Mi piego ma non mi spezzo

 

Esistono persone che dopo essere sopravvissute al cancro lo definiscono la miglior cosa che sia loro successa. Cure, fortuna ma anche determinazione consentono di guarire da malattie funeste come tumori: dopo una diagnosi di cancro, due operazioni rischiosissime con probabilità di sopravvivenza del 50% e durissime sessioni di chemioterapia, il ciclista Lance Armstrong sarebbe riuscito a vincere per sei volte di fila il Tour de France se L’Unione Ciclistica Internazionale non avesse successivamente annullato i suoi titoli in seguito a un’inchiesta che accertò da parte dello sportivo l’utilizzo di sostanze dopanti.

Se persino una diagnosi di cancro può rivelarsi, nel lungo termine, un’occasione di resistenza e resilienza, può farlo senza ombra di dubbio un trauma emotivo come quello conseguente all’incontro e alla relazione con una persona che destabilizzando il nostro sistema nervoso e minando la nostra autostima e le nostre certezze ci fa sentire una nullità.

In psicologia si sta sempre più diffondendo un’area di ricerca che fa luce sugli aspetti positivi del trauma: si chiama adversarial growth, crescita post-traumatica, e si colloca nel campo della psicotraumatologia, quella branca della scienza psicologica che si occupa delle reazioni umane agli eventi traumatici e delle modalità per affrontarli.

Negli anni 50 Alfred Adler elabora il concetto di compensazione, in virtù della quale la persona che scopre in sé un difetto può sentire una spinta molto forte a compensare la propria mancanza attraverso lo sviluppo eccezionale di altre abilità.

Nella teoria di Erik Erikson la crescita è possibile solo affrontando e risolvendo le otto crisi inerenti ad ogni stadio di vita che segnano il passaggio da un’età ad un’altra.

Successivamente, la Dohrenwend elabora il modello dello stress psicosociale secondo il quale i mediatori psicologici e situazionali interagiscono con gli eventi di vita stressanti producendo tre possibili esiti: psicopatologia, nessun cambiamento o crescita.

Negli anni 80 e 90 si diffonde un’area di ricerca che indaga gli aspetti positivi conseguenti ad eventi negativi, come diagnosi di gravi malattie, lutti, incidenti, abusi sessuali, disastri, calamità naturali.

Negli ultimi 10 anni, Tedeschi, Park e Calhoun hanno definito la crescita postraumatica un processo cognitivo conseguente a un trauma in cui la devastazione e il senso di confusione forniscono un’opportunità per costruire nuove opportunità, modalità di vita e di pensiero in tre aree principali: cambiamento della percezione di sé, nelle relazioni interpersonali e nella filosofia di vita. Secondo gli autori, un senso di potenziamento nelle proprie capacità come risultato di crescita non comporta che le persone si sentano di fare a meno del supporto sociale, ma, al contrario, le rende più assertive nel chiedere sostegno. Il cambiamento nelle relazioni sociali si riferisce a una maggiore vicinanza ed apertura con il partner e la famiglia. Il senso di vulnerabilità, inoltre, può aumentare l’espressione di emozioni, l’accettazione di un aiuto, l’empatia, la compassione e l’altruismo per altri che vivono simili situazioni.

Il dono del trauma è una conoscenza così profonda a livello affettivo dell’evento che nessun altro può avere. Fornire aiuto ad altri può essere salutare e può rinforzare il senso di competenza. Il trauma può rendere le persone più sagge, nel senso di un maggiore apprezzamento per la vita, di un migliore considerazione sulle sue priorità, di un migliore rapporto con gli altri, di una più efficace gestione delle difficoltà e di un aumentato senso di spiritualità.

O’Leary e Ickovics sostengono che quando un’avversità colpisce l’individuo a livello fisico o psicologico sono possibili quattro esiti: nel primo caso si ha un continuo aumento degli effetti dannosi fino al punto in cui la persona soccombe; nel secondo la persona riporta ferite ma sopravvive; nel terzo caso la persona ritorna ad un livello di funzionamento simile a quello precedente lo stressor; nel quarto, infine, la persona non solo ritorna al livello precedente ma lo supera. In questo caso di parla di thriving. A differenza della resilienza, che consente il semplice ritorno omeostatico, nel thriving c’è un miglioramento delle condizioni precedenti. L’evento traumatico sarebbe così percepito come una sfida piuttosto che una minaccia, poiché il concetto di sfida indica che c’è qualcosa da guadagnare.

La Bugental prende in considerazione studi su animali e umani per dimostrare che il processo di immunizzazione allo stress è in grado di predire una salute fisica migliore. In particolare cuccioli o bambini che hanno avuto delle complicazioni fisiche durante la nascita o la prima infanzia presentano un migliore adattamento allo stress ed una migliore salute fisica.

Dalle prime rilevazioni di una ricerca sulla crescita post-traumatica effettuate da Tedeschi e Calhoun è emerso che una media di 50-60% di sopravvissuti a traumi riporta di aver conseguito qualche tipo di beneficio. In uno studio condotto da McMillen su 154 donne abusate sessualmente nell’infanzia, il 47% delle intervistate indica almeno un beneficio come conseguenza dell’abuso.

Come riportato dallo studio effettuato da Gabriele Prati dell’Università di Bologna, dalla rassegna della letteratura scientifica emerge che non sarebbe l’evento di per sé a condurre alla crescita ma il grande sforzo teso a contrastarlo, vissuto internamente nella ruminazione. Essa indica un processo in cui pensieri legati al trauma e alle sue conseguenze si ripresentano continuamente in maniera intrusiva durante le attività quotidiane. L’aspetto costruttivo della ruminazione include la ricerca di un significato e l’attenzione ai cambiamenti del sé, entrambi legati allo sviluppo di crescita post-traumatica. Un altro elemento importante in questo senso è il carattere spirituale o esistenziale della ruminazione. Il processo di ruminazione può essere automatico o deliberato. Quello automatico si verifica nel momento del disimpegno, cioè nel momento i cui avviene una battaglia interna fra vecchi e nuovi schemi, a carattere intrusivo e a forti tonalità emotive. Quando comincia ad affievolirsi il bisogno di disimpegno, il processo di ruminazione deliberato prende il posto di quello automatico coinvolgendo l’accettazione, il lasciarsi andare attivamente e la considerazione di obiettivi e credenze alternativi.

In altre parole, trasformare una tragedia in un trionfo non è solo possibile, ma una possibilità più che concreta.

ASTRA

20 thoughts on “Mi piego ma non mi spezzo

  1. Pingback: relazionipericoloseblog.com mi-piego-ma-non-mi-spezzo – consapevolmente67

    • Mary cara, ti ringrazio per la fiducia. Sto ancora studiando e mi manca qualche esame alla laurea. Ma poi mi aspetta un anno di tirocinio per l’esame di Stato. Ti prometto che appena sarò abilitata, se ancora lo vorrai, sarai la mia prima paziente 🙂

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  2. Probabilmente io rientro nel primo dei casi di O’Leary e Ickovics .
    Altro che “I will survive”. Lo aspettavo, ed è arrivato, il grande crollo. Altro che spazzare via le macerie, sono brava a parlare e a dare consigli. Ora invece non riesco proprio a ragionare e quando ragiono l’unica conclusione è che non ho più nessuna fiducia e nessuna speranza. In nessuno, Mai più. In niente.
    Ho solo cocci. E non ditemi di comporre un magnifico mosaico. Non si incastrano tra di loro. Il mio umore è fortemente depresso. E non ci credo che tornerò a sentire qualcosa di bello. Ci ho creduto, per tanto tempo, ed ecco il risultato. e chi ci vuole più provare?
    E non me la prendo con lui. Me la prendo con me. Con me, che non ho alzato i tacchi e voltato le spalle le prime volte che mi sono accorta di certe incongruenze.
    Con me, che non sono stata capace di farmi rispettare.
    NOn ci sono scusanti. Non ci sarà un ritorno “più bella e più forte che pria”.
    Solo due possibilità: o sempre con i guantoni e la guardia alta, e non è un bel vivere, o meglio defilarsi, allontanarsi, non dare più niente di sé.

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    • Penelope, tutti abbiamo avuto questi momenti, io per prima. Non è vero che non ci saranno ritorni né rinascite. Credimi. Affidati a qualche professionista serio, come il dottor Secci di cui ti consiglio di leggere l’ultimo lavoro (Amori Supernova). Una buona terapia in questi casi è provvidenziale.

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    • Penelope cara , il crollo , purtroppo , è fisiologico in queste situazioni.
      Quello che posso dirti , in base alla mia esperienza , è che ci vuole tempo e tanta forza .
      Dalle tue parole capisco che ti stai colpevolizzando , lo capisco perché lo faccio anch’io , però è sbagliato e non ci aiuta ad uscirne .
      La nostra unica colpa è aver amato ed esserci fidate di un uomo che giurava di amarci , mascherando la sua vera identità .
      Io non voglio più sentirmi in colpa per questo e , sopratutto , vedermi con i suoi occhi .
      Io sono altro , tu sei altro , tutte noi siamo altro .
      Abbi pazienza e datti tempo per rinascere , sto cercando di farlo anch’io .
      E ritornerà la voglia di fidarsi di nuovo , con una capacità maggiore di riconoscere persone manipolatrici , grazie a questa brutta esperienza .
      Sei forte , io lo so .
      Un abbraccio

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  3. Mi chiedo perchè sia tutto così assurdo e doloroso.
    La mente ha il potere assoluto. E io non riesco a controllarla. Faccio un percorso psico-spirituale da anni…e sono orgogliosa di ciò che sono diventata. Da Ma ogni volta che entro in relazione, vengo spazzata via dal mio centro, si azzera il mio equilibrio e tutto diventa una catastrofe.

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  4. Astra carissima hai più preparazione tu che tanti ” psicologi ” messi insieme.
    Attendo con ansia che tu possa anche se per me andrebbe bene anche se tu non hai ancora finito di studiare.
    Ti abbraccio e ti ringrazio.
    Un abbraccio anche a Penelope..se vuoi puoi scrivermi in privato. Mi farebbe piacere. Chiedi la mia mail a Giusy o Astra.
    Un saluto a tutti

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    • Ti ringrazio Mary. È solo che la società ha quintuplicato le sue sfaccettature e c’è bisogno di maggiore specializzazione anche nella branca della psicologia. Invece c’è la tendenza ad occuparsi di tutto, dai disturbi alimentari a quelli legati a un lutto, a quelli postraumatici da stress.

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  5. Grazie Mary,
    sto cercando di recuperare, anche se lui mi complica le cose, perché per ogni richiesta, anche minima, che gli pongo, mi oppone resistenze che non hanno motivo se non quello di complicarmi la vita.

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    • come ti capisco! io ho deciso e glil’ho comunicato nell’ambito di una serie di email che ci scambiavamo – unico terreno in cui la sua aggressività fatta di monologhi e voce ala si spezza dalle mie interruzioni – … a parte rispondere “allora mi considero libero”, mi rinfaccia che glielo abbia comunicato per email. Non voglio cadere nelle sue richieste: quest’ultima vorrebbe che mi decidessi di vederlo per… parlare di cosa? certo, l’avevo pensato, avevo pensato di comunicarglielo di persona, ma… ma non ho avuto il coraggio di affrontare l’ennesima colpevolizzazione, l’ennesimo suo monologo a difesa delle sue prese di posizione.. NO. NON ho alcuna intenzione di cadere in nessuna delle sue richieste.

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      • Brava. Non gli devi nulla. Devi tutto a te stessa. Nessun ‘ultimo incontro’ (metti la tua sicurezza davanti a tutto). Se per qualche ineludibile ragione occorre rivederlo, si fa in luoghi pubblici e in compagnia di almeno un testimone.

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  6. Sono nella fase della rabbia. Forse l “ah ha moment” è arrivato solo adesso. Lo detesto per quello che mi sta facendo, sapendo perfettamente cosa fa.
    E ho deciso di abbandonare quello sguardo pietoso che mi portava a dire “non posso pretendere questo o quest’altro”. A costo di apparire “piccina”, ho deciso di recuperare anche i soprammobili. Non voglio cadere nella trappola dell’odio, ma in questo momento mi sento legittimata a detestarlo per quello che fa.
    Intanto cerco di recuperare me stessa anche se mi scopro fragilissima. Quando sono con gli altri ho la sensazione di non avere nulla da offrire. Mi sento monca, ma non di lui, ma di me stessa. Mi sento fuori luogo quasi sempre, come se dovessi sempre giustificarmi.
    Però cerco di non arretrare, ogni tanto mi ripiego su me stessa, per stare con me e acquisire forza.
    Ho capito che è una fase, forse anche lunga, da dover sperimentare.
    Poi magari piano piano si farà strada lo spiraglio di poter ricostruire qualcosa, di ritrovare un po’ di senso di questa vita, che lo aveva trovato e lui me lo ha rubato. Come un ladro.
    Quello che non potrò recuperare più è la speranza di amare e di essere amata.
    Quella no, non c’è neanche il tempo, sono troppo grande per cedere a un’altra illusione.

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    • Cara Penelope,
      sei assolutamente legittimata a detestarlo per quello che fa, su questo non ci piove.
      Sono l’ultima persona che può dare consigli ad altre, però per la mia esperienza se questa rabbia ti porta a buttarlo giù dal piedistallo e fartelo vedere per la persona che realmente è, va benissimo.
      Se invece la rabbia ti porta ad indugiare in analisi e pensieri sul rapporto con lui, lasciala andare piano piano…perché è un altro sentimento che ti tiene legata a lui e ti impedisce la ripresa.
      Come dice il Dott. Secci :”Abbandonate la rabbia, è il guinzaglio psicologico del narcisista”.
      Datti tempo, tu sai come sto messa ancora, dopo parecchi mesi.
      Ti riprenderai, ritroverai la vera Penelope e il suo entusiasmo.
      E quando succederà, ti auguro presto, sarai di nuovo capace di amare e di essere amata…perché amerai te stessa come non avevi mai fatto prima.
      Ti abbraccio.

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      • Grazie Stellina,
        sull’amare di nuovo la mia idea è che probabilmente non riuscirò più a fidarmi anche perché, se è vero che alcuni comportamenti possiamo individuarli subito come arroganti e potenzialmente abusanti, altri sono più difficili da inquadrare. Se una persona di dimostra disponibile, amorevole, il tarlo che sia solo una maschera iniziale ci sarà sempre e questo toglierà spontaneità e possibilità di af-fidarsi.

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  7. può essere vero, penelope2, ma forse no.. perchè le persone abusanti, di cui abbiamo tristemente esperienza, se ti ricordi bene, i loro segnali li hanno dati appena si sono trovati a loro agio. siamo state noi a non considerarli così gravi. e, credimi, quando una mia amica mi parla di persone di questo genere che malauguratamente frequenta, io li tano subito, e glielo comunico: “guarda che quello lì ha gli stessi comportamenti di….”. io spero di mantenere quella stessa lucidità quando dovessi, un domani un po’ lontano, qualcuno che possa assomigliare a chi mi ha logorato 13 anni e da cui mi sono allontanata giusto qualche giorno fa…

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    • Torno a rispondere perché purtroppo segnali di un comportamento quantomeno strano personalmente li ho notati presto quello che infatti non posso proprio perdonarmi è di non aver dato loro il giusto peso. Di aver pensato che ” nessuno è perfetto”, di aver creduto di poter superare certe differenze, certe sue manovre per indurmi a fare ciò che lui voleva che io facessi ( e quando ho provato a farlo mi ha rimproverato di essere stata disonesta…..!)… Questo è quanto è necessario divulgare… Non sottovalutare i comportamenti che il nostro intuito ci segnala come incoerenti e falsi.

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      • esattamente! non farsi prendere dal sentimentalismo… ma guardare sempre con il nostro sentire ciò che, alla fin fine, sapevamo fosse sbagliato per noi. ora, purtroppo, non si può tornare indietro.. e non possiamo più riprenderci quel tempo letteralmente sprecato dietro a queste persone. possiamo solo corazzarci, aiutarci vicendevolmente a evitare di esserne risucchiate. perchè, alla fine, abbiamo investito tanto tempo che non tornerà più.. e ora ci ritroviamo con un pugno di mosche in mano.. per di più anche svuotate di quell’energia che avevamo prima di conoscerli…

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