2. La metafora del serpente

 

Segue dalla prima parte

Emmert sorrise e tentò di portare Ana a questa antipatica conclusione in modo più morbido, ripercorrendo le sue esperienze. “Ha detto fino agli ultimi giorni oppure fino alla fine” osservò. “Michael cambiò comportamento con lei”?

“Sì. Nelle ultime settimane, proprio dopo aver messo al corrente della storia i rispettivi partner, “con me divenne molto più freddo e prepotente. Ma sicuramente perché anche io divenni lunatica, dal momento che far male alla mia famiglia mi provocava sofferenza. Tutti abbiamo attraversato un momento difficile durante quelle ultime settimane, per ovvie ragioni”, disse Ana senza voler colpevolizzare il suo amante.

“Le ragioni sono ovvie!”,intervenne Rob. “Quando si è trattato di affrontare un problema reale, il tuo fidanzato ha mostrato i veri colori”.

“Sono sicuro che le difficoltà che ha dovuto affrontare con la sua famiglia hanno contribuito al cambiamento del comportamento di Michael nei suoi confronti”, commentò Emmert, cercando di prendere una posizione intermedia nonostante la simpatia nutrita per Rob. “Ma sospetto che abbia solo accelerato le cose”. Ana lo fissò con perplessità. “Vale a dire che il bastone sarebbe probabilmente arrivato a tempo debito, una volta finita sotto il suo totale controllo. Perché il comportamento manipolativo e controllante, che è quello che ha descritto finora, tende ad aumentare di grado con il tempo”.

“E’ quello che ho provato a spiegarle”, intervenne Rob. “Quell’uomo è un bullo”.

Ana aveva voglia di contraddirlo ma, questa volta, soppresse l’istinto. “Possibile”, rispose ed espirò lentamente. Era più una doglianza che un’affermazione. “So solo che temevo che se avessi continuato a rifiutare di sposarlo, Michael mi avrebbe lasciato. Spesso mi diceva che ero insostituibile e che il nostro amore era speciale. Invece mi sentivo che se avessi fatto qualcosa che non incontrava il suo gradimento, la punizione sarebbe stata sproporzionata all’offesa, come si suol dire”.

“Questo senso del diritto costituisce la base della violenza psicologica”, disse Emmert, buttando giù qualche appunto. “Le persone che controllano vogliono sempre comandare. Le loro pretese prendono la forma di richieste gentili. Ma, alla fine, non si tratta di richieste, perché quando non fai quello che chiedono, si vendicano”, si fermò per un momento e poi aggiunse, risvegliando i ricordi di Ana, “con menzogne, tradimenti o facendo qualsiasi cosa in grado di provocare sofferenza”.

“Non che tu non sia capace di comportarti in quel modo da sola”, Rob rivoltò la situazione su sua moglie.

“Capisco che non sono proprio un angelo”, ammise Ana prontamente, “ma quello che sto cercando di descrivere è qualcosa di diverso e…” guardò smarrita intorno a sé alla ricerca della parola giusta, “…più generale”. La spiegazione dello psichiatra era per lei ricca di significato. “Come ha detto il dottor Emmert, Michael aveva uno spiccato senso di diritto verso chiunque e qualunque cosa. Viveva secondo le proprie regole, che stabiliva volta per volta”, e cambiò leggermente posizione sulla sedia. Smise di parlare e guardò fuori, dove la luce era grigia per l’insolita foschia di quel giorno di primavera che sembrava andare d’accordo con le sue apprensioni e il suo umore malinconico e poi si rivolse di nuovo allo psichiatra. “Anche all’inizio, quando Michael era molto carino con me, qualcosa nel suo comportamento mi portava a credere che il suo affetto fosse totalmente soggetto a condizioni”.

“…per farti fare tutto quello che voleva”, suo marito terminò la frase.

“O quasi”, Ana convenne con prudenza. “ Voleva certamente che le cose andassero come diceva lui, quasi in tutto. Provò addirittura a dirmi come dovessi vestirmi quando ero con lui. E cioè con gonne corte o miniabiti. Mai pantaloni o jeans, nemmeno quando fuori faceva freddo”. Ana provò vergogna ad ammettere che una donna adulta prendesse istruzioni da un uomo su come dovesse vestirsi. Ma durante i mesi in cui Michael la corteggiava, ricordò, era difficile che si sentisse spinta a fare qualcosa contro la sua volontà. Più che altro, si sentiva come una fidanzata viziata che accontentava il suo uomo con piccoli favori che, in realtà, divertivano ed eccitavano entrambi.

“Vede Ana”, affondò Emmert, “Questa forma di condizionamento può essere ancora più potente del predominio diretto”.

“E’ che quando il suo controllo si esprimeva nella forma di amorevolezza o di affetto, per me era difficile riconoscerlo come una manifestazione di abuso”, rispose Ana.

“Sicuro. Ma quando lei faceva tutto ciò che Michael voleva, lui si comportava bene con lei”, spiegò lo psichiatra. “E’ stato quando ha smesso di farlo che, presumo, ha visto i suoi veri colori. L’uomo dietro la maschera, in altre parole”.

“Non c’era nessuna maschera!” protestò Ana. “Michael era innamorato di me davvero”.

“Non lo metto in dubbio”, commentò Emmert. “A modo suo…”

Ana lo guardò, incuriosita da questo modo di dire che anche lei aveva usato tante volte. “Cosa intende dire”?

Lo psichiatra si sporse in avanti sulla sedia e la scrutò negli occhi. “Ha mai desiderato follemente un gioiello?”, le chiese. Quando Ana entrò nella stanza, Emmert aveva notato che indossava un anello con un diamante, un paio di orecchini di acquamarina e un ciondolo con la stessa pietra.

“Vuole sempre gioielli”, commentò suo marito. “Per ogni occasione, a Natale, per il suo compleanno, a San Valentino, per il nostro anniversario e via dicendo. Chiede sempre gioielli”, osservò Rob, con la mano al portafoglio.

“Lo ammetto”, disse Ana sorridendo. “Che dire? So cosa mi piace, ecco”.

“Ma se ogni gioiello le piace così tanto, allora, perché continua a volerne altri?”, la incalzò Emmert.

“Perché ogni pezzo mi piace più dell’altro”.

“Bene, è esattamente questo il modo in cui Michael desidera le donne. Come possessioni. Il desiderio di possedere lei, Ana, era abbastanza autentico ma superficiale, senza badare tanto alla sua serenità e alla sua felicità. Nel giro di qualche giorno, settimana o mese dopo essere andata a vivere con lui, si sarebbe fissato su qualche altra novità. Ovviamente, dal momento che non conosco di persona quest’uomo, non posso fare una diagnosi certa. Ma da quello che mi ha raccontato di lui, mi sembra che Michael abbia intensità emotiva priva di profondità”, osservò lo psichiatra.

E’ una spiegazione riduttiva, pensò Ana cercando di proteggere l’integrità dei suoi piacevoli ricordi. “Non sono sicura di approvare completamente l’analogia con i gioielli”, disse. “Quando stavamo insieme, Michael aveva occhi solo per me. Tutta la sua attenzione era concentrata sulla nostra relazione”.

Emmert sorrise con l’aria di chi la sa lunga. “Certo. Questo si addice al quadro psicologico che sto dipingendo. O almeno, non lo contraddice. Le persone come Michael hanno fame predatoria di quello che vogliono. Ultimamente, era lei che voleva. Hanno la sconcertante abilità di concentrarsi su quella persona o su quell’obiettivo escludendo qualsiasi altra cosa o chiunque altro. E questa potente ossessione generalmente dura fino a che non riescono ad agguantare l’oggetto del loro desiderio. Ma una volta che la preda è tra i loro artigli, si stufano. Quando l’interesse sfuma, passano a qualcuno-o qualcosa-di diverso”.

Queste considerazioni fecero riflettere Ana. Si ricordò che Michael si era comportato come se la amasse per tutto l’anno che trascorsero insieme. Cambiò solo quando lei diventò troppo difficile. “A volte mi dico che se non fossi diventata così lunatica e impaziente verso la fine, anche Michael si sarebbe comportato in modo diverso con me”, disse, pensando a voce alta.

“Intendi dire che ti penti di essere rimasta con me?” le chiese Rob, seccato.

“Per niente”, rispose Ana, di nuovo sulla difensiva. Le fu chiaro a quel punto che era difficile trovare il giusto equilibrio in questa seduta di analisi. Non poteva essere completamente onesta con lo psichiatra e, al tempo stesso, avere tatto con suo marito. Optò per l’onestà senza la quale, si rese conto, la terapia sarebbe stata inutile. Ma anche provocare Rob non avrebbe aiutato. Al contrario, sarebbe stato distruttivo per la funzione stessa della terapia di coppia. “E’ solo che il cambiamento di Michael verso la fine davvero mi ha disorientata. E a volte mi do la colpa”, commentò.

“Perché?”, chiese Emmert.

Ana scosse la testa, come se volesse dissipare la foschia. “Mi sento in colpa verso chiunque. Rob, i bambini e anche nei confronti di Michael”, disse.

Rob non poteva credere alle sue orecchie. “Verso Michael? E’ l’unico che ha manipolato e ferito chiunque, te compresa!”.

“Non mi piace dirlo così spesso, ma in questo caso penso che Rob abbia ragione. Posso capire che si senta colpevole verso la sua famiglia”, Emmert disse in modo molto pacato, per addolcire la tensione, “ma mi sembra che provare senso di colpa verso Michael sia una distorsione della coscienza”.

“Lui mi accusò di volermi tirare indietro”.

Il terapista annuì. “E perché lo fece?”

“Perché amo la mia famiglia. E perché temevo le reazioni di Michael”, ammise francamente. “Fondamentalmente, non mi fidavo di lui”.

“Cosa temeva?”

Ana gesticolò in modo contorto. “Verso la fine, divenni timorosa di tutto”. Pensando a come descrivere quella sensazione di insicurezza in modo più preciso si ricordò qualcosa che Michael le aveva detto all’inizio della loro relazione. “La sua prima fidanzata lo definiva un serpente”, disse a voce alta, come se quell’epiteto fosse particolarmente pertinente.

“Era abbastanza realistica” commentò Rob.

“Michael mi ha detto che è stata lei l’unica donna a lasciarlo. Mi sono domandata allora perché lo definiva serpente…”

“Secondo lei, perché?”, Emmert gettò lì la domanda.

Ana guardò fuori dalla finestra cercando un modo che esprimesse efficacemente la sua sensazione. “Perché ho imparato che con Michael non sai mai quando si rivolterà per attaccarti”.

“E allora perché si dà la colpa di averlo lasciato?”, le chiese lo psichiatra.

“Non lo so”, rispose Ana, ancora annegata nella confusione.

“La ragione è semplice”, disse Rob. “Lei era completamente manipolata da quell’uomo”.

“Non sono il cagnolino di nessuno”, protestò Ana.

“Crede che se si fosse comportata diversamente verso la fine, lui si sarebbe comportato bene con lei?”, domandò Emmert, cercando di sgombrare il campo da insulti reciproci.

“E’ quello che speravo. Pensavo che se avessi trattato bene Michael, se lo avessi amato con tutto il mio cuore e avessi fatto del mio meglio per renderlo felice, lui non mi avrebbe mai fatto del male”.

“L’amore non può risolvere sempre tutto, soprattutto se non esiste”, commentò lo psichiatra. “Ma la metafora che lei ha usato è abbastanza valida e può essere di aiuto. Consideri Michael un serpente domestico. Indipendentemente da quanto carina e amorevole possa essere con lui, certamente non gli crescerà il pelo e non diventerà un cucciolo. Prima o poi l’attaccherà”. E lanciò un’occhiata a Rob, che sin dall’inizio gli era sembrata una persona per bene. SEGUE.

Tratto da The Seducer di Claudia Moscovici

Traduzione Astra

One thought on “2. La metafora del serpente

  1. Il serpente non può cambiare la sua natura… È ovvio! Solo che ci rifiutiamo di accettare di avere a che fare con un serpente… Fino a quando siamo disposte a giustificarlo e ad assecondarlo…. Fino a quando cerchiamo un riconoscimento che non ci potrà mai essere dato,perché non abbiamo valore come persona ai loro occhi!
    La negazione a noi stessi di quello che subiamo e della persona che abbiamo davanti non fa altro che permettere con piu’ facilita’ al serpente di abusare di noi….

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