Condannato all’isolamento

 

Il narcisista ha ben pochi motivi per amare se stesso dal momento che la sua parte reale è quasi del tutto coperta e mascherata da una sovrastruttura artificiale, mostruosa e diabolica, che Sam Vaknin in Malignant Self Love chiama il Falso sé. E’ questa armatura che detta le regole imponendo, prima di tutto, un senso dell’identità esageratamente grandioso e raramente comprovato da risultati e meriti reali. Il senso di diritto è imponente, prepotente ed aggressivo, sostiene Vaknin. E’ molto facile che sfoci in episodi di violenza verbale, psicologica e fisica a danno degli altri.

Saper mantenere una distinzione tra chi realmente siamo e chi sogniamo di diventare, conoscere i propri limiti, i pregi e i difetti, e avere una visione realistica della propria esistenza sono di primaria importanza per il mantenimento di un sano equilibrio fondato su autostima e fiducia in sé stessi. Dipendente dalla validazione degli altri, il narcisista si sente infelice, inferiore e condizionato. E’ proprio per proteggersi da queste sensazioni negative che si rifugia in un mondo immaginario dove dominano vanità e manie di grandezza.

L’umanità delle persone dipende in primo luogo dalla conoscenza che esse hanno di sé. Solo conoscendosi a fondo e riuscendo a esprimersi in modo autentico si può apprezzare l’umanità degli altri. Il narcisista, invece, conosce pochissimo di sé. Vive in un mondo di fantasia, costruito ad arte, dove poter interpretare il protagonista di una sceneggiatura epica. Non è dotato degli strumenti che permettono l’armonica convivenza con gli altri esseri umani, che consentono di mettersi nei panni del prossimo, di amarlo e condividere le sue emozioni: la sfida più ardua delle interazioni interpersonali.

Semplicemente, non sa cosa significhi essere umano. E’ un predatore a caccia di appagamento dei propri bisogni, affamato di adorazione, ammirazione, consenso, riconoscimento ed attenzione. Le persone sono semplicemente fonti di gratificazione, sorgenti di energia narcisistica, sopravalutate e svalutate a seconda della loro capacità a soddisfare le sue necessità del momento.

Amare se stessi è condizione essenziale per poter amare gli altri. Se non si ama la propria parte autentica, quella vera, non si può amare nessuno. Chi non ha mai amato se stesso non può conoscere l’amore incondizionato e pertanto non è in grado di provare questo sentimento. Se si continua a vivere in un mondo di fantasia come si fa ad accorgersi dell’esistenza di individui reali con normali e più che legittimi desideri di essere amati? Il narcisista sa che si dovrebbe saper amare. E’ ciò che gli è stato detto e che la gente si aspetta da lui. Nei rari momenti di semi-consapevolezza questa situazione lo rende infelice e così le relazioni con gli altri. E proprio in questo consiste il suo grande paradosso: è lo sconfinato bisogno degli altri a condannarlo a un irrisolvibile isolamento.

Vaknin è molto efficace nel descrivere le modalità di interazione quando sostiene che il narcisista “si rifugia in un universo popolato da avatar: figure genitoriali e familiari, modelli di ruoli, rappresentazioni gerarchiche ed altri componenti il suo ambiente sociale. In questa zona ibrida di immagini non ben definite mantiene con loro un dialogo tutto interno e sviluppa relazioni”. Tutti noi interpretiamo a nostro modo le voci, i tratti e i comportamenti delle persone che frequentiamo. Ma il narcisista, a differenza delle persone normali, non è in grado di condurre un dialogo esterno, uno scambio con un interlocutore che sia al fuori della propria mente. Anche quando sembra interagire con qualcuno,  in realtà, è impegnato in un discorso autoreferenziale.  “Per lui gli altri sono sagome, personaggi animati, simboli. Esistono solo nel suo universo interiore. E resta sorpreso se non seguono il  copione e dimostrano di essere autonomi”.

Ma non è questo il suo unico deficit cognitivo. Attribuisce la responsabilità dei propri errori a circostanze e cause esterne. Allo stesso tempo, i successi e i risultati raggiunti, alcuni dei quali immaginari, sono ascrivibili alla sua onnipotenza e onniscienza. Gli errori e i fallimenti degli altri sono riconducibili alla loro inferiorità, stupidità e debolezza. I successi, unicamente all’essersi trovati al posto giusto nel momento giusto, alla fortuna e non certo alle capacità e al duro lavoro. Un narcisista non ha niente da imparare dal momento che è nato perfetto. Le persone che non lo assecondano diventano nemici invidiosi, prevenuti o semplicemente stupidi. Ma il prezzo da pagare per queste visioni distorte è esorbitante: l’incapacità di effettuare qualsiasi accurata valutazione del proprio ambiente lo porterà alla paranoia.  Alla fine, come sostiene Vaknin “alzerà il ponte levatoio e finirà isolato in uno stato mentale che, nella migliore delle ipotesi, può rientrare una forma di psicosi borderline”.

Astra

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