orbito-frontale mediale e laterale, frontopolare sinistra e la regione del sulcus temporale superiore.
Rispetto al funzionamento degli emisferi cerebrali, è noto agli addetti ai lavori che, nella maggior parte delle persone, è l’emisfero destro a svolgere un ruolo dominante nei processi emotivi; alcune ricerche hanno dimostrato che, invece, negli psicopatici nessun lato del cervello è dominante nelle emozioni.
Inoltre, i processi cerebrali responsabili delle emozioni in questi soggetti non sono ‘concentrati’, ma ‘distribuiti’ e da questo deriva la vita affettiva superficiale e povera degli psicopatici. (I.a.: Hare, “La psicopatia del narcisista patologico”, 2012).

▪️I narcisisti patologici possono essere trattati?
A tal proposito, sono esplicative le parole dello stesso Hare, fanciulla: “Non sprecate il vostro tempo. Nulla di ciò che potrete fare cambierà qualcosa” ed ancora “Cosa curare? Non soffrono, hanno un basso livello di autostima, ma non ne hanno consapevolezza e lo ‘risolvono’ attraverso strategie compensatorie [p.es., assunzione di alcool e/o di sostanze stupefacenti, mostrarsi sempre iperattivi] e neppure sono insoddisfatti del proprio comportamento.
Immagina -se ti è possibile- di non avere una coscienza, nessun senso di colpa o rimorso: in questa ipotesi, non importa quello che fai, non ha senso che tu moduli il tuo comportamento per il benessere degli altri, amici o anche membri della famiglia, e nemmeno per costruire con loro relazioni.
Immagina di non provare vergogna, non una sola volta in tutta la vita, allora non importa quale tipo di azione egoista, dannosa o immorale tu abbia compiuto…
Fa’ finta per attimo che il concetto di ‘responsabilità’ ti sia sconosciuto, immagina che, anzi, esso sia un inutile fardello, che altri sembrano accettare senza discutere come sciocchi creduloni e che, all’occorrenza, tu possa strumentalizzare questa tendenza per raggiungere i tuoi fini più agevolmente.
Ora, aggiungi a questa strana fantasia la possibilità di riuscire a nascondere ad altre persone il tuo ‘giochetto’ psicologico truffaldino.
Dal momento che tutti ritengono semplicemente che la coscienza sia universale e posto che gli esseri umani proiettano sugli altri le proprie qualità e pulsioni, nascondere il fatto che si è ‘senza coscienza’ quasi non richiede alcuno sforzo. Chiaro?

Le vittime del narcisista patologico non si sono mai confrontate prima, con altri che avessero il sangue freddo di costui; il comportamento di questo soggetto è talmente al di fuori della loro esperienza personale, che raramente indovineranno chi si cela dietro la maschera della ‘normalità’.
In altre parole, questi individui sono come ‘invisibili’ al mondo e soprattutto alla preda che li ama. Hanno molti conoscenti o complici a tempo determinato, per parentesi di ‘interessi’ condivisi, che poi vengono sostituiti ‘in pacchetto’ con la sostituzione dell’addiction che faceva da collante, e tutti sembrano conoscere loro, ma amici…zero.

A questo punto, è consentito al narcisista patologico di poter fare qualsiasi cosa e, anche quando il comportamento violento e distruttivo sarà venuto a galla, egli si troverà in vantaggio rispetto alla maggior parte delle persone, le quali, avendo comunque una coscienza, empatia e senso di colpa, non potranno mai ‘ricambiare’ la malvagità subita.
Gli esseri umani sono stati abituati a pensare che tutti sono propensi a ‘fare bene’ o, perlomeno, cercano di ‘fare bene’ e di ‘essere buoni’ e giusti e onesti.
Così, in particolare in un tempo frenetico e stretto tra incastri difficili da trovare, tra lavoro e tempo libero, che ci vogliono continuamente concentrati e performanti, può capitare a ciascuno di non usare una adeguata diligenza, nel momento in cui si trovi a determinare, se una persona che ha inserito nella propria vita è, in effetti, una ‘brava persona’.

È stato spesso notato che i narcisisti patologici ‘hanno’ un netto vantaggio, sugli esseri umani con coscienza e sentimenti, proprio perché ‘non hanno’ coscienza e sentimenti.
La coscienza ed i sentimenti sono legati a concetti astratti come ‘futuro e progettualità’ e ‘altri e relazioni’.
Si tratta di contestualizzare se stessi in una dimensione spazio-temporale.
È possibile sentire la paura, la simpatia, l’antipatia, l’empatia, la tristezza, la gioia e così via, perché è possibile immaginare, per astrazione, una proiezione futura di sé sulla base delle esperienze passate o anche solo ‘concetti di esperienze’ acquisiti per effetto dello scambio esperienziale con gli altri, in una miriade di varianti.
Siamo tutti in grado di ‘prevedere’ come gli altri reagiranno, perchè siamo in grado di ‘vedere noi stessi’ in loro, anche se sono ‘là fuori’ e sono ‘altro da noi’.
In altre parole, non soltanto possiamo identificarci con gli altri spazialmente – per così dire -, ma anche temporalmente.
I narcisisti patologici non sembrano avere questa capacità; “possono imitare i sentimenti, ma gli unici veri sentimenti che paiono loro riconducibili –la cosa che li spinge e li induce ad agire diversi drammi per suscitare qualche effetto nella platea degli osservatori– sono tutti riassumibili in una sorta di ‘fame predatoria’ per quello che vogliono. Vale a dire, “sentono bisogno spasmodico d’amore e ne assorbono senza fondo e senza scrupoli”, sostiene Hare.
Per di più, questa prospettiva di “bisogno” postula che solo la “fame” dello psicopatico esiste per lui e tutto il resto “là fuori”, al di fuori del suo bisogno di sopravvivenza, non è reale, se non in quanto ha la capacità di essere assimilato da costui come una sorta di “cibo”.
“Questo individuo-oggetto, può essere utilizzato o può fornirmi qualcosa?”: è l’unica questione alla quale lo psicopatico sembra essere interessato. Tutto il resto, tutte le azioni che compie, sono indirizzate a questa finalità”, continua Hare.

Insomma, tieni a mente che il narcisista patologico è un [piccolo] predatore e, infatti, se rifletti sulle interazioni dei predatori con le loro prede nel regno animale, puoi più facilmente giungere a una certa idea di ciò che sta dietro la ‘maschera di sanità mentale’ dello psicopatico.
Proprio come un predatore animale, egli adotterà tutti i tipi di finzione, al fine di inseguire la preda, tagliarla fuori dal suo branco, avvicinarsi a lei e ridurre la sua resistenza, anche assumendo l’aspetto [la maschera] modulato in modo tale, con combinazioni studiate di azioni e racconti [bugie e manipolazioni], che riesca ad attrarre e a fargli divorare le sue prede.

La fase della svalutazione può durare settimane, mesi o anni…, quindi fa’ attenzione, cara.
I danni alla autostima ed alla identità della vittima sono terribili e spesso comportano l’insorgenza di una vera e propria “sindrome da stress post-traumatico [da narcisismo patologico]”, varie patologie psicosomatiche o depressione minore.

La vittima, cioè ‘tu’ mia CARA, proverà rabbia e vergogna, per aver consentito allo psicopatico di distruggerla e, soltanto in seguito, ricostruirà il puzzle della strategia attuata dal predatore e riconoscerà tutti i comportamenti adottati in questa fase come VIOLENZA.

Il riuscire a non negare la violenza subita e a perdonarsi, per non essere riuscita ad allontanarsi dal carnefice in tempo, sono i presupposti per la completa guarigione e per la rinascita.
Ogni ferita che non uccida, infatti, e’ una ferita che può guarire.
Non esistono ferite che non guariscano, che non si rimarginino, per quanto estese siano le cicatrici che lasciano.

Però, non restare inerte, giacché esistono due casi, in cui una ferita non guarisce: quando ci toglie la vita e quando continuiamo a permettere a qualcuno, anche a noi stessi, di continuare a girarci dentro un coltello, tanto da farla sanguinare costantemente.

A volte, tenta comprendere il modo di ragionare ed agire delle persone anaffettive, narcisiste perverse o psicopatiche e’ esattamente come infilare questo coltello in una ferita che già sanguina.
Perciò -ti prego- GIVE UP, perché questa operazione “generosa” è davvero complicatissima, oltre che dolorosa; in realtà, può essere portata avanti solo se il soggetto riconosce questa propria “difficoltà” e accetta di “crescere” umanamente, cioè di farsi aiutare da un terapeuta. Da sola, mettiti bene in mente che non ce la puoi fare, non solo perché il suo impianto cognitivo è totalmente diverso dal tuo, dal mio, da quello di chiunque non rientri in questa categoria nosograficamente definita, ma anche perché di norma questi individui tendono a circondarsi di persone poco evolute, che non li mettano in discussione e che, anzi, siano sempre pronte ad ossequiarli e a mantenere viva una narrazione ipertrofica sulla loro ‘grandezza’.

Una persona semplicemente ‘egoista’ o ‘immatura’ può far molto male, ma sarebbe possibile decifrarne il comportamento e più facile iniziare e portare a termine l’elaborazione della fine del rapporto che c’è stato con lei, proprio sulla base di un identico impianto ‘etico’, insomma cognitivo ed emotivo.
La persona patologicamente anaffettiva, al contrario, non la si comprende… È impossibile da decodificare secondo i nostri canoni ‘ordinari’, ‘equilibrati’.

Lo so, tesoro, che nella fase iniziale si presenta bene, ‘tanto carino’, attento, accudente, complice; tuttavia, a poco a poco muta ed assume comportamenti sempre più ignobili.
Se poi si tenta di allontanarlo a causa di atteggiamenti deprecabili compie di nuovo gesti simili al vecchio agire, quello ‘buono’, quello ‘normale’.
A tratti il volto e’ quello di un mostro, a tratti invece torna il volto amato che piange promette sorride.
Sembra quasi di avere a che fare con due persone diverse.
Ora riesci a vedere che si tratta esattamente di quello che è successo ‘a te’…?

Sa sparire, come se il nulla lo inghiottisse, anche se fino a poco prima ti guardava con interesse e tenerezza.
Sa tornare, con gli occhi bassi che implorano perdono e mille promesse di progettualità.

Tu ti arrovelli, per la follia di chi si infila e si sfila dalla tua esistenza, come se questa avesse una porta girevole; rimani incredula e paralizzata, di fronte al caos che costui genera e continui ad inseguire questo tizio, con domande per risposte ‘vere’ che non ti darà mai. Non ne è capace…, cuore mio.
Questo essere è un mistero anche per se stesso e francamente dovresti rinunciare a capire e a giustificare il suo modo sgangherato di stare al mondo.

Bloccalo, questo doctor Kekyll e mister Hyde da strapazzo.
Egli recita, recita, recita…, per ristabilire il possesso del giocattolo e tu allora non lasciargli la soddisfazione di salire sul palcoscenico.
Chiudi il teatro.
Insomma, blocca gli accessi alla tua persona ed al tuo cellulare.
Ciò che dovresti SEMPRE tenere a mente è CHI SEI, cosa amavi prima di incrociare questa mina vagante, cosa vorresti per il tuo futuro.

La persona che amiamo deve portare gioia nella nostra vita, non dolore; deve arricchirci, non farci a fette; deve rispettarci, non prendersi gioco di noi. Non lo può fare mai, nemmeno una volta. ‘Questa certa persona’, al contrario, lo ha fatto sin dalla prima volta in cui si è avvicinata a te e ti ha sorriso.

A questo punto, lasciagli un unico ‘privilegio’: quello di vedere le tue spalle che si allontanano e non per dispetto o per dimostrare forza, perché a lui non devi dimostrare nulla, non devi chiedere nulla.
A te sì invece, ‘a te’ DEVI dimostrare tutto, chiedere alla vita tutto il meglio…e ‘sto tipo al concetto di meglio non si avvicina affatto.

Ascolta bene:
l’unica via percorribile è il ‘contatto zero’. NO CONTACT!
Guarda che ce ne sono tante nella tua situazione, sai?
Non provare vergogna, dunque.
Piuttosto, applaudi a tutte quelle persone che hanno, da poche ore o da pochi giorni, messo in atto il NO CONTACT.
Applaudi e guarda con ammirazione a tutte quelle persone che lo hanno attuato da un po’ tempo in più e che peraltro ancora stanno male, a causa di vampiri senza densità umana come il ‘tuo soggetto’.

Questa parte del percorso e’ la più dolorosa. È dilaniante. Sa di ingiustizia.
Devi dismettere le vesti della vittima, ti devi spogliare di quell’abito di false gemme, che hai per molto tempo pensato fosse un abito lucente da principessa.
Spogliati subito dell’abito della vittima, saluta il sogno, accetta il vero volto di lui, deformato dall’invidia, dalla rabbia, dalla frustrazione per una vita di fallimenti, dalla depravazione, dal degrado, dalla menzogna e dalla vacuità e, a testa alta, nuda e delusa e tuttavia VIVA, riprenditi il tuo posto nel mondo. ✌🏻🌟

Sarò cruda, ma è per il tuo bene.
Hai vissuto un’illusione, chiaro? Hai amato un uomo che…non esiste…
Lo so che accettarlo spezza in due, perché hai trascorso ore a sognare, giornate intere ad aspettare un cenno, che a volte arrivava ed a volte non arrivava; hai temuto di non vederlo più ed invece è -purtroppo- tornato; allora, hai di nuovo sperato ed indossato quell’abito ornato di fili dorati.
Non sapevi, ora lo sai, che fosse un abito sacrificale
Non sapevi, ora lo sai, che dietro ogni suo sorriso o lacrima, carezza e bacio, promessa e lusinga vi fosse nient’altro che una ben congegnata strategia.
Non sapevi, ora lo sai, che il tuo stesso fulgido abito era indossato da altre donne sognanti e rese marionette.
Hai amato chi non esiste.
Hai aspettato chi non arriverà mai.
Hai sofferto e ti sei impegnata…, per non ricevere nulla.
Ogni lacrima scesa sul tuo viso ed ingoiata a forza è stata ‘non vista’, ‘non considerata’ e spesso, anzi, ‘derisa’.
Ascoltami.
Ora è tempo di lasciar andare.
Ora è tempo di seppellire la sua immagine.
Ora è tempo di dare al burattinaio crudele il saluto definitivo.
Ora è giunto il momento di salutare il volto buono che si e rivelato null’altro che una maschera, benché fosse una maschera che conteneva il sorriso amato, lo sguardo amato.

Adesso rifletti, cara ‘vittima’.
Ora ti racconto un po’ come sei messa. Poi mi dirai, se ti sei riconosciuta…
In caso affermativo, corri subito ai ripari.
Intanto, conta su ‘sta rompiscatole che ti dà ‘ste strapazzate: insomma, IO CI SONO e con me tanti altri. Poi, ricomincia a divertirti, a sorridere alla vita: questa sei TU! Energia e Luce!
Ekkeminkia, poi!
Sei a Roma!
AMI Roma e lei ama te.
Evvvai, bella!

Uno.
La vittima non è più se stessa.
Il suo volto cambia, lo sguardo è triste, il respiro sempre corto…
Ansia, gelosia, paura, senso di inadeguatezza…: sono questi stati d’animo ormai i padroni assoluti delle sue giornate.
La vittima ha perso il contatto con la propria identità.
In altre relazioni, ancorché complicate, la vittima sente ancora se stessa.
Nella relazione con questa tipologia psicopatologica invece no, perde il proprio senso identitario…e lo deve andare a recuperare prima possibile, perché potrebbe perderlo per sempre, anche dopo essere stata ‘scartata’ e dunque essersi liberata del vampiro energetico.

Due.
La vittima non comprende il meccanismo dello psicopatico, neppure dopo aver ben focalizzato nel partner il disturbo.
Si chiede incessantemente: “Ne sarà consapevole? Sa di fare male? Mi sta punendo [quindi ‘conto ancora’]? Bisogna che glielo dica in faccia chi è! “.
Così, deprogrammata, lei si augura, senza poterlo confessare, che il silenzio di lui o le alzate di testa o altre condotte totalmente prive di logicità e spesso amplificate dall’assunzione di sostanze chimiche o addirittura la sua nuova donna siano ‘soltanto’ punizioni. Non è così, ma la vittima non sa che in lui non c’è traccia di lei.
Lei non è presente nel ‘male’ che le infligge, come non lo era nel ‘bene’.
Lui vive un onanismo complessivo. ‘Cosmico’, per usare un’espressione più efficace.
Lui non entra in relazione con nessuno.
Purtroppo, però, la vittima ragiona sulla base dei propri schemi etici, dunque non sa che lo psicopatico non riesce a star male [ma simula il proprio malessere, se ne trae utilità] e non sa mai stare bene [simula la gioia o ne ha fugaci sprazzi, da cui si ritrae non appena -codardo- si sente troppo esposto].

Tre.
La vittima è una umana’ non patologica e, dunque, non può emotivamente comprendere questo essere ‘strano’, noioso nella ciclicità dei suoi comportamenti, eppure depravato e crudele.
La vittima non sa che deve riprogrammare se stessa, partendo dal grado zero.

Quattro.
La vittima non sa che dovrà sentirsi morire, prima di poter tornare a vivere. È un fantoccio anche ora che, pur nell’assenza magari di mesi e mesi di lui, continua a muoversi come se [‘come se’…] lui ci fosse, la guardasse, la pensasse e tornasse.
La vittima deve imparare di nuovo a camminare, a parlare, a sentire, a pensare.

R.D. HARE, La psicopatia. Valutazione diagnostica e ricerca
empirica, traduzione italiana a cura di V. CARETTI, A.SCHIMMENTI, Roma 2009.
Crimen et Delictum, IV (November 2012) International Journal of Criminological and Investigative Sciences-Eleonora Alemanno

La debolezza dei nostri sistemi di supporto

Il successo di Relazioni Pericolose di Claudia Moscovici e il numero crescente di accessi che il blog sta registrando in questo periodo sono una conferma della “sete di informazione” esistente nel nostro Paese nei confronti dei pericoli che si annidano dietro i rapporti malati, troppo spesso causa di sofferenza e disagio psicologico, a volte preludio di tragici epiloghi come violenze fisiche e femminicidi.

Le parole spese su questo lavoro da due dei massimi esperti italiani in tema di relazioni tossiche e violenze di genere, Enrico Maria Secci e Cinzia Mammoliti, oltre che spingermi a proseguire nello studio di questo fenomeno, mi convincono dell’inadeguatezza dei mezzi di supporto e di aiuto che sono presenti in Italia a sostegno delle vittime di abusi e violenze da parte del partner.

La mia espulsione dal Forum Narcisismo e Relazioni patologiche, avvenuta qualche settimana dopo la nascita di questo blog solo perché cercavo di promuoverlo, fa riflettere. Mi domando su quali strumenti possano fare affidamento le vittime se l’unico sito di recupero da questo genere di violenza, Il Forum appunto, non incoraggia, invece di ostacolare, iniziative lungimiranti come quella di Relazioni Pericolose.

Se gli Stati Uniti e altri Paesi sono molto avanti nel contrasto alla violenza psicologica e soprattutto nelle strategie di recupero e di guarigione, non è solo per la ricerca scientifica e gli studi psichiatrici. Non è solo per i lavori di Robert Hare e Hervey Cleckley. E’ anche e soprattutto perché gli americani hanno una mentalità più aperta della nostra. Perché invece di ostacolarsi collaborano, si aiutano, mettono insieme le forze e guardano avanti. Proprio come ho cercato di fare inserendo, nella postfazione di Relazioni Pericolose, l’indirizzo web del Forum nonostante sia stata espulsa con l’accusa infamante di avere interessi economici dietro la promozione di questo blog sul quale, peraltro, non mi ha mai sfiorato l’idea di vendere pubblicità.

Astra

P.S. Per completezza di informazione, e per farvi comprendere la malafede e la velenosità del Forum in questione, riporto le repliche a un thread che vi invito a leggere e che è stato lanciato in mia difesa successivamente alla pubblicazione di questo articolo, precisando che “il desiderio di essere riammessa” non mi passa dall’anticamera del cervello.

Qui non si fa pubblicità. Di nessun tipo. È uno spazio per “vittime” sofferenti e sinceramente (parlo per me) mi interessa condividere la mia vita e i miei sentimenti, non sponsorizzare, VENDERE un mio progetto, per quanto interessante e importante sia. Anche perché è fin troppo facile qui, dove le persone sono fragili e si attaccherebbero a qualsiasi cosa pur di stare un po’ meglio.  I testi sono importarti, ma quello che conta è solo e soltanto la terapia. Tutta sta fanfara a questo libro (tra i tantissimi) mi pare eccessiva (tengo a sottolineare: in questo contesto)….Però ho una perplessità: tu, se posso chiedere, che interessi hai a fare una richiesta del genere? Sei forse rimasto in contatto con Sunlover, è un suo personale desiderio quello di essere riammessa? Sarò scema io, ma non capisco questo topic.

É evidente vuole fare pubblicitá al libro anche sottolineando bene tutti i meriti.  É vergognoso.

Sì, è vergognoso, sono d’accordo. Non si fa così.

Forse pensano che l’empatia faccia di noi anche delle ingenuotte facilmente circuibili, ma evidentemente hanno sbagliato di grosso.Cioè ti ha mandato qua dentro a pubblicizzare il libro…

Non è questo il luogo per fare marketing o per autocelebrarsi a scopi pubblicitari.

Non si usa il forum a fini commerciali, come la promozione di un libro come evidentemente sta facendo sunlover e lo si capisce dalle tue stesse parole.

Forse anche il lettore che ha aperto il thread in mia difesa verrà bannato. Mi viene quasi da augurarglielo, vista la fortuna che il ban dal Forum ha portato a me e a Relazioni pericolose.

P.S.S. Come previsto, il lettore in questione è stato bannato con l’accusa di fare pubblicità al libro. Questo è il Forum. Si trattava di un utente davvero prezioso alla causa, sempre pronto ad aiutare le vittime e dar loro un consiglio. Complimenti al Forum Narcisismo e Relazioni patologiche: chiuso il thread in mia difesa, lucchettato lo scambio di messaggi e bannato il suo autore: davvero un valido strumento di sostegno!

Sofferenza e crescita personale

La sofferenza e la rabbia conseguente alla scoperta della truffa emotiva e della violazione della propria intimità non vanno sprecate se si riesce a trasformarle in un’occasione di maturazione e di crescita personale. Ovviamente è un percorso molto lento e di non di facile attuazione e prima di poterne davvero cogliere i frutti è necessaria l’elaborazione del lutto, prima razionale e poi emotivo, nonché la metabolizzazione del trauma e la guarigione di ferite profonde.

Cambiare il significato del dolore e trasformarlo in un motivo di crescita è l’unico modo che abbiamo a disposizione per attribuire valore positivo a un incontro sbagliato e il più efficace rimedio per tornare in possesso dell’autostima e ripartire con un nuovo corso della propria esistenza. Aiutare gli altri, grazie alle proprie competenze, può offrire una forza inimmaginabile ed è in grado di riportare “a livello” il proprio rifornimento energetico, prosciugato e azzerato da mesi e anni di relazione patologica e sofferta.

Un esempio lo ha fornito nel corso della presentazione di Relazioni pericolose l’Avv. Marina Marconato, intervenuta sia in veste di legale sia di ex vittima. Il mio vissuto a contatto con un soggetto disturbato e pericoloso e l’incontro con il blog – ha sostenuto l’Avv. Marconato- hanno rappresentato una trasformazione tanto che oggi, attraverso le mie competenze professionali ed il mio vissuto, fornisco supporto morale e  giuridico a chi ancora lotta per sottrarsi al proprio aguzzino. Bisogna risvegliare la coscienza di tutti per contrastare la violenza psicologica, preludio, molto frequentemente, di quella fisica. Bisogna sensibilizzare le istituzioni, gli operatori sociali, gli avvocati e i giudici perché venga garantita la tutela alle vittime e perché sia resa loro giustizia. Bisogna che sia data voce ai minori perché sia ascoltato e garantito il loro diritto a non frequentare il genitore abusante. Le donne tuttavia devono acquisire consapevolezza nel riconoscere l’abuso morale e la manipolazione prima che si trasformino in violenza fisica e devono  denunciare. Purtroppo, molto spesso tengono nascosti entro le mura domestiche anni di abusi morali, insulti, critiche sprezzanti, tradimenti seriali, maltrattamenti psicologici, fisici e sessuali e cercano aiuto quando la situazione è molto compromessa, quando fermare l’aggressore è come fermare un tir in corsa, come disinnescare  una bomba ad orologeria negli ultimi secondi prima della deflagrazione. L’informazione è cultura, la cultura è libertà e spesso salvezza. Edifichiamo un ponte solido su cui la vittima in fuga possa camminare per allontanarsi dal suo carnefice, ponendosi al sicuro.