Il cancro dell’anima

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La psicopatia, come il disturbo borderline e il narcisismo perverso, è un disordine della personalità assolutamente incurabile. Le anomalie caratteriali che contraddistinguono queste patologie psicologiche sono talmente radicate nell’indole dell’individuo da non poter essere corrette in alcun modo.

La maggior parte dei siti Internet e dei libri che trattano problemi relazionali danno consigli sulle misure da prendere per convivere meglio con i soggetti disturbati. Al contrario, sostengo con fermezza che ci si deve svincolare per sempre da questi legami. Se c’è un rapporto che non vale la pena salvare, è quello con lo psicopatico. E’ un soggetto incorreggibile e la relazione con lui non può essere migliorata in alcun modo.

Gli psicologi chiamano la psicopatia “patologica”. Essi sostengono che gli psicopatici soffrono di un grave “disturbo della personalità” e non solo di normali difetti caratteriali su cui poter lavorare. Sandra L.Brown, in How to spot a dangerous man before you get involved dice chiaro e tondo che “la psicopatia è per sempre”. Si tratta di una vera e propria disfunzione cerebrale, a volte accompagnata da un trauma emotivo subito durante l’infanzia su cui non è più possibile intervenire una volta raggiunta l’età adulta. Senza tanti giri di parole, la Brown definisce lo psicopatico un “predatore emotivo” che rappresenta “il culmine velenoso e patologico di una scelta relazionale”. Quando si ha a che fare con un individuo del genere, avverte, “non si aggiusterà mai la sua patologia né il suo malsano cablaggio cerebrale. Non lo si potrà mai amare in sicurezza, onestà o integrità”.

Le donne coinvolte nella relazione con uno psicopatico sono state abituate dal partner ad assumersi la responsabilità dei problemi della relazione. Sono spesso innamorate pazze e sperano che, come per magia, un bel giorno lui si svegli guarito, pronto a contraccambiarle in modo autentico. Ricorrono frequentemente alla terapia e al supporto psicologico e partecipano a gruppi di lavoro. Si aggrappano a qualsiasi cosa possa salvare la relazione, concentrandosi sui pochi aspetti positivi della stessa. Accarezzano i ricordi di come andavano le cose all’inizio ed entrano in una negazione totale della realtà, in modo da non dover affrontare la perversione della persona che amano e alla quale possono aver dedicato una vita intera.

Quando vengono messe di fronte alla enorme discrepanza tra le bellissime parole dello psicopatico e le sue azioni malvagie, si sentono perse, smarrite e sole. Si attaccano testardamente a lui e alla fantasia dell’amore romantico dipinta all’inizio. Credono che nel proprio compagno esista una parte buona, in grado di riflettere le qualità positive, e una parte cattiva, della quale spesso si prendono la colpa. Gli psicopatici non hanno nessuna parte buona: quella costruita con fascino apparente, manipolazioni e bugie, è solo una maschera che indossano per esercitare controllo e dominio sugli altri, usati per scopi egoistici. Poiché si è portati a credere che c’è del buono in qualsiasi essere umano, è difficile accettare che gli psicopatici siano persone perverse. Purtroppo è così. Come sottolinea Liane Leedom, gli psicopatici “sono spinti a fare del male”. L’impulso a danneggiare il prossimo e le mire predatorie sono fisiologicamente insiti nella struttura della loro personalità. Mi spiego meglio.

Intorno al 1940, quando Hervey Cleckley inizia a condurre importanti ricerche sulla psicopatia, gli psicologi incominciano ad individuare ragioni più propriamente fisiologiche alla base di questo pericoloso disturbo di personalità. Nel corso del diciannovesimo secolo, la psicopatia viene definita “moral insanity”, ossia “follia morale”, oppure “sindrome della mancanza d’amore”, dal momento che è caratterizzata da superficialità emotiva. Robert Hare sostiene che la radice del problema risiede nel fatto che negli  psicopatici nessuna delle due parti del cervello elabora in modo corretto le emozioni. Per questi soggetti affermazioni cariche di sentimento come “ti amo”, “mi dispiace averti ferito”, “non lo faccio più”, non significano assolutamente nulla. Sono solo parole utilizzate per ingannare e manipolare gli altri. Ovviamente non sono parole dette a caso. Gli psicopatici si accorgono che gli altri attribuiscono ad esse un significato profondo e sanno che quando dicono “ti amo”, “non ti tradirò mai” o “sei la donna della mia vita” stimolano una reazione positiva. Queste frasi, per loro prive di significato, li aiutano a sedurre il prossimo, guadagnarne la fiducia ed usarlo per scopi egoistici. Agli psicopatici manca la capacità di elaborare l’emotività e quindi capire il significato di parole profonde. Hare osserva:

Come una persona non è in grado di vedere i colori, allo stesso modo lo psicopatico è carente della capacità di elaborare le emozioni. Tuttavia, può ripetere le parole che gli altri usano per descriverle senza però capirle a fondo” (Without Coscience).

Per dimostrare questa teoria, Hare e una squadra di ricercatori conducono esperimenti su soggetti sani e psicopatici. Sottopongono entrambi ad elettroencefalogramma mentre su uno schermo vengono proiettate delle lettere. Alcune di esse formano parole di senso compiuto mentre altre sono mischiate a caso. Ai soggetti viene chiesto di premere un pulsante alla vista di una parola con significato mentre un computer misura il tempo di risposta e analizza l’attività cerebrale. Al termine dell’esperimento i soggetti non psicopatici avranno risposto più velocemente alle parole cariche di significato emotivo come “morte” o “amore” piuttosto che a quelle non emotive come “albero”. Al contrario, quelle cariche di significato emotivo non avranno provocato, negli psicopatici, alcuna riduzione del tempo di risposta. Hare sostiene che “per la maggior parte di noi, il linguaggio ha la capacità di suscitare reazioni emotive di un certo tipo. Per esempio, la parola “cancro” evoca non solo la descrizione clinica di una malattia e i suoi sintomi ma anche un senso di paura, apprensione o preoccupazione. Per lo psicopatico rimane semplicemente una parola” (Without Coscience).

Secondo la ricerca psicologica e fisiologica, il livello di capacità emotiva degli psicopatici è nettamente al di sotto della media. Sono molto più vuoti di quelli che noi definiamo “superficiali”. Lo squilibrio sarebbe ricollegabile ad una disfunzione cerebrale. Hare spiega che nella maggior parte delle persone la parte destra del cervello gioca un ruolo fondamentale nella elaborazione delle emozioni. Al contrario, “recenti risultati di laboratorio indicano che negli psicopatici nessuna delle due parti del cervello è particolarmente incisiva nell’elaborazione emotiva. Il perchè è ancora un mistero. Ma la cosa interessante è che i meccanismi cerebrali che controllano le emozioni dello psicopatico sono frammentati e sfocati, determinando una vita emotiva piatta e spenta”. (Without Coscience).

La superficialità emotiva spiega non soltanto perchè gli psicopatici riescano ad usare e sfruttare persino le persone a loro più vicine come genitori, figli, amori e amici, ma anche perché non vedono nulla di sbagliato nei loro comportamenti. Anche quando commettono stupri ed omicidi non provano rimorso. Scuse teatrali e promesse di cambiamento sono vuote come i giuramenti di amore. Quando piangono in tribunale dopo essere stati condannati per i crimini commessi, fingono emozioni per farsi compatire o piangono per il fatto di essere stati incastrati. Anche se la ricerca dimostra che sono incapaci di stabilire veri legami emotivi, questo non significa che perdono di vista la realtà. Quando fanno male agli altri, senza alcuno scrupolo e nella bufera del momento, hanno il sangue freddo e sono perfettamente consapevoli delle loro azioni. Sanno benissimo che i loro comportamenti sono condannati dalla società ma non gli interessa. Andare contro le regole (senza alcuna conseguenza), infatti, è il loro gioco preferito. Come sostiene Hare:

Gli psicopatici hanno parametri morali, legali e psichiatrici molto particolari. Capiscono le regole della società e sanno distinguere ciò che è giusto e cosa è sbagliato. Sanno quali possano essere le conseguenze dei loro atti. Il problema è che non riescono a trattenersi dal comportamento antisociale”. (Without Coscience)

La questione della “natura contro cultura” (nature versus nurture), se cioè gli psicopatici siano così malvagi a causa dell’ambiente che li circonda,o siano invece nati con quelle caratteristiche, ha alimentato a lungo il dibattito socio-psicologico. “La risposta è che sono nati in quel modo e un cattivo ambiente può averli resi peggiori. Sfortunatamente, nulla potrà renderli migliori. La ricerca psicologica e quella sociologica, infatti, dimostrano che gli psicopatici sono molto meno influenzati dal loro ambiente rispetto ai soggetti sani. D’altronde, si tratta di individui dotati di un ego molto forte ed impermeabile. Sebbene cerchino affermazione e adulazione, come del resto tutti i narcisisti, a loro poco importa di essere criticati o puniti. Mentre è difficile che ambienti malsani ed abusi causino psicopatia, possono però portare lo psicopatico ad esprimere al meglio la propria innata aridità emotiva attraverso la violenza” (Without Conscience).

Marta Stout asseconda le conclusioni di Robert Hare secondo il quale la natura – o l’incapacità fisiologica di elaborare le emozioni- ha un ruolo determinante nella psicopatia. Stout osserva: “vi è evidenza che i sociopatici siano influenzati meno dalle esperienze giovanili rispetto ai non sociopatici” (The Sociopath Next Door). E continua “i sociopatici esaminati dimostrano di avere significative lacune nell’elaborazione dei processi emotivi a livello della corteccia cerebrale. Dagli studi effettuati si può affermare che i fattori neurobiologici alla base delle personalità sociopatiche sono ereditabili al 50%. Sul restante 50% c’è incertezza, ma gli abusi subiti durante l’infanzia non sembrano essere la causa di un’esistenza così priva di amore che gli psicologi chiamano psicopatia”. (The Sociopath Next Door).

In altre parole, la psicopatia costituisce una disfunzione fisiologica che provoca principalmente superficialità emotiva. Sarebbe ereditata geneticamente per la metà delle volte. Per la restante metà sarebbe provocata da altre cause tra cui incidenti, danni cerebrali e farmaci. Il risultato più sconcertante della ricerca scientifica è che non esiste cura. Non sono state scoperte ancora medicine, nè trattamenti, in grado di generare nello psicopatico la capacità neurologica di processare correttamente le emozioni. Conseguentemente, niente può guarirlo.

Chiunque dica che uno psicopatico può migliorare NON capisce la natura della patologia e NON parla nel tuo interesse. Se te lo dice l’analista, sappi che lo stai pagando perché sostenga le tue irrealistiche aspettative. Il consiglio che dà Sandra L. Brown in How to spot a dangerous man before you get involved è “stai alla larga da questi uomini”.

Più che insistere nel tentare di salvarli, salva te stessa e dedicati a coloro che sono in grado di provare amore ed empatia. Medicine e terapie non possono trasformare una nullità del genere in una persona per bene.

Traduzione Astra

https://psychopathyawareness.wordpress.com/2011/02/15/why-psychopathy-is-incurable-nothing-can-fix-a-psychopath/

9 pensieri riguardo “Il cancro dell’anima

    1. Elisabetta, purtroppo ho dovuto misurarmi con l’argomento psicopatia dopo aver cqpito di essere finita nelle mani di uno psicopatico. Sarebbe bello se la psicopatia si potesse vedere, come si vede la schizofrenia, il soggetto delirante, o il depresso. Purtroppo la psicopatia non si vede facilmente. Io l’ho vista solo dopo anni nell’uomo che amavo profondamente, a cui mi sentivo vicinissima, che credevo di conoscere bene, e con il quale ho figli. Infatti il nascondimento sociale, ovvero il costruirsi e curare una facciata di normalità, è il primo tratto psicopatico. Sono felice di essere qui a scrivere, perche mi rendo conto che la mia vita è stata spesso messa in pericolo da quel mostro. Spero davvero che chi arriva a leggere queste pagine e teme di essere vittima di uno psicopatico prenda la questione molto seriamente e faccia di tutto per scappare e mettersi in salvo.

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  1. Ricompaio dopo un po’.. questi sono giorni di decisioni definitive e ormai improrogabili. Si è ripresentato, da un po’. Ritorni a basso impegno ma ad alta frequenza. Non cedo alle lusinghe, anzi spesso bastono, fiuto la triangolazione come un cane il tartufo sottoterra… capisco anche la fase… tra poco la svaluterà, non appena io abbasserò la guardia. Ci ho pensato, me la sono raccontata e a volte ci ho creduto anche io… amicizia, fine dignitosa, aiuto, passo dopo passo….
    No.
    Anche se dentro di me oramai c’è consapevolezza non rischierò di farmi rimettere sul tavolo da macello, non mi esporrò al rischio che attui tutte le tattiche manipolatoriee di cui è capace. Sono forte, sì. Ma non devo dimostrarlo, devo preservarmi. E due giorni fa ho scelto il no contact. Scelto, non imposto. Scelto.
    Ci vorrà ancora tempo prima di buttarlo fuori del tutto da mente e cuore, ma la porta è spalancata… e si può solo uscire.
    Sono solita mettere nero su bianco per concretizzare e l’ho fatto anche oggi… poi scorrendo il blog ho trovato questo articolo, che ben si accompagna ai miei pensieri notturni, che voglio condividere con tutte voi, anime belle, amiche mie. Vi abbraccio.

    Tu sai cosa sei? Io ora lo so.
    Sei un grande, un gigantesco, maligno, perseverante tumore.
    Una condanna a morte che ti segue da lontano, presente, sordida, impassibile.
    Sei un insulto al futuro, una mannaia incombente.
    Sei una cellula malata, piccola e insignificante che giorno dopo giorno si ciba di buona fede, empatia, bisogno, sentimenti. Fino a crescere, sviluppare radici di odio misto a invidia, che avvolgono come una spirale, avviluppano, soffocano.
    Un male codardo, di quelli che prima di strapparti la vita tra atroci sofferenze si propone come la migliore delle medicine. Un male che si crede il più forte di tutti, che ti ha scelto per il tuo fisico sano, per la tua mente sopra le righe, sopra la sua.
    Ed è proprio perché sei superiore che non vuole lasciarti scampo, perché tu sei la sua sfida.  Una cellula malata, emarginata dalle altre che cerca il suo riscatto. Un errore della natura travestito da dozzinale salvatore. Che vive mentendo, prevaricando, uccidendo. Senza pentimento. Alcuno.
    Tu sei questo. E ringrazio me, la mia mente, la mia empatia, i miei sentimenti e le persone… quelle che mi amano, credono, perdonano… quelle che per colpa tua ho rischiato di perdere… quelle che – anche loro – sono migliori di te, per averti finalmente smascherato.
    Io oggi non sono più la tua malata, quella a cui ti ripresentavi dopo le terapie che aveva dovuto subire per colpa tua in veste benigna, quella che ti riaccoglieva pensando che comunque una seconda possibilità non va negata a nessuno. Quella che credeva nella tua innocenza… proprio tu, che di innocente non hai nulla. Quella a cui, dopo averla accarezzata, riaffondavi il coltello nella schiena, sempre più a fondo, sempre con meggiore impeto e soddisfazione.
    Io ho tolto il fazzoletto dalla testa, ora il mio volto è luminoso, le mie gambe salde e i miei pensieri puliti. Perché io ti ho sconfitto e tu non abiti più in me.

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    1. Avrei voluto scrivere io queste cose. Le condivido interpretano la mia identica rabbia … superata.
      Lui non mi fa più quel male, l’ho sconfitto!
      Andiamo oltre, la vita scorre …
      Complimenti.

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  2. Cara Firefox,
    brava! Hai superato la prova del nove, le sue tecniche di ricattura non hanno funzionato, non ti sei fatta incantare dalle sue parole, ormai sai perfettamente con chi hai a che fare e conosci il suo vero volto.
    Non è banale però ritrovarsi di nuovo l’uomo che ci ha manipolato, a cui abbiamo creduto e amato profondamente e non permettergli più di farci del male, di riaggrapparsi con i suoi artigli alla nostra anima.
    Io non ho mai avuto questa prova, lui da un anno non ha più cercato di contattarmi e probabilmente non lo farà più…direte meglio così e sicuramente avete ragione.
    Però io, dentro di me, ho ancora quel desiderio di rivalsa, evidentemente non sono ancora “guarita” del tutto,
    perché il nostro ultimo contatto risale a quando non avevo idea della persona con cui ho avuto a che fare e mentre lui chiudeva il rapporto con una crudeltà inaudita e lasciandomi con il fardello della colpa…io lo pregavo di tornare da me e gli dicevo quanto stavo male senza di lui.
    Ecco, mi da un po’ fastidio che lui mi abbia ridotto in quel modo e che possa pensare di avermi distrutto.
    So che non dovrebbe interessarmi…speriamo che passi anche questa sensazione negativa e arrivi l’indifferenza totale nei suoi confronti.
    Sono molto felice per te, una buona giornata a tutte!

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    1. Stellina cara,
      non sai quanto ti capisco. Quanto anche in me la voglia di sbattergli in faccia la sua pochezza di persona, il suo squallore di uomo, la sua lontananza proprio dall’essere umano prima che dall’amante o marito o fidanzato o padre o figlio è stata così forte, così violenta. La voglia di urlargli contro quanto mi abbia fatto male, quanto quanto ha messo a rischio di me e della mia vita, quanto abbia lottato e con quanta fatica alla fine ne stia uscendo. Io che contrariamente a te la sua personalità l’ho scoperta in più fasi, io che l’ho sperimentata inconsapevolmente, poi con l’illusione di cambiarlo e infine di vendicarmi… tutte le volte è finita in un mare di inganni, sofferenze, svalutazioni, abbandoni.
      Prima di arrivare al no contact definitivo – che ho deciso pochi giorni fa con la spinta finale e fondamentale di Astra – con tutta la mia consapevolezza, con lo schifo che mi fa, ho pensato seriamente di parlargli, di vomitargli addosso tutto quello che pensavo. Poi ho capito, ho capito che farlo non mi avrebbe dato nulla in più rispetto a quello che ho ora, anzi. Mi avrebbe tolto ancora dignità perchè sarei passata per quella rabbiosa, che non si arrende… non ci sono parole che avrei potuto usare senza che avesse potuto controbattere anche solo col silenzio… e così avrei lasciato di nuovo lui col coltello dalla parte del manico.
      Quindi la migliore vittoria che possiamo concederci è il silenzio. Questa notte ho scritto quelle righe che ho riportato sopra… solo uno sfogo, ma una testimonianza forte di quello che questi individui rappresentano: una malattia da debellare, un cancro che va estirpato prima che ti mangi dentro.
      Spesso sorrido ripensando a questa frase, che ingenuamente avevo letto e salvato un paio di anni fa, quando ancora non ero al corrente della sua psicosi ma quando già le discussioni con lui mi dilaniavano l’anima e che pochi giorni fa ho ritrovato su un articolo dedicato al narcisismo.
      Ed è proprio così, Stellina. Non avere rimpianti tesoro, sii solo felice per esserne fuori.

      Discutere con certe persone è come giocare a scacchi con un piccione.
      Puoi essere anche il campione del mondo
      ma il piccione farà cadere tutti i pezzi,
      cagherà sulla scacchiera
      e poi se ne andrà camminando impettito
      come se avesse vinto lui

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  3. Hai perfettamente ragione, cara Firefox, parlare con loro non serve a niente, troveranno sempre il modo per rivoltare la frittata o reagire con un silenzio altezzoso ed indifferente…quel silenzio che ci hanno “regalato” spesso e che, a me, ha fatto molto male.
    Non ho nessuna intenzione di metterlo a conoscenza delle consapevolezze acquisite riguardo la sua personalità disturbata, come hai detto, sarebbe inutile, però mi da fastidio che lui pensi di avermi devastata, perché così ero l’ultima volta che ci siamo sentiti, un anno fa…mi aveva ridotta ad un relitto.
    Ma sono pensieri che devo superare, è una rivalsa che non ha senso, se voglio poter dire che non c’è più nei miei pensieri, anche in negativo.

    La metafora del piccione che gioca a scacchi la conoscevo, però la riferivo al discutere con persone che, pur essendo ignoranti su un argomento, non ascoltano chi ne sa più di loro e si comportano come descritto…però si adatta benissimo ai narcisisti.
    Un abbraccio e grazie.

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  4. Ebbene si care amiche, anche io sono nella stessa situazione due anni di silenzio e non contact serrato, lui mi ha lasciata a terra come un sacchetto della spazzatura, li da sola al buio, al freddo mostrando lucida indifferenza, io da dilaniata qual ero, non mi sono mai più girata indietro, con grandissimo sacrificio, avrei anche io voluto sbattergli in faccia, successivamente, quello che avevo capito di lui, della sua malattia.
    Non avrebbe avuto senso, non ho voluto umiliare la me stessa ridotta a brandelli e col cuore spaccato mi sono curata le ferite profonde, nove anni con lui non sono stati una passeggiata e a curarle ci vuole ancora tempo, me lo prendo tutto ma ne uscirò.
    Parlare con lui ahhhahhahh sarebbe stato come la questione del piccione, uguale uguale, con lui non si poteva discutere era un braccio di ferro estenuante, aveva sempre ragione lui. Io ero soltanto la bella statuina. Cosa faccia lui adesso non lo so più e sinceramente non lo voglio sapere, viva nella melma come ha sempre fatto, mostrando una facciata di perbenismo, ma dentro uno squallore e una grandissima insoddisfazione per la vita.
    Io amo la vita, sono contenta, il mio lavoro mi appassiona sempre e cerco di farlo al meglio, vado avanti così con questa palla al piede, il suo ricordo di quel “lui” che pensavo fosse buono, ma buono non era affatto.
    Mi manca in pratica una persona che non esiste, una volta lui mi disse, ma io non diedi molto peso alla cosa, che lui era così solo con me, attento, premuroso, presente, innamorato, dolce … ma con gli altri no, adesso capisco era malato e me lo disse così senza neanche capirlo.
    La considerazione che ho fatto in questi giorni è stata che in lui cercavo ciò che pensavo mancasse in me, amavo quei tratti distintivi, di uomo deciso, autonomo. Oggi so che non mi mancano affatto queste cose, so di esserlo pure io, anche senza di lui: decisa, autonoma …
    Che brutta esperienza che è stata, si decisamente classificabile come un cancro per la mia vita. Finalmente libera dal dolore lancinante, respiro, vivo, esco, mi diverto, lavoro … e di lui non voglio sapere più niente.
    Non ho neanche più desiderio di rivalsa, vendetta, tutto azzerato. Se poi lui abbia un’altra, la poverina si troverà nella mia stessa identica situazione. Lui non cambierà, la sua malattia non passa, incurabile. Io sono io e nessuna è uguale a me. Sana autostima forse troppa … abbraccini per tutte.

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  5. Amiche care, forse mi sono spiegata male, non voglio sbattergli in faccia ciò che ho “scoperto” sulla sua personalità disturbata, perché sarebbe inutile e potrebbe essere solo un’arma per farmi apparire come la pazza che non si arrende alla fine di una relazione.
    Quello che avrei voluto, sarebbe stato solo avere l’occasione di fargli vedere che non sono più lo “straccio” di donna che ha lasciato in una valle di lacrime, ferita e impaurita a terra con lui che mi voltava le spalle, fregandosene altamente, anzi infierendo in modo crudele nei confronti della donna a cui aveva giurato amore.
    So che è un pensiero legato ancora a ciò che abbiamo vissuto e che lo devo superare ma ancora provo questa sensazione.
    La mia vita non l’ho ancora ripresa in mano, sto meglio, lavoro con l’energia e la concentrazione dei tempi migliori (cosa che non accadeva fino a qualche mese fa), però non mi amo più come prima, in un anno mi vedo invecchiata di dieci, non mi concedo piaceri, mi dedico solo le attenzioni necessarie per apparire curata e in ordine, è come se stessi continuando a punirmi e mi nascondo al mondo.
    C’è anche una situazione familiare molto pesante, che non aiuta e anzi, porta la mia naturale propensione all’aiuto del prossimo a mettere da parte il tempo libero che avrei necessità di dedicare a me stessa, per cause di forza maggiore, lo dedico alla famiglia ( di origine ).
    Insomma devo ancora fare molta strada, mi fa piacere che voi siate già a buon punto e vi prenderò come esempio.
    Buona giornata

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